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Au Feminin Thinking and Writing

La parola al recensore: “Romanzo Popolare” visto attraverso gli occhi di Daniela del sito “Chili di libri”

Cari amici, un saluto veloce per proporvi l’ultima recensione di ‘Romanzo Popolare’ pubblicata in ordine di tempo sperando di fare cosa grata, a cura della blogger Daniela, coautrice e fondatrice con Anita, del sito letterario Chili di Libri.

Buona lettura e a presto

Lucia

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Romanzo Popolare

di Lucia Guida

Dal sito dell’editore

Destini incrociati di donne che vivono in una Pescara variegata. Donne che rinunciano ai propri sentimenti per il bene della famiglia. Donne capaci di inedita determinazione per offrire una possibilità agli affetti più cari. Donne che immolano se stesse per superare l’indifferenza di un amore incondizionato. Esistenze mortificate eppure sublimate da un indomito spirito di sacrificio. Ricorsi che illuminano di una luce nuova fatali coincidenze. Tratti comuni che emergono a dispetto di conoscenze reali. Motivi che si fondono, saldati assieme dall’esistenza disperata di Matteo, bello e perverso, malato dentro perché la mela non cade mai lontana dall’albero suo.

Recensione

Appena ho iniziato a leggere il libro, me ne è subito venuto in mente un altro: due donne, palazzoni, figli coetanei, un marito violento e la difficoltà di arrivare a fine mese… Poi per fortuna, molto presto, questa storia ha preso una piega diversa.

La signora vittima del marito continua a essere vittima, fino a che una provvidenziale caduta (con una spintarella, certo), non la rende vedova. Sarà stata lei o il figlio? Poco importa. Uno dei due ha avuto il coraggio di liberarsi da quel giogo, da quella violenza quotidiana che è prima di tutto psicologica, che ti impedisce di vivere, di respirare, di star serena due minuti, senza avere paura di essere poi massacrata di botte, riempita di urla e improperi.

Matteo,il figlio undicenne si deve nascondere, cerca di non farsi vedere, non ha amici.

“Non avrebbe mai ammesso con chicchessia di desiderare una famiglia migliore. Si ripeteva spesso di non aver bisogno di nessuno e nei suoi sogni non c’erano calciatori famosi o biciclette fiammanti. Fremeva dal desiderio di cercare la propria strada altrove, lo avrebbe fatto da grande. Lontano mille miglia da una casa in cui non si sentiva protetto, succube dell’umore di un uomo che l’aveva spesso costretto, anche in giornate di pioggia o di freddo, a fuggire all’aperto per evitare le botte.”

L’altra signora, la vicina del piano di sopra, ha due figli, Lidia e Giacomo, e si è appena trasferita a Pescara. Ha lasciato non solo il conforto degli amici e di luoghi conosciuti, ma anche il calore del vero amore, quello che non prova più per suo marito, il quale si accontenta di non domandare per non sapere.

La storia va via veloce, come la vita. In men che non si dica sono passati dieci anni, i figli sono grandi, uno è partito militare, uno lavora come meccanico e la figlia sta diventando donna. Inizia ad attirare le attenzioni dei ragazzi e sono tutti presi dai propri affari. Non ci sono più i bei pranzi tutti a tavola, Maria si è risposata e il figlio Matteo rifiuta qualsiasi contatto, assomiglia sempre di più al padre.

È una storia tristemente quotidiana: le piccole meschinità della vita, i tradimenti, le violenze, la difficoltà di fidarsi, l’invidia e l’angoscia, la sensazione che non ci sia più speranza. Sentirsi un sacco vuoto per la morte del figlio e dover, in qualche modo, andare avanti.

È un libro scritto bene, che parla anche di argomenti difficili, come se fossero un contorno, nel trambusto della vita quotidiana, senza tuttavia negar loro l’importanza che rivestono.

 

Daniela

L’articolo originale lo trovate qui 

 

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Presentazione di ‘Romanzo Popolare’ al Gran Caffè Cigno di Chieti Scalo del 1° giugno 2016 per la rassegna ‘Mercoledì d’Autore’ a cura dello scrittore Alessio Masciulli

#IoScrivoPerVoi

Cari amici virtuali e non, un piccolo gesto credo possa far molto per i territori colpiti dal sisma nei giorni scorsi.
Con la supervisione di Andrea Franco, scrittore ed editor, nascerà a breve un’antologia di racconti in e-book intitolata #ioscrivopervoi i cui proventi verranno interamente devoluti alle popolazioni dei comuni interessati.
Tra i tanti contributi ci sarà anche il mio.
Vi linko la pagina che potrete trovare su Facebook perché possiate darle un’occhiata, ‘mipiaciarla’, se siete utenti di questo social network aiutandola a crescere e, magari, comperare una copia quando l’opera sarà pronta.
All’iniziativa partecipa anche DestinazioneLibri (www.destinazionelibri.com).
Gli autori che avessero intenzione di inviare le loro opere (il loro racconto, unitamente ad una breve biografia) possono farlo fino a lunedì 29 agosto 2016, a seguenti indirizzi di posta elettronica: destinazionelibri@virgilio.it oppure a francoservizieditoriali@gmail.com.
Un abbraccio e un grazie di cuore a tutti coloro che aderiranno.

