Intervista

di luciaguida

Cari  amici, vi riporto integralmente l’intervista realizzatami dall’autore e blogger Mario Borghi sul suo “Pubblica bettola, frammenti di cobalto” che si era già occupato di recensire qui il mio romanzo d’esordio “La casa dal pergolato di glicine”. Nella chiacchierata abbiamo parlato di tante cose: di piccola editoria, dei problemi incontrati dagli autori emergenti, dei miei lavori e del mio modo di concepire la scrittura.

Se ne avete piacere ve lo propongo come lettura odierna. Questo è il link per leggerlo in versione integrale

A presto

 

Quattro chiacchiere con Lucia Guida, scrittrice pescarese

22.05.14

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Dunque, ho convinto Lucia Guida, bravissima autrice di La casa dal pergolato di glicine, edito da Nulla Die, di cui ho parlato qui, a farsi fare un po’ di domande. Eccovela.

Ciao Lucia, grazie per la disponibilità, partiamo subito con la domanda di rito: puoi dirci nel minor numero di battute, il maggior numero di cose su di te, gossip compresi?

R- Ben risentito e grazie a te! Comincio subito: tendenzialmente non omologata, sincera ( per qualcuno “scomoda”), pasionaria, chiacchierona, impulsiva, idealista … può bastare?

Certo, ora però ti chiedo qualcosa di più. A quando risale la tua passione per la scrittura?

R- All’epoca in cui compitavo le prime lettere, errori ortografici inclusi. Mi piaceva scrivere piccole fiabe e storie su tovagliolini di carta sottili di forma quadrata (quelli di solito usati nelle pasticcerie) che, poi, regalavo a persone di famiglia perché potessero leggerle.

Quando è uscito il tuo primo lavoro “serio”?

R- Il mio primo lavoro da autrice solista “seria” è stato pubblicato nei primi mesi del 2012 dalla Nulla Die, casa editrice siciliana indipendente. È una raccolta di racconti au feminin che parla di donne a 360°. Non collocatelo, però, nelle opere “di genere”, è un’etichetta che trovo limitativa. I protagonisti dei miei racconti sono certamente “personagge” perché la loro autrice ha deciso di descrivere e dar voce a una materia che conosceva molto bene, ma sono rivolti a tutti, indistintamente. Il messaggio che volevo veicolare è che ciascuno di noi può farcela. Può, cioè, riconquistare uno stile di vita che gli è maggiormente congeniale, imparare a volersi bene se non l’ha fatto in precedenza. Un augurio di tipo universale, insomma.

Hai mai ricevuto una “stroncatura”?

R- Di recente un critico letterario mi ha fatto sapere su un forum di scrittori cui mi ero iscritta che non avrebbe mai comperato il mio libro. Si riferiva al mio romanzo d’esordio, “La casa dal pergolato di glicine”, edito sempre per i tipi della Nulla Die a settembre del 2013, di cui aveva letto una breve anteprima da me postata. Alla mia replica di come ritenessi il suo giudizio riduttivo, invitandolo a leggere il mio lavoro per intero prima di esprimere un giudizio, ha ribattuto che, comunque, i 16,00 € del prezzo di copertina non li avrebbe mai spesi per un’autrice poco conosciuta come me. Trovo desolante e deprecabile un atteggiamento pseudosnobistico come questo. Non sei abbastanza conosciuta, quindi posso eventualmente giudicarti “a gratis”. Quanto, poi, a comperare il tuo libro, non se ne parla proprio. Ed è un’opinione quanto mai invalsa. Di questo passo farsi conoscere, per quelli che pubblicano per piccoli editori, diventa un’impresa erculea. Ma del resto, di cosa meravigliarsi? Se anche fiere internazionali di tutto rispetto continuano a privilegiare le major editoriali a discapito di case editrici indipendenti? Insomma, continua a piovere sul bagnato, tra l’indifferenza generale. E al lettore viene propinato di tutto, sotto l’egida di marchi famosi, purché sia di tendenza. Una sorta di consumismo scrittorio, se così si può dire. Un fenomeno che non è certamente positivo.

