Un mercoledì perfetto

di luciaguida

Può capitare che la realtà non sia come la si dipinge e la vicenda di Maya e Michele non fa in tal senso eccezione. Una quotidianità insoddisfacente, tuttavia, non impedisce di sognare, credere e, perché no?, sperare in qualcosa di diverso, di migliore.

“Un mercoledì perfetto” è la mia proposta di lettura per voi di oggi ed è parte di una raccolta di racconti intitolata “Il cuore delle donne”, pubblicata da RosaAnna Pironti editore nel  2012

Buona lettura

 

 

Un mercoledì perfetto

Era bello perdersi nei suoi baci. Sapevano di miele, di nutella e di meringa. Di innocenti peccati di gola soddisfatti. Di dolcezza appagata che richiede tuttavia altra dolcezza senza averne mai abbastanza. Maya si fuse in quell’abbraccio respirando l’odore di maschio giovane a piene nari con un piccolo sospiro di beatitudine. Se quella non era la Felicità le assomigliava parecchio. Michele  ricambiò l’ abbraccio della ragazza, solleticandole l’ incarnato chiarissimo con l’ accenno di barba che gli era cresciuto nottetempo e che non aveva avuto il tempo di regolare perché lei quella mattina l’ aveva chiamato all’ improvviso per proporgli quella gita fuori porta in quella dimora antica e fiabesca circondata da tanto verde  e da giardini curatissimi multicolori, i viali sterminati ombreggiati da alberi secolari e violati da pochissimi visitatori in quel giorno di settembre lavorativo per molti ma non per lui. Quando aveva comunicato al suo titolare che per quel mercoledì non si sarebbe recato al magazzino, lui così preciso e ligio al lavoro come pochi, ne aveva ricevuto come risposta lo stupefatto silenzio dell’altro, non abituato a simili defezioni. Non da lui, almeno. E soprattutto non in quel periodo di lavoro convulso in cui molti erano gli ordini da evadere dopo la lunga pausa estiva. Michele aveva farfugliato di recuperi e di ore extra di servizio, pregando per quella giornata di riposo come se si trattasse di vita o di morte e al suo capo, sia pure con estrema riluttanza, non era rimasto che accordargliela a mezza bocca, mentre il “grazie” sincero del giovane rimaneva a mezz’aria troncato dalla fine rapida di quella strampalata conversazione al cellulare.

– Stai bene?

Lei gli sorrise con quel sorriso un po’ sfumato e malinconico che tanto l’aveva colpito al loro primo incontro e annuì lentamente.

– Sto bene.

Poi si tuffò con foga in un’altra parentesi di tenerezze rubate, pretese, ostentate protette dalla riservatezza di quel gazebo in pietra un po’ nascosto dal sentiero principale che tanto avrebbe potuto narrare e che fornì con discrezione a entrambi protezione sino all’ ora di pranzo. Quando lei con un sorriso questa volta più ampio, si scusò per lo stomaco che brontolava e sciogliendosi dalla sua stretta vigorosa si protese verso lo zaino costoso attingendone dei panini minuscoli, da prima colazione, spalmati di burro e marmellata e porgendogliene un paio perché lui se ne servisse. Michele si stiracchiò brevemente poi ne addentò uno bramoso, scoprendo stupefatto di avere fame sul serio, prima di rincorrere con la bocca sul viso, sul braccio e sulla scollatura di lei minuscole briciole dorate in un nuovo gioco a cui lei non si sottrasse, guardandolo con serietà con i suoi occhi scuri quasi a inghiottirlo nelle loro profondità.

Si erano conosciuti davvero per caso. Michele rientrava a casa dopo una serata faticosissima com’era sempre prima della pausa di ferragosto. Il magazzino straripava di consegne da effettuare in un paio di giorni cercando di non scontentare nessuno, nel rispetto delle varie priorità. Quelle ore di straordinario non l’avevano sconvolto più del dovuto; a casa da lui non c’era nessuno che lo aspettasse a quell’ora tarda e sua sorella con marito e figli era partita per Ostia ospite dei suoceri, lasciando il frigo ben rifornito e subissandolo al solito di raccomandazioni a cui lui avrebbe cercato di attenersi, riuscendovi solo in parte. Uno scroscio di pioggia più violento l’aveva costretto a ripararsi sotto quella pensilina di autobus col suo motorino, ancora troppo lontano da casa, deciso, nonostante la stanchezza che lo attanagliava, di non arrivarci fradicio sino al midollo. Scoprendo che qualcun altro aveva avuto la sua stessa idea, ben riparato in un angolo in attesa di un mezzo pubblico che tardava a passare. Una ragazza biondissima in minigonna, i lunghi capelli incollati al viso dal trucco sbavato, ipotizzò, da quell’ inatteso temporale. Lei aveva avuto un  istintivo moto di paura ed era visibilmente trasalita mentre lui smetteva di fissarla e si scostava quel tanto che bastasse per farle riprendere fiato e farle realizzare che da lui non c’era proprio nulla da temere. Non era tipo da ragazze di buona famiglia né queste si erano mai mostrate interessate a tipi come lui, capelli lunghi raccolti in un codino per sfida e per comodità. Di ragazze ne aveva avute un discreto numero: commesse, un paio di impiegate e una volta perfino una studentessa di legge patita di politica e di sesso in egual misura. A un tuono più forte degli altri seguito a breve da un fulmine caduto certamente nelle vicinanze la sconosciuta gli si era visibilmente avvicinata e avevano iniziato a scambiarsi qualche battuta, aspettando con pazienza che quel finimondo terminasse e quando ciò era accaduto le aveva offerto di riaccompagnarla a casa, lasciandola riflettere per qualche istante mordicchiandosi nervosamente il labbro inferiore prima di accettare. Dal bauletto lui aveva tirato fuori un casco a forma di scodella e gliel’aveva passato e lei l’aveva indossato su quello sfacelo di pettinatura e di trucco, montando dietro di lui e avvinghiandosi    al suo torace con forza insospettabile. L’ aveva lasciata davanti a un caseggiato lungo come un treno a Cinecittà, in mano un bigliettino in cui era riuscito a scribacchiare di velocità il suo numero di cellulare. Poi era sparito nella notte afosa e odorosa di pioggia e di ozono quasi certo che non l’avrebbe più rivista.