Lucia

 

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#IoScrivoPerVoi è qui su Facebook

 

Presentazioni: Ilaria Grasso intervista Lucia Guida sulle pagine di PescaraNews.net

La sorpresa di ferragosto è la pubblicazione in web della mia ultima intervista rilasciata a Ilaria Grasso, giornalista freelance abruzzese.
Argomenti di questa bella chiacchierata estiva il mio ‘Romanzo Popolare’ e le tematiche sottese alla storia che ho narrato. Assieme con una buona fetta, manco a dirlo, delle mie prospettive esistenziali.
Buona lettura

A presto

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

(…)

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Ciao Lucia, ben trovata, e buon’estate, un’estate popolare, tra impegni e iniziative letterarie, grazie al tuo romanzo, uscito alcuni mesi fa, dal titolo, appunto, Romanzo Popolare …
 

Salve, Ilaria. In realtà è stata un’estate complessa, dedicata agli affetti e alle persone care, in cui per forza di cose ho dovuto rallentare la promozione di ‘Romanzo’ che, tuttavia, è alla sua seconda ristampa, con buon successo di pubblico, e la cosa, com’è facilmente intuibile, mi riempie di piacere. In autunno, però, ci sono in serbo molte novità, e a livello scrittorio e come parte della promozione del mio romanzo che intendo riprendere a pieno ritmo. Del resto un libro non ha mai scadenza: la pregnanza di una storia realmente sentita non perde di sostanza o di validità se si provvede a centellinarla nel tempo …

 

Un romanzo corale, dove la presenza femminile è preponderante, la storia di un’amicizia ben salda, radicata nel tempo e nel cuore, quella fra Teresa e Maria …

Sai che a me continua a piacere parlare al femminile. Sono più che convinta che non se ne discuta mai abbastanza. E che si abbia, oggi come mai prima, bisogno di storie ‘vere’ e non epidermiche. Abbiamo tutti necessità di orientarci godendo di prospettive esistenziali che ci offrano qualcosa di reale e concreto. Nella vera amicizia tra due persone non c’è bisogno di ritmi temporali serrati, conta la qualità. La possibilità di sentirsi anche a distanza di tempo con lo stesso affetto di sempre. La consapevolezza di poter contare su chi non è fisicamente presente al momento: nell’attimo del bisogno o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere. Ciò nel rispetto della propria individualità. Teresa e Maria si incontrano a un crocevia esistenziale per entrambe, diventando una il puntello dell’altra, nelle occasioni liete e in quelle che lo sono meno. Riescono a superare le piccole incomprensioni che costellano il loro cammino con buonsenso e lungimiranza. La vera amicizia, quella unica e molto rara.

Storie d’amore e d’amicizia, in Romanzo Popolare, come l’amore fra Giselda e il bel Matteo, un amore travagliato, forse unilaterale …

Tra le diverse tematiche Romanzo Popolare affronta anche quella dell’incapacità di amare, della cosiddetta immaturità affettiva che affonda le sue radici nei primi anni di vita del bambino. Nel caso di Matteo, uno dei protagonisti maschili del mio lavoro, scaturisce da una mancata identificazione con una figura paterna, ingombrante e anaffettiva, e dall’eccessiva indulgenza di una madre che fa del proprio figlio l’unica ragione di vita per se stessa. Maria cerca di compensare con un surplus di dedizione materna la disaffezione paterna. Matteo cresce in balia di grandi contraddizioni, senza nessun tipo di indicazioni affettivo-sentimentali. In questo contesto si innesta la sua relazione amorosa con Giselda, pronta, come sua madre, ad accettarlo incondizionatamente. Giselda è incapace di distaccarsi emotivamente da lui, vivendo quest’intermezzo per quello che è: una relazione di letto e basta. E Matteo ci sta, almeno fino a quando l’entusiasmo per lei non viene meno. Di recente, parlando con una mia amica psicoterapeuta, ho saputo che almeno l’80% delle relazioni odierne è impostata su parametri squilibrati, o se vogliano non del tutto sani. Il cosiddetto ‘rapporto paritario’, quello in cui si cresce e si evolve insieme, rischia di diventare sempre di più un miraggio in una società come la nostra fortemente egocentrata e individualista in cui nessuno è disposto a rinunciare per l’altro a parte del suo campicello per affrontarsi su un terreno comune, in una sorta di porto franco.

 

Storie anche di violenze domestiche, spesso misconosciute, perché ci si vergogna di parlarne …

La violenza di genere, fisica e psichica, è ancora tabu nelle società occidentali e nel nostro Paese. Non dipende da questioni legate a longitudine e latitudine, né al tipo di educazione e/o istruzione possedute. Ha un effetto devastante per chi la subisce in termini di autostima anche perché chi ne è oggetto molto spesso tenta di ‘giustificare’ il proprio partner, convincendosi di poterlo cambiare o, peggio, che le sopraffazioni subite abbiano una durata temporale limitata. Addossandosi colpe inesistenti per mancanze vere o presunte commesse. Isolandosi dal mondo intero e, per tale ragione, precludendosi l’aiuto anche di persone di famiglia. E’ un circolo vizioso, quello della violenza domestica. Difficile da spezzare senza un aiuto opportuno da parte di specialisti del settore e autorità preposte che possano fornire un giusto supporto a 360°. Una donna che scappa da un compagno che ha minacciato di ucciderla se non si adeguerà a lui, spesso lo fa solo con ciò che ha addosso e con il terrore, non infondato, che il proprio partner possa rivalersi sui figli.  Personalmente trovo che in Italia i femminicidi, in crescita esponenziale, tragica conclusione di storie familiari involute, siano tanti, troppi. Frutto di una visione distorta della figura femminile, percepita ancora oggi come ‘oggetto’ di conquista e, quindi, in pieno possesso alla figura maschile. Un fenomeno culturale ed educativo, indubbiamente. Si potrebbe fare anche moltissimo a livello mediatico, giacché tutto concorre alla crescita personale di ciascuno di noi, se, ad esempio, nel corpo e nella titolazione degli articoli giornalistici si eliminassero diciture come ‘amore’. In un episodio di violenza di genere di amore non ce n’è mai. Trovo pretestuoso e quasi criminale evocare un sentimento che, di per sé, dovrebbe spingere chiunque di noi a desiderare il meglio per la persona amata e non la sua soppressione fisica.

 

 

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Il decennio che va dal 1965 al 1975, nel quartiere San Donato di Pescara, come mai, per te, pugliese, la scelta di questa collocazione temporo-spaziale?

