Un matrimonio d’inverno

di luciaguida

Mercoledì 14 agosto 2013 ho partecipato alla serata di premiazione del II Concorso Nazionale di Narrativa “Il Rovo”, organizzato dall’Associazione Isola Capojale di Cagnano Varano (FG), quale vincitrice del II premio per la sezione racconto breve con il mio lavoro “Un matrimonio d’inverno”. Il valore aggiunto di questo evento artistico-letterario, patrocinato da numerose associazioni culturali locali, era per quest’anno costituito dal forte accento dato alla problematica del femminicidio, contenuto in una sorta di “carta programmatica” parte integrante del bando di concorso stilata da Ottavia Iarocci a nome di tutta la giuria del premio con la finalità di scuotere gli animi  per mantenere altissima l’attenzione di tutti su questa piaga dei nostri tempi. Il tema del concorso era incentrato sulla donna garganica e sulla sua potenzialità di trascendere “(…) spazi e tempi, per assurgere a simbolo di tutte le donne. Di ogni donna.”

Nel mio racconto ho voluto parlare di mia nonna paterna, garganica di nascita, immaginando le sue aspettative, i suoi desideri, i suoi timori la notte prima delle nozze.

Mia nonna Antonietta, Etta per noi nipoti, era una donna semplice ma di grande intelligenza e sensibilità, dal carattere forte e combattivo. Il mio racconto non è un pamphlet per suffragette ma la storia addolcita da ricordi e narrazioni ascoltate da bambina di una donna di paese del sud come tante, legata ai ritmi biologici, alle credenze e al patto sociale stipulato con la sua gente in un’epoca in cui emancipazione era, per molte, anche soltanto poter scegliere di sposare l’uomo di cui eri innamorata.

Buona lettura

Un matrimonio d’inverno

Lina guardava attraverso la pesante porta di legno e sospirava, temendo che i suoi pensieri più cupi potessero realizzarsi. Era una sera di febbraio e la neve continuava a cadere incurante delle sue aspettative e delle sue speranze. Per cucire l’abito da sposa ci aveva speso sere intere attorno al lume a petrolio giacché a casa sua l’elettricità non c’era. Era cosa da ricchi, da signori. Quando le zie le chiedevano di portare a casa di don Matteo Capuano, speziale, le forme di pane fragranti di forno, guardava sempre con stupore la lampada di vetro luminoso così brava a fugare il torpore invernale di giorni che, invece, a lei sembravano non finire mai. Immaginando, con quell’aiuto, di far fruttare il poco tempo serale a disposizione da dedicare alla “robba”, al suo corredo, rubandolo al languore che in casa sua d’inverno scendeva troppo presto, dopo ore ritmate dalla fatica sin dall’alba.

Essere fornai era ricchezza e disperazione assieme.

Una fortuna d’inverno potersi scaldare al fuoco sempre acceso pensando nel contempo a quell’arte gravosa ma fruttuosa, fonte della loro sussistenza, che spesso la costringeva a levate antelucane quando le zie, oberate dalla fatica, erano costrette a chiederle di abbandonare il letto per un po’ d’aiuto extra.

E di notti lunghe e di giornate affannose dai cieli grigi e uniformi, ce n’erano state tante, ultimamente. Per il suo sposalizio le zie non avevano lesinato, empiendo cesti di tarallucci, pastaredde e prupate profumati alla cannella e ai chiodi di garofano. Zia Nunzia era stata categorica: avrebbe dovuto valere per la festa che alla promessa, lu revèle, non c’era stata e per le nozze che sarebbero state celebrate secondo le usanze paesane l’indomani, giovedì 14 febbraio. Lina guardò con occhi lucidi lo spazio familiare che l’aveva accolta da piccola ora disseminato di ogni ben di Dio, i fiaschi di vino rosso e le più raffinate bottiglie di rosolio ammucchiati ai lati dell’ampio camino. Tutto era pronto, architettato alla perfezione da quelle brave paraninfe di Michelina e Nunzia. L’indomani in Chiesa Madre all’altare sarebbero salite in tre: lei e le sue zie, a coronamento di una sorte matrimoniale che per loro a suo tempo e per vari motivi non si era compiuta.

