La storia perfetta

di luciaguida

Esisterà la storia perfetta? Quella in cui fabula e intreccio si compenetrano alla perfezione con naturalità, senza che siano stati operati interventi forzosi di vario tipo a titolo preventivo, e cioè prima che l’opera prenda la strada della pubblicazione? Me lo chiedo e ve lo chiedo in quest’articolo pubblicato qualche giorno fa sulla mia pagina di LiberArti

Buona lettura e buon weekend

 

La storia perfetta

Esisterà la storia perfetta? Per intenderci, quella rispondente a tutto ciò che possa renderla tale, e cioè   decaloghi scrupolosi  e certosini, minuziosamente stilati dal gotha scrittorio, supportati magari da preediting sapienti, meditati, compassati. Rituali pedissequamente onorati prima di inviarle a chi conta e sa: a chi può, volendo e potendo, pubblicarle.

Un po’ come andare dal tuo chirurgo plastico di fiducia, promemoria alla mano, chiedendogli di incavarti gli zigomi, spianare inopportune rughe d’espressione, ridurti o aumentarti di una taglia il seno, scolpirti con una poderosa opera di liposuzione l’addome. E poi ci sarebbero i polpacci da rimodellare, la pelle cadente delle braccia che, figurarsi, a una certa età è evidentissima e va rimessa a posto. Al resto ci penseranno un personal trainer e una dieta favolosa iperproteica, possibilmente à la page. Ma poi, vuoi mettere di te cosa ne verrà fuori? Una te stessa strarifinita, bella da paura. E irrimediabilmente diversa (e lontana) dalla tua essenza più vera e genuina.

E il lettore che ti ha conosciuto per quello che tu, autore, nel bene o nel male ab origine eri? Quel lettore che, forse, ti ha apprezzato per i tuoi pregi e i tuoi difetti, riconoscendosi anche nelle tue défaillance più o meno consapevoli ed evidenti, perché, si sa, anche un autore ha un cuore. Quel lettore, dico, come la prenderà? Se farà parte della folta schiera di lettori beneducati, pronti ad accettare a buon viso qualsiasi prodotto mediaticamente presentato ad hoc, beh, probabilmente accetterà anche la tua nuova personalità scrittoria. Ma siamo davvero sicuri che sia proprio questa la categoria di lettori preferita da uno scrittore?

Mi viene in mente un racconto tratto dal mio primo lavoro pubblicato da autrice solista, intitolato “Bella bella bella” in cui Sara, la protagonista, faceva del proprio corpo oggetto di culto esasperato nella prospettiva impossibile e vana di fermare l’inesorabile scorrere del tempo. La scrittura, come del resto ogni altra arte, è fatta di crescite e decrescite. Di percorsi più o meno lineari, rettilinei, solo nella migliore delle ipotesi in piano. E non esiste regola o diktat che tenga se a te, autore, mancano lo slancio, la forza, quel quid in più che ti distingue dagli altri e che riaffiorerà, come gioielleria barbarica, anche in un testo poco limato. Poco affinato, attenzione, e non stravolto e snaturato dalla penna abile, disincantata, smaliziata e complice di un editor a cui tu, autore, travolto dalla frenesia di pubblicare tutto e subito, hai concesso carta bianca a oltranza.

Non tutto ciò che si scrive è pubblicabile. La frase non è mia ma di un editor di professione. Eppure l’offerta editoriale odierna è ricca di opere, ( in origine lontane anni luce dai parametri essenziali editoriali), che poi tali sono diventate dopo un restyling accurato e circostanziato, mirato a procacciare l’attenzione del lettore medio, per giungere all’agognato traguardo della pubblicazione. Qualcuno lo chiamerebbe accanimento terapeutico, prefigurando l‘immagine di un paziente a cui sono stati trapiantati tutti gli organi vitali possibili, certamente restituito a nuova vita. Ma a che vita, ci si chiederebbe? Una vita propria o mutuata da altri, seppure con le migliori intenzioni?

Appartengo alla scuola di pensiero secondo la quale l’originalità e l’incisività di un autore si collocano proprio a metà tra la perfezione formale, anche linguistica ed espressiva, e la talentuosità latente in ciascun appartenente a questa categoria di artisti. Eppure è proprio questa seconda caratteristica quella che permette di superare ostacoli di ogni genere, a dispetto della prima, sebbene opzione necessaria. E quindi, cui prodest?

Per come la vedo io non esiste la storia perfetta intesa come un insieme di vicende talmente ben congegnate da prendere il lettore per intero e subito. Semplicemente perché nella scrittura, come del resto in molte altre arti, tutto ciò che era possibile esprimere è stato detto, esplicitato, metabolizzato, sia pure a livelli di differenziazione varabili. E visto che ciò che era umanamente proponibile è stato già presentato sia pure in salsa differente, la grandezza (o, se preferite, la bravura) di un autore sta nel riproporre, attraverso sapienti variazioni su tema, quanto migliaia di altri scrittori più o meno importanti hanno cercato di rendere attraverso un uso della scrittura a volte più attento, altre volte un po’ meno, combinando in modo diverso il proprio pensiero e l’uso e la padronanza di significato e significante della parola.

Personalmente credo che la nuova frontiera risieda, appunto, in un utilizzo certamente non improvvisato né ridondante di quest’ultima, molto più che nella ricerca di situazioni mirabolanti e tali da colpire l’attenzione di un lettore sempre più costretto a digerire testi di varia pezzatura, proposti da un mercato editoriale molto più propenso, per mera sopravvivenza, a tollerare interferenze di natura consumistica piuttosto che, invece, osare, con forza e coraggio doverosi, attraverso opere di qualità certa, sostanziale.

Due giovani innamorati pronti a morire per rendere eterno il loro amore da un lato; dall’altro due innamorati pronti a lottare fino alla fine per poter vivere in piena quotidianità il loro sentimento: due trame semplici, fin troppo scontate, eppure perni di due narratività diverse, quella inglese e quella italiana. Il miracolo compiuto da Shakespeare e da Manzoni è stato quello di rendere talmente verosimili e coinvolgenti due storielle all’apparenza di poco conto, seppure mutuate da una quotidianità storicamente concreta, rendendole immortali tanto da concedere con estrema benevolenza ai posteri di farne uso smisurato fino a sfiorare l’abuso.

Due grandi della letteratura, mi direte voi; tra l’altro neanche contemporanei l’uno all’altro. Eppure capaci, per il modo affascinante di trattare una materia all’apparenza così routinaria, di appassionare generazioni e generazioni di lettori, per altro minimamente l’un contro l’altro armati o pronti a schierarsi da una sola parte della barricata.

Non sottovalutiamo il lettore, mai. Il lettore è per la stragrande maggioranza un essere pensante, sa scegliere e sa operare le dovute distinzioni. Checché se ne dica o si immagini. Evitando soprattutto di portarlo in giro vendendogli specchietti per le allodole. Piuttosto che sprecare energie preziose in contese di poco spessore facciamo in modo di onorarlo sempre, di non deluderlo mai: creando per lui qualcosa di unico, di caleidoscopico, se siamo in grado di farlo. Altrimenti proviamo, per un istante, a fare un passo indietro, ascoltando chi sa usare la parola meglio di noi, magari con consapevolezza e sobrietà maggiori.

Lucia Guida

 

N.B. : Il link originale del mio articolo lo trovate qui

 

                       

 Photo taken from Writing Forward

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