Ogni collocazione spazio-temporale scrittoria non va mai presa alla lettera. Serve a dare una cornice opportuna a ciò che un autore vuol trasmettere attraverso la storia che narra. Nel mio caso ho, però, ‘derogato’ a questo parametro scientemente: volevo raccontare una vicenda che fosse imperniata sulla città in cui vivo da tempo, Pescara, in un’epoca che fa parte di me (sono nata nel 1965 e ricordo benissimo l’atmosfera dei primi anni 70). Un’altra concessione che mi sono data è stata quella di scegliere come spazio ideale il quartiere popolare di San Donato, che conosco abbastanza nei suoi punti di forza e punti di debolezza, che in quel lasso di tempo conobbe una grande espansione per chi, da varie parti della regione, aveva deciso di insediarsi in città per motivi diversi. Mi è sembrata la collocazione ideale per le vicende personali delle famiglie Terrenzi e De Carlo, orientate anche loro, come la stragrande parte degli abitanti di questo quartiere all’epoca di estrema periferia, a conquistarsi un avvenire che offrisse loro opportunità di vita maggiori.

 

Finale aperto, quello del romanzo: stai pensando ad un seguito?

Non sono mai tornata ‘sul luogo del delitto’: non ho, cioè, mai pensato di dare un sequel ai racconti e ai due romanzi che ho scritto.  Mi piacciono le storie dal ‘finale aperto’, come tu le hai definite. Una trama troppo definita non può essere, secondo me, di stimolo al lettore. Sono felice quando riesco a innescare in chi mi legge percorsi di pensiero che possano portare dovunque. Lettura e scrittura sono attività strettamente interconnesse, sinergiche. Confesso, tuttavia, di essere stata interpellata da più di un lettore in tal senso. E’ una bellissima sensazione: significa che sono riuscita a incuriosire e a far affezionare alle vicissitudini dei miei personaggi.

 

Tra le diverse tematiche le donne che studiano: quanto potevano “far paura” negli anni 60?

Credo abbastanza, allora come ora. In generale temo  che ancora oggi una donna competente, intelligente e preparata faccia sempre  paura, specialmente se ha deciso di realizzarsi da sé, senza scegliere figure extra che la puntellino, a eccezione di una famiglia che la supporti adeguatamente ( che le dia, cioè, la possibilità di impegnarsi in qualcosa in cui crede, per poterla raggiungere e potersi realizzare anche professionalmente) . Pensando alla mia storia personale, e al fatto di avere avuto una nonna materna con una famiglia ‘illuminata’ alle spalle, mandata a Napoli, dopo aver conseguito il diploma magistrale,  per un corso di perfezionamento in ‘Economia Domestica’ nel primo ventennio del 900; a mia madre e alle mie zie materne e paterne, tutte autosufficienti dal punto di vista economico perché lavoratrici, proprio nel frangente storico illustrato da ‘Romanzo’, pochissima.
Evidentemente  il motto di mia nonna Nina, maestra di scuola primaria, ‘Studia e cerca di renderti economicamente indipendente, per te stessa in primis’ con cui sono cresciuta, tramandato a mia figlia  e a tutte le mie studentesse, ha funzionato e bene. Del resto, non è un’opinione che anche nella famiglia più standard accontentarsi di vivere ‘di gloria riflessa’, dipendendo da un capofamiglia anche per le decisioni più spicciole, non porti sempre bene.

 

I tuoi progetti letterari per il futuro prossimo…

Più di un progetto di scrittura, uno piuttosto corposo di cui non dirò nulla un po’ per scaramanzia; chi mi conosce sa che avviso di essere in procinto di pubblicare se non dopo aver ricevuto il fatidico ‘visto si stampi’ dalla casa editrice che se ne occuperà. Non amo vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

 

Siamo in chiusura, lascia un messaggio, un pensiero, per i nostri lettori …

Alla luce di ciò che mi è capitato di recente, direi che è sacrosanto, per ciascuno di noi, cercare di vivere la nostra vita il più possibile calati nel presente. Si alla progettualità futura, un briciolo senza esagerare serve a mantenerci vivi. No alle recriminazioni che ci trattengono ancorati al passato, impedendoci di agire.

 

Ilaria Grasso per PescaraNews.net del 16 agosto 2016

 

L’intervista originale la trovate qui

 

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Estati d’antan

Quest’estate 2016 ha avuto un esordio e continua per me a essere piuttosto particolare. Tra le tante priorità che affollano la mia vita mi capita spesso di ritagliarmi a fatica spazi fisici e temporali da dedicare a me stessa e alle cose che amo fare. Questo momento di stasi, però, non mi dispiace: è risaputo che dalla riflessione scaturiscono sovente idee e messe a punto utili e funzionali per l’immediato futuro.
La mia proposta di lettura per voi, oggi, è un estratto di ‘Romanzo Popolare’, opera di narrativa e mia ultima pubblicazione per Amarganta in cui descrivo una notte estiva vista e vissuta da prospettive diverse. Punti di vista, manco a dirlo, prevalentemente au feminin.

A presto

Lucia

 

 

 

 

Erano i primi di luglio e il caldo continuava a farsi sentire più del dovuto. Lidia era alle prese con gli esami di maturità che l’avrebbero impegnata fino a fine mese. Alessandro era in tournée in Spagna con alcuni musicisti del Conservatorio “Luisa D’Annunzio”. Si sentivano spesso, le loro erano telefonate brevi e tenere, ma sortivano lo stesso effetto di un boccone per un affamato, non era la stessa cosa che vedersi e sfiorarsi. Lidia contava i giorni che mancavano al suo rientro e cercava di ottimizzare il poco tempo libero a disposizione dedicandosi allo studio.

