An Excerpt from “Scelta o destino, Antologia di racconti”: Polvere di stelle

di luciaguida

Polvere di stelle

Una notte di S. Lorenzo come quella non s’era mai vista. Lo sguardo puntato alla volta celeste rapita da quella scia finissima di stelle cadenti, mi convinsi che i desideri più segreti potessero tramutarsi in realtà. Lo pensai per me stessa e per te, creatura mia, racchiusa nel mio grembo e già così vitale. Sapevo che saresti stata una bimba e volevo per te un avvenire migliore ben diverso dal mio, lontano da un’infanzia finita precocemente ancor prima di sbocciare fatta di  privazioni, di sogni sfumati bruscamente e di continue battaglie per la sopravvivenza spicciola.

A quindici anni avevo accettato di andare a servizio in città sostituendo al verde tenue delle risaie il grigio uniforme di abitazioni scurite dal tempo dai comignoli svettanti verso cieli incerti. Il parroco, cui avevo chiesto aiuto, m’aveva raccomandata a certi conoscenti alla ricerca di una ragazza senza troppi grilli per la testa e capace nel lavoro domestico. Il mio primo viaggio in treno era durato un giorno intero offrendo ai miei occhi avidi i paesaggi veneto, lombardo e piemontese in tutta la loro opulenza autunnale. All’arrivo il padrone di casa, capo contabile in una cartiera, si era appropriato del mio poco bagaglio senza notarne l’inconsistenza. Quella notte sbirciando dalla finestra un cielo dal blu indefinito avevo pianto a lungo. L’indomani all’alba avevo in fretta raggiunto la cuoca in cucina che dopo avermi rifocillata mi aveva mostrato come accendere l’enorme cucina economica lasciando che una nuvola spessa di vapori e odori preludio dei pasti della giornata ci avvolgesse. Fianco a fianco avevamo lavorato in silenzio sino a quando la siora era venuta a salutarci e a impartire ordini. Intimidita l’avevo appena sbirciata mentre lei soppesava il mio volto diafano, le trecce color stoppa, la figurina inconsistente per poi chiedere alla Ada di darmi qualcosa con cui sostituire l’abituccio che portavo, per me il migliore. Ero stata assunta.

Ogni giorno mi levavo zelante per tempo in attesa che in quella casa di paroni ciascuno si dedicasse ai propri impegni; osservando spesso attraverso la vetrata che li separava da me la Mara, impiegata, e suo fratello Filippo, universitario, vivendo di riflesso un’esistenza dorata cui non appartenevo. E tuttavia rassettare le loro stanze non mi pesava affatto. Accarezzarne i mobili ben tenuti mi dava curiosamente la possibilità di riandare col pensiero a quanto avevo lasciato pur senza troppi rimpianti risvegliato dalla cera profumata che ne impregnava il legno lucido e che mi ricordava l’odore d’incenso della messa alla domenica. Diverso dalla costosa essenza di Mara, provata di soppiatto un pomeriggio in cui i Barberis al completo, le donne avvolte in soffici stole di volpe, si erano recati al cinematografo per vedere Amedeo Nazzari. In quel giorno di festa anch’io e la Ada avevamo  goduto di qualche ora di libertà. Con la Isa, a servizio come me, ero stata in estatica contemplazione del Valentino immerso in un’acerba primavera mentre la cuoca aveva preferito visitare alcuni parenti che abitavano in periferia in una delle tante case di ringhiera. Per un po’ avevo ripensato alla solenne processione del Venerdì Santo e alla festosità dei pianini napoletani coi loro ballabili e le canzoni popolari alla Domenica di Pasqua ridondanti per le vie del borgo mentre seduta su una panchina osservavo il passeggio permettendomi il lusso di un gelato comprato da un ambulante e accettando con la mia compagna la corte impacciata di Cesco e Beppe, operai, anche loro come noi in libera uscita a disagio nei vestiti buoni lontano dal frastuono della fabbrica. Cesco, di Noale, veneto come me anche se de mar era a Torino da pochissimo e divideva una camera con Beppe, marchigiano di Ancona. Alla fine ci eravamo salutati tutti con la speranza di rivederci e con un sorriso. La vita aveva ripreso con lentezza il solito corso sino a quando il destino non ci aveva messo lo zampino e al Cesco, cui avevo confidato il mio indirizzo, era venuto in mente di aspettarmi qualche sera dopo sotto casa in attesa che con una scusa scappassi ad incontrarlo. In men che non si dica ero diventata la sua morosa, la nostra promessa suggellata dalla visione di un film di sentimento e passione e da numerosi baci che ci eravamo concessi con ingenua e sincera prodigalità. La mia aria svagata non aveva tuttavia tratto in inganno la Ada, la quale mi aveva una domenica colta in flagrante da lui in atteggiamenti inequivocabili. Con insperata gioia l’avevo udito impegnarsi solennemente a sposarmi e la brava donna, rasserenata, aveva fatto da intermediaria presso i paroni perché ciò in breve tempo si compisse. Ed eccomi lì con una sottile fede d’oro al dito, regalo di nozze dei Barberis che così maldestramente avevano vegliato sulla mia illibatezza nonostante le molte raccomandazioni del don.

In una concisa lettera avevo spiegato le novità ai miei promettendo di visitarli quanto prima, poi mi ero trasferita nelle due stanze procurate con premura dal mio uomo gomito a gomito con altre due famiglie già avviate, l’una di operai, l’altra di anziani ambulanti.

In quella prima sera da sposa mi era sembrato di toccare il cielo con un dito; una casa tutta nostra, la mano confortevole di mio marito poggiata sul mio ventre a cercar di carpire i primi movimenti di nostro figlio. L’affettuosa indiscrezione di nuovi amici, pronti da subito a darmi con semplicità una mano. Un cielo estivo da poter rimirare con libertà in qualsiasi momento ne avessi avuto voglia.

Condividendo con te, figlia mia, attese e speranze future con le tue movenze lievi di farfalla appena sotto il mio cuore quasi a chiedermi perdono per la notte insonne procuratami.

Respirando a fondo avevo chiuso gli occhi su quella luminosità di seta marezzata. Saresti stata Stella, avevo deciso, e il tuo cammino di donna generata per salite spesso difficili da intraprendere sarebbe stato in piano, illuminato dalla benevolenza costante di un astro lontano, il tuo. *

“Polvere di stelle” in A.A.V.V. (2011), Scelta o destino, antologia di racconti, Cooperativa Tipografica degli Operai, Vicenza

 

” De sterrennacht ” by V. Van Gogh

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