The Jazz Singer

di luciaguida

Assistere a un concerto jazz della mia città e poi, partendo da suggestioni ed evocazioni melodiche, scrivere un racconto breve come il tempo di un respiro.

Buona lettura

 

A presto

 

 

The Jazz Singer

 

Katarzyna finì di truccarsi con cura alla smokey eyes.

Si ripeté che in quel camerino d’epoca, dalle pareti scrostate in più punti, era passato il gotha della musica contemporanea quasi a riconciliarsi con un presente che non la faceva star bene. Un orologio da muro profilato d’acciaio con il quadrante ingiallito scandiva il tempo, rassicurandola sulla possibilità di avere ancora tre quarti d’ora a disposizione prima della sua performance

 

Someday he’ll come along, The man I love
And he’ll be big and strong, The man I love
And when he comes my way
I’ll do my best to make him stay

 

A fine opera tornò a scrutarsi con occhi brillanti, appena velati, accendendosi tremante una sigaretta, mentre lo specchio le rimandava l’immagine di una donna dall’incarnato pallido, cosparso di efelidi leggere. Suo malgrado fu colpita dalla sua magrezza, evidenziata dalle spalline sottili nere della parigina che indossava. Il seno, piccolo e sodo, si intravedeva appena sotto la stoffa dell’indumento leggero. Si ripromise di indossare un reggiseno un po’ più voluminoso, pensando contestualmente a Michele e alla sua voglia di prenderla in giro prima di fare l’amore per quel petto da adolescente acerba da lei esibito senza veli con ingenua e sensuale presunzione in camera da letto.

Michele era il suo amore presente. Quello stesso Michele che l’aveva presa per mano soltanto un paio di mesi fa alla festa seguita a una esibizione dell’ensemble di cui faceva parte come vocalist, per portarla in fretta in una camera d’albergo di periferia prendendola con smania rabbiosa fino all’alba. Pretendendo da lei resa incondizionata e poi, nei giorni a seguire, addirittura amore. E lei glieli aveva elargiti entrambi a piene mani con imprudente leggerezza, concedendosi un’ombra di pentimento al pensiero degli impegni emotivo-sentimentali che lui aveva già: una compagna stretta a sé da un sodalizio affettivo-sentimental-professionale da cui difficilmente si sarebbe liberato. Ma, poi, lui ne aveva davvero voglia? Lei non avrebbe saputo dirlo, né avrebbe trovato coraggio sufficiente per chiederglielo negli attimi a lei concessi rubati alle sue tournée e alla sua vita di musicista famoso.

He’ll look at me and smile, I’ll understand
Then in a little while, He’ll take my hand
And though it seems absurd
I know we both won’t say a word

Schiacciando con mano tremante quello che restava di una sigaretta fumata con avidità in un portacenere sbreccato, abbandonato sulla toeletta da chissà chi, decise di alleggerire con un pennellino sottile il trucco agli occhi. A un certo punto le era parso troppo pesante e carico, conferendole un’aria drammatica da Pierrette che aveva voglia di dissimulare in qualche modo. Poi controllò febbrile il display del cellulare tenuto a soneria bassa tra i trucchi sparsi assieme a campioncini di creme per il viso e profumi griffati. Chiudendo gli occhi risentì la fragranza del dopobarba di lui mista al suo odore di uomo che non aveva avuto il coraggio di spazzar via con un colpo netto sotto la doccia, limitandosi a rivestirsi silenziosamente, facendo attenzione a non svegliarlo e godendo del suo viso appena scurito da un’ombra di barba, prima di infilare come una ladra la porta della camera d’albergo e andare via. Non le era dispiaciuto di trovarsi finalmente all’aperto in quel pomeriggio di primavera che era trionfo di aria leggera e colori brillanti per tutti ma non per lei, prima di incamminarsi a passo lento, quasi dolente, verso l’ingresso posteriore del teatro in cui quella sera si sarebbe esibita. Sperava di incrociarne la presenza, anche soltanto lo sguardo durante lo spettacolo. Avrebbe cantato per lui e lui solo, immolandosi sotto i riflettori per un uomo che la straziava dentro con un amore che era sofferenza pura di cui, paradossalmente, non riusciva a fare a meno.

Cantava sempre per Michele, con la disperazione e la consapevolezza che quel sentimento che le bruciava dentro era destinato ad affievolirsi nel momento in cui la noia avesse preso in Michele il posto della grandeur della novità iniziale. Si sentì vacillare ma attribuì la debolezza e la stanchezza che l’avevano assalita a quelle scarpe altissime che la costringevano ad avanzare in equilibrio precario e che lei aveva indossato per darsi un tono.