Teresa e Dario avevano accettato che si fosse innamorata, allineandosi con la stragrande maggioranza dei suoi coetanei. Ai 45 giri in vinile si erano affiancate registrazioni estemporanee di audiocassette di concerti di musica classica incentrate su assoli di piano. Così avevano invitato a pranzo Alessandro, che si era presentato in giacca e camicia, un mazzo di fiori e un sorriso tra il timido e l’imbarazzato. Complice la passione di Dario per l’opera lirica, la tensione si era smorzata e quella sorta di reciproca avanscoperta si era trasformata in una piacevole occasione di conoscenza. Teresa aveva spopolato col suo timballo, le sue celeberrime crostate e lo stufato di carni miste. Alessandro aveva avuto il permesso di portare a passeggio Lidia con la benedizione di tutti, fratello maggiore incluso, lasciando di sé un ricordo positivo e l’idea di replicare.

I ragazzi avevano cenato in un localino del centro e c’era stata pure una serenata, offerta da un amico della proprietaria che si era divertito a strimpellare un paio di canzoni in romanesco a beneficio dei clienti. A Lidia era sembrato di toccare il cielo con un dito e suo padre, vedendola rientrare così felice, non aveva infierito sul ritardo di lei.

Teresa aveva raccontato la novità a Maria, l’altra si era limitata ad ascoltarla con un sorriso a mezza bocca. Un’espressione di circostanza che non arrivava al cuore. Quel mancato coinvolgimento, da Teresa messo automaticamente in conto, aveva generato una sottile crepa tra di loro.

Lidia decise che per quella sera poteva bastare, chiudendo con uno scatto il manuale di letteratura italiana, richiamata alla finestra spalancata sulla sera dal suono melodioso di un ddu bbotte strimpellato da qualcuno in lontananza.

Tra le ombre del cortiletto le parve di scorgere un movimento rapido che la incuriosì. Spense la luce della lampada da tavolo per tenere lontane dalla sua stanza le zanzare e si affacciò dalla finestra. Seduta su una panchina c’era una ragazza che non le parve di riconoscere. Aveva capelli lunghi di colore chiaro, forse biondi o rossicci, a quella distanza non avrebbe potuto dirlo. Era vestita di bianco con una maglietta tirata sul seno florido, allungata su una gonna al ginocchio di colore più scuro. La figura era immobile e dava l’impressione di essere assorta in pensieri importanti, le braccia parallele al corpo come in stato di abbandono. Soltanto il movimento impercettibile di un piede, calzato da sandali col tacco, tradiva il suo nervosismo. Lidia ipotizzò che potesse aspettare qualcuno.

«Lidie’, ma che ci stai a fare al buio? »

Sua madre aveva aperto la porta della stanza cercando di mettere a fuoco, nella penombra, la sagoma di sua figlia stagliata contro il blu intenso della notte.

Lidia si girò di scatto, colta in flagrante.

«Sono alla finestra.»

«E brava, così poi domani ti lamenti delle zanzare e fai storie per alzarti dal letto… Ma tirare la zanzariera proprio non ti va?»

Teresa si avvicinò brontolando sulla totale mancanza di senso pratico della ragazza. A cosa era servito che il padre si fosse ammazzato di lavoro per installare da sé le protezioni, lui che falegname non era, se poi c’era chi se ne fregava?

Lidia si staccò malvolentieri dal davanzale, permettendo a sua madre di rimediare alla sua trascuratezza con pochi gesti mirati. Attraverso le maglie strette della tela fitta non c’era più gusto a sbirciare di fuori. Decise, quindi, di dedicarsi ad altro.

«C’è rimasto un po’ di gelato, almeno?»

«Se ti sbrighi; non è che regga troppo nella ghiacciaia e tuo fratello l’ha riportato a casa già da un’ora.»

Teresa si lasciò precedere in corridoio mentre in cortile c’era un avvicendamento discreto di persone richiamate dalla sensazione illusoria di godere di un po’ di fresco grazie all’umidità emanata dai pini e dalle acacie disseminati lungo il suo perimetro. Giselda, tuttavia, non pareva esserne disturbata; aveva altro per la testa. Aspettava Matteo. Prima o poi sarebbe dovuto rientrare a casa. Dai Colli era scesa giù con uno degli ultimi autobus urbani ma contava di chiedergli di riaccompagnarla.

In fondo la sua richiesta era un mero atto di gentilezza da cui nessun cristiano si sarebbe potuto tirare indietro.

Cercò di non fare caso a due donne di mezza età che le erano passate davanti subissandola di occhiate indagatrici. Ripensò con desolazione al fatto che oramai di Matteo non aveva che notizie frammentarie provenienti dai clienti dell’osteria nella quale continuava a lavorare con sempre maggiore fatica. Era stata anche privata dell’aiuto di Onorina, ormai nonna a tempo pieno dopo la nascita del suo primo nipotino.

Matteo non aveva più interesse a farsi rivedere.

Non sapeva se la cosa le procurava più rabbia o dolore.

Forse le due sensazioni spiacevoli erano divise a metà e non aveva senso stabilire quale prevalesse sull’altra. Aveva sempre saputo che da lui avrebbe ottenuto poco. Matteo non era un uomo capace di sacrificarsi per il prossimo, non lo era mai stato. Eppure lei l’aveva accettato così com’era per ciò che lui aveva mostrato di essere, un cumulo di difetti e nient’altro.

Aveva tenuto il bambino arrivato per caso.

Non aveva avuto la forza o il coraggio di disfarsene come Onorina, con molta enfasi, le aveva suggerito, allungandole l’indirizzo di una sua conoscente molto brava e discreta in queste circostanze.

«Non te lo puoi permettere, un figlio senza sposo» le aveva detto.

Giselda aveva calato la testa, preso il pezzo di carta in cui la donna aveva scarabocchiato qualcosa con la grafia incerta, tipica di chi aveva fatto a mala pena le scuole elementari, come lei. Era andata via, finendo in solitudine quella serata così dolce nel grigiore di casa. Suo padre era andato al paese per qualche giorno, ospite di un loro parente per respirare un po’ di aria buona, una mano santa per i suoi acciacchi. Si era rallegrata di quell’assenza, fingere con lui che tutto andasse bene era sempre più difficile.

