Vita da prof

di luciaguida

Ho scritto assai di rado racconti incentrati sulla mia categoria lavorativa, quella degli insegnanti. Probabilmente perché un processo creativo narrativo è anche, per certi versi, fuga dalla quotidianità più spicciola.

“Sinfonia d’autunno” è la storia di una prof che sta per congedarsi dai suoi alunni e dalla scuola in cui ha insegnato a lungo per intraprendere volontariamente un’esperienza lavorativa all’estero, in Irlanda. Il viaggio e il momento del distacco, nuclei tematici alla base di questo testo, diventano pretesto per sottolineare come dai rapporti interpersonali non si riesca mai a  sfuggire del tutto. E come in ogni desiderio di cambiamento e/o in ogni partenza sia contenuto in nuce il desiderio inconscio di fare ritorno, rappresentato dalla sottile malinconia di abbandonare cose e situazioni note.

Sinfonia d’ Autunno

Ottobre,  pensò con un impercettibile sospiro, annusando voluttuosamente l’aria che si offriva senza remore al suo olfatto affinato, serrando al mento il bavero dell’impermeabile. Ai suoi occhi si offrivano  le mille screziature cinerine di quel cielo autunnale in cui nuvole sfilacciate si rincorrevano facendo pendant coi mulinelli di foglie di platano accartocciate brunite, lì per il viale che portava alla scuola in cui insegnava. Un venticello beffardo la spettinò impietosamente  giocando a moscacieca ma lei non se ne curò. Si sentiva pienamente a proprio agio in quella giornata figlia del tempo e della stagione cui apparteneva.

Era in orario perfetto.  Poteva, quindi, permettersi di indugiare per la strada camminando a passo lento sotto il peso della borsa di tela a spalla che conteneva i ferri del mestiere: testi scolastici, un’agenda fiorata che la aiutava a ricordare con lievità maggiore i suoi appuntamenti lavorativi, un paio di pacchi di compiti dei suoi alunni diligentemente corretti, pronti per essere consegnati loro prima della sua partenza, prevista per quel fine settimana.

Nell’atrio dell’istituto la solita operosità di ogni mattina a inizio  giornata:  i ragazzi del prescuola appollaiati sui gradini della scalinata che conduceva al piano superiore, collaboratori affaccendati nel sistemare le ultime cose prima dell’incipit quotidiano, alcuni colleghi in ordine sparso tra la fotocopiatrice, il tavolinetto col registro degli avvisi, la sala docenti. Salutò tutti col timbro chiaro di sempre, attardandosi in uno scambio di battute con l’uno o con l’altra, pronta anch’essa per lo start. All’esterno, al di là della vetrata che dava sul cortile d’ingresso, ora brulicante a dismisura, pareva quasi che stesse per finire il mondo e aveva anche cominciato a piovere con decisione. Si chiese come sarebbe stato avere pioggia a colazione, pranzo e cena in quella piccola università a sud dell’ Irlanda in cui aveva deciso di continuare a insegnare l’Italiano; e se tutto il verde sconfinato di cui avesse potuto godere, l’avrebbe compensata della calura del sole e dei lunghi pomeriggi passati al mare a impigrire su una sdraio azzurra, attendendo che si facesse poco a poco sera.

Il trillo persistente e leggermente fastidioso segnò inequivocabilmente lo scoccare della prima ora di lezione. Con pazienza si trasse da parte, le braccia strette al petto, in un angolo non lontano dalla rampa che portava al primo piano, aspettando con calma che la fiumana di ragazzi vocianti la oltrepassasse smistandosi ordinatamente per le aule disseminate lungo  il corridoio.

Sul pavimento a poca distanza da lei, una foglia riuscita incredibilmente a sopravvivere al passo frettoloso di adulti e adolescenti, caracollò ai suoi piedi. D’istinto la raccolse per evitarle una fine peggiore, tenendola con delicatezza per il picciolo. C’era ancora qualche sfumatura dell’originario verde che l’aveva contraddistinta per almeno un paio di stagioni. Almeno sino a quando lo stesso vento che aveva giocherellato sbarazzino con la sua sagoma frastagliata nella bella stagione non aveva deciso di  aveva strapparla con rudezza inaspettata al ramo che l’aveva nutrita, sospingendola lontano da esso. Prima di trovare pace, miracolosamente intatta in tutta la sua perfezione, nello scrigno delle sue mani.

Si riscosse e si affrettò a raggiungere la classe, una terza, in cui per quel giorno aveva programmato quello che soltanto un paio di decenni prima i suoi insegnanti avrebbero definito tema e che in una sorta di balletto innovativo era diventato con nuova e pomposa terminologia verifica del lavoro svolto insieme ai suoi studenti. Ignorando la tecnologica linearità della LIM, si diresse verso la lavagna di ardesia che la fiancheggiava e, brandendo con dolcezza un pezzo di gesso bianco e tondeggiante, vergò sinuosamente le tre tracce che aveva scelto di proporre ai suoi alunni, mentre questi con insolita calma prendevano posto e si predisponevano a svolgerne una,  vocabolario e foglio protocollo alla mano, all’apparenza stregati dalla sua risolutezza o forse ancora sotto l’ effetto di un brusco risveglio mattiniero.