Quali sono, se ci sono, i temi o i soggetti sui quali ami scrivere?

R- Mi piace scrivere di anime semplici come i bambini ma anche di anime complesse, adulte. Provare a ricamare attorno a cose o eventi all’apparenza quotidiani, forse per qualcuno scontati, storie e situazioni. Parafrasando un autore inglese, William Blake, “To See a World in a Grain of Sand”, intravvedere un mondo intero in un granello di sabbia. E poi provare a costruirci un castello, magari. Credo sia la cosa più bella e appagante che possa accadere a un autore, almeno secondo me. La realtà che ci circonda è uno scrigno inesauribile di tesori; basta, appunto, saperli riconoscere. 

Hai degli scrittori preferiti?

R- Passati e presenti? Un’infinità, scelti tra generi diversi, non esclusivamente di narrativa. Diciamo che da ragazza ho avuto ottimi maestri in tal senso. Persone di riferimento di famiglia e insegnanti che potessero darmi dritte eccellenti e che non ringrazierò mai abbastanza. Attualmente sul mio comodino c’è l’opera omnia della Munro, da centellinare pian piano, “Donne che corrono coi lupi” della Pinkola Estés, un paio di romanzi di autori emergenti che conosco personalmente. Tra i grandi del passato: T. Hardy, Colette, de Maupassant. Italiani contemporanei: Cassola, Pea, la Ginzburg … 

Come ti poni di fronte alla poesia?

R- Con una sorta di timore reverenziale. Sono convinta che per prosare occorrano ottime basi linguistiche. Per la poesia, se possibile, ne occorrono ancora di più. Ciò non significa, tuttavia, che il tecnicismo debba imbrigliare il sentimento. La poesia è arte anche attraverso la sensibilità e la profondità con cui tu provi a sfumare una sensazione, un’emozione evitando di cadere nell’ovvio.

Ci fai una carrellata delle tue pubblicazioni con una piccola didascalia per ciascuna?

R- Come autrice di racconti brevi ho pubblicato per diverse case editrici in collane di autori vari. “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile”, opera prima costituita da sei racconti, tre ambientati nel Novecento e tre ai giorni nostri, in cui le protagoniste provano a vivere con compiutezza maggiore la loro vita, riuscendoci. “La casa dal pergolato di glicine”, romanzo in cui do voce a Marina Federici, una donna alla ricerca della propria identità in un’epoca, il 1970, in cui scegliere una nuova stagione esistenziale era meno semplice di oggi. In entrambe queste opere da solista ho voluto trasmettere una speranza. Come anche nell’ultimo lavoro, in fase di pubblicazione, un’opera a tre mani edita da Fefè Editore, intitolata “Streghe d’Italia 2” che raccoglie tre personali punti di vista sulla figura della “magàra”, della strega vera o presunta che sia. Io credo che ciascun autore abbia precise responsabilità in merito ai contenuti, anche valoriali, che decide di trasmettere ai suoi lettori.

Che idea ti sei fatta del panorama editoriale odierno, sulla scorta delle tue esperienze di pubblicazione?