Un’andatura conosciuta le fece sollevare la testa. Poggiando la borsetta di lato sulla panchina, scattò in piedi, cercando di attrarre l’attenzione di Matteo. In fondo era lì per incontrarlo e parlargli.

«Matteo…»

L’uomo trasalì, girandosi verso l’ombra a pochi passi da lui. Una smorfia di fastidio sul volto.

«Giselda, ma che ci fai qui!»

Giselda lo guardò in volto, inspirando a fondo, cercando di radunare la dignità e il coraggio che le rimanevano.

«Ti devo parlare» mosse incerta qualche passo verso di lui.

Matteo lanciò uno sguardo rapido verso la finestra della cucina di casa sua notando che non era illuminata, segno che i suoi erano di sicuro seduti a godersi un po’ di fresco sul balconcino della camera da letto che affacciava dall’altra parte dell’edificio. L’afferrò per un braccio e la trascinò con rudezza verso il varco che portava alla via principale, illuminata da sporadici lampioni e poco frequentata. Notò con cinismo come lei non avesse opposto nessuna resistenza a quelle cattive maniere. Nell’attimo in cui raggiunsero una panchina più defilata delle altre, allentò la presa e lei ne approfittò per sedersi, sentendo che le mancavano le forze. Lo scrutò di nuovo, piantandogli addosso un paio di occhi pieni di sofferenza.

Poi con apparente determinazione lo apostrofò:

«Si può sapere che t’ho fatto? Non ti fai più vedere, telefono e a mala pena rispondi. Una persona non si tratta così.

Tu non puoi trattarmi così.»

Matteo girò di lato il viso, evitando di ricambiare il suo sguardo, puntando alla stradina secondaria che portava verso i campi e al canneto che gli era familiare.

Decise di giocare duro, tranciando senza compassione ogni maldestro tentativo di riappacificazione dell’altra. I tagli netti erano i migliori, sempre. Per lui Giselda era stato un intermezzo, neanche troppo felice, in una parentesi temporale di vita vissuta in modo piatto, incolore.

«Ma che ti sei messa in testa? Siamo stati insieme per un po’ e vabbè. Ma le cose sono cambiate. E tu non mi piaci più. Non come prima, almeno.»

Giselda alzò la testa come se qualcuno l’avesse schiaffeggiata.

Poi raccolse ciò che era rimasto del suo amor proprio e tentò di replicare con tutto il decoro che possedeva per mascherare quanto quel parlare nudo e crudo l’avesse annientata.

«Perché prima ti piacevo, vero? Come ti piaceva il mio letto, le mie cucinette, le domeniche sera e tutte le altre cose e gli sfizi che adesso ti togli con qualcun’altra. Sorpreso, vero? So tutto. La moglie di Torresi, giusto? Quello dell’azienda di autotrasporti a Tiburtina. Ti fa i regali costosi e ti porta sulla sua macchina sportiva in giro ppe’ fratte.»

Matteo la squadrò con apparente indifferenza.

«E se pure fosse, a te che t’importa?»

«Te la sei scelta ricca, bravo, complimenti. Ora cenette di pesce al ristorante pagate da lei e profumi costosi.»

Era troppo. Mascherando il disagio che l’aveva invaso suo malgrado, l’afferrò di nuovo per le braccia scuotendola con forza per farla smettere di parlare. Era un bastardo e lo sapeva, ma sentirselo rinfacciare con tanta foga da una tanto arrendevole, non lo sopportava. La sua inadeguatezza aumentò a dismisura senza, per contro, intenerirlo di un grammo.

Continuò a scuoterla fino a quando non la sentì cedere, allora la lasciò di botto mentre lei si afflosciava come la bambola di pezza dalle gambe lunghissime e sottili che teneva al centro del suo lettino ai Colli. Un involucro vuoto privato del suo contenuto.

«Qui non ci devi venire più, li si capite o no?»

Era una minaccia più che un ammonimento.*

*in Lucia Guida, (2016), Romanzo Popolare, Rieti, Amarganta

 

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foto di Robert Doisneau

 

 

Presentazioni d’autore:”Le cose dell’orologio” Mario Borghi

Una piccola città di provincia e la sua stazione ferroviaria, perno esistenziale e luogo di aggregazione attorno al quale ruotano le tranquille (o forse dovrei dire soporifere?) esistenze dei suoi abitanti.

A un tratto un evento imprevisto e imprevedibile ne scuote la consolidata e routinaria normalità: viene, infatti, prelevato nottetempo l’imponente orologio bifronte da sempre collocato in posizione strategica a beneficio degli utenti di questa stazioncina senza infamia e senza lode, approfittando dell’abbandono in cui versa l’abitazione del capostazione, location privilegiata in cui il furto viene perpetrato senza che nessuno possa impedirlo.

L’accaduto scatena, com’è intuibile, le fantasie più accese dei concittadini, portando a galla situazioni di vario genere connesse con le vite privatissime di molti di loro, ammantate da rispettabilità ma solo all’apparenza.
L’orologio scomparso agisce da catalizzatore in tal senso, portando a galla un coacervo di situazioni irrisolte nel tempo, messe a tacere per quieto vivere o per mera superficialità esistenziale. Un manipolo di indignati abitanti cerca in ogni modo di venirne a capo, ergendosi di volta in volta a investigatori, fustigatori, tuttologi, giudici delle altrui debolezze, alla ricerca spasmodica del colpevole: della persona che potrebbe aver compiuto il misfatto e che va braccata e presa in consegna per essere punita in modo esemplare. Solo in tal modo la comunità potrà tornare al suo originario equilibrio.