Pensò preoccupata alle scarpine di pelle nera con cui avrebbe il giorno appresso sfidato gli eccessi di quell’inverno rigido di montagna, sfilando nel corteo nuziale al braccio di uno zio paterno tra cumuli di neve e lastre sottili e infide di ghiaccio. Le venne da pensare a sé come a un ciuffo di primule appena spuntate nella Defensa a sfidare il gelo in un trionfo di broccato colorato a celebrazione della sua gioventù e dei suoi desideri migliori. A un fischio noto trasalì e corse di là, nello stanzone che era la loro camera da letto, l’enorme ferriata delle zie e il suo lettino, una madia scura con colonnine a torchon sormontata da un lume di porcellana antico, una campana di vetro con la Madonna Addolorata, santini e foto sbiadite dei morti di famiglia rischiarati da un lumino. Era certamente il suo promesso e non era il caso che la vedesse prima del tempo. Le zie accorsero al segnale e consegnarono allo sposo e al compare d’anello la loro parte di banchetto nuziale perché fosse portata a casa dei futuri suoceri, più ampia della loro, serrando di scatto le imposte ma non abbastanza da non permetterle di scorgere gli occhi chiari di Angelo, i capelli biondi spolverizzati di fiocchi minuti, le guance arrossate dal freddo e da pensieri facilmente intuibili. Abbassò gli occhi ritraendosi. Poi, insieme alle zie, cominciò a recitare il Rosario come ogni sera, pregando per il suo bel sogno d’amore, principiato al pellegrinaggio al santuario di S. Maria di Stignano durante una maggiolata propizia. L’aveva incontrato lì, bello e aitante d’aspetto, appena congedato dal servizio di leva obbligatorio. Si erano piaciuti a prima vista, lei capelli e occhi scuri e pelle di latte e lui così nordico per quelle latitudini. Nemmeno l’anno in più di Lina aveva fatto la differenza. Angelo aveva preso a corteggiarla con discrezione, passando varie volte per la strada in cui lei abitava e gettandole occhiate ardite, da lei ricambiate con piacere. Lina aveva interrogato il destino la notte di San Giovanni e l’albume d’uovo coagulato nell’acqua si era definito in una pala, strumento evidente del lavoro di cantoniere del suo spasimante. Fino a quando zì Nicola, in qualità di ambasciatore, aveva chiesto di conferire con lo zio Pietro. L’incontro, però, non era stato dei più felici; suo zio non era convinto che Angelo, di famiglia di contadini, potesse andar bene per lei, nipote di fornai. C’era voluta tutta la risolutezza benevola delle zie, cui Lina si era confidata, per convincerlo che il salario del giovane sarebbe stato una degna aggiunta ai proventi dell’arte bianca di tradizione familiare. Alla fine lo zio aveva ceduto e Angelo si era visto recapitare il tanto agognato mazzolino di fiori, segno di approvazione della famiglia di lei alla sua corte rispettosa.

Lina finì di sbirciare la nevicata sottile che aveva ricoperto e ingentilito le irregolarità della scalinata davanti alla sua casetta.  Il cielo era ovattato e chiuso in un biancore incerto che la fece sospirare ancora ma stavolta non la scoraggiò.

Si strinse al petto un fazzoletto ricamato pegno del suo amore, certa che uno identico l’avrebbe sfoggiato Angelo nel taschino del suo “abete nove”. Poi Nunzia e Michelina le augurarono la buona notte ciascuna con un bacio.

Tra due giorni la loro amata nipote avrebbe compiuto vent’anni di vita come donna maritata. “Cu la grazia di Dije”, certamente.

Tra le viuzze silenti del paesino abbarbicato con fiduciosa tenacia a rocce benevole senza tempo correva, imperturbabile e sereno, l’anno 1924.

Lucia Guida

Immagine

la foto è tratta dal bellissimo blog Amara Terra Mia , celebrazione in web di “Storia, tradizioni e Natura in web del Gargano”

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