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Au Feminin Thinking and Writing

Libri e Recensioni sotto l’albero – Alla fine di un anno di scrittura e pubblicazione

Cari amici, quest’anno è stato caratterizzato per me  da grandi battaglie, scrittorie e personali, ma anche da piccole e significative soddisfazioni. ‘Romanzo’ ha raccolto un discreto numero di consensi e apprezzamenti da lettori e addetti ai lavori e questo non può che farmi piacere.
Qualcuno una volta mi ha detto che le recensioni servono a rimpinguare il narcisismo di un autore. Concordo con lui solo in parte. Le recensioni, quelle fatte in modo trasparente e con assoluta obiettività, hanno a mio giudizio anche il pregio di aiutare a crescere quegli autori che le leggono con serenità e che hanno voglia di trarre nuovi stimoli a fare sempre meglio. Senza considerare l’importanza che rivestono nell’orientare il pubblico dei potenziali lettori, di continuo sballottati tra le tante e variegate proposte scrittorie oggi in commercio.
Ho, quindi, pensato di lasciare in questo articolo di dicembre i link di tutte quelle  al momento realizzate per il mio ultimo lavoro.
Se ne avete piacere, date loro uno sguardo. E poi, magari, se le trovate interessanti tanto da incuriosirvi a leggere il mio libro, mettete da parte una copia del mio ‘Romanzo’ sotto l’albero per le persone a cui tenete.

Auguri di buone feste e buona lettura a tutti

A presto

Lucia

 

Dal sito Mentinfuga, bollettino dell’associazione culturale omonima, recensione a cura di Antonio Fresa, scrittore

Il post completo lo trovate qui 

 

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Dal blog Lettrice al contrario   di Désirée Pedrinelli, ‘(…)  lettrice forte e appassionata ,che si diverte a scovare autori esordienti e piccole realtà editoriali, perché quello che conta è la storia e il talento di chi la scrive’

Qui  l’articolo

 

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Dal sito di lettura e scrittura Mangialibri a cura di David Frati

Questo il link della recensione fatta per il mio ‘Romanzo Popolare’

 

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La recensione di Federica Gnomo Twins, blogger e scrittrice per Paper Blog, sito di attualità, cultura e società

Ecco la pagina in web dedicata al mio libro

 

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‘Chili di libri’ e  e le sue blogger, lettrici appassionate, recensiscono il mio ‘Romanzo’

Ecco l’articolo completo

 

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Per la rubrica libri del web magazine Sulmona Post, la recensione del mio ‘Romanzo Popolare’ di Stefano Carnicelli, scrittore

Questo il suo post

 

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Elisa Occhipinti Gelsomino parla del mio libro su ‘Odor di gelsomino’, blog di lettura e scrittura

La sua recensione è qui

 

ghirigori

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Eva non è sola

Il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nasce nel 1981 come ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale nei confronti di questa problematica che da noi è diventata vera e propria emergenza nazionale,  facendo registrare quest’anno sino a oggi 116 femminicidi, avvenuti in contesti familiari per oltre il 75%.

Chi mi conosce quanto meno scrittoriamente sa che alla violenza di genere, e alla necessità di intravedere nella piaga del femminicidio una valenza da riequilibrare in primis dal punto di vista culturale oltre che socio-affettivo relazionale, ho dedicato alcune delle mie opere e buona parte dell’intreccio di ‘Romanzo Popolare’, mio secondo romanzo edito da Amarganta, pubblicato nel febbraio di quest’anno. C’è, poi, una battaglia personale e professionale da me da sempre condotta con le mie studentesse, finalizzata al loro pieno e consapevole riconoscimento di Persone oltre che di Donne. Nella certezza di quanto sia importante percepirsi e amarsi in ciò che abbiamo da offrire agli altri e in ciò che nella realtà siamo, pretendendo di ricevere Amore in cambio dell’Amore che con generosità doniamo a chi ci sta accanto.
Ho, quindi, accettato volentieri la proposta delle scrittrici Roberta Andres e Lorena Marcelli, quest’ultima curatrice dell’opera collettiva ‘Eva non è sola’, di inviare uno dei miei racconti a cui tenevo di più, ‘La stanza della memoria’, scritto qualche anno fa per un reading letterario a tema e poi pubblicato nella mia pagina di autrice di LiberArti, Social Reader Writer Artist, sito di Scrittura, Arte e Lettura diretto da Carmine Monaco.

Venerdì scorso si è tenuta la presentazione ufficiale di ‘Eva non è sola’, antologia di A.A.V.V., presso la Sala Consiliare del Comune di Roseto degli Abruzzi (TE) nella compagine di un incontro dibattito incentrato sui vari aspetti che caratterizzano anche a livello legale, la violenza di genere.

Il volume è costituito da 30 opere tra racconti brevi e poesie, scritte da autori professionisti e non, ed è già in vendita in ebook su Amazon. Per la versione cartacea, del prezzo di 10,00 €, è possibile rivolgersi a Lorena, contattandola a questa email: lorena.marcelli@libero.it.

Il ricavato delle vendite, tolte le spese vive, verrà devoluto a tre centri antiviolenza abruzzesi.

L’iniziativa è patrocinata dalla Provincia di Teramo, dal Comitato Pari opportunità della Provincia e del Comune di Giulianova. Partner ufficiale il Comune di Roseto degli Abruzzi. Tra le associazioni coinvolte troviamo il Circolo culturale ‘Il nome della rosa’ di Giulianova, l’associazione ‘Il faro’ di Cologna spiaggia,  ‘Artis – Scuola di teatro’ di Pescara.

Qui di seguito alcuni scatti miei e di Cristian Palmieri, fotografo ufficiale dell’evento, a ben documentare alcuni momenti di questa serata incentrata sulla solidarietà al femminile e non solo.

Buona lettura e buona visione a tutti

 

A presto

 

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Sala Consiliare del Comune di Roseto degli Abruzzi, incontro dibattito del 25.11.16, intervento di Stefania Pezzopane – foto di Lucia

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Lettura di Lucia di uno stralcio de ‘La stanza della memoria’, foto di Cristian Palmieri

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‘Eva non è sola’, antologia di A.A.V.V. è stata realizzata attraverso  crowdfunding con il libero contributo di autori e simpatizzanti del progetto – foto di Lucia

‘Romanzo Popolare’ al FLA 2016

Ci ho messo una settimana per fermare in questo blog in un articolo  le emozioni e le sensazioni che hanno accompagnato questa mia seconda partecipazione al FLA, il Festival delle Letterature dell’Adriatico di Pescara, città in cui vivo e lavoro, quest’anno alla sua quattordicesima edizione.

Saranno le foto di quattro amici fotografi a narrare, per chi volesse dar loro uno sguardo, un pomeriggio per me molto intenso, connotato da un’emotività a cui spesso non so dare un freno. Sono abituata a parlare in pubblico ma ogni presentazione di una mia creatura è sempre un salto nel vuoto. A tendere con disponibilità un telone pronto ad accogliermi con morbidezza ci sono stati gli amici di sempre, nuovi amici  e persone che di me non avevano mai sentito parlare e che mi hanno regalato un po’ della loro attenzione e del loro tempo.
Buona visione e buona lettura
Lucia

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Il principio di ogni cosa è fatto sempre di una sottile linea da travalicare. Eccomi qui con Arianna Di Tomasso, meravigliosa ‘madrina’ dell’evento, ad ascoltare l’introduzione di una delle tante volontarie del FLA prima di spiccare il volo.

Foto di Cristian Palmieri

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Per vincere l’emotività occorre concentrazione, tanta. Stringere tra le mani il mio libro mi ha aiutata a fare mente locale. Parlare vestita a festa mi ha dato la spinta giusta per celebrare questo terzo ‘figlietto’ che tanto mi ha fatta penare prima di venire al mondo

Foto di Guerino Di Francesco

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Buttarsi nella mischia con un sorriso interagendo con tutta me stessa alle domande belle e impegnative dell’intervista di Arianna è stata una bella sfida. Soprattutto con me stessa.

