Luglio

di luciaguida

Dodicidio è una collection letteraria, un romanzo noir in dodici capitoli realizzato da me e da alcuni membri del F.I.A.E. Ha contribuito alla giusta causa dello  I.O.V.Art di Padova attraverso la donazione delle royalties derivanti dalla sua vendita.

Nasce da un’idea degli scrittori Fabio Musati e Amneris Di Cesare ed è stato pubblicato dalle Edizioni La Gru nel luglio 2013

Questa è la sua quarta di copertina:

Un uomo sui cinquant’anni, un contabile, fissato con i numeri e i calcoli. Uno che si confonde tra la folla, che non si fa notare, che non vuole farsi notare. Fa bene il suo noioso lavoro; onesto, pignolo, puntuale, preciso. Un brav’uomo. Un Grigio, insomma. Prima di Natale viene licenziato e il suo mondo frana improvvisamente. A farlo crollare è l’Ingegnere, padrone dell’azienda in cui lavora, uomo influente, di successo, introdotto negli ambienti che contano nella piccola cittadina dove vivono entrambi; lui diviene il nemico da abbattere, da eliminare. Da anonimo uomo di provincia, e da neo disoccupato, eccolo quindi diventare il Protagonista, eccolo trasformarsi in eclettico serial killer che medita con precisione, e minuziosa pedanteria, il delitto perfetto. Gli autori: Fabio Musati, Amneris Di Cesare, Luca Fadda, Francesca De Logu, Francesca Montomoli, Falconiere Del Bosco, Luciana Ortu, Valerio Piga, Fabrizio Colonna, Lucia Guida, Cristiana Pivari, Cristina Lattaro, Massimiliano Mistri.

 

Per voi, oggi, in lettura il mio piccolo contributo. A presto

 

LUGLIO*

 

La guida è giovane e carina, avrà circa vent’anni. Forse è una studentessa di Architettura che ha deciso di arrotondare le sue magre entrate da universitaria. Finge di darsi un contegno, ma in realtà ha una paura fottuta. Fortuna che il giro di visite che guiderà, è composto da poca gente. I turisti più accorti sono tutti in piazza, sotto le nuvole evanescenti degli evaporatori, all’ombra di ampi tendoni chiari.

La ragazza scruta i suoi compagni di sventura, pentita di aver indossato, per un po’ di frescura in più, quegli shorts che lasciano ben poco all’immaginazione. Riceve conferma della propria avventatezza dallo sguardo famelico di un padre di famiglia in bermuda, sandali da frate e t-shirt stile make-love-not-war. Lui le gira attorno lasciandole poco respiro; porta la guida-radio noleggiata all’ingresso al collo e un voluminoso libricino intitolato all’imponente Palazzo Ducale di Mantova in cima al borsello portato a mo’ di cartucciera a tracolla.

La ragazza sospira con insofferenza, valutando desolatamente lo sguardo di puro odio della moglie dell’uomo: una tizia bionda, capelli alla maschietto, piatta e magra come un chiodo, chiaramente esasperata tanto dal machismo del marito, quanto dal ragazzino di una decina d’anni, certamente loro progenie, arrampicato con sguardo assassino sulla transenna di metallo all’ingresso delle stanze museali.

Di fronte a lei c’è una coppia di turisti orientali. Con irritazione la ragazza pensa che le toccherà sfoderare il suo inglese scolastico. Del resto il tour promette pomposamente una visita guidata della durata di mezzora con la possibilità di ricevere informazioni in lingua. Che giornata! Dà un’ultima sbirciata all’orologio da polso: ancora cinque minuti allo start. Cinque minuti di attesa snervante, appena attenuata dal fresco garantito dagli spessi muri di quella casa patrizia, vanto e fiore all’occhiello della città oggi deserta.

Il nostro uomo, oggi in versione globetrotter, sogghigna per la fortuna di essere capitato al Palazzo Ducale proprio in questo sonnacchioso pomeriggio domenicale. Un momento reso ancor più propizio dalla distrazione di quella specie di Barbie occhialuta che non si è nemmeno accorta della sua sparizione, intenta com’è a messaggiare col suo smartphone. Sarà che di matti al mondo ce n’è a iosa, ma di sprovveduti ce n’è almeno il doppio. Superare la transenna fatiscente è stato un gioco da ragazzi, e lo è stato altrettanto proseguire silenzioso, sulle morbide suole delle sneakers, per gli ampi corridoi. Scarpe fantastiche sui cui lui è intervenuto creando una leggera ombra sul dorso limando la mina di una matita e applicando poi la polvere usando un batuffolo di cotone. L’effetto è perfetto. Si ferma un attimo solo, giusto per individuare il pannello di controllo delle telecamere a circuito chiuso, e per manometterne qualcuna, tanto per cancellare ogni traccia di sé, se mai ne dovessero restare. Nello zainetto ha tutto ciò che gli occorre per lavorare in modo pulito e professionale in qualsiasi circostanza. Bastano pochi minuti per allentare i tasselli e i fermi che tengono ancorato alla parete l’imponente arazzo, protetto da una pesante teca di vetro, riportato con tanta fedeltà sulla copertina della guida turistica.

