La Bellezza non svanirà

di luciaguida

Arriva un momento nella vita in cui siamo costretti a fare i conti con ciò che siamo anche grazie a ciò che abbiamo, sino a quell’istante, fatto. Arrivando a sfrondare, per necessità o virtù, la nostra esistenza di tutti quegli orpelli che l’avevano appesantita impedendoci di volare.

“La Bellezza non svanirà” è un racconto breve scritto da me in occasione della I Notte Bianca del Museo  delle Lettere d’Amore di Torrevecchia Teatina (CH), evento patrocinato dal predetto comune e dalla casa editrice Noubs, celebrata venerdì 25 ottobre 2013 nel Palazzo Ducale dell’omonima cittadina. Narra i pensieri e le riflessioni fugaci di una donna colpita da una malattia invalidante che ne ha drasticamente ridotta l’autonomia. Nella bolla senza tempo che l’ha racchiusa non c’è più posto per il superfluo; resta soltanto la grande ricchezza di vivere una dimensione temporale rinnovata e arricchita di piccoli gesti e immagini. Significativa e altrettanto pregnante perché avvolta da una quotidianità  a poco a poco ri-conquistata a caro prezzo, carpendo con tenacia l’attimo.

Buona lettura

La Bellezza non svanirà

 

To see a World in a grain of sand
And a Heaven in a wild flower
Hold Infinity in the palm of your hand
And Eternity in an hour

Scorgere il mondo intero in un granello di sabbia

E il Paradiso in un fiore selvaggio

Tenere nel palmo della mano l’Infinito

E l’Eternità in un’ora

William Blake, Auguries of Innocence

E’ una bella giornata di primavera, la prima di quest’anno. Azzurro il cielo tra mare all’orizzonte e monti ancora candidi di neve alla mia destra. Una rondine  (pensavo non arrivassero più!) e una cornacchia dal piumaggio nero, lucente si contendono il tetto della casa che ho di fronte. Stamattina mi è sembrato di udire anche il richiamo rauco di un gabbiano e ho ricordato lo scintillio del mare, l’odore del salmastro e la dolcezza sommessa della risacca: io da bambina, secchiello in mano a ricercare tesori, e poi ragazza cresciuta e madre seduta a riva su un telo morbido a vigilare sui miei beni preziosi, i miei figli piccini. Indaffarati a riportarmi pezzi di gioielleria barbarica marina come io un tempo con mia madre: conchiglie, ciottoli, pezzi di vetro trasparente levigati dalle onde.

I giorni dell’ora posseggono, per me, una dolcezza sommessa, discreta e appagante al medesimo istante. Ora so apprezzare grata le volute di calore che si sprigionano pian piano verso l’alto dalla mia tisana ai frutti rossi, poggiata per me da mani invisibili su un tavolo al centro di quest’isola galleggiante di serenità che è il mio attimo fuggente. Nell’attesa che si stemperi un po’ prima che io possa sorseggiarla piano.

Il tempo del mio adesso mi avvolge lentamente prima di lasciarmi al mio destino, per niente indispettito dalla mia arrendevolezza, per dirigersi altrove: alla volta di chi lo farà fruttare diversamente, se lo litigherà, lo rincorrerà, senza avere la possibilità di afferrarne un istante finendo col maledirlo, forse, con astio.

Nel luogo in cui io e la mia mente siamo ora non c’è bisogno di algoritmi cronologici scanditi con rigore e regolarità di cui noi non sentiamo affatto la mancanza.

Ora posso accarezzare con sguardo rapito o distratto la morbidezza sinuosa di un fiore senza che nessuno mi osservi con riprovazione; ricordando la pelle morbida del mio primo e unico amore e il suo profumo discreto di maschia vigoria, unito a quello femminile della mia essenza di donna, compiuti in un abbraccio senza eguali prima, durante e dopo l’amore.

Ci sono frammenti di vita vissuta che non si dimenticano, soprattutto se è il cuore a riportarli a galla, sconfiggendo a tavolino la proterva fallacia di una memoria deplorevolmente inefficace, traditrice.

Ed è sempre il cuore, battito dopo battito, a cancellare pietosamente sofferenze e incomprensioni antiche, trasformando in oro lucente ciò che della nostra umanità si ostina a sopravvivere. Similmente al dorso di una foglia in autunno, già orlata di giallo sfumato nel marrone, eppure così rigogliosa in quelle venature centrali di un verde tenue e ancora caparbio. Un verde che grida a gran voce “Speranza!”, e che agogna a essere ascoltato.

Guardare a particolari minuti di rara bellezza contenuti in una quotidianità dilatata ed evanescente è pretendere, con tutte le forze che mi restano, che un po’ di eternità possa resistere a questa malattia che, passo dopo passo, mi condanna a perdere identità e unicità di persona, allontanandomi dall’affetto di coloro che hanno contato nella mia vita e che per me sono, adesso, simili a sagome indistinte in una nebbia senza fine, senza ritorno.

Serendipità, per me, oggi, è ritrovarmi in una stanza luminosa, seduta nella mia poltrona preferita. Trattenendo ben stretti nel palmo della mano pochi e leggeri granelli di sabbia prima che la brezza incostante di questo tempo, ora di tiepido autunno, domani d’inverno rapace, li liberi e li porti con sé via lontano.

Pensando che la Bellezza non potrà mai svanire. Se solo uno sguardo e il gesto di una mano stanca, ancorati ostinatamente e sorprendentemente alla vita, riusciranno a trattenerne un briciolo infinitesimale, luminoso e prezioso.

Lucia Guida

Immagine

photo by Andrea Vaccari

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