Foto di Ninoska Valente

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Ringraziare il mio pubblico un atto piacevole e dovuto di gratitudine per il tempo che tante persone hanno deciso di regalarmi in un pomeriggio domenicale soleggiato e lento.

Foto di Luciano Onza

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Il firmacopie, momento di relax per ogni autore, per me rappresenta la possibilità concreta di personalizzare il mio grazie più sincero

Foto di Valeria Maddalena

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La curiosità del festival: farmi prestare da una volontaria il ‘laccio’ per il mio pass. E poi restituirglielo in tempo dopo averne recuperato un altro a casa: la penitenza da pagare per essermi accreditata quest’anno in ritardo.

Foto di Lucia

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“Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni”.                                                               F.S. Fitzgerald                                            

La mia speranza di autrice è che qualche pezzetto del mio ‘Romanzo’ possa davvero conquistare la sensibilità dei suoi lettori anche grazie a begli eventi come questo.

Foto di Lucia

Nena delle torte

Una donna d’altri tempi, professionista nel mestiere più antico del mondo. Un paesino in cui tutti sono pronti a contare le foglie di ogni albero che cadono in autunno. Un destino che pare segnato sin dall’inizio. La libertà, tutta femminile, di andare comunque per le vie del mondo a testa alta. Questo e molto altro è la ‘Nena delle torte’, un mio racconto breve scritto qualche tempo fa per gli amici di LiberArti che ho il piacere di proporre anche qui da me.
Buona lettura e a presto.

Nena delle torte

La chiamavano la Nena delle torte.

Abitava in una delle ultime casupole del paese, una costruzione dal tetto basso e i muri bianchi tinti a calce come usava una volta, protetta da tegole fermate da massi di pietra, per evitare che folate gelide di vento invernale le facessero volare via come petali sfioriti di rosa canina di cui era disseminata la campagna. Viveva da sola con un gatto nero guercio dal pelo rado che amava accompagnarsi a una gatta tigrata. Di ritorno dalle loro scorribande feline era lui a entrare per primo in casa, seguito dall’altra con cipiglio sfrontato. Alla padrona di casa non restava che farli accomodare servendo gli avanzi messi da parte durante la loro assenza.
La Nena delle torte era sulla quarantina o poco più. I suoi anni li portava bene e con una certa fierezza. Del resto erano il suo biglietto da visita, la sua propaganda a buon mercato. Le procacciavano i clienti che selezionava dalla fauna maschile locale con scrupolosa severità.

Se poteva evitava quelli accompagnati. Le rovinafamiglie non le erano mai piaciute sin da quando da ragazza era stata separata dal padre, scappato via con la moglie del fabbro. Dopo aver toccato con mano l’irreversibilità della situazione sua madre era impazzita dal dolore, decidendo anch’ella di fuggire ma in modo diverso. Un giorno si era alzata all’alba e aveva pensato bene di gettarsi in un pozzo abbandonato in uno dei campi del circondario. Di lei si era persa traccia fino a quando un cacciatore non ne aveva scoperti i poveri resti allertato dal suo bracco, insolitamente agitato, che non ne voleva sapere di lasciare la circolarità muschiata di quel sepolcro improvvisato.

Il fatto che preferisse i celibi agli ammogliati non la metteva, però, al riparo dall’astio e dal rancore delle giovani compaesane, impegnate e non, che si permettevano il lusso di guardarla con scherno e alterigia se capitava che s’imbattessero in lei per le vie tortuose del borgo.

La domenica era sua usanza andare a messa con il capo coperto da un fazzoletto rosa sfumato ponendosi in fondo alla navata centrale senza avere nulla a pretendere se non quello di giovarsi della parola di Dio, lei che si sentiva a pieno titolo sua creatura, ascoltandola ai confini del mondo in atteggiamento dimesso ma non rinunciatario.
Buona parte dei roccolani la snobbava ma a lei pareva importare poco. Si difendeva dai loro pregiudizi prendendo senza batter ciglio il compenso ricevuto per i favori concessi; ricambiandolo, tuttavia, sempre con un dolce cotto nel forno a legna costruito da suo padre nel cortiletto di casa prima di lasciare lei e sua madre per la bella Faustina. In genere erano torte o crostate di frutta speziate alla cannella. Nena le impastava con una tempistica perfetta rispetto agl’impegni di lavoro presi perché potessero essere pronte per quel momento. Amava essere avvisata con un certo anticipo dai suoi aficionados per i loro rendez-vous. Quando ciò accadeva preparava e cuoceva le sue prelibatezze e poi le metteva a raffreddare sulla panchina di pietra al lato della porta d’entrata, difendendole da Guercio e dalla corte degli animali randagi del luogo con le buone e con le cattive.
Ogni donna di Rocca Pizzuta storceva il naso al profumo persistente di cannella temendo il peggio se era fidanzata o aveva qualche pensiero d’amore per la testa. Sapeva che quella sorta di alchimia speziata, che raggiungeva ogni anfratto del borgo nei momenti più impensati, avrebbe potuto toccarla da vicino segnando in qualche modo il suo destino.

Nena non voleva sistemarsi anche se quella vita condotta con indolenza e naturalità, per qualcuno amorale e riprovevole che, tuttavia, non metteva a repentaglio nessuno in maniera drastica, scandalizzava. Alle paesane non era sufficiente la sua mancanza di senso di possesso: la rifuggivano come la peste, si segnavano al suo passaggio oppure se erano accompagnate preferivano rivolgere lo sguardo all’uomo che avevano di fianco, controllando che non la cercasse con gli occhi per richieste mute ed eloquenti.

Eppure a lei la solitudine non pesava, neanche nelle notti più cupe di maestrale. Reputava di gran lunga una buona scelta quella di non legarsi a nessuno per non doversene amaramente pentire in seguito. Al bottegaio i soldi guadagnati con la sua arte non dispiacevano e al medico condotto, anzianotto, che la conosceva da bambina, non procurava fastidio che gli si rivolgesse in caso di bisogno. Delle donne non aveva una grande considerazione dal momento che due di loro avevano contribuito a segnare irrimediabilmente il suo destino. Faustina l’aveva privata a vita dell’affetto di suo padre, sparito dopo averla salutata con un bacio distratto sulla fronte di cui conservava un ricordo dolceamaro. Sua madre non si era comportata meglio, voltandole le spalle e preferendo farla finita piuttosto che convertire in energia positiva il suo dolore per crescerla e aiutarla a fronteggiare la buona e la cattiva sorte.
La sua bellezza prorompente aveva fatto il resto allontanandola dalla popolazione femminile locale. Era a quel punto che Nena, con sfida e coraggio, aveva deciso di farsi delle regole proprie.

Ci era riuscita. Un codice di comportamento che poteva, forse, non piacere ma che la metteva al riparo dalla malinconia e da molti inutili sensi di colpa.
C’erano uomini del paese che, dopo averla visitata, esibivano fieri le sue dolcezze fragranti di forno. E altrettanti che preferivano lasciarle davanti alla porta di qualche poveretto sicuro che non le disdegnasse. Alla fine c’era un margine di guadagno per tutti. E la sua dignità di donna, grazie a quel baratto lungimirante, era più che salva.
Se qualcuno avesse potuto sbirciare attraverso la vetrina della sua porta di casa, semiaperta specialmente d’estate, avrebbe assistito a una magia.
Nena amava ammassare su una tavola di legno al centro della stanza, illuminata da una lampada che pendeva dal soffitto schermata da un tondo di metallo verniciato di bianco che di sera l’avvolgeva in un confortante cono di luce.
Poneva al centro della spianatoia la farina, misurata a occhio col pugno di una mano. Seguivano lo zucchero, pesato con lo stesso sistema, il burro a pezzi, una presa di sale e bicarbonato e l’immancabile cannella. Le uova le rubava di soppiatto alle due gallinelle che allevava in un piccolo recinto dietro casa per proteggerle dalla protervia delle faine.

