Lettera d’Amore

di luciaguida

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A chi non è mai capitato, nel periodo del massimo innamoramento, di non scrivere un bigliettino d’amore, telefonare con passione o, ancor meglio, fermare  con compiutezza maggiore su un pezzo di carta emozioni e sensazioni per dar voce concreta a quello che sentiva? Magari scrivendo pagine poi cestinate, mai giunte all’oggetto dei propri desideri.

Alle missive d’amore d’autore le edizioni Noubs hanno dedicato un concorso letterario internazionale, quest’anno giunto alla XII edizione, e un vero e proprio Museo Internazionale della Lettera d’Amore ospitato a Palazzo Valignani a Torrevecchia Teatina (CH).

Quest’anno la manifestazione si è arricchita di un nuovo evento, quello dell’inaugurazione di una sala e un parco in onore di Giovanni Paolo II il 16 ottobre 2012; occasione celebrata con concerti di musica classica e bandistici,  letture di lettere d’amore d’autore e uno speciale annullo filatelico commemorativo della giornata.

Tra i lavori letti al pubblico dei numerosi visitatori accorsi c’era anche il mio testo, rigorosamente in stile epistolare, inviato all’omonimo concorso qualche anno fa dietro suggerimento della mia amica scrittrice Grazia d’Altilia.

Decidendo di ambientarla in un’atmosfera un po’ rétro, in piena seconda guerra mondiale, ho immaginato di narrare  le speranze e le incertezze racchiuse in una notte d’estate nutrite da Giovanna per suo marito Mario partito per il fronte, cercando di riprodurre, per quanto in mio potere, immagini e soluzioni linguistiche d’epoca.

Un esperimento letterario a cui sono molto affezionata e un atto d’amore per due persone, i miei nonni materni, che da sempre occupano un posto esclusivo nel mio cuore.

 

Caro Mario,

sei partito ormai da più di  un mese e mi manchi tantissimo.

Ti abbiamo accompagnato alla stazione io e i ragazzi, in una giornata  di caldo intenso, immersi nel viavai di tanti come te in uniforme grigio-verde in partenza per il fronte, tra un pianto di madre e il bacio di due fidanzati. Mi rivedo come in una pellicola da cinematografo: Marida compresa nel ruolo di figlia maggiore, appena nove anni e già tante responsabilità, Gabriele serioso nel suo completo  giacca e calzoncini corti da ometto, diviso tra il dispiacere per te che vai via e l’interesse per quella locomotiva sbuffante. La piccola Anna, attaccata alle mie gonne, timida, con un grande fiocco bianco per traverso tra i capelli biondi e mossi. Tu, il loro babbo, che parte per andare a far la guerra, di prima stanza a Milano. E io, col cuore che mi batte segretamente all’impazzata, che resto sola qui nella nostra  casa.

Poi un abbraccio forte e tu che sali sul vagone di terza classe. E noi che ti salutiamo sforzandoci di sorriderti.

Qui in paese la vita scorre con i ritmi di sempre. Le scuole sono chiuse per Regio Decreto e io continuo il mio lavoro da maestra in  casa, affollando il tavolo del tinello di alunni che mi pagano con provviste e grano che vado a prendere nascondendoli nella vecchia carrozzina dei ragazzi sotto una copertina di lana ricamata.

I nostri figli stanno bene; anche Annuccia ha imparato a distinguere l’allarme della contraerei e sa che deve prepararsi con sveltezza al suono della sirena per scendere nel rifugio. Ieri, alle prime avvisaglie di un nuovo bombardamento aereo, mi si è avvinghiata al collo lamentandosi per il forte mal di pancia. Sono scesa giù per le scale con lei ancora in braccio reggendo la valigetta dei pochi gioielli di famiglia, preceduta da Marida che teneva, su mia richiesta e per mano, Gabriele.

I ragazzi  avevano, come di consueto, indossato più di un indumento per evitare di portare eccessivi fagotti con sé.

Ti sto scrivendo alla luce di una lampadina azzurrata ben mimetizzata dalla pesante tenda di panno scuro che evita che anche un solo raggio di luce filtri all’esterno. L’estate è ormai nel pieno. Non appena terminata questa lettera proverò ad aprire il battente della portafinestra per respirare la fresca aria notturna, lasciando che i suoni e le voci smorzate dal coprifuoco mi arrivino gentili. Tua madre mi ha insegnato con un rito antico a trarre auspici dalle invocazioni dei rari passanti. Lo farò senz’altro stanotte, aspetto da molto che il portalettere mi consegni tue notizie e il mio cuore è stretto nella morsa dell’incertezza.

Nei giorni a venire giungeranno i tuoi genitori, tuo fratello e tua sorella e questa casa che non ode da tempo la tua voce si riempirà di quella dei tuoi familiari. La loro casa non esiste più a seguito dei pesanti bombardamenti e ciò li ha trasformati in sfollati senza più fissa dimora. Confido nella Provvidenza e spero di saper bene amministrare il poco che abbiamo perché basti per tutti.

Ma il mio cruccio più grande, marito mio, è il non averti più con me a condividere da fratello, padre, amico, amante  le piccole quotidianità, la crescita dei nostri figli, le molte preoccupazioni e le poche soddisfazioni di questi tempi difficili in cui il senso delle cose, anche di quelle più semplici, sembra smarrito. Mi manca l’impronta del tuo capo nel cuscino che è accanto a me e l’odore penetrante della tua ultima sigaretta che   segnava ogni sera l’approssimarsi del sonno.    

Mi mancano i tuoi abbracci e i tuoi baci e il nostro stare insieme. E quel tuo essere burbero per mimetizzare la tua vera natura di buono che tanto timore incuteva nei tuoi allievi ma che non mi ha mai incantata perché io so che il tuo cuore è tenero come l’amore di padre che tu nutri per i nostri ragazzi.

Spero che  questa lettera possa raggiungerti presto.

Con la mia grande speranza per molti e lunghi anni da vivere ancora insieme e tutto quello che di me stessa posso ancora offrirti.

                                                                                           Tua

                                                                                      Giovanna 

S. S., … agosto 1942

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Cortile interno del Palazzo Ducale Valignani di Torrevecchia Teatina (CH)

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Io e la mia “Lettera d’Amore”

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