La Cumparsita

“Primavera Letteraria” è il titolo di un’antologia di trenta racconti selezionali dalla II edizione del Concorso Letterario “Scrivendo volo-Buk Modena”, sponsorizzato da Il Violino, gruppo Historica, nell’ambito dell’omonima fiera editoriale tenutasi nelle giornate del 23 e 24 marzo 2013. La raccolta comprende racconti brevi di autori esordienti ed emergenti che spaziano da tematiche forti come l’eutanasia, la violenza sui minori a storie di vita quotidiana, avventure d’amore e fiabe.

“La Cumparsita” è il mio personale contributo ed è la storia di Mario, pensionato, e della celebrazione che questi fa del compleanno di sua moglie Marisa. Con un finale decisamente a sorpresa e per certi versi catartico e  per lui riscattatorio.

Buona lettura

La Cumparsita *

Per gli altri sarebbe stata, forse, una giornata come tante. Per lui era il 20 di aprile ed era il giorno del compleanno di Marisa, sua moglie, che ora non c’era più.

Mario se lo ripeté con pacatezza, sorseggiando lentamente il suo caffè addolcito da una zolletta di zucchero ascoltando i primi gorgheggi di Bel Ami. Alle sue spalle una lama sottile di sole piombò in cucina dalla portafinestra del ballatoio, spartano ma ingentilito da piante in abbondante fioritura.

La zolletta di zucchero era un piacere che di rado si concedeva, soprattutto adesso che il contrappasso da subire erano i vivaci rabbuffi del suo dottore, preoccupato che da quella sovrabbondanza di dolcezza il suo stato di salute potesse patirne. Ma cosa poteva farci se a lui l’aspartame contenuto in asettiche bustine blu non piaceva? I primi granelli sciolti in bocca gli riportavano immancabilmente alla mente la polvere di borotalco con cui sua madre sin da bambino si incaponiva ad aspergerlo: finissima, impalpabile. Pronta, tuttavia, a lasciare tracce evidenti di se stessa nei posti più disparati e quando meno te l’aspettavi: sul bavero della giacchetta, ad esempio. Diventando spunto utilissimo per gli sfottò a metà tra il bonario e il sarcastico dei suoi compagni di classe, quando giovanotto, ai tempi della scuola, capelli rigorosamente impomatati e riga a sinistra, percorreva veloce, libri sottobraccio, i corridoi lucidissimi del liceo ginnasio del suo paese nei suoi abiti migliori di studente.

Il trillo del citofono lo fece d’improvviso sussultare; consultando l’orologio sulla parete di fronte seppe con certezza che era il postino nel suo giro quotidiano di consegna e decise di non aprire. Ammucchiate sulla console di marmo dell’ingresso c’erano tre fatture. Quando il giorno prima   ne aveva aperta una, quella della  fornitura del gas metano, gli era venuto un colpo: quattrocento euro erano davvero tanti e avrebbero pesato in modo considerevole sul suo magro budget. Avendone avuta contezza si era quasi sentito male e non era riuscito a darsi il coraggio necessario per aprire le successive due, quelle dell’elettricità e della nettezza urbana, altrettanto certo di non riuscire a farvi fronte.  Sollevando lo sguardo verso la cornice di legno chiaro dalle volute dorate aveva incrociato lo sguardo sorridente  e rassicurante di sua moglie. Con un sospiro impercettibile era tornato al tempo in cui lei c’era ancora; ai miracoli che sapeva fare, infilando senza sosta un tassello dopo l’altro nel mosaico della loro esistenza per comporlo con affidabilità e lievità. In quel frangente lei avrebbe certamente saputo come rimediare. Possedeva un’abilità particolare nell’amministrare le loro sostanze con amorevole accortezza ed efficienza, privandolo senza indugio della noia e della fatica mentale di occuparsene.