Quando Nena ammassava pareva una forza della natura.

Le sue braccia lavoravano gli ingredienti con vigore, forza e speranza. Ce la metteva tutta per fare in modo che la farina, refrattaria all’abbraccio di burro e uova, si amalgamasse con loro al punto giusto.

Non si fermava neanche se un soffio di vento dispettoso penetrava dalla porta e, sentendosi imprigionato, si vendicava sollevando polveri bianche di varia consistenza e sapore che lei cercava di domare e ricompattare in un composto uniforme su quella tavola antica che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna; tramandata di generazione in generazione per propiziare le qualità muliebri di famiglia.

Poteva capitare che un sottile velo di farina si poggiasse sulla credenza e sulla testata scura del letto matrimoniale, ricoprendo tutto di una patina impalpabile che se ne andava in modo definitivo soltanto dopo un’operazione di spolvero accurato. Farina e zucchero volteggiavano per la stanza con leggerezza e lei non si dispiaceva per tutto quel ben di Dio che andava irrimediabilmente perso. In quegli istanti si sentiva una sorta di magàra, di strega buona, e continuava a lavorare il composto che, quella sera, acquistava un sapore diverso, più etereo.

Come per incanto l’incontro in programma andava sempre a buon fine, lo si sarebbe quasi potuto definire un appuntamento d’amore. Il cliente apprezzava la sua pelle setosa profumata di aromi e appena zuccherina. Si divertiva a togliere dal suo corpo morbido e invitante ogni eccesso degli ingredienti di cui lo scirocco l’aveva cosparsa indugiando con la punta di un dito prima di portarsela alla bocca. Con una deferenza che lei gradiva e premiava concedendosi fino a quando lui decideva di assaporarla.

Nena poggiò sul centro di filet della madia la sua crostata, preparata per il barbiere, suo cliente abituale, che stavolta l’avrebbe raggiunta a un orario inusuale, alle prime luci dell’alba del giorno successivo.

Quella sera il Guercio e la Rossa avevano fatto ritorno da lei all’improvviso.

Lei si era sentita come una madre che accoglie il figliol prodigo e li aveva fatti subito entrare. Poi si era stretta nel suo scialletto di mussola di lana, quello usato in estate sulla biancheria intima leggera, e li aveva osservati con tenerezza dividere il loro magro pasto prima di riprendere la via verso il fulcro del paesello, il fianco scarno di lui accanto a quello sinuoso di lei.
I grilli frinivano con intenzione e lei li ascoltò per un po’, fissando la luminosità di un quarto di luna crescente attraverso una finestrella non schermata dalle persiane come di consueto.

Si sentiva libera come solo le creature abituate a sopravvivere grazie alla generosità della natura sanno essere.

Il pensiero della bella stagione che stava per finire la sfiorò appena lasciandole in corpo un retrogusto di tristezza. Si rasserenò pensando all’oro rosso della faggeta che avrebbe sostituito il verde intenso della vallata con discrezione ripromettendosi di frugare quanto prima con insistenza i cespugli di more nella boscaglia per raccoglierne i frutti maturi.
La sua ultima torta estiva andava preparata con i tesori più preziosi, fortunato l’uomo che se la sarebbe portata via con sé assieme al miele dolce della sua sensualità.
Il vento di scirocco continuò a soffiare e i rami d’acacia a muoversi contro il buio per aiutarlo a stemperare la luce del lampione di strada, mentre gli ultimi sentori di cannella si spandevano impudentemente per quel pugno di case in collina.
Nena sapeva che quel vento carezzevole avrebbe portato la pioggia e giornate grigie dall’andamento lento ma decise di concentrarsi su quell’istante magico e sulla sensazione perfetta di essere stata vestita dal destino con un abito difficile da indossare che, tuttavia, le andava a pennello. Mentre continuava a stupirsi dell’aria tiepida e della notte chiara e calma, stanca ma appagata dalla giornata appena trascorsa, quella notte stabilì di concedersi a Morfeo senza troppe storie e con un sorriso, sicura del fatto che lui, da gran signore qual era, non ne avrebbe approfittato.

 

Lucia Guida

 

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ph. credit: valbrembanaweb.com

 

 

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Qualche tempo fa nacque in web una bella esperienza, quella de ‘Il Tendone’, un sito indipendente a cura di un gruppo di blogger appassionati di lettura e scrittura tra cui Alberto Zuccalà, bravo medico nella vita e ottimo grafico inventore de ‘Le graforecensioni-un disegno per un libro’, rubrica di pubblicità libraria.

‘Il Tendone’ aveva lo scopo meritevole di aiutare autori esordienti ed emergenti a farsi pubblicità in maniera innovativa e non scontata. Tra gli autori interpellati a fornire un po’ di materiale c’ero anch’io. Presa tra le promozioni di ‘Romanzo Popolare’, all’epoca nato da poco, sono riuscita a ricontattarli quando, ahimè, Alberto e gli altri avevano deciso di mettere in stand-by questo progetto che al momento non è più attivo.
L’intervista è finita in un file in un angolino della memoria del mio pc fino a quando, qualche giorno fa, non l’ho riletta e ho pensato di proporvela qui, sul mio blog.
Buona lettura
A presto


Quello che nessuno mi ha mai chiesto ( e che mi sarebbe piaciuto dire in risposta a una intervista)

Nelle interviste  seguite a tre pubblicazioni da solista, conversazioni stimolanti e sicuramente interessanti, può accadere che i tuoi interlocutori  decidano di incentrare il proprio lavoro su alcuni aspetti del tuo universo di autrice e di donna tralasciandone altri. E che tu ti chieda come sarebbe stato se, al contrario, qualcuno avesse  pensato di dirigersi con te verso altri lidi, scrittorii e non.
L’intervista che voi leggerete è stata interamente realizzata da Lucia Guida per Lucia Guida; nessun trucco e nessun inganno, unicamente la voglia di mettersi a nudo con sincerità e un pizzico di autoironia. Da una prospettiva autoreferenziale, certamente; di sicuro sui generis.

Buona lettura.

 

 

Lucia Guida intervista Lucia Guida

 

  1. Guida: Ciao e benvenuta sulle pagine de ‘Il Tendone’. Mi sono appuntata delle domande che credo possa farti piacere ricevere. Ma prima di tutto una tua breve presentazione. Lucia Guida, autrice pescarese d’adozione, Acquario ascendente Gemelli, prestata alla scrittura dal mondo della scuola in cui sei docente di Lingua Inglese. Hai pubblicato tre lavori, una raccolta di racconti, ‘Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile’ per Nulla Die nel 2012, un romanzo nel 2013 sempre per Nulla Die intitolato ‘La casa dal pergolato di glicine’ e nel febbraio di quest’anno hai deciso di dare alle stampe per Amarganta Editrice il tuo secondo romanzo, un lavoro di narrativa dal titolo ‘Romanzo Popolare’. Per te non valgono, quindi, gli algoritmi annui e la regola aurea secondo la quale bisognerebbe scrivere sempre e di continuo se nella tua progressione di autrice di annualità ne hai saltate ben due …

 

Lucia Guida:   In realtà in questo biennio di apparente ‘riflessione’ ho pubblicato due racconti in opere collettive: ‘Destini’, edito da Fefé e vincitore del III premio al concorso ‘Streghe d’Italia2’ organizzato dalla medesima casa editrice e ‘In un campo d’orzo e di papaveri’ vincitore del II posto al Premio Lupo. Per il resto non ho mai smesso di scrivere. Ho continuato a farlo in sordina, portando avanti un nuovo progetto che è poi cresciuto e diventato ‘Romanzo Popolare’. L’algoritmo scrittorio di cui parli è stato più che ampiamente rispettato, sia pure con tempi morbidi ma a me consoni: poco per volta, il giusto. Il piacere di scrivere, almeno per me, è anche questo.