E invece le cose erano andate diversamente e a ferragosto lui aveva ricevuto una chiamata schermata a cui aveva risposto. Era lei, voleva ringraziarlo ancora per quella sera di pioggia, augurargli buone ferie e chiedergli, incredibile, di mangiare un gelato insieme al Pincio l’indomani pomeriggio.

Lui aveva accettato e aveva fatto carte false per rientrare a Roma senza che sua sorella esagerasse la sua iperprotettività chiedendogli di restare con loro ancora per qualche giorno. All’appuntamento, tra frotte di turisti accaldati e stanchi pronti a contendersi le poche panchine ombreggiate, lei gli si era presentata in forma perfetta,shorts delavé, trucco leggero impeccabile e borsina di tendenza, capelli biondi in ordine perfetto sparsi a raggiera sul top di marca minimal chic. Avevano mangiato quel famoso gelato e parlato di cose così. Poi quando le ombre avevano cominciato a fare capolino tra le chiome degli alberi di pino gli aveva annunciato che era ora di andare. Non aveva chiesto un passaggio col motorino e lui non aveva insistito, accontentandosi di averla rivista e sperando di poterlo fare ancora. Si erano incontrati nuovamente, a orari insoliti di mattina o nel primo pomeriggio, mai di sera, senza che lui chiedesse per questo spiegazioni e senza che lei gliele offrisse volontariamente. Sino a quella proposta di trascorrere un’ intera giornata insieme fuori porta, in quella villa romana antica che lui aveva visitato con insofferenza da studente delle medie con la sua classe, focalizzando la propria attenzione sulla partita di pallone  con i suoi compagni che certamente ci sarebbe stata piuttosto che sulle complesse spiegazioni e sui tanti approfondimenti della prof di Arte, innamoratissima di quella dimora imperiale e altrettanto desiderosa di istillare nelle loro menti l’ amore per il Bello e il Grande.

Farsi prestare la vecchia utilitaria di sua sorella privandola di un mezzo per le incombenze quotidiane era stata impresa non facile, quasi quanto chiedere al suo datore di lavoro di accordargli quel giorno extra di riposo promettendo mari e monti per il successivo fine settimana. Aveva troppa voglia di stringerla tra le braccia senza timore di consultare di continuo l’orologio. Forse si era anche un po’ innamorato di lei.

Dopo quel pasto inusuale decisero di confondersi con una comitiva di visitatori    scoprendosi con stupore più che interessati alla perfezione di quel tripudio di arte offerta loro a piene mani. Dopo lunghe contrattazioni con un ambulante Michele le comprò un piccolo cameo che riproduceva il profilo di una matrona romana e lei gli regalò un accendino celebrativo di quella gita di fine estate insperata. Prima di riprendere la vecchia Uno dall’interno profumato di arbre magique al limone e impelagarsi nel traffico intenso fatto di file e file di autovetture di ritorno verso la metropoli.   Una volta giunti a Tiburtina restarono ancora per un bel pezzo nell’abitacolo a scambiarsi coccole e baci, perdendosi negli occhi l’ uno dell’ altra sino a quando lei con decisione non spalancò la portiera cigolante e baciandolo per l’ ultima volta con desiderio non sparì tra la moltitudine brulicante della stazione, desiderosa di prendere la metro il prima possibile.