Da questa kermesse nazionalpopolare, in cui ogni cosa ha la sua collocazione coerente in una sorta di chaos nel senso etimologico della parola, emergono personaggi grotteschi ma assolutamente pertinenti alla storia  come la signorina Piccionetti, felice di poter dimostrare, anche in tal frangente, le sue qualità di donna di mondo (sic!), e tuttavia non scafata abbastanza per conquistare una volta per tutte  il flemmatico maresciallo dei Carabinieri di cui è da tempo immemore invaghita; Anna, domestica a ore in casa del vero ladro dell’orologio, persona bene informata su fatti e misfatti del suo datore di lavoro, interessata più a condurre con disinvoltura la sua vita virtuale, una sorta di second life  in cui ogni elemento esiste soltanto come proiezione della sua mente e nell’arco di tempo della sua permanenza dell’appartamento di cui ha cura, piuttosto che aiutare con una dritta ben piazzata tutti coloro che hanno fatto della ricerca di questo fantomatico oggetto priorità assoluta della loro vita.
L’idraulico, capro espiatorio della vicenda, dipinto nel prosieguo della storia a tinte sempre più fosche, inconsapevole parafulmine di un pugno di persone animate da velleità di giustizialismo sommario conquisterà la tenerezza e l’empatia del lettore assieme alla signora ottuagenaria incolpata di misfatti inenarrabili a lei attribuiti. Colpe mastodontiche che, manco a dirlo, non potranno mai essere chiarite, imputate a lei in virtù della sua provvidenziale dipartita. Il ladro stesso, infine, col suo passato nebuloso e le sue fobie, i suoi peccati mortali e le sue piccole manie compulsive estrinsecate attraverso una inconsapevole volontà di vendicarsi a tutto tondo del mondo intero.

La sensazione finale è che Mario Borghi abbia voluto giocare con il lettore prendendolo con eleganza in giro e facendo leva sull’umana debolezza per spingerlo a mettersi in discussione, a scavare dentro di sé vincendo ataviche pigrizie e compromessi eterni; stimolandolo a prendere posizione e a chiedersi se, poi, ci sia sempre in ogni evento esistenziale una verità unica e univoca. O se, invece, molto sia ahimè, oggi più che in passato, frutto di personali elucubrazioni e dei pregiudizi instillati in noi dai tanti profeti e manipolatori della realtà attraverso un subliminale difficile da scorgere se non si possiede il minimo allenamento per poterlo fare.

Il libro è scritto in un linguaggio funzionale alla storia e ai suoi molti passaggi: rapido in alcun tratti, tentacolare e aggrovigliato in altri, soprattutto quando l’autore vuol darci la sensazione netta di come sia complesso addentrarsi nei meandri del cervello umano nell’attimo in cui siamo pronti a giustificare e a rendere plausibile ogni nostra singola presa di posizione. Molto ben curato, infine, l’aspetto formale di questo romanzo che vanta la prefazione della blogger e autrice ferrarese Gaia Conventi e una molto ben congegnata copertina a cura di  Adalgisa Marrocco.

 

L’autore

Mario Borghi, segno zodiacale Cancro è nato a Sanremo (IM) nel 1964 ma vive a Sassari. Ha scritto due opere teatrali, ‘L’abbonamento alla TV’ e ‘Gli opinionisti’ messe in scena in vari teatri off di Roma. Nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio, per la collana Bandini di Rogas Edizioni (Roma). Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Pubblica Bettola Frammenti di Cobalto – Diario di un cialtrone  , seguitissimo e dissacrante lit-blog ,si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

 

Mario Borghi, Le cose dell’orologio, ISBN 978-88-99700-00-3  € 11,00

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La Bella Poesia: ‘Ricordi’ di Andrea Magno

 

Aprire un libro di poesie a caso e pescarne una adattissima al tuo umore del momento.

 

È la ricetta di Andrea Magno, poeta di origini siciliane e autore della silloge ‘Sotto falso nome’ edita da Rupe Mutevole. Un libro tutto da scoprire in cui Andrea si racconta mantenendo, tuttavia, un margine di discrezionalità generoso. A cominciare dal suo alias, che rimanda alla sua pagina social e su cui al momento non ci è dato di sapere altro se non che la sua poesia, vissuta con autenticità, non conosce schemi ma soltanto sensazioni e idee riportate con significativa oggettività

Buona lettura

 

RICORDI

Non mi piace,
non voglio essere un passante dall’altra parte
del marciapiede
ricordi?
Stesso marciapiede,
non un passo indietro, non uno avanti,
e baci, mille baci,
le tue labbra sulle mie,
a mai staccarsi,
cercandoci, annusandoci,
e parole tante,
e silenzi,
quando le parole non servono più,
e fare l’amore con la tua mente,
un unico amplesso lungo una vita,
che avvolge anima e cuore,
che vola alto,
i corpi si disfano,
i sorrisi passano,
passa anche il dolore,
di quell’unica volta che te ne andasti,
per non tornare,
ma i ricordi, quelli restano,
te li cuci dentro a doppia passata,
per non perderli,
e come potresti perderli,
non si perdono mai pezzi di vita,
li nascondi alla vista,
cerchi di nasconderli al cuore,
ma l’anima,
quella fottutissima anima,
ti frega sempre,
ogni volta che tenti di fare pulizia,
li tira fuori, ti guarda,
dicendoti che i ricordi sei tu,
e cancelleresti un pezzo di te,
e allora ricominci a cucire ancora più stretto,
perché è l’unico modo
per non perderti ancora,
l’unico modo per non perdermi.

Andrea Magno

 

 

 

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ph. credits: i ricordi no / tumblr.com

 

 

 

 

 

La parola al recensore: “Romanzo Popolare” visto attraverso gli occhi di Mario Borghi, per “Pubblica Bettola Frammenti di cobalto”

Buongiorno. La recensione di ‘Romanzo’ che,  oggi, vi propongo in lettura è a cura di Mario Borghi, critico letterario, autore e oste della Pubblica Bettola ‘Frammenti di Cobalto’.