 

  1. Guida: Si dice che camminare a passo lento dia la possibilità di guardare con attenzione particolari difficili da scorgere in fase di corsa. E’ stato così anche per te? Cosa hai potuto mettere in chiaro o guardare con attenzione e precisione maggiori in questi due anni di scrittura ‘ponderata’?

 

Lucia Guida: Intanto mi sono chiesta se per me fosse più importante scrivere o pubblicare. Concludendo, senza falsi pudori, come il valore di queste due azioni sia assolutamente paritario. E’ importante scrivere per noi stessi ma diventa un atto solipsistico se gli input che abbiamo necessità di proporre agli altri restano su carta solo ed esclusivamente a nostro beneficio.  C’è anche da dire che una volta pubblicato un libro va pubblicizzato. Preparare un ottimo pranzo e lasciarlo freddarsi in forno non ha alcun senso. Ma questa, forse, è un’altra storia …

 

  1. Guida: Quanto conta per un’autrice emergente non conosciutissima l’occasione d’oro? La possibilità, cioè, di accedere al grande pubblico attraverso una sapiente opera di propaganda e pubblicizzazione?

 

Lucia Guida: Tantissimo. Tempo fa in web mi è capitato di imbattermi in una citazione che suonava più o meno così, parlando di libri validi ben pubblicizzati che vendono; di ottimi libri propagandati che non vendono; di opere mediocri ben pubblicizzate che vendono e di libri mediocri non pubblicizzati che fatalmente non vendono’. Sono totalmente d’accordo con chi le ha scritte. Sintetizzano in modo illuminante l’editoria odierna, pregi e difetti. Un libro, checché se ne dica, è un bene di consumo, un prodotto anche commerciale e come tale va di conseguenza considerato.

Aggiungo, poi, che quella che tu chiami ‘l’occasione d’oro’, la possibilità, cioè, di imbroccare per caso o in modo mirato la strada giusta può di sicuro rivelarsi vincente. Le sponsorizzazioni intelligenti e ben fatte non hanno mai danneggiato nessuno. Bisogna, però valutarne le contropartite: nessuno di solito ti regala niente in cambio di niente.

 

  1. Guida: Cosa saresti capace di fare pur di svoltare scrittorialmente parlando?

 

Lucia Guida:  Parli degli eventuali compromessi che sarei capace di accettare? Niente che non abbia sino a  ora voluto o, viceversa, evitato di fare. Se avessi voluto impostare la mia vita secondo l’adagio ‘minima spesa, massimo rendimento’ avrei, probabilmente, scelto altre prospettive. Potrei, però, dirti a cosa non ho mai dato spazio: all’editoria a pagamento. Meglio affidarsi a una piccola e decorosa casa editrice indipendente piuttosto che pubblicare pagando. Anche se c’è ancora nel pubblico dei lettori qualcuno che non è capace di distinguere tra un libro pubblicato pagando e un testo su cui l’editore ha voluto investire in prima persona. È ancora diffusa l’abitudine di congratularsi con l’autore che ha speso fior di quattrini come se avesse dato alle stampe il proprio libro per pura meritocrazia. Sui meccanismi editoriali c’è ancora moltissima ignoranza.

 

  1. Guida : Qual è la cosa che ti scoccia maggiormente fare all’indomani della pubblicazione di un libro?

 

Lucia Guida: Regalarlo come se fosse un gadget. Se, come me, hai pubblicato con una ce noeap e hai voglia di comperare dall’editore qualche copia del tuo lavoro, lo acquisti con uno sconto minimo pagandolo regolarmente. Poi, se credi, ne fai l’uso che vuoi. Anche donarlo, se lo desideri. Discorso diverso è, invece, quando gli altri ti chiedono  tout court una copia, pensando erroneamente che l’autore ne possegga casse intere, magari in garage. Che, poi, è realtà di ciò che accade quando ci si rivolge all’editoria a pagamento. Ma per chi come me ha deciso di impostare un discorso totalmente diverso un libro ‘è lavoro’: è tempo speso per idearlo, scriverlo, editarlo, proporlo a un editore che ne intraveda la stoffa e sia disposto a farlo nascere, nero su bianco o in versione digitale. E’ lacrime e sangue, in primis del suo creatore. Un dato inconfutabile e un particolare che non può essere sottovalutato o deprezzato.

 

  1. Guida : Se un autore esordiente ti chiedesse qualche consiglio per iniziare, cosa gli diresti?

 

Lucia Guida : Di pubblicare bene ( ma credo che ciò vada da sé se l’autore è di suo capace ). Di affidare la propria creatura possibilmente a un’agenzia letteraria, avendone disponibilità anche economica, dal momento che non è una cosa scontata e accessibile a tutti dal punto di vista finanziario. La caccia all’editore serio e competente richiede tantissima pazienza. Se, poi, si punta in alto, a una major, per esempio, entrare nel raggio d’azione di quest’ultima è cosa complessa se si è sprovvisti  di un biglietto da visita autorevole costituito da qualcuno che ti rappresenti al meglio e che possieda un certo potere contrattuale.

 

  1. Guida: Ultima domanda, al vetriolo: qual è la cosa che dei colleghi scrittori affermati sopporti di meno?

 

Lucia Guida: L’aver dimenticato di aver cominciato dalla base e quanto ciò comporti, anche in termini di spesa emotiva e fisica. Sono davvero pochi quelli che si voltano indietro a guardare con favore e benevolenza, in modo paritario, chi arranca alle loro spalle. Molto spesso la chance scrittoria, quella che diventa opportunità di pubblicare ‘felicemente’ è frutto indiscusso di bravura personale ma anche di attimi carpiti al momento e al punto giusto. Un’altra cosa che fatico ad accettare in un creativo di scrittura e/o altro è quella sorta di aura dorata di cui a volte si circonda isolandosi dal mondo esterno. L’Arte è un ponte formidabile e dovrebbe unire le persone e non separarle. Per questo motivo adoro artisti come Michelangelo Pistolotto che si pongono come trait d’union tra la gente e non come depositari di saggezza esclusiva ed elitaria.

Lucia Guida

 

 

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La parola al recensore: “Romanzo Popolare” visto attraverso gli occhi di Daniela del sito “Chili di libri”

Cari amici, un saluto veloce per proporvi l’ultima recensione di ‘Romanzo Popolare’ pubblicata in ordine di tempo sperando di fare cosa grata, a cura della blogger Daniela, coautrice e fondatrice con Anita, del sito letterario Chili di Libri.

Buona lettura e a presto

Lucia

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Romanzo Popolare

di Lucia Guida

Dal sito dell’editore

Destini incrociati di donne che vivono in una Pescara variegata. Donne che rinunciano ai propri sentimenti per il bene della famiglia. Donne capaci di inedita determinazione per offrire una possibilità agli affetti più cari. Donne che immolano se stesse per superare l’indifferenza di un amore incondizionato. Esistenze mortificate eppure sublimate da un indomito spirito di sacrificio. Ricorsi che illuminano di una luce nuova fatali coincidenze. Tratti comuni che emergono a dispetto di conoscenze reali. Motivi che si fondono, saldati assieme dall’esistenza disperata di Matteo, bello e perverso, malato dentro perché la mela non cade mai lontana dall’albero suo.

Recensione

Appena ho iniziato a leggere il libro, me ne è subito venuto in mente un altro: due donne, palazzoni, figli coetanei, un marito violento e la difficoltà di arrivare a fine mese… Poi per fortuna, molto presto, questa storia ha preso una piega diversa.