Michele restò li per qualche istante, indeciso sul da farsi sino a quando qualcosa gli scattò dentro e lo costrinse a uscire come un forsennato dall’auto per cercare di raggiungerla, la sua immagine e il suo odore ancora stampati indelebilmente su di sé. Appena in tempo per infilarsi sul medesimo treno anche se in carrozze differenti. A Trionfale stette quasi per perderla di vista, uscendo per una frazione di secondo dal vagone prima che il mezzo con un sibilo di ammonimento non riprendesse la propria marcia, tra le proteste di due globetrotters stranieri, a cui aveva sbarrato il passo impedendone la salita. Maya continuò a camminare sicura, quasi trafelata, consultando spesso il minuscolo orologio a braccialetto sino a quando dopo un lungo labirinto di scale mobili non riemerse in superficie. Mai le venne in mente di voltarsi a guardare per vedere se qualcuno la seguiva. Era quasi fuori tempo massimo e fece gli ultimi metri che la conducevano a un portone imponente arricchito da un batacchio di bronzo lucidissimo quasi di corsa, entrandovi prima che con solerzia il portiere chiudesse l’accesso a quell’ androne patrizio con deferente sollecitudine. A Michele non restò che oltrepassarlo sbirciando impotente le etichette in stile liberty sulla pomposa piastra citofonica cercando di indovinare quale fosse il suo cognome. Di lei sapeva pochissimo. Sapeva che le piaceva da matti il gelato di fragola e panna e che quando qualche pensiero fastidioso la tormentava aveva il vezzo di arrotolare tra pollice e indice una ciocca di capelli finissimi. Che i suoi baci erano semplicemente fantastici e che tra di loro c’era quella sottile alchimia che rende speciale ed esclusivo un rapporto tra persone di sesso diverso. Quell’indirizzo era l’informazione più sostanziosa di lei che aveva, contribuendo a dare concretezza a un’immagine mentale che di lei si era pian piano delineata nel suo cuore giovane e ardente. Temporeggiando indeciso per una manciata di minuti stabilì che per il momento se la sarebbe fatta bastare e a capo chino andò via, non senza prima guardare verso l’alto nella speranza inconfessabile di poterla sbirciare per l’ultima volta alla fine di quella giornata perfetta.

Maya restò a lungo sotto la doccia tiepida e rigenerante, lavandosi con dolcezza e con struggimento, ben decisa a far sparire qualsiasi traccia lui le avesse inconsapevolmente lasciato addosso. Poi, infilato l’accappatoio di soffice spugna bianca si aggrappò al lavandino guardando senza vedere la propria immagine riflessa attraverso il velo di vapore che aveva di fronte. Un paio di braccia forti le strinsero la vita mentre una mano maschile nodosa l’accarezzava al di sotto dell’indumento. Lei chiuse gli occhi imponendosi di non fiatare, pregando silenziosamente che tutto finisse velocemente. L’ altro prese con ingordigia e prepotenza da lei tutto quello che poteva fino a quando non ne ebbe abbastanza, poi la costrinse a guardarlo immobilizzandole il viso con una mano mentre con l’altra le cingeva entrambi i polsi sottili schiacciandoli contro la superficie fredda e impassibile del rivestimento di marmo della stanza. Alla fine restò sola in una nuvola di vapore in cui raffinate essenze profumate si mescolavano ai residui odorosi e al ricordo dei loro due corpi schiacciati con violenza l’uno contro l’altro. Con un brivido leggero fece un’altra doccia cercando di non pensare a quel presente, aggrappandosi con tutta la forza che le restava a un pensiero in quell’istante troppo lontano, irraggiungibile.

Vestita di tutto punto in un abito cortissimo che la modellava come una seconda pelle fece il suo ingresso in salotto, i capelli raccolti in un sofisticato chignon e il trucco impegnato a farla più adulta e disinibita. Lui le porse un drink poi le prese una mano e la mise in quella del suo amico. Lei lo guardò appena, scorgendone la calvizie pronunciata e la fronte imperlata di sudore, una camicia bianca chiazzata sino all’inverosimile per l’emozione e l’eccitazione di vederla così disponibile e così giovane. Una bambina travestita da donna. Una primizia da assaggiare senza remore o sensi di colpa. D’altronde era il suo mestiere e lei non era nuova a simili appuntamenti di lavoro. Poggiandole con senso di possesso una mano su una natica la spinse di là, incoraggiato dallo sguardo complice del suo protettore, ben pronto a sfruttare con larghezza tutto ciò che aveva lautamente pagato in anticipo.

Oltrepassata la porta Maya esibì un sorriso di circostanza e lentamente indossò una maschera di impenetrabilità. Sarebbe sopravvissuta, come sempre. E tutto come sempre avrebbe avuto una fine. Magari, questa volta, aveva una ragione di vita in più per pensare al domani. Una ragione concretizzata nella figura di quel ragazzo magro e allampanato, avaro di sorrisi ma non di tenerezze che di lei aveva un’immagine a tinte pastello. Che di lei possedeva la parte migliore, quella più vera e più nascosta. Una parte che gridava   sommessamente ma a gran voce di venire finalmente allo scoperto e di affermare la propria esistenza. E chissà che un giorno non ce l’avrebbe fatta ad avere il sopravvento. Sognare non costa nulla, si disse. Poi con lentezza poggiò un foulard sulla sommità dell’abat-jour acceso e cominciò a spogliarsi.

Lucia Guida

 

* “Un mercoledì perfetto” in A.A.V.V., 2012, Il cuore delle donne, raccolta di racconti di autori vari a cura di RosaAnna Pironti Editore – Stampa Lulu.com 

 

“Sewing woman”,  E. Hopper

 

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