Bel Ami decise di lanciarsi in uno dei suoi assolo interminabili distogliendolo da quelle riflessioni cupe. Mario si era sempre stupito della capacità di quel canarino minuscolo, pochi grammi di piume, di tenere la scena con la possanza del suo canto, vigoroso al punto tale da fargli vibrare con persistenza i timpani. Eppure non doveva essere facile zampettare e svolazzare in una minuscola gabbietta; a volte lui, impietosito, provava ad aprirne lo sportellino, bene accorto che l’altro dal tinello non scappasse via lontano. Ma era comunque una sofferenza vederlo sbattere con le ali contro muri e arredi, impazzito di gioia e privo dell’antico senso di orientamento, sino a quando giocoforza non riusciva a convincerlo, un po’ con le buone e un po’ con le cattive, a rientrare nella sua prigione domestica.

In camera si levò la giacca del pigiama celestino di flanella e la poggiò con estrema cura sulla spalliera di una sedia dal fondo intrecciato, vestendosi con abiti puliti per la sua consueta passeggiata di metà mattinata,  terminando la sua toeletta con appena un’ombra di dopobarba. A Marisa  sarebbe piaciuto vederlo così. Gli era venuta un’idea per trascorrere quella giornata in odore di malinconia. Serrando con cura l’uscio sulle ultime note del suo beniamino, adeguatamente rifornito di becchime e acqua fresca per la colazione, piombò nella silenziosità di quel condominio di semicentro, deserto a quell’ora del mattino, aspettando con pazienza che l’ascensore lo raggiungesse al piano per portarlo nell’androne buio dal vago sentore  stagnante di umidità. All’aperto la primavera lo accolse stordendolo con la luminosità di un cielo azzurro privo di nuvole con probabilità spazzate via dallo stesso vento che si divertiva a sollevare qualsiasi minuzia trovasse in terra, giocherellando anche tra i suoi radi capelli bianchi. Con abilità consumata schivò umanità dopo umanità mantenendosi al limitare degli edifici. Oramai la fretta non faceva più parte della sua quotidianità, poteva permettersi il lusso di una camminata morbida, distesa. Gli venne da pensare a tutte quelle persone che si affannavano incrociandosi per strada senza sfiorarsi con lo sguardo; alle mille cose che segnavano le loro vite, impoverendole o arricchendole. A quella molla fatta di determinazione, di caparbietà, ma forse anche di amore ( per se stessi, per un’altra persona, per la vita stessa) che li spingeva con forza in avanti scandendo le loro giornate, colorandole o semplicemente riempiendole di piccoli gesti  che dessero un po’ di senso al loro incedere.

C’era stato un tempo in cui anche lui era stato della partita. Del lavoro aveva fatto la sua realizzazione personale, l’altare su cui immolare il meglio di se stesso come uomo, grazie anche alla profonda disponibilità di sua moglie che aveva capito e, con ammirevole devozione, si era tirata un passo indietro. Dedicandosi ai poveri della parrocchia, a un paio di nipoti acquisiti, alle sue piante di geranio, pronte a ogni primavera a rifiorire con gratitudine negli ampi vasi di coccio in fila come soldati sul balcone della cucina.

Non avevano avuto figlioli ma lui di questo non si era particolarmente dispiaciuto. La loro vita gli sembrava compiutamente  a posto, non avvertiva la mancanza di un terzo incomodo che potesse rubargli le attenzioni di quella donna bellissima e dolce che era sua moglie. Si erano conosciuti in una serata estiva allietata da una festa di piazza mezzo secolo fa. Lui era appena arrivato in città e aveva preso il posto in un ufficio della pubblica amministrazione, lei stava finendo di studiare da maestra. Tempo sei mesi ed erano diventati marito e moglie con la benedizione di entrambe le famiglie. Marisa era riuscita a diplomarsi dedicando buona parte delle sue serate domestiche allo studio mentre lui trafficava con la televisione, comprata a rate con i proventi dei primi straordinari. Quel pezzo di carta conseguito da sua moglie con estrema diligenza e determinazione, era finito nel fondo di un cassetto del comò senza che lei pensasse di farne un uso reale. Si erano amati per una vita intera con una dedizione totale che lui nelle coppie di oggi non riusciva a scorgere. Una vita  trascorsa in un soffio, quasi un battito d’ali, di cui aveva scoperto la preziosità nel momento in cui lei, con la discrezione di sempre, una mattina d’autunno di un paio di anni or sono se n’era andata. Quando lui se n’era accorto non aveva voluto crederci; lasciarlo così, in silenzio, senza una  parola di commiato. Si era sentito tradito e aveva aspettato attonito che le ore passassero lente sino a sera inoltrata; poi aveva raccolto le ultime forze residue e chiamato una vicina chiedendole di aiutarlo in quello che da solo non aveva proprio cuore di fare: vestirla per quell’ultimo viaggio con uno dei suoi chemisier fiorati così poco intonati all’atmosfera novembrina di quella giornata.