La signora vittima del marito continua a essere vittima, fino a che una provvidenziale caduta (con una spintarella, certo), non la rende vedova. Sarà stata lei o il figlio? Poco importa. Uno dei due ha avuto il coraggio di liberarsi da quel giogo, da quella violenza quotidiana che è prima di tutto psicologica, che ti impedisce di vivere, di respirare, di star serena due minuti, senza avere paura di essere poi massacrata di botte, riempita di urla e improperi.

Matteo,il figlio undicenne si deve nascondere, cerca di non farsi vedere, non ha amici.

“Non avrebbe mai ammesso con chicchessia di desiderare una famiglia migliore. Si ripeteva spesso di non aver bisogno di nessuno e nei suoi sogni non c’erano calciatori famosi o biciclette fiammanti. Fremeva dal desiderio di cercare la propria strada altrove, lo avrebbe fatto da grande. Lontano mille miglia da una casa in cui non si sentiva protetto, succube dell’umore di un uomo che l’aveva spesso costretto, anche in giornate di pioggia o di freddo, a fuggire all’aperto per evitare le botte.”

L’altra signora, la vicina del piano di sopra, ha due figli, Lidia e Giacomo, e si è appena trasferita a Pescara. Ha lasciato non solo il conforto degli amici e di luoghi conosciuti, ma anche il calore del vero amore, quello che non prova più per suo marito, il quale si accontenta di non domandare per non sapere.

La storia va via veloce, come la vita. In men che non si dica sono passati dieci anni, i figli sono grandi, uno è partito militare, uno lavora come meccanico e la figlia sta diventando donna. Inizia ad attirare le attenzioni dei ragazzi e sono tutti presi dai propri affari. Non ci sono più i bei pranzi tutti a tavola, Maria si è risposata e il figlio Matteo rifiuta qualsiasi contatto, assomiglia sempre di più al padre.

È una storia tristemente quotidiana: le piccole meschinità della vita, i tradimenti, le violenze, la difficoltà di fidarsi, l’invidia e l’angoscia, la sensazione che non ci sia più speranza. Sentirsi un sacco vuoto per la morte del figlio e dover, in qualche modo, andare avanti.

È un libro scritto bene, che parla anche di argomenti difficili, come se fossero un contorno, nel trambusto della vita quotidiana, senza tuttavia negar loro l’importanza che rivestono.

 

Daniela

L’articolo originale lo trovate qui 

 

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Presentazione di ‘Romanzo Popolare’ al Gran Caffè Cigno di Chieti Scalo del 1° giugno 2016 per la rassegna ‘Mercoledì d’Autore’ a cura dello scrittore Alessio Masciulli

#IoScrivoPerVoi

Cari amici virtuali e non, un piccolo gesto credo possa far molto per i territori colpiti dal sisma nei giorni scorsi.
Con la supervisione di Andrea Franco, scrittore ed editor, nascerà a breve un’antologia di racconti in e-book intitolata #ioscrivopervoi i cui proventi verranno interamente devoluti alle popolazioni dei comuni interessati.
Tra i tanti contributi ci sarà anche il mio.
Vi linko la pagina che potrete trovare su Facebook perché possiate darle un’occhiata, ‘mipiaciarla’, se siete utenti di questo social network aiutandola a crescere e, magari, comperare una copia quando l’opera sarà pronta.
All’iniziativa partecipa anche DestinazioneLibri (www.destinazionelibri.com).
Gli autori che avessero intenzione di inviare le loro opere (il loro racconto, unitamente ad una breve biografia) possono farlo fino a lunedì 29 agosto 2016, a seguenti indirizzi di posta elettronica: destinazionelibri@virgilio.it oppure a francoservizieditoriali@gmail.com.
Un abbraccio e un grazie di cuore a tutti coloro che aderiranno.

Lucia

 

io scrivo

#IoScrivoPerVoi è qui su Facebook

 

Presentazioni: Ilaria Grasso intervista Lucia Guida sulle pagine di PescaraNews.net

La sorpresa di ferragosto è la pubblicazione in web della mia ultima intervista rilasciata a Ilaria Grasso, giornalista freelance abruzzese.
Argomenti di questa bella chiacchierata estiva il mio ‘Romanzo Popolare’ e le tematiche sottese alla storia che ho narrato. Assieme con una buona fetta, manco a dirlo, delle mie prospettive esistenziali.
Buona lettura

A presto

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

(…)

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Ciao Lucia, ben trovata, e buon’estate, un’estate popolare, tra impegni e iniziative letterarie, grazie al tuo romanzo, uscito alcuni mesi fa, dal titolo, appunto, Romanzo Popolare …
 

Salve, Ilaria. In realtà è stata un’estate complessa, dedicata agli affetti e alle persone care, in cui per forza di cose ho dovuto rallentare la promozione di ‘Romanzo’ che, tuttavia, è alla sua seconda ristampa, con buon successo di pubblico, e la cosa, com’è facilmente intuibile, mi riempie di piacere. In autunno, però, ci sono in serbo molte novità, e a livello scrittorio e come parte della promozione del mio romanzo che intendo riprendere a pieno ritmo. Del resto un libro non ha mai scadenza: la pregnanza di una storia realmente sentita non perde di sostanza o di validità se si provvede a centellinarla nel tempo …

 

Un romanzo corale, dove la presenza femminile è preponderante, la storia di un’amicizia ben salda, radicata nel tempo e nel cuore, quella fra Teresa e Maria …

Sai che a me continua a piacere parlare al femminile. Sono più che convinta che non se ne discuta mai abbastanza. E che si abbia, oggi come mai prima, bisogno di storie ‘vere’ e non epidermiche. Abbiamo tutti necessità di orientarci godendo di prospettive esistenziali che ci offrano qualcosa di reale e concreto. Nella vera amicizia tra due persone non c’è bisogno di ritmi temporali serrati, conta la qualità. La possibilità di sentirsi anche a distanza di tempo con lo stesso affetto di sempre. La consapevolezza di poter contare su chi non è fisicamente presente al momento: nell’attimo del bisogno o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere. Ciò nel rispetto della propria individualità. Teresa e Maria si incontrano a un crocevia esistenziale per entrambe, diventando una il puntello dell’altra, nelle occasioni liete e in quelle che lo sono meno. Riescono a superare le piccole incomprensioni che costellano il loro cammino con buonsenso e lungimiranza. La vera amicizia, quella unica e molto rara.

Storie d’amore e d’amicizia, in Romanzo Popolare, come l’amore fra Giselda e il bel Matteo, un amore travagliato, forse unilaterale …

Tra le diverse tematiche Romanzo Popolare affronta anche quella dell’incapacità di amare, della cosiddetta immaturità affettiva che affonda le sue radici nei primi anni di vita del bambino. Nel caso di Matteo, uno dei protagonisti maschili del mio lavoro, scaturisce da una mancata identificazione con una figura paterna, ingombrante e anaffettiva, e dall’eccessiva indulgenza di una madre che fa del proprio figlio l’unica ragione di vita per se stessa. Maria cerca di compensare con un surplus di dedizione materna la disaffezione paterna. Matteo cresce in balia di grandi contraddizioni, senza nessun tipo di indicazioni affettivo-sentimentali. In questo contesto si innesta la sua relazione amorosa con Giselda, pronta, come sua madre, ad accettarlo incondizionatamente. Giselda è incapace di distaccarsi emotivamente da lui, vivendo quest’intermezzo per quello che è: una relazione di letto e basta. E Matteo ci sta, almeno fino a quando l’entusiasmo per lei non viene meno. Di recente, parlando con una mia amica psicoterapeuta, ho saputo che almeno l’80% delle relazioni odierne è impostata su parametri squilibrati, o se vogliano non del tutto sani. Il cosiddetto ‘rapporto paritario’, quello in cui si cresce e si evolve insieme, rischia di diventare sempre di più un miraggio in una società come la nostra fortemente egocentrata e individualista in cui nessuno è disposto a rinunciare per l’altro a parte del suo campicello per affrontarsi su un terreno comune, in una sorta di porto franco.