Tamponandosi il viso truccato in modo impeccabile decise di cingersi il collo con una sciarpa lunga di seta scarlatta per mascherare l’irruenza del suo amante e, forse, per nascondere a se stessa la pena di quell’amore che non riusciva a mandare via. Poi si pettinò lentamente, con cura, continuando a esaminarsi con occhio critico alla ricerca di una perfezione esteriore che non riusciva a percepire anche dentro di sé. I capelli a caschetto riacquistarono volume e uniformità sotto la sua mano attenta pronta a rimodellare qualsiasi loro intemperanza.  Si alzò dalla toeletta soltanto quando l’immagine che si era prefissa di raggiungere e quella che vedeva davanti a sé combaciarono in modo accettabile. Un goccio di vino rosso versato in un bicchiere appannato dal suo respiro fece il resto.

 

Sul palco gli altri erano già disposti come sempre, in sua attesa paziente e indulgente. Le volevano bene, lei lo sapeva, e questo pensiero aveva il potere di riscaldarle cuore e mente come ore di passione sfrenata, coinvolgente, ricercata non erano più in grado di fare. Katarzyna sorrise ma non con gli occhi, non ne aveva più la forza, prima di prendere slancio e raggiungerli. Era pur sempre una professionista e lo show doveva iniziare senza intralci ed eccessiva emotività.

Maybe I shall meet him Sunday,
Maybe Monday, maybe not
Still I’m sure to meet him one day
Maybe Tuesday will be my good news day

Il pubblico rumoreggiava con discrezione attendendo con calma che i teli rosso cupo del sipario fossero tratti da parte, alternando brandelli di conversazione reale a frasi smozzicate pronunciate virtualmente al cellulare. Assieme ai suoi compagni lei aspettò paziente che la platea si riempisse a dovere per permettere a una mano invisibile di aprire le scene dando inizio al concerto di musica jazz.

He’ll build a little home, That’s meant for two
From which I’ll never roam, Who would, would you

 

Katarzyna scostò per l’ultima volta un lembo della stoffa polverosa che la separava dagli spettatori e il suo cuore perse un battito mentre avvertiva con desolante chiarezza la presenza di due persone, una a lei nota accanto a un’altra a presidio e testimonianza inconfutabile della sua sconfitta palese, tra le prime file di quel teatro di provincia in cui lei aveva accettato di ritornare per un gesto di scaramanzia di cui si era già pentita. Sentì con urgenza il bisogno di bere un altro sorso di vino e maledisse la sua poca lungimiranza per aver lasciato in camerino la costosa bottiglia d’annata di Montepulciano, dono di un suo fan, stappata d’impulso in quel pomeriggio di malinconia per stemperare l’ansia che l’aveva assalita all’idea della fatica fisica e mentale che l’attendeva.

Nulla di nuovo sotto il suo personale cielo oltre a quella ferita che non aveva la forza necessaria di richiudere una volta per sempre con la perizia e l’asetticità di un chirurgo abile a fare a quel lavoro da una vita.

Guardandosi in uno specchio rimediatole da qualcuno all’ultimo momento si appuntò tra i capelli una gardenia bianca attenta a non toccarla troppo per non farla sfiorire prima del tempo, spianando le labbra generose e scarlatte in un sorriso prevedibile, volutamente ostentato. Poi fece un cenno col capo al pianista, comunicandogli di essere pronta. La musica avrebbe fatto il resto, contribuendo ad anestetizzare quello che rimaneva della sua tristezza, aiutandola a pagare un tributo dal prezzo esoso che sarebbe, comunque, stato apprezzato e consacrato da applausi genuini, quelli della gente che era lì per ascoltare lei e il suo ensemble.

And so all else above

I’m dreaming of the man I love

Il silenzio calò in sala nell’attimo in cui il precario ondeggio delle quinte trovò compiutezza nella loro apertura lenta, dissimulata. Molti decisero di immortalare in foto estemporanee di tablet e cellulari il prologo di quel concerto con i suoi protagonisti, stagliati contro lo sfondo minimal del palcoscenico come statue di marmo in un giardino antico pronte ad animarsi e prender vita al minimo cenno.

Nessuno pensò al mondo di fragilità ben nascosto in quella figura di donna esile, vestita di nero mitigato da una sciarpa coloratissima avvolta attorno al collo sottile e una gardenia bianca appuntata tra i capelli corti e lucenti, desiderosa di dare il meglio di sé.

A lei non rimase che stare al gioco e accontentarli.

Decise di dedicare la propria ammissione di impotenza a un destino che aveva bisogno di andare avanti senza che qualcuno potesse fermarlo con una semplice alzata di mano.

Poi sorrise all’immagine lontana e sfocata di Billie Holiday e iniziò a cantare.

 

Lucia Guida

 

                                                                                             20_vettriano

‘Only the Deepest Red’, Jack Vettriano

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