Girovagando tra i banchi si assicurò che tutto procedesse nel modo migliore, annotando mentalmente le assenze prima di trascriverle sul registro di classe. Poi assunse la sua postazione preferita: sguardo ai suoi ragazzi, in piedi e di spalle a una delle tre ampie finestre che davano luce all’aula, consentendo finalmente ai suoi pensieri di fluire altrove convogliandosi più o meno compostamente sulle ultime incombenze che avrebbero preceduto la sua partenza. Alla casa di cui avrebbe serrato con delicatezza le imposte, affidando la cura dei suoi gerani zonali a una vicina fidata, che ne avrebbe monitorato silenziosamente il letargo invernale e poi il tripudio che sempre seguiva alle prime avvisaglie primaverili trasformando il suo terrazzo in un’esplosione di rosso carminio e di verde intenso appena screziato di grigio. Ai due trolley aperti e riempiti a metà sul divano dello studiolo cercando di prevedere ciò che avrebbe potuto rivelarsi utile a una latitudine così dissimile da quella che sino ad allora era stata centro della sua esistenza. Alla cena di arrivederci che alcuni  amici avevano preteso di organizzare quella sera per lei. L’ avrebbero festeggiata intonando canzoni in rima e Paolo avrebbe sicuramente dato seguito alla sua vena artistica declamando poesie estemporanee che parlavano di addii e di ritorni certi. Perché lei sarebbe di sicuro tornata alla fine di quella che non era fuga da un presente incastonato in una routine rassicurante ma forse troppo scontata,  ma piuttosto voglia di fare e di reinventarsi con la consapevolezza di appartenere comunque a un luogo ben delineato fatto di terra, aria, acqua e fuoco. La città in cui era vissuta per più di un ventennio, che l’aveva adottata all’indomani di un matrimonio che non aveva avuto fortuna e in cui aveva  tuttavia deciso di continuare a vivere, sposandone il clima burbero determinato dal fiume e dal mare in eterna simbiosi e dall’Appennino lontano ma non abbastanza per non imporre la propria presenza massiccia a cose e persone.

Sbirciando con discrezione l’ orologio da polso constatò sorpresa che le due ore erano quasi al termine. Raccomandò alla classe di affrettarsi a consegnare e altrettanto febbrilmente cercò di fare mente locale a quanto nell’ora libera successiva avrebbe prospettato alla supplente che avrebbe preso le sue classi. Con scrupolosità aveva riempito facciate e facciate di annotazioni sui suoi ragazzi, parlando dei loro punti di forza e della debolezza di adolescenti in crescita, in cammino lungo sentieri spesso privi di indicazioni chiare. Figli di genitori  che sovente si dimostravano frettolosi passeggeri di treni in corsa lungo tragitti fatti di poche fermate, abituati a comunicare con estrema sommarietà piuttosto che provare a creare tassello dopo tassello  relazioni affettive efficaci che non rischiassero di sbriciolarsi come foglie d’ autunno sotto la camminata di passanti noncurante. Pensò ai tanti Daria, Michele, Blerina, Francesco armati di zainetti semivuoti, vestiti talvolta in modo troppo leggero per le intemperie che avrebbero affrontato. Alle loro vulnerabilità sempre pronte a riaffiorare in sorrisi che stentavano a comparire o che, viceversa, lo facevano in eccesso; ai tanti non detti per timore di parlare troppo, ai sentimenti tenuti troppo a freno per paura di soffrire, mentre ne raccoglieva i compiti che avrebbe di lì a poco corretto cercando di zigzagare, quel pomeriggio a casa, tra slang e formule espressive immediate e improvvisate, per riportare alla superficie quelle briciole di cuore dissimulate che pure c’erano e gridavano silenziosamente di essere riconosciute come tali. Pensò anche all’ “ A presto “ che avrebbe loro tra qualche giorno indirizzato: breve e intenso come solo le promesse concrete sanno essere. Un filo lanciato in avanti in attesa di essere con forza riannodato, augurandosi che le sue ragioni fossero da loro comprese e accettate e non vissute, viceversa, come frettoloso abbandono.

Con sveltezza prese le sue cose per andar via  avvolgendo tutti con lo sguardo in un abbraccio collettivo sfumato in un impercettibile attimo di incertezza, celato da un respiro profondo. Sulla cattedra la foglia autunnale col suo barlume di vitalità appena spolverizzata di polvere bianca rimase appoggiata sul registro dalla copertina blu in cui molto ancora delle giovani vite che racchiudeva sarebbe stato annotato e narrato. Con speranza e con  grinta rabbiosa infinite. Mai con rassegnazione.

L. Guida

photo by Medea

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