 

Storie anche di violenze domestiche, spesso misconosciute, perché ci si vergogna di parlarne …

La violenza di genere, fisica e psichica, è ancora tabu nelle società occidentali e nel nostro Paese. Non dipende da questioni legate a longitudine e latitudine, né al tipo di educazione e/o istruzione possedute. Ha un effetto devastante per chi la subisce in termini di autostima anche perché chi ne è oggetto molto spesso tenta di ‘giustificare’ il proprio partner, convincendosi di poterlo cambiare o, peggio, che le sopraffazioni subite abbiano una durata temporale limitata. Addossandosi colpe inesistenti per mancanze vere o presunte commesse. Isolandosi dal mondo intero e, per tale ragione, precludendosi l’aiuto anche di persone di famiglia. E’ un circolo vizioso, quello della violenza domestica. Difficile da spezzare senza un aiuto opportuno da parte di specialisti del settore e autorità preposte che possano fornire un giusto supporto a 360°. Una donna che scappa da un compagno che ha minacciato di ucciderla se non si adeguerà a lui, spesso lo fa solo con ciò che ha addosso e con il terrore, non infondato, che il proprio partner possa rivalersi sui figli.  Personalmente trovo che in Italia i femminicidi, in crescita esponenziale, tragica conclusione di storie familiari involute, siano tanti, troppi. Frutto di una visione distorta della figura femminile, percepita ancora oggi come ‘oggetto’ di conquista e, quindi, in pieno possesso alla figura maschile. Un fenomeno culturale ed educativo, indubbiamente. Si potrebbe fare anche moltissimo a livello mediatico, giacché tutto concorre alla crescita personale di ciascuno di noi, se, ad esempio, nel corpo e nella titolazione degli articoli giornalistici si eliminassero diciture come ‘amore’. In un episodio di violenza di genere di amore non ce n’è mai. Trovo pretestuoso e quasi criminale evocare un sentimento che, di per sé, dovrebbe spingere chiunque di noi a desiderare il meglio per la persona amata e non la sua soppressione fisica.

 

 

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Il decennio che va dal 1965 al 1975, nel quartiere San Donato di Pescara, come mai, per te, pugliese, la scelta di questa collocazione temporo-spaziale?

Ogni collocazione spazio-temporale scrittoria non va mai presa alla lettera. Serve a dare una cornice opportuna a ciò che un autore vuol trasmettere attraverso la storia che narra. Nel mio caso ho, però, ‘derogato’ a questo parametro scientemente: volevo raccontare una vicenda che fosse imperniata sulla città in cui vivo da tempo, Pescara, in un’epoca che fa parte di me (sono nata nel 1965 e ricordo benissimo l’atmosfera dei primi anni 70). Un’altra concessione che mi sono data è stata quella di scegliere come spazio ideale il quartiere popolare di San Donato, che conosco abbastanza nei suoi punti di forza e punti di debolezza, che in quel lasso di tempo conobbe una grande espansione per chi, da varie parti della regione, aveva deciso di insediarsi in città per motivi diversi. Mi è sembrata la collocazione ideale per le vicende personali delle famiglie Terrenzi e De Carlo, orientate anche loro, come la stragrande parte degli abitanti di questo quartiere all’epoca di estrema periferia, a conquistarsi un avvenire che offrisse loro opportunità di vita maggiori.

 

Finale aperto, quello del romanzo: stai pensando ad un seguito?

Non sono mai tornata ‘sul luogo del delitto’: non ho, cioè, mai pensato di dare un sequel ai racconti e ai due romanzi che ho scritto.  Mi piacciono le storie dal ‘finale aperto’, come tu le hai definite. Una trama troppo definita non può essere, secondo me, di stimolo al lettore. Sono felice quando riesco a innescare in chi mi legge percorsi di pensiero che possano portare dovunque. Lettura e scrittura sono attività strettamente interconnesse, sinergiche. Confesso, tuttavia, di essere stata interpellata da più di un lettore in tal senso. E’ una bellissima sensazione: significa che sono riuscita a incuriosire e a far affezionare alle vicissitudini dei miei personaggi.

 

Tra le diverse tematiche le donne che studiano: quanto potevano “far paura” negli anni 60?

Credo abbastanza, allora come ora. In generale temo  che ancora oggi una donna competente, intelligente e preparata faccia sempre  paura, specialmente se ha deciso di realizzarsi da sé, senza scegliere figure extra che la puntellino, a eccezione di una famiglia che la supporti adeguatamente ( che le dia, cioè, la possibilità di impegnarsi in qualcosa in cui crede, per poterla raggiungere e potersi realizzare anche professionalmente) . Pensando alla mia storia personale, e al fatto di avere avuto una nonna materna con una famiglia ‘illuminata’ alle spalle, mandata a Napoli, dopo aver conseguito il diploma magistrale,  per un corso di perfezionamento in ‘Economia Domestica’ nel primo ventennio del 900; a mia madre e alle mie zie materne e paterne, tutte autosufficienti dal punto di vista economico perché lavoratrici, proprio nel frangente storico illustrato da ‘Romanzo’, pochissima.
Evidentemente  il motto di mia nonna Nina, maestra di scuola primaria, ‘Studia e cerca di renderti economicamente indipendente, per te stessa in primis’ con cui sono cresciuta, tramandato a mia figlia  e a tutte le mie studentesse, ha funzionato e bene. Del resto, non è un’opinione che anche nella famiglia più standard accontentarsi di vivere ‘di gloria riflessa’, dipendendo da un capofamiglia anche per le decisioni più spicciole, non porti sempre bene.

 

I tuoi progetti letterari per il futuro prossimo…

Più di un progetto di scrittura, uno piuttosto corposo di cui non dirò nulla un po’ per scaramanzia; chi mi conosce sa che avviso di essere in procinto di pubblicare se non dopo aver ricevuto il fatidico ‘visto si stampi’ dalla casa editrice che se ne occuperà. Non amo vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

 

Siamo in chiusura, lascia un messaggio, un pensiero, per i nostri lettori …

Alla luce di ciò che mi è capitato di recente, direi che è sacrosanto, per ciascuno di noi, cercare di vivere la nostra vita il più possibile calati nel presente. Si alla progettualità futura, un briciolo senza esagerare serve a mantenerci vivi. No alle recriminazioni che ci trattengono ancorati al passato, impedendoci di agire.

 

Ilaria Grasso per PescaraNews.net del 16 agosto 2016

 

L’intervista originale la trovate qui

 

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Estati d’antan

Quest’estate 2016 ha avuto un esordio e continua per me a essere piuttosto particolare. Tra le tante priorità che affollano la mia vita mi capita spesso di ritagliarmi a fatica spazi fisici e temporali da dedicare a me stessa e alle cose che amo fare. Questo momento di stasi, però, non mi dispiace: è risaputo che dalla riflessione scaturiscono sovente idee e messe a punto utili e funzionali per l’immediato futuro.
La mia proposta di lettura per voi, oggi, è un estratto di ‘Romanzo Popolare’, opera di narrativa e mia ultima pubblicazione per Amarganta in cui descrivo una notte estiva vista e vissuta da prospettive diverse. Punti di vista, manco a dirlo, prevalentemente au feminin.

A presto

Lucia

 

 

 

 

Erano i primi di luglio e il caldo continuava a farsi sentire più del dovuto. Lidia era alle prese con gli esami di maturità che l’avrebbero impegnata fino a fine mese. Alessandro era in tournée in Spagna con alcuni musicisti del Conservatorio “Luisa D’Annunzio”. Si sentivano spesso, le loro erano telefonate brevi e tenere, ma sortivano lo stesso effetto di un boccone per un affamato, non era la stessa cosa che vedersi e sfiorarsi. Lidia contava i giorni che mancavano al suo rientro e cercava di ottimizzare il poco tempo libero a disposizione dedicandosi allo studio.

