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Tag: Federica Gnomo

Presentazioni d’autore: “Darkside” Federica Gnomo

Il romanzo

“Darkside” è la seconda fatica scrittoria da solista di Federica Gnomo, pseudonimo di Alessandra Gaggioli, architetto, blogger e scrittrice.

Il libro di quest’autrice non si incasella prevalentemente in nessun genere letterario ma è la riuscita fusione di un romance con un’opera di sci-fi, evidenziando le qualità migliori di entrambe le predette categorie.
Narra la storia di Breeze, pluriomicida, costretta a vagare su una zattera spaziale alla ricerca di un essere umano che possa assumersi la responsabilità di redimerla facendosene carico e provando a riabilitarla per il resto dei suoi giorni; di Thomas, emblematico comandante di navicella spaziale e di Vegan, infermiera di bordo e amante di quest’ultimo.
Non dirò nulla della trama se non per evidenziare come alla fine questa sia mero pretesto per parlare di una storia d’amore sui generis, al di là del tempo e dello spazio, come solo la Gaggioli sa fare, partendo da situazioni soltanto all’apparenza banali (una vittima in cerca di un eroe che si ‘appropri’ di lei non soltanto dal punto di vista letterale per riconvertirla all’amore e alla vita)  approfondendo trama e intreccio da angolature decisamente originali.
La storia di quest’eroina dal nome evocatore di freschezza e di leggerezza non è affatto semplice.
In realtà il suo destino, marcato da un aspetto fisico opulento che non sempre le consente vita facile, è anche appesantito da una sorta di ‘maledizione affettiva’: quella che le dà modo di sopravvivere soltanto appropriandosi dell’energia vitale di chi accetterà di stare con lei.

Attraverso una serie infinita di colpi di scena in cui il prosieguo è solo in minima parte immaginabile, Breeze riuscirà a riconquistare l’amore verso se stessa e verso Thomas per tentare di reinvertarsi una nuova vita sul pianeta Terra assieme al suo compagno e a una micia dagli occhi violetti che le mostra da subito simpatia e attaccamento ricordandole con grande precisione qualcuno di una vita passata che ha deciso di sacrificarsi perché lei potesse finalmente avere un’opportunità esistenziale certa.

Lo stile di Alessandra è essenziale ed estremamente scorrevole anche in quei passaggi in cui vengono trattate problematiche delicate come quella dell’incesto o della violenza sessuale, mai affrontate con inutile dovizia di particolari. Suggerite, invece,  in punta di piedi perché il lettore se ne possa ricavare un’idea personale.

Valore aggiunto per questo romanzo è, infine, dato dall’essersi piazzato in finale nel torneo “Io Scrittore” qualche anno fa, ricevendo il favore e il plauso degli altri concorrenti.

 

L’autrice

Nata a Viterbo Alessandra Gaggioli, alias Federica Gnomo, si è laureata con lode in Architettura e Restauro a Firenze dove  ha vissuto  per molti anni. Ha avuto diverse esperienze di lavoro e di impegno sociale come architetto, direttore d’azienda nel tessile, direttore di piccola casa editrice per due anni, direttore provinciale Fismo (federazione italiana moda) e tenente di Croce Rossa Italiana. E’ sposata e ha una figlia scrittrice, Dorotea De Spirito. Vive in campagna con due cani. Ama leggere da sempre, soprattutto romanzi classici e storici e autori di altre culture e ama cucinare. Da tre anni è redattrice della rubrica cucina del magazine on line  Lovvy.it  e ha pubblicato ricette per i due libri di Cotto e Mangiato, editi da Fivestore.Il suo primo vero romanzo, Il ragazzo alla pari, commedia rosa leggermente hot, è uscito per Gremese editore, nel maggio 2013.

Federica Gnomo, Darkside, ISBN 978-88-99344-02-3 € 11,00

 

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NB: Il link originale della presente recensione è qui

 

Casa di bambola

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immagine di apertura di Antica Stamperia Aurora

Chi di noi non ha desiderato da bambini un giocattolo a lungo e disperatamente? Scrivendo, magari, una lettera a Babbo Natale o adoperandosi per ottenerlo con qualsiasi mezzo? In “Casa di bambola” ho colto a pretesto questa situazione per dare corpo al desiderio segreto di Mina, bimba di qualche tempo fa, ai suoi sogni e alla sua quotidianità infantile.

“Casa di bambola” è uno dei 24 racconti racchiusi nell’antologia “Ricordi di giocattoli” a cura di Federica Gnomo, scrittrice e blogger versatile. L’antologia contiene una bella intervista a Luciano Dreoni, titolare dell’omonima catena di negozi di giocattoli; per volere di noi tutti l’intero importo derivante dalla vendita del libro sarà devoluto all’associazione Veronica Sacchi (AVS) di Milano