Ringrazio Mario per due motivi: per essersi preso la briga di leggere con attenzione il mio testo non limitandosi a sfogliarlo, e per essere andato al nocciolo della questione con l’accuratezza e la puntigliosità che sono marchio di fabbrica delle cose che scrive e del sito che cura.
A riprova di quanto sia importante, nella recensione e/o presentazione di un’opera, affidarsi a una persona che abbia la tua stessa sensibilità, scrittoria e non. E ciò a prescindere dai risultati finali ottenibili.

A presto

Lucia

 

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‘Romanzo on the Road’, photo by Lucia Guida

 

 

Romanzo Popolare, di Lucia Guida 

 

Romanzo popolare, terza opera della scrittrice e docente pescarese Lucia Guida, edito da Amarganta nel 2016, è un romanzo assolutamente femminile e al femminile. È anche un romanzo d’amore, ma non è un rosa. Si tratta della formazione di due famiglie che nel 1965 si trasferiscono nello stesso palazzo, a Pescara.
Sarà che gli opposti si attraggono – e queste due famiglie sono proprio una l’opposto dell’altra – sarà che per un certo periodo i rispettivi figli frequentano la stessa scuola, sarà, forse più pragmaticamente, che tra vicini di casa si tende a socializzare, tra le donne delle due famiglie si crea un legame particolarissimo. Un legame che, anche se per ragioni e origini opposte, ha in sé l’esigenza di capire e di raggiungere una consapevolezza, allora come spesso ancora oggi, compromessa dal retaggio che vede il maschio prendere in mano le redini della famiglia.
L’equilibrio, sottile ma efficace come i fili di una ragnatela, trova il suo valore nel concetto di vicinanza, che prescinde da meri interventi o aiuti materiali.
Tra le due si instaura una sorta di telepatia che, riesce, per quanto il destino conceda all’umanità, di limitare i danni e ciò, secondo me, dovrebbe animare ognuno: una vicinanza discreta ma continua che, anche se oramai sembra banale, ma purtroppo è così, impedisca a chiunque di dire, di fronte alle tragedie che quotidianamente infestano le cronache: «Sembravano così brave persone…».
Il legame tra Teresa e Maria, così si chiamano, è anche complicità, tacita e implicita, che deriva dall’infelicità insita nei rispettivi matrimoni; infelicità e insoddisfazione declinata in ogni loro forma e gestita con difficoltà, ma resistente anche ai vari fraintendimenti sempre in agguato e figli sociologici della sopravvivenza.
Tuttavia, nonostante tutto, gli effetti negativi – come purtroppo capita di solito – derivanti dai rispettivi rapporti seppur lì per lì neutralizzati dalla reciproca assistenza delle due, sembrano sfuggire a ogni argine e confluire sul più fragile: il figlio di Maria che, quasi a mo’ di agnello sacrificale, paga colpe non sue sotto un boia che applica sentenze sempre più misteriose.
Teresa non ha problemi economici, ha un marito con un ottimo impiego e due figli modello, mentre Maria ha un figlio scapestrato ed è sposata con un alcolizzato attaccabrighe che non riesce a tenersi un lavoro per più di qualche mese, costringendo così la sua famiglia a sacrifici immani e di cui lui non si rende neppure conto.
Ecco dove sta il valore di questo romanzo, in cui si racconta di un disagio, anche, latente: nell’identificazione del paradigma comune e degli obblighi reciproci tra esseri umani, meglio ancora se vicini di casa e inconsapevoli. Se non altro per riuscire a non andare a fondo del tutto, da soli.
Un piccolo appunto andrebbe alla copertina: non rende pienamente onore alla profondità dell’opera, scritta in punta di penna e con uno stile inclemente e sottile.

Mario Borghi, 13 giugno 2016

 

 

L’articolo originale lo trovate qui

 

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“Le due amiche”, acrilico di Cristina Bertuzzi

 

Thinking and Writing as an English Teacher – 4th Lesson

“People say that Time is a Gentleman.
That’s true. Time reveals what is really under the most gorgeous and richest fabric      drape”

 

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photo by Lucia Guida

Translating into Italian:

” Si dice che il Tempo sia  galantuomo.

E’ vero. Il tempo rivela ciò che il drappo di  tessuto più elegante e opulento realmente nasconde “

La Bella Poesia – ‘ Leggera ‘ di Maria Grazia Di Biagio

Cari amici la mia proposta di lettura poetica di oggi è una lirica di Maria Grazia Di Biagio, poetessa abruzzese, parte della sua silloge ‘Nella disarmonia dell’inatteso’ pubblicata da Bel-Ami Edizioni nel 2012. La raccolta di Maria Grazia, che vanta la prefazione di Dante Maffìa e postfazione di Renato Fiorito, è stata vincitrice del Concorso Letterario Bel-Ami Sezione Poesia 2012.

Buona lettura.

 

Leggera

 

Capita spesso che mi stanco

di trascinarmi appresso il peso

di questo corpo fragoroso

intriso di attributi

ridondante di aggettivi

contraddittorio.

Allora scelgo l’anima

rabberciata, rattoppata ma leggera

saggia presenza muta

e vado senza meta

senza desideri.

I più non vedono.

Pochi si voltano verso il non rumore.

Un cane la fiuta.

Guarda che bella

quell’anima nuda.