Teresa e Dario avevano accettato che si fosse innamorata, allineandosi con la stragrande maggioranza dei suoi coetanei. Ai 45 giri in vinile si erano affiancate registrazioni estemporanee di audiocassette di concerti di musica classica incentrate su assoli di piano. Così avevano invitato a pranzo Alessandro, che si era presentato in giacca e camicia, un mazzo di fiori e un sorriso tra il timido e l’imbarazzato. Complice la passione di Dario per l’opera lirica, la tensione si era smorzata e quella sorta di reciproca avanscoperta si era trasformata in una piacevole occasione di conoscenza. Teresa aveva spopolato col suo timballo, le sue celeberrime crostate e lo stufato di carni miste. Alessandro aveva avuto il permesso di portare a passeggio Lidia con la benedizione di tutti, fratello maggiore incluso, lasciando di sé un ricordo positivo e l’idea di replicare.

I ragazzi avevano cenato in un localino del centro e c’era stata pure una serenata, offerta da un amico della proprietaria che si era divertito a strimpellare un paio di canzoni in romanesco a beneficio dei clienti. A Lidia era sembrato di toccare il cielo con un dito e suo padre, vedendola rientrare così felice, non aveva infierito sul ritardo di lei.

Teresa aveva raccontato la novità a Maria, l’altra si era limitata ad ascoltarla con un sorriso a mezza bocca. Un’espressione di circostanza che non arrivava al cuore. Quel mancato coinvolgimento, da Teresa messo automaticamente in conto, aveva generato una sottile crepa tra di loro.

Lidia decise che per quella sera poteva bastare, chiudendo con uno scatto il manuale di letteratura italiana, richiamata alla finestra spalancata sulla sera dal suono melodioso di un ddu bbotte strimpellato da qualcuno in lontananza.

Tra le ombre del cortiletto le parve di scorgere un movimento rapido che la incuriosì. Spense la luce della lampada da tavolo per tenere lontane dalla sua stanza le zanzare e si affacciò dalla finestra. Seduta su una panchina c’era una ragazza che non le parve di riconoscere. Aveva capelli lunghi di colore chiaro, forse biondi o rossicci, a quella distanza non avrebbe potuto dirlo. Era vestita di bianco con una maglietta tirata sul seno florido, allungata su una gonna al ginocchio di colore più scuro. La figura era immobile e dava l’impressione di essere assorta in pensieri importanti, le braccia parallele al corpo come in stato di abbandono. Soltanto il movimento impercettibile di un piede, calzato da sandali col tacco, tradiva il suo nervosismo. Lidia ipotizzò che potesse aspettare qualcuno.

«Lidie’, ma che ci stai a fare al buio? »

Sua madre aveva aperto la porta della stanza cercando di mettere a fuoco, nella penombra, la sagoma di sua figlia stagliata contro il blu intenso della notte.

Lidia si girò di scatto, colta in flagrante.

«Sono alla finestra.»

«E brava, così poi domani ti lamenti delle zanzare e fai storie per alzarti dal letto… Ma tirare la zanzariera proprio non ti va?»

Teresa si avvicinò brontolando sulla totale mancanza di senso pratico della ragazza. A cosa era servito che il padre si fosse ammazzato di lavoro per installare da sé le protezioni, lui che falegname non era, se poi c’era chi se ne fregava?

Lidia si staccò malvolentieri dal davanzale, permettendo a sua madre di rimediare alla sua trascuratezza con pochi gesti mirati. Attraverso le maglie strette della tela fitta non c’era più gusto a sbirciare di fuori. Decise, quindi, di dedicarsi ad altro.

«C’è rimasto un po’ di gelato, almeno?»

«Se ti sbrighi; non è che regga troppo nella ghiacciaia e tuo fratello l’ha riportato a casa già da un’ora.»

Teresa si lasciò precedere in corridoio mentre in cortile c’era un avvicendamento discreto di persone richiamate dalla sensazione illusoria di godere di un po’ di fresco grazie all’umidità emanata dai pini e dalle acacie disseminati lungo il suo perimetro. Giselda, tuttavia, non pareva esserne disturbata; aveva altro per la testa. Aspettava Matteo. Prima o poi sarebbe dovuto rientrare a casa. Dai Colli era scesa giù con uno degli ultimi autobus urbani ma contava di chiedergli di riaccompagnarla.

In fondo la sua richiesta era un mero atto di gentilezza da cui nessun cristiano si sarebbe potuto tirare indietro.

Cercò di non fare caso a due donne di mezza età che le erano passate davanti subissandola di occhiate indagatrici. Ripensò con desolazione al fatto che oramai di Matteo non aveva che notizie frammentarie provenienti dai clienti dell’osteria nella quale continuava a lavorare con sempre maggiore fatica. Era stata anche privata dell’aiuto di Onorina, ormai nonna a tempo pieno dopo la nascita del suo primo nipotino.

Matteo non aveva più interesse a farsi rivedere.

Non sapeva se la cosa le procurava più rabbia o dolore.

Forse le due sensazioni spiacevoli erano divise a metà e non aveva senso stabilire quale prevalesse sull’altra. Aveva sempre saputo che da lui avrebbe ottenuto poco. Matteo non era un uomo capace di sacrificarsi per il prossimo, non lo era mai stato. Eppure lei l’aveva accettato così com’era per ciò che lui aveva mostrato di essere, un cumulo di difetti e nient’altro.

Aveva tenuto il bambino arrivato per caso.

Non aveva avuto la forza o il coraggio di disfarsene come Onorina, con molta enfasi, le aveva suggerito, allungandole l’indirizzo di una sua conoscente molto brava e discreta in queste circostanze.

«Non te lo puoi permettere, un figlio senza sposo» le aveva detto.

Giselda aveva calato la testa, preso il pezzo di carta in cui la donna aveva scarabocchiato qualcosa con la grafia incerta, tipica di chi aveva fatto a mala pena le scuole elementari, come lei. Era andata via, finendo in solitudine quella serata così dolce nel grigiore di casa. Suo padre era andato al paese per qualche giorno, ospite di un loro parente per respirare un po’ di aria buona, una mano santa per i suoi acciacchi. Si era rallegrata di quell’assenza, fingere con lui che tutto andasse bene era sempre più difficile.

Un’andatura conosciuta le fece sollevare la testa. Poggiando la borsetta di lato sulla panchina, scattò in piedi, cercando di attrarre l’attenzione di Matteo. In fondo era lì per incontrarlo e parlargli.

«Matteo…»

L’uomo trasalì, girandosi verso l’ombra a pochi passi da lui. Una smorfia di fastidio sul volto.

«Giselda, ma che ci fai qui!»

Giselda lo guardò in volto, inspirando a fondo, cercando di radunare la dignità e il coraggio che le rimanevano.

«Ti devo parlare» mosse incerta qualche passo verso di lui.

Matteo lanciò uno sguardo rapido verso la finestra della cucina di casa sua notando che non era illuminata, segno che i suoi erano di sicuro seduti a godersi un po’ di fresco sul balconcino della camera da letto che affacciava dall’altra parte dell’edificio. L’afferrò per un braccio e la trascinò con rudezza verso il varco che portava alla via principale, illuminata da sporadici lampioni e poco frequentata. Notò con cinismo come lei non avesse opposto nessuna resistenza a quelle cattive maniere. Nell’attimo in cui raggiunsero una panchina più defilata delle altre, allentò la presa e lei ne approfittò per sedersi, sentendo che le mancavano le forze. Lo scrutò di nuovo, piantandogli addosso un paio di occhi pieni di sofferenza.