R – La stessa idea che, quando stavo per partorire la mia primogenita Roberta, mi venne in mente, dopo essere stata ricoverata, incinta di otto mesi, in ospedale, per un malessere. All’epoca avevo della gravidanza e del parto un’idea piuttosto rosea e, diciamolo pure, ingenua e poco calata nel reale. A contatto con le altre partorienti me ne sono dovuta fare un’altra, realistica e, per certi versi, più cruda. Pubblicare sempre e comunque può soddisfare l’ego di un autore ma non lo aiuta a crescere. La mia idea è quella di scegliere consapevolmente le mani editoriali cui affidarsi, che è un po’ quello che ho fatto io nel momento in cui ho deciso di fare sul serio. Per contro c’è comunque la difficoltà di pubblicizzare e propagandare quello che hai scritto, a lavoro ultimato; le piccole case editrici, pur avendo una buona distribuzione anche online, possono arrivare fino a un certo punto. Tocca, quindi all’autore, con molto olio di gomito, fare il resto. Non è semplice, specialmente quando devi fare tutto da solo e i proventi derivanti dalle tue pubblicazione sono minimi. C’è, poi, il discorso di cui parlavo poc’anzi circa la diffidenza verso gli autori esordienti/ emergenti, anche da parte degli addetti ai lavori. Imporsi in questo mare magnum non è facile. Specialmente per chi cerca di tenersi fuori da compromissioni di vario tipo, evitando di cercarsi sponsorizzazioni del tipo “do ut des” di varia provenienza.

Cartaceo o digitale?

R- Cartaceo ma anche digitale. Ben venga la tecnologia, dalla quale è assurdo prescindere, anche nel mondo della scrittura e, soprattutto, della lettura.

Qual è l’opera, tra quelle che hai scritto, che ami di più?

R- “Succo di melagrana”, decisamente. Anche se ho dovuto pensarci parecchio e farmi supportare dal fatto che buona parte dei suoi racconti aveva raccolto recensioni positive o era arrivato in finale in concorsi letterari nazionali. Io la chiamerei l’insicurezza dello scrittore esordiente. Un male necessario, comunque, che ti aiuta senz’altro a mantenere i piedi per terra e a non montarti la testa.

Che ruolo deve avere, secondo te, una scrittrice, nella società? Pensi che esista una differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice?

R- Delle responsabilità implicite ed esplicite contenute in un atto scrittorio ho già parlato. La differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice risiede per me in una sensibilità espressa differentemente e in modo complementare. A ogni modo entrambi sono portati a ricoprire, oggi, un ruolo che è necessariamente mediatico e che è inutile e poco onesto negare. Mi spiego: il lettore che ti ha scelto come autore ha la necessità di conoscerti “live”, di sapere come la pensi anche in questioni di quotidianità. Io credo nell’idea di un’arte fruibile e non in quella di una torre d’avorio in cui trincerarsi. Apprezzo dei grandi artisti la loro capacità di relazionarsi costruttivamente col pubblico, ricercando il giusto equilibrio con la necessità di preservare comunque il proprio spazio intimo, privato.

Hai dei progetti nel cassetto?

R- Tanti e non tutti di natura scrittoria. Per il resto non sono un’autrice esageratamente prolifica; scrivo quando mi va e quando ne ho la possibilità, tempo e impegni vari permettendo. Sono per lo slow writing, per la scrittura che porta fuori il meglio di te, a dispetto di mode o tendenze che non ti appartengono e che, per tale ragione, lasciano il tempo che trovano. Il lettore ha bisogno, per certi versi, di identificarsi in te scrittore, passare da un genere all’altro lo manda in confusione.

Cosa vuoi fare “da grande”?

R- Continuare a essere felice delle piccole e grandi cose della mia vita. Per me è stata una conquista raggiunta da “ragazza cresciuta” nel momento in cui ho cominciato a volermi bene sul serio

E ora la terribile domanda, che fa arrabbiare molti scrittori: perché scrivi?

R- Potrei dire che la scrittura ha ricoperto, nella mia via, ruoli diversi. All’inizio è stata, come blogger, terreno di conferme ma anche terapeutica. Poi è diventata piacere di scrivere fine a se stesso. Voglia di ringraziare i lettori che hanno creduto in te e che si aspettano di rileggerti ancora. Certamente mai imposizione o qualcosa di preconfezionato. Scrivere così richiede tantissimo tempo ma io non mi lamento. E aspetto che arrivi l’ispirazione giusta, quella che fa la differenza. Grazie per questa bellissima chiacchierata.

Grazie Lucia per il tempo che ci hai regalato e a buon ri-leggerci.

Mario Borghi

 

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