Casa di bambola 

Avvolto con cura in una carta blu notte cosparsa di stelline luminose c’era quel dono tanto agognato da Mina. Mani invisibili l’avevano poggiato alla base dell’albero di natale in plastica verde, adorno di addobbi multicolori, fili argentati e dorati e lucine intermittenti riflessi nel vetro lucido e scuro della portafinestra della sala da pranzo di casa. Babbo Natale aveva mantenuto la promessa, ne era certa; e quell’enorme involucro non poteva che celare la “Casa di bambola” occhieggiata per tutto l’autunno nella vetrina del giocattolaio e libraio amico di famiglia e padrone di un negozietto senza pretese nel centro storico del suo paese. Innamorarsene e poi fantasticare sull’uso che ne avrebbe fatto, se quel giocattolo fosse mai diventato suo, era stata la forma di riscatto più tangibile per i tanti accompagni a cui si era assoggettata con cadenza quotidiana sino a poco tempo prima: alle interminabili e noiose conversazioni di suo padre col suo amico storico farcite di politica e letteratura, al freddo e al sentore di umidità trasudante da quel negozietto antico tramandato di generazione in generazione che nel corso di mezzo secolo aveva conosciuto pochissimi mutamenti rispetto all’assetto originario. Allo sguardo di malcelata sopportazione dell’unica commessa, limetta alla mano, seduta in cassa nella noiosa attesa dei pochi  clienti,  nel guardarla sfogliare con intraprendenza e avidità le pagine dei libri ben impilati sparsi un po’ dappertutto per ingannare il tempo indefinito delle  discussioni paterne condite dall’atmosfera fumosa delle tante sigarette divorate nell’arco di una serata. Tutto fino alla folgorazione che l’aveva colta nell’attimo in cui, in un pomeriggio piovoso di metà ottobre, aveva scorto in bella mostra in vetrina quella monumentale casa di bambola in miniatura sciogliendosi in adorazione come mai  in passato le era capitato al cospetto di un oggetto che non fosse uno dei suoi amatissimi libri. “Alle cose non bisogna mai affezionarsi”, aveva più di una volta sentenziato stoicamente suo padre. E lei con diligenza, sino a quell’attimo di innamoramento matto e disperato, aveva cercato di tener fede a quel precetto, chiudendosi occhi e orecchie di fronte a qualsiasi frivolezza infantile. Sino al fatidico istante in cui, tuttavia, la tentazione era diventata troppo forte per potervi far fronte con la determinazione e l’austerità di sempre. La commessa aveva intercettato sorniona il suo interesse e, una volta tanto, non si era premurata di contrariarlo, piazzando  il giocattolo strategicamente al centro dell’unica esposizione che dava in piazza, perché chiunque di passaggio potesse averne ampia e completa visione. Quell’abile mossa l’aveva, da principio, crucciata non poco e Mina, con gelosia a stento repressa, aveva più di una volta temuto che un papà o una mamma più intraprendenti dei suoi potessero decidere di comprarlo per una bambina altrettanto desiderosa di giocarci e di immaginarci un mondo intero dentro.

Ma per una strana e favorevole circostanza ciò non era avvenuto e lei, col procedere dei giorni,  aveva continuato a rimirarne con un certo compiacimento l’imponenza dietro quel  vetro ora rigato dalla pioggia ora appannato dalla condensa per poi finire sotto le feste contornato da luminosi campanellini beneauguranti, da un minuscolo Babbo Natale e da un’infinità di piccole cianfrusaglie natalizie che non ne avevano sminuito lo splendore, impreziosendolo oltre misura. L’attesa di quel regalo  si era rivelata più spasmodica  e sofferente che mai e Mina aveva raddoppiato il suo impegno nel comportarsi bene perché quel sogno potesse finalmente diventare realtà. Aveva regolarmente svolto i compiti assegnati dalle maestre, aiutato la mamma al bisogno, tamponato con insolita disponibilità e pazienza le intemperanze e la capricciosità dei suoi fratellini. Si era perfino messa di buona lena a ricavare uno spazio  tutto suo nella cameretta che condivideva con loro tra l’armadio e il muro, una sorta di porto franco in cui poter sistemare il suo minuscolo quartierino immaginando una vita spensierata, finalmente colorata a tinte pastello.

Venire a sapere che non c’erano abbastanza soldi per comprare ciò che considerava già di sua esclusiva proprietà da una conversazione notturna dei suoi genitori l’aveva inizialmente gettata in uno stato di profonda prostrazione, ma non si era tuttavia persa d’animo. Il giorno successivo era andata dai nonni materni e con insolita audacia per una bambina riservata come lei, gliene aveva parlato con così tanto entusiasmo da farsi venire le lacrime agli occhi. I due anziani si erano guardati l’un l’altra senza commentare, ma qualcosa doveva essere accaduto perché un paio di sere dopo la cassiera l’aveva squadrata con maggior indulgenza e con una complicità inusitata che l’avevano stupita e, suo malgrado, toccata nel profondo in modo inspiegabile.

Rimirando per l’ultima volta l’oggetto del suo desiderio Mina chiuse la porta a vetri del salone e tornò a nanna. Se Babbo Natale aveva fatto il suo dovere, premiandola per l’impegno considerevole da lei profuso nell’impresa, c’erano ancora speranze in un avvenire diverso, migliore.

Si trastullò nel dormiveglia immaginando di abitare realmente la minuscola sala da pranzo apparecchiandone la tavola con solennità come la nonna nei giorni di festa. Di aprire con slancio le finestre della sua cameretta, una stanza tutta per lei, interamente colorata di indaco. Il fatto che in quella casa di pupe ogni stanza avesse pareti colorate differentemente la faceva pensare a un arcobaleno spuntato sorprendentemente dal nulla in una giornata di cupo grigiore invernale.

Ai gemelli poteva andar comoda la stanzetta nel sottotetto; così avrebbero potuto fare le loro diavolerie senza troppo danno. Ma