Una scena silvestre in cui c’è tutto quello che gli serve: l’orrore della dama che si copre con una mano gli occhi per non vedere i tre caprioli inondati di sangue ai piedi del trionfatore, il cacciatore impavido. Un arazzo dal sapore profetico e per lui beneaugurante. Pronto a cedere rovinosamente al battito d’ali di una farfalla.

Luglio si veste di novembre se non arrivi tu. Luglio sarebbe

un grosso sbaglio non rivedersi più.

Alla comitiva, intanto, si sono aggiunti un uomo sulla cinquantina in polo di piquet, pantaloni color kaki e mocassini ai piedi, e un tipo con uno zainetto in spalla e un ridicolo berrettino da baseball americano unto e bisunto. La famigliola, la coppia di cinesi di Shangai e i due uomini seguono la guida per le stanze. Lei si impegna sfoderando un italiano fluido e un inglese accettabile nel descrivere i particolari che sa a memoria. Sogna un ghiacciolo alla menta e una doccia tiepida.

Mancano ancora un paio di sale da vedere.

Il ragazzino ricomincia a dare di matto. Probabilmente gli mancherà la playstation. La guida è certa che la scelta dei suoi genitori di andare per palazzi d’epoca sia stata dettata dalla necessità di sopravvivere alla cappa di calore insopportabile. Il marito le dà più l’impressione di un frequentatore di YouPorn che quella di un cultore d’arte, mentre la sua compagna è intenta a chiacchierare al telefono con un’amica. I due cinesi sembrano gli unici interessati al contenuto delle teche polverose. Il globetrotter, con le cuffie della guida-radio in testa, poco si cura delle sue spiegazioni.

Poco male.

La Barbie occhialuta procede con buona volontà negli approfondimenti, mentre l’ingegnere con i pantaloni kaki si premura di controllare che questi corrispondano alla virgola a quanto riportato nel suo libricino. Il globetrotter non può evitare di osservare con disgusto il suo dannato ex capo, fiscale e bacchettone persino nei momenti di relax. In un paio di circostanze l’ingegnere si spinge a correggere la guida, guadagnandosi un’alzata di spalle di quest’ultima, incurante della sua spocchiosa meticolosità.

Mancano circa dieci minuti alla fine del giro e la ragazza non vede l’ora di terminarlo. A passo spedito entra nella grande sala da pranzo, portando il suo gruppo al cospetto dell’arazzo. Il globetrotter si asciuga il sudore dalla fronte. I cinesi osservano rapiti i corpi dei caprioli straziati dai colpi del cacciatore. Persino il maniaco padre di famiglia e l’ingegnere si avvicinano incuriositi all’enorme pannello per osservarlo meglio. Il bambino tira fuori da una tasca una hot wheels. Vuole farla passare tra le gambe del distinto professionista che è impegnato in un’interminabile discussione con la guida, visibilmente scocciata. L’uomo insiste nel voler oltrepassare il sottile cordone di protezione per ammirare da vicino.

Il bambino sta per lanciare la macchinina, ma sua madre lo afferra per la collottola, esasperata dalle sue intemperanze, e lo strattona via.

La hot wheels cade al suolo. Il globetrotter la raccoglie, senza essere visto, e la scaglia contro l’arazzo davanti al quale la guida e l’ingegnere discutono animatamente attirando l’attenzione di tutti i presenti che si sono avvicinati ai due. Poi, silenziosamente, l’uomo si distacca dal gruppo e guadagna l’uscita. In sottofondo sente un fragore celestiale  e le urla di paura e dolore dei visitatori.

Aiutata dai due cinesi, la ragazza cerca di estrarre il corpo del padre di famiglia martoriato dai frammenti di vetro della teca. La moglie, basita, regge per un braccio il ragazzino finalmente ridotto al silenzio.

L’unico a non battere ciglio è l’ingegnere, stizzito per questa fastidiosa interruzione.

Ormai giunto in strada, il globetrotter si frega le mani soddisfatto. Stavolta è andata. Con audacia si nasconde dietro un capannello di curiosi prontamente accorsi, per ascoltare i primi commenti sull’accaduto. Una scarica gli attraversa il corpo quando vede avvicinarsi una sagoma a lui familiare. È lui! Possibile che…? Possibile che sia ancora vivo? Possibile sì, accidenti!

Luglio ha ritrovato il sole non ho più freddo al cuore

perché tu sei con me…

Maledetta schifosissima canzone.

 

Lucia Guida

 

“Luglio” in A.A.V.V. (2013) Dodicidio, Padova, Edizioni La Gru

 

                       

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