Poi con apparente determinazione lo apostrofò:

«Si può sapere che t’ho fatto? Non ti fai più vedere, telefono e a mala pena rispondi. Una persona non si tratta così.

Tu non puoi trattarmi così.»

Matteo girò di lato il viso, evitando di ricambiare il suo sguardo, puntando alla stradina secondaria che portava verso i campi e al canneto che gli era familiare.

Decise di giocare duro, tranciando senza compassione ogni maldestro tentativo di riappacificazione dell’altra. I tagli netti erano i migliori, sempre. Per lui Giselda era stato un intermezzo, neanche troppo felice, in una parentesi temporale di vita vissuta in modo piatto, incolore.

«Ma che ti sei messa in testa? Siamo stati insieme per un po’ e vabbè. Ma le cose sono cambiate. E tu non mi piaci più. Non come prima, almeno.»

Giselda alzò la testa come se qualcuno l’avesse schiaffeggiata.

Poi raccolse ciò che era rimasto del suo amor proprio e tentò di replicare con tutto il decoro che possedeva per mascherare quanto quel parlare nudo e crudo l’avesse annientata.

«Perché prima ti piacevo, vero? Come ti piaceva il mio letto, le mie cucinette, le domeniche sera e tutte le altre cose e gli sfizi che adesso ti togli con qualcun’altra. Sorpreso, vero? So tutto. La moglie di Torresi, giusto? Quello dell’azienda di autotrasporti a Tiburtina. Ti fa i regali costosi e ti porta sulla sua macchina sportiva in giro ppe’ fratte.»

Matteo la squadrò con apparente indifferenza.

«E se pure fosse, a te che t’importa?»

«Te la sei scelta ricca, bravo, complimenti. Ora cenette di pesce al ristorante pagate da lei e profumi costosi.»

Era troppo. Mascherando il disagio che l’aveva invaso suo malgrado, l’afferrò di nuovo per le braccia scuotendola con forza per farla smettere di parlare. Era un bastardo e lo sapeva, ma sentirselo rinfacciare con tanta foga da una tanto arrendevole, non lo sopportava. La sua inadeguatezza aumentò a dismisura senza, per contro, intenerirlo di un grammo.

Continuò a scuoterla fino a quando non la sentì cedere, allora la lasciò di botto mentre lei si afflosciava come la bambola di pezza dalle gambe lunghissime e sottili che teneva al centro del suo lettino ai Colli. Un involucro vuoto privato del suo contenuto.

«Qui non ci devi venire più, li si capite o no?»

Era una minaccia più che un ammonimento.*

*in Lucia Guida, (2016), Romanzo Popolare, Rieti, Amarganta

 

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foto di Robert Doisneau

 

 

Presentazioni d’autore:”Le cose dell’orologio” Mario Borghi

Una piccola città di provincia e la sua stazione ferroviaria, perno esistenziale e luogo di aggregazione attorno al quale ruotano le tranquille (o forse dovrei dire soporifere?) esistenze dei suoi abitanti.

A un tratto un evento imprevisto e imprevedibile ne scuote la consolidata e routinaria normalità: viene, infatti, prelevato nottetempo l’imponente orologio bifronte da sempre collocato in posizione strategica a beneficio degli utenti di questa stazioncina senza infamia e senza lode, approfittando dell’abbandono in cui versa l’abitazione del capostazione, location privilegiata in cui il furto viene perpetrato senza che nessuno possa impedirlo.

L’accaduto scatena, com’è intuibile, le fantasie più accese dei concittadini, portando a galla situazioni di vario genere connesse con le vite privatissime di molti di loro, ammantate da rispettabilità ma solo all’apparenza.
L’orologio scomparso agisce da catalizzatore in tal senso, portando a galla un coacervo di situazioni irrisolte nel tempo, messe a tacere per quieto vivere o per mera superficialità esistenziale. Un manipolo di indignati abitanti cerca in ogni modo di venirne a capo, ergendosi di volta in volta a investigatori, fustigatori, tuttologi, giudici delle altrui debolezze, alla ricerca spasmodica del colpevole: della persona che potrebbe aver compiuto il misfatto e che va braccata e presa in consegna per essere punita in modo esemplare. Solo in tal modo la comunità potrà tornare al suo originario equilibrio.

Da questa kermesse nazionalpopolare, in cui ogni cosa ha la sua collocazione coerente in una sorta di chaos nel senso etimologico della parola, emergono personaggi grotteschi ma assolutamente pertinenti alla storia  come la signorina Piccionetti, felice di poter dimostrare, anche in tal frangente, le sue qualità di donna di mondo (sic!), e tuttavia non scafata abbastanza per conquistare una volta per tutte  il flemmatico maresciallo dei Carabinieri di cui è da tempo immemore invaghita; Anna, domestica a ore in casa del vero ladro dell’orologio, persona bene informata su fatti e misfatti del suo datore di lavoro, interessata più a condurre con disinvoltura la sua vita virtuale, una sorta di second life  in cui ogni elemento esiste soltanto come proiezione della sua mente e nell’arco di tempo della sua permanenza dell’appartamento di cui ha cura, piuttosto che aiutare con una dritta ben piazzata tutti coloro che hanno fatto della ricerca di questo fantomatico oggetto priorità assoluta della loro vita.
L’idraulico, capro espiatorio della vicenda, dipinto nel prosieguo della storia a tinte sempre più fosche, inconsapevole parafulmine di un pugno di persone animate da velleità di giustizialismo sommario conquisterà la tenerezza e l’empatia del lettore assieme alla signora ottuagenaria incolpata di misfatti inenarrabili a lei attribuiti. Colpe mastodontiche che, manco a dirlo, non potranno mai essere chiarite, imputate a lei in virtù della sua provvidenziale dipartita. Il ladro stesso, infine, col suo passato nebuloso e le sue fobie, i suoi peccati mortali e le sue piccole manie compulsive estrinsecate attraverso una inconsapevole volontà di vendicarsi a tutto tondo del mondo intero.

La sensazione finale è che Mario Borghi abbia voluto giocare con il lettore prendendolo con eleganza in giro e facendo leva sull’umana debolezza per spingerlo a mettersi in discussione, a scavare dentro di sé vincendo ataviche pigrizie e compromessi eterni; stimolandolo a prendere posizione e a chiedersi se, poi, ci sia sempre in ogni evento esistenziale una verità unica e univoca. O se, invece, molto sia ahimè, oggi più che in passato, frutto di personali elucubrazioni e dei pregiudizi instillati in noi dai tanti profeti e manipolatori della realtà attraverso un subliminale difficile da scorgere se non si possiede il minimo allenamento per poterlo fare.

Il libro è scritto in un linguaggio funzionale alla storia e ai suoi molti passaggi: rapido in alcun tratti, tentacolare e aggrovigliato in altri, soprattutto quando l’autore vuol darci la sensazione netta di come sia complesso addentrarsi nei meandri del cervello umano nell’attimo in cui siamo pronti a giustificare e a rendere plausibile ogni nostra singola presa di posizione. Molto ben curato, infine, l’aspetto formale di questo romanzo che vanta la prefazione della blogger e autrice ferrarese Gaia Conventi e una molto ben congegnata copertina a cura di  Adalgisa Marrocco.

 

L’autore

Mario Borghi, segno zodiacale Cancro è nato a Sanremo (IM) nel 1964 ma vive a Sassari. Ha scritto due opere teatrali, ‘L’abbonamento alla TV’ e ‘Gli opinionisti’ messe in scena in vari teatri off di Roma. Nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio, per la collana Bandini di Rogas Edizioni (Roma). Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Pubblica Bettola Frammenti di Cobalto – Diario di un cialtrone  , seguitissimo e dissacrante lit-blog ,si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

 

Mario Borghi, Le cose dell’orologio, ISBN 978-88-99700-00-3  € 11,00

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