Il centro commerciale, meta di tante sue peregrinazioni, era quasi in dirittura d’arrivo. Ci andava piuttosto spesso, accolto dalla musica di sottofondo inframmezzata dai tanti annunci pubblicitari, le signorine delle promozioni, le vetrine seduttivamente illuminate e la grande e monumentale fontana a cascata, circondata da piante tropicali così verdeggianti da sembrare quasi vere. A volte si contentava di un giretto tra il pianterreno e il secondo piano, pavoneggiandosi sulla scala mobile ben impettito, quasi ad avere il controllo di quel mondo fantasmagorico in cui potersi perdere per qualche ora, guardando dall’alto in basso quella variegata moltitudine, simile a formiche operaie obbedientemente in marcia verso una meta prefissata con rigorosità da un capo invisibile. In altri momenti decideva di fare visita al supermercato a caccia di offerte promozionali, riposando poi col bottino su una sedia di plastica del bar caffetteria a ridosso dell’uscita, scrutando i volti dei nuovi arrivati e di coloro che, ultimato il giro degli acquisti, con meno leggerezza si apprestavano a fare ritorno a casa. Constatando assai spesso come la sovrabbondanza di alcuni carrelli fosse inversamente proporzionale all’entusiasmo e alla felicità dei loro proprietari.

E intanto fantasticava di storie di cristiani di cui raccontare  mentalmente alla sua Marisa, immaginando di commentare con lei bonariamente ciò che in passato aveva costituito per loro sommo divertimento.

Quel giorno, tuttavia, indugiare nel loro passatempo preferito non gli dava la soddisfazione solita. Pensare al compleanno della sua amata, non più accanto a lui, e a quelle maledette fatture destinate e ricoprirsi di un velo impalpabile di polvere gli dava un tormento indicibile.

Con un gesto di stizza che lasciò interdetta la giovane promoter che l’aveva avvicinato disdegnò l’assaggio di torta che questa gli proponeva, continuando a vagare da uno scaffale all’altro senza una parola neanche a se stesso; alla ricerca di qualcosa d’indefinibile che non riusciva ad inquadrare, reggendo in mano la sportina vuota che quella volta non gli riusciva proprio di riempire con qualcosa. Poi d’improvviso fu colpito da un pensiero bizzarro, risollevandosi.

Il detective dell’ipermercato, spalle da giocatore di rugby insofferente sotto il vestito scuro di ordinanza,  traccheggiava con noncuranza con la signorina del caffè in offerta speciale.  Quelle schermaglie amorose tra una degustazione e l’altra erano l’unico modo possibile per tirare in modo accettabile quella giornata soporifera, senza mordente. Diviso tra il generoso decolté della ragazza e la  porta d’ingresso principale,  degnò appena di uno sguardo quel pensionato in cravatta demodé e giubbino scolorito tirato sino al mento, sagomato addosso in modo davvero singolare. L’uomo li oltrepassò e rispose con un brusco cenno di testa al saluto della promoter, il volto ostinatamente rivolto davanti a sé, puntando con troppa  sicurezza l’uscita senza acquisti a poca distanza da loro. L’annuncio del megaconcorso in atto – primo premio una lussuosa autovettura ibrida! – dissimulò malamente il sibilo del dispositivo antitaccheggio, mentre la filodiffusione iniziava a diffondere una vecchia melodia a ritmo di tango. Il vigilante ricordò che la Cumparsita  era stato cavallo di battaglia dei suoi nonni in innumerevoli estati trascorse in balera sulla riviera. Trasalendo al peso di quel ricordo che era riuscito a strappargli un’ombra di sorriso, abbandonò di colpo la sua compagna per seguire l’anziano, dribblando a fatica una famigliola di turisti stranieri al completo e il loro carrello stracolmo di cibo che gli avevano  d’improvviso sbarrato il passo.