 

Maria Grazia Di Biagio

 

 

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne con grande cappello, particolare, 1917

A. Modigliani, ‘Jeanne Hébuterne con grande cappello’ (1917)

 

 

Al Salone di Sabato e di Maggio – Cronaca minimal di pancia di una mezza giornata al XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino

Metti un weekend di metà maggio e la possibilità di programmare di trascorrerlo al Salone di Torino, complici due editore, Cristina Lattaro e Paola Fallerini, molto ma molto simpatiche e competenti, un libro nato per Amarganta da poco meno di tre mesi e una figlia universitaria book addicted che ha voglia di accompagnarti e condividere con te  quest’esperienza, facendoti da fotografa all’occorrenza. Aggiungi l’opportunità di tornare a Torino per visitarla ancora in primavera dopo ben 24 anni di assenza. Considera di aver deciso di vivere ogni occasione particolare che ti si prospetti all’orizzonte, sia pure con breve preavviso e senza troppi problemi.
Decidi senza tema di ripensarci di regalarti un paio di giorni per trascorrere un fine settimana fuori porta.
Preparando un mini trolley in due ore scarse con lo stretto indispensabile per poi partire con leggerezza. La stessa lievità che ti dà la consapevolezza di aver diritto a godere dell’attimo, assaporando ogni briciola di ciò che vivrai.

 

 
Amici  & Conoscenze 

Ho sempre considerato presentazioni, fiere e premiazioni di concorsi letterari occasioni uniche per conoscere gente nuova, rinsaldare rapporti a cui tengo, provare a imparare e a metabolizzare situazioni diversificate. Anche in questo caso è andata così, e l’Universo o chi per lui mi ha dato una mano regalandomi conferme di vario genere, alcune molto piacevoli, alle idee che mi ero fatta a suo tempo. Gran bella bussola esistenziale l’istinto. A sapergli dare la giusta importanza e ad accettare di seguirlo con fiducia è capace di condurti per strade felici e in piano.

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presentando ‘Romanzo Popolare’ di Amarganta – Incubatore, sabato 14 maggio 2016
foto di Cristina Lattaro

 

Drink 

Sono convinta che la convivialità in un evento letterario sia un ottimo complemento. Non mi ha, quindi, stupita notare come in molti degli stand al firmacopie sia stato abbinato un momento di degustazione di bevande alcooliche, dal prosecco al vinello di riguardo. Peccato, però, che molte major abbiano deciso di coccolare esclusivamente gli ospiti vip oltre all’autore presente, evitando di estendere anche al lettore e/o acquirente estemporaneo la possibilità di brindare con loro.

Cin cin, allora, da me a tutti noi, senza distinzioni di sorta …

 

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ph. credits: iber-press.com

 

File & Giri

Al Salone se ne fanno parecchi di entrambi. Tra uno stand e l’altro, tra le varie sezioni, in ogni singolo box. A caccia di case editrici conosciute e meno conosciute, bei libri, personaggi scrittorii di spessore e amanti del defilé. Il visitatore del Salone è attento e disponibile, ben disposto a incolonnarsi in ordine per ambire a partecipare a margine di un’intervista importante, ricevere l’autografo sulla prima pagina del libro dal suo scrittore preferito,  rifocillarsi e bere in caffetteria e accedere alla toilette. Non protesta per il tempo che si dilata a dismisura anche in questa location privilegiata. Aspetta con pazienza che arrivi il suo turno, che sia per un cappuccino o una sbirciata al suo idolo tra una marea di teste che fanno da separé. E la serata procede, tra un traccheggio e l’altro, con indolenza.

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ph. credits: Salone Internazionale del Libro 2016

 

 

Shopping

 

Anche al Salone esiste la possibilità di acquistare libri allettati dal tre per due, in stand di case editrici importanti tanto quanto nei box delle case editrici minori. La Cultura paga sempre, specie se accompagnata dalla prospettiva di ‘far la spesa’ in modo oculato.

 

 

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ph. credits: Salone Internazionale del Libro 2016

 

Terzo Paradiso

 

E’ il titolo dell’installazione di circa 10.000 libri salvati dal macero o ricevuti in dono, composti da  Michelangelo Pistoletto, artista a tutto campo, in un suggestivo simbolo dell’infinito che reca al centro un cerchio magico; immagini, per ammissione del maestro, della circolarità del tempo e della rigenerazione della materia. Un’idea realistica dell’incertezza dell’oggi che è al tempo stesso speranza in un futuro meno confuso e sbiadito. Idea profetica, mi sia concesso, dell’avvenire stesso del mondo dell’editoria, in continuo divenire e in un alternarsi di salite e discese senza fine.

 

 

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‘Terzo Tempo’, Installazione di Michelangelo Pistoletto. Foto di Lucia Guida

 

Utenti & Visitatori

 

Seduta su una panchina colorata di verde in un attimo di riposo ho cercato di farmi un’idea sulla loro provenienza, non riuscendoci del tutto. Ne ho intravisti di convinti e di titubanti, trendy e regimental, fashion e radical chic.
Le mie simpatie sono andate tutte ai bambini, molti impegnati in laboratori creativi o in semplici spazi di gioco attrezzati ad hoc, a seguito dei loro genitori in passeggini, seduti sulla moquette del pavimento per un momento di relax o in un capriccio per un istante di stanchezza. Con i loro trofei in mano, che, manco a parlarne, erano libri.

 

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ph. credits: Salone Internazionale del Libro 2016

 

Suggestioni finali

 

Torino è una città signora dall’eleganza ricercata e mai ostentata. Ha fatto da padrona per tutto il tempo con un cielo velato di grigio e un acquazzone deciso che non ha minimamente scalfito nel pomeriggio la gioia di chi al Salone si era recato per passare ore di puro godimento libresco prima di affollare le vie del centro storico sino al fiume.  La giornata si è conclusa con promesse di sole e tepore. Promesse mantenute il giorno seguente.

Una signora realizza sempre sul proprio onore ciò che si è impegnata a fare. Comportandosi con la generosità di chi non conta il resto ma porge a piene mani tutto ciò che ha per il mondo intero prima che per se stessa.

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‘Mole Antonelliana’, foto di Lucia Guida

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Salone del Libro al tramonto, sabato 14 maggio 2016 – foto di L. Guida

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