An Interview

di luciaguida

A Nice Interview by Carolina Venturini on her blog “Sotto i fiori di lillà” on Blogspot Platform. Talking of my way of telling stories, everyday life, literary contests in Italy today

INTERVISTA A LUCIA GUIDA

  1. Docente di lingua inglese e scrittrice. Lucia Guida e la letteratura paiono un unicum significativo. E’ così? Quanta linfa creativa e scrittoria trai dai classici della letteratura inglese e qual è il tuo maestro o la tua stella maestra, fra i Grandi della tua materia di studio?

Hai detto bene, studiare Lingue non è soltanto conoscere e parlare con fluency l’Inglese ma anche approcciarsi alla letteratura di un popolo e al suo modus vivendi per questo tramite privilegiato. Credo che la letteratura inglese, ma anche quelle francese e italiana!, da me studiate e/o approfondite all’università, abbiano decisamente influenzato il mio stile letterario. Senza trascurare nessuno degli autori da me conosciuti o riscoperti ricordo in particolare Thomas Hardy, Jane Austen, T.S. Eliot ma anche Colette, Simone de Beauvoir, Pea, Natalia Ginzburg e Cassola…

  1. “Succo di melagrana” è la tua creazione letteraria più recente. Com’è nata questa silloge e qual è il messaggio che speri di essere riuscita a trasmettere attraverso i racconti?

La silloge è nata poco alla volta, alla fine di un percorso di crescita personale e letteraria durata qualche anno. Da alcune esperienze nel mondo dei concorsi letterari nazionali e dalla mia voglia di confrontarmi con Donne e Uomini in materia di sentimenti. Il messaggio che ho cercato di trasmettere è stato appunto un messaggio di mediazione, di complementarietà in una società come quella italiana in cui, spesso, convivono con grande difficoltà situazioni estreme nelle relazioni interpersonali tra i due sessi. Complicate da stereotipi o tipizzazioni, a oggi ben radicati, che non aiutano affatto a smussare gli angoli. Della donna si ha un’immagine cristallizzata che non cresce e non aiuta a crescere, nelle piccole cose della quotidianità come nelle grandi cose della straordinarietà. A volte mancano il necessario rispetto o la stima per tutto ciò che è parte dell’universo femminile. Io credo che sia fondamentalmente un problema di educazione e che dipenda principalmente da un imprinting familiare distorto. Mi piacerebbe che ci si ritrovasse a lottare insieme e non da parti opposte della barricata. La unicità di Uomo è Donna è qualcosa di imprescindibile: riconoscerla e prendervi spunto per andare avanti nel riconoscimento l’uno del valore dell’altra sarebbe un buon punto di partenza …

  1. Qual è la tua opinione riguardo la nuova editoria digitale e come ti ci confronti, in qualità di autrice e lettrice?

Io credo che l’e-book sia un  mezzo di diffusione della cultura e della lettura fantastico. Rifiutarsi di        riconoscerne il gran merito è come tentare di fermare il corso naturale delle cose. Fortunatamente la mia casa editrice ne ha ammessa l’importanza proponendo molte sue pubblicazioni anche in formato digitale. Mi piacerebbe che anche la mia raccolta conquistasse popolarità tale da essere proposta anche in questa veste. Naturalmente continuo ad adorare le librerie come da bambina: il profumo della carta stampata è ancora tra le mie “fragranze” preferite!

  1. Il mondo dei concorsi letterari è ricco e variegato. Avrai sicuramente sentito parlare del Festival dell’Inedito e del ritiro del patrocinio da parte del Comune di Firenze in seguito alle tante petizioni e proteste nate anche dal web. Che idea ti sei fatta della vicenda e che cosa ne pensi riguardo la tassa di iscrizione dal costo proibitivo superiore ai 400,00€?

Io penso che i premi letterari ( e ovviamente sto parlando di quelli che offrono una certa garanzia di serietà! ) possano costituire per qualsiasi scrittore esordiente un buon banco di prova. E ne sono convinta proprio perché anch’io nel 2008 ho mosso i primi passi in tal senso: partecipando a un concorso letterario bandito da una biblioteca sarda, quella di Capoterra (CA). Non ho vinto nessun premio ma sono riuscita a classificarmi in finale con un racconto intitolato “Il volo dell’aquilone”. Credo che la cosa mi abbia dato la carica giusta per continuare in tal senso. All’epoca credo che non fosse prevista nessuna quota partecipativa. Devo, tuttavia, dire che ho sempre diffidato dei concorsi letterari che imponevano cifre spropositate come “tasse di lettura” o “contributo di partecipazione”. E leggendo nel web nei vari forum letterari di tante vicissitudini, soprattutto a carico di giovani autori, credo che alla fine  gli organizzatori del Festival dell’Inedito abbiano preso la decisione giusta: non avrebbe certo giovato all’immagine di una tale iniziativa l’idea che si potesse ”fare cassa” sulle aspirazioni letterarie di tanta gente …

  1. Per essere la scrittrice che sei, quanta importanza ha avuto il tuo percorso di vita nel forgiare la tua penna e la profondità, l’ottica, l’approccio alle difficoltà insite in ogni storia?

Tantissima. La mia idea è che in ciò che ciascun autore scrive ci sia sempre un fondo autobiografico. Specialmente in materia di sentimenti, di moti d’animo, di sensazioni che sono alla base di molte  delle mie storie

  1. Come prepari  – se la prepari – la storia che hai in mente, prima di scriverla?

Per una cultrice delle “piccole cose “ del quotidiano a volte può bastare un profumo, un oggetto, un’immagine isolata. Poi le vie della narrazione sono “infinite”:  quando hai la giusta ispirazione non sa mai dove andrai a parare, quale sarà la strada che ti si presenterà davanti. Puoi provare a buttare giù un canovaccio, senza avere la pretesa di rispettarlo sino in fondo perché a volte accade proprio l’esatto contrario …

  1. Quanto è importante, nella tua scrittura, il viaggio dell’eroe, inteso come quel viaggio di evoluzione che spinge in avanti l’azione e, al contempo, permette il cambiamento nei personaggi?

Se per “viaggio dell’eroe” si intende la consapevolezza di fondo di un personaggio che prende corpo con il procedere della vicenda, caratterizzandone, quindi, gli esiti finali, confesso di essere in tal senso “fatalista” piuttosto che “determinista”. Ma fatalista in senso spiccatamente positivo, intendiamoci. Nelle mie storie c’è poco posto per la rassegnazione e molto  per l’esercizio di buone e costruttive pratiche esistenziali. Ciascuno rimane sempre e comunque artefice del proprio destino

  1. Un detto dice: “Non si finisce mai di imparare”. Anche per la scrittura vale lo stesso?

Potrei affiancare al tuo adagio anche quello di “ sapere di non sapere “; nella vita, e quindi nella scrittura come metafora riflessa della vita, conservare i piedi ben piantati per terra aiuta sicuramente a crescere e a migliorarsi

  1. Che cosa significa, per te, essere una scrittrice? Quanto ti ci senti e come questo condiziona la tua vita e alle storie delle persone che ti circondano?

Io credo di essere rimasta essenzialmente quella che ero prima: madre, docente, scrittrice “per passione”. Chi mi conosce a fondo condivide appieno questa affermazione, dal momento che la mia vita spicciola è rimasta nella gran parte quella di una volta.  Mi piacerebbe poter avere molto più tempo per coltivare quello che al momento resta ancora un passatempo. Potrei girare la domanda ai miei due figli: a mia figlia Roberta, mia editor di fiducia, credo che questa mia “evoluzione” esistenziale non abbia creato particolari problemi. Mio figlio Emanuele, invece, farebbe volentieri a meno di un po’ di pubblicità, a cominciare dalla dedica riportata in una delle prime pagine del mio “Succo” …

  1.  Nei tuoi anni di maturazione come scrittrice, qual è stato l’errore “scrittorio” che ringrazi ancora oggi?

Il ricordo, tenerissimo, delle doppie ahimè mancate!, che infarcivano le mie prime produzioni letterarie di bimba. Storie di eroine e di eroi scritte su tovagliolini di carta sottilissimi proposte poi in lettura a mio padre a casa. I suoi brontolii ( mio padre era anch’egli prof! ) per i miei errori ortografici e la mia voglia di migliorarmi nella forma. Non li ho più dimenticati!

Aprile 2012, Carolina Venturini, blogger e social media analyst

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