Accecato dal fiotto di luce intensa ricevuta  bruscamente in volto all’apertura delle porte scorrevoli, Mario attraversò il parcheggio semideserto cercando col cuore in gola un’oasi cui porre riparo col sudore che gli imperlava il viso contratto dalla fatica di farcela a tutti i costi.

All’ombra di un’acacia in piena fioritura si sbottonò con fatica la giacca, traendo sollievo dal fiotto benevolo di aria fresca e profumata. Con una smorfia soddisfatta contemplò  il suo bottino, una bottiglia di ratafìa e una scatola di ricciarelli, sicuro che Marisa avrebbe incondizionatamente approvato la sua scelta.

Assaggiandone uno lasciò con voluttà che gli si sciogliesse in bocca, gustandone pian piano il sapore delicato. A occhi chiusi avvertiva la stessa fragranza lieve aleggiante nella loro camera da sposi il giorno delle nozze: un lieve e beneaugurante sentore di vaniglia e di cose buone, pulite.  All’epoca lui e Marisa avevano percepito il mondo intero nel palmo di una mano sola che, tanto per scaramanzia, non avevano stretta a pugno; si auguravano che la vita sarebbe stata con loro indulgente, lo speravano di cuore. E per certi versi era stato così, il destino li aveva fatti incontrare e aveva permesso che condividessero con amore, affetto, rispetto una fetta considerevole di cammino insieme. A molti non era capitato, convenne, poteva ritenersi ampiamente soddisfatto. Spingendo da parte la bottiglia di ratafìa, troppo stanco per provare a stapparla per un brindisi, si rilassò sulla panchina di ferro levigata dai tanti avventori di passaggio, poggiando la nuca sulla sommità della spalliera. Se in quello spicchio di cielo poteva ancora scorgere le rondini sfrecciare puntualissime all’appuntamento di stagione, malgrado quell’aria grigioazzurra cittadina e dolente, c’era ancora  speranza per sé e per tutti pensò, finalmente rasserenato e in pace con il mondo intero.

Il vigilante, occhiali da sole ben inforcati, focalizzò con sveltezza professionale l’immagine lontana dell’uomo, appena un puntolino seduto su quell’accenno di collina, pochi alberi ad ombreggiarla come retaggio lontano del giardino pubblico che un tempo era stato. Era sua intenzione raggiungerlo di soppiatto per contestargli l’accaduto e chiedergli di seguirlo. In tono soffocato l’altoparlante esterno riprodusse gli ultimi brandelli della Cumparsita   mescolati a voci umane e a rumori di automobili in movimento, pigra routine sonora di  un giovedì pomeriggio di primavera avanzata.

Un solo attimo per ghermire con piglio deciso e mascolino la spalla magra di Mario e un attimo ancora per riceverne, con stupore, sul dorso la testa coperta di capelli immacolati, sottili e radi, reclinata con garbo. In paziente, pacata resa.

Alla sua destra l’ombra vaga di una donna eterea, capelli biondi al vento e sguardo luminoso all’orizzonte lo degnò appena di uno sguardo. Poi, quasi con sfida, si protese verso il suo sposo e, prendendolo per mano con grazia decisa e irridente, lo portò via con sé, lontano.

Lucia Guida

* “La Cumparsita” in A.A.V.V., Primavera Letteraria, Roma, Il Violino Edizioni, 2013

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