Vite dalla finestra

di luciaguida

Le piccole cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria mi sono sempre piaciute. Probabilmente per il senso di profonda rassicurazione offerto dalla riscoperta quotidiana di oggetti e cose appartenenti al proprio vissuto, da ciascuno di noi agito concretamente o, viceversa, conservato nei ricordi che decidiamo di salvare da una progressione temporale irriverente che spesso non concede tregua.

Questa volta la mia proposta di lettura è un racconto pubblicato sul mio blog Springfreesia della community di Libero qualche anno fa, ritratto dei primi passi da autrice di Lucia, intitolato “Il giardino interno”. Una storia di donna sfumata come ogni cosa alle prime ombre della sera

Il giardino interno

Era per tutti e da tempo immemore la signorina Teresa. Abitava in una casa del centro storico persa in un intrico di viuzze lastricate di pietra locale su cui la camminata dei  passanti rimbombava nottetempo con rumore sordo ma rassicurante; una di quelle dimore  con  portoncino a doppio battente di lucido legno stagionato dipinto, privo di campanello e che recava a una certa altezza due anelli di pesante bronzo che servivano con discrezione ad annunciare visite di parenti e conoscenti. La signorina Teresa, in realtà, non aveva intense frequentazioni. Era l’unica sopravvissuta di un’antica e benestante famiglia del luogo che aveva lentamente e progressivamente visto i propri componenti decimarsi e passare a miglior vita attraverso ben due conflitti mondiali, epidemie e sofferenze di vario tipo. Al pari di un facoltoso personaggio che vede assottigliarsi il patrimonio di famiglia, accumulato  generazione dopo generazione,  minato da tante e non sempre prevedibili difficoltà giunte in rapida successione. I suoi possedimenti, ora, erano tutti lì, in quella casa paterna che si apriva alla sommità di una scalinata stretta e  ripida dai gradini di marmo una volta candido,  in un ingresso, un tinello-sala e un cucinino al primo piano, per poi proseguire con due camerette al piano superiore. Ma la meraviglia di quella modesta sistemazione era tutta nel  giardino interno, invisibile dalla strada principale, a cui si accedeva dalla porta-finestra dell’ampio tinello-sala. Per arrivarci era necessario prendere una scaletta un po’ malmessa che costeggiava e si snodava lungo un muro interrotto da una finestra con un’ inferriata spartana, che contribuiva a fare di quello spazio chiuso a cielo aperto un luogo privilegiato dando, nel contempo,  luce al retrobottega di un locale a fronte strada occupato al momento da un artigiano con il benestare e la tacita approvazione dell’anziana gentildonna sua  proprietaria.

Nel giardino che fungeva anche da orto era concentrato il lavoro paziente e certosino di quella donna sottile dall’età indefinita: bordure di campanule, rose e gerani, un nespolo e un limone, un’acacia che si riempiva di fiori bianchi e profumatissimi in estate. E poi una piccola coltivazione di ortaggi in fondo, quasi a ridosso del muro che delimitava la proprietà e la separava da un altro caseggiato,  anch’essa in rigoglio ed esplosione di colori accesi dalla primavera fino a tutta la bella stagione. Una panchina poggiata a un altro muro con una fontanina di lì a presso e un pergolato di glicini che  assicurava l’ombra a chi avesse deciso di sostare per riempirsi la vista di verde e fioriture insperati, rifinivano l’insieme. Un tempo c’era stata anche una rampicante di bouganville ma non era sopravvissuta ai rigori di un inverno precoce e particolarmente duro per quella latitudine. Teresa non era riuscita a salvarla né aveva  voluto estirparla la primavera successiva e ciò che ne rimaneva era rimasto al posto di sempre, lungo la terza parete di quell’ incredibile  oasi cittadina.

Mariuccia, la ragazza che prestava servizio in quella casa oramai da un paio d’anni, se n’era spesso chiesta il perché; la signorina era di una meticolosità quasi maniacale nella cura di quel pezzetto di verde, eppure non aveva avuto voglia di rimpiazzarla con un po’ d’edera, altro glicine, niente da fare. Ma quella stranezza era solo una delle tante di quella figura così riservata e un po’ misteriosa. La scorsa primavera, per esempio, cercando di dar la caccia a un topolino che aveva preso a fare incursioni notturne per casa, si era imbattuta, frugando nel sottotetto, in una scatola di cartone nascosta sotto un vecchio e logoro copritavolo di gobelin dissimulata da una serie infinita di vecchie cianfrusaglie: un grammofono dalla tromba ammaccata, cornici vuote in stile veneziano, santi e madonne racchiusi in cupole di vetro e molto altro ancora.

Mariuccia non aveva temuto di riempirsi di polvere né di essere rimproverata per la sua innata curiosità e con ardimento si era messa d’impegno per liberarne la superficie che, una volta scoperchiata, aveva rivelato un contenuto inimmaginabile: un abito da sposa nuovo, nuovissimo! Avvolto in più e più strati di carta velina, a prima vista mai indossato e ingiallito  solo in alcuni punti, come se qualcuno lo avesse a lungo accarezzato, quasi con rammarico, per poi decidere a malincuore ma con ragionevolezza estrema di abbandonarlo a un indefinito periodo di oblio.

La vita della signorina Teresa ruotava tutta lì, tra i poveri della parrocchia, le lezioni di piano che impartiva a pochi ma diligenti allievi e il  giardinaggio. Pochissima vita sociale al di là delle due messe giornaliere, quella mattutina e quella vespertina, e qualche tè con due o tre amiche di vecchia data, sue compagne di gioventù.  Mariuccia non riusciva a credere come la sua padrona non si scollasse dal suo nido nemmeno per una passeggiata in piazza nella ricorrenza del Santo Patrono.  E si che a lei piaceva! Come le piaceva scorazzare in sella alla Lambretta del suo fidanzato, andare con lui al luna park e godere dei fuochi pirotecnici allestiti di notte in periferia sotto il cielo sereno e stellato di maggio! Un peccato che la signorina si ostinasse a tenere le persiane delle  camere che davano sulla via principale ostinatamente chiuse, anche al passaggio della Madonna in processione! A quel suo pensiero espresso incautamente ad alta voce  Teresa aveva replicato bruscamente e con così tanta foga da farle venire le lacrime agli occhi zittendola per il resto della giornata. A testa bassa aveva finito le faccende e portato a termine la spesa in drogheria. Ma all’indomani, al termine del lavoro, si era vista consegnare dall’anziana donna un fagotto accuratamente confezionato.

“ E’ per te  “, le aveva detto con la sua espressione di sempre, appena addolcita da un cipiglio meno austero del solito, “ fanne quello che vuoi ”. Lei aveva ringraziato brevemente ed era andata via. Una volta in strada, però, non aveva resistito alla tentazione di disfare l’involto scoprendo che era un abito di seta, di vera seta!, color malva, bellissimo ed etereo: avrebbe chiesto a sua madre di accomodarlo per la festa del paese oramai imminente. Lei e il suo Tonino sarebbero stata la coppia più ammirata, già se lo immaginava! E canticchiando a mezza voce una melodia festivaliera trasmessa a gran volume da una radio poco lontano si era allontanata un po’ più rinfrancata.

Ben celata dietro una tendina di pizzo all’uncinetto della finestra di una delle camere superiori Teresa aveva  sbirciato, seppur parzialmente, la scena. La ragazza bruna che scartava con curiosità il pacchetto, la sua espressione stupita e contenta, il suo passo leggero sui lastroni di pietra irregolare della stradina tortuosa.

Da un cassettino poco in vista del Secretaire di radica della sua camera da letto, monastica ed essenziale, aveva poi tirato fuori un pacco di lettere legate da un nastro e altrettante fotografie. Alla ricerca di quella un po’ logora che la ritraeva, giovane e con i capelli corti al vento, in sorridente compagnia di un bell’ ufficiale. Abbigliata in un elegante abito color malva e radiosa nel suo bel sogno d’amore. Completato da un sorprendente sfondo di bouganville in fiore.

 

 

 

” The Goldfish Window “, F. Childe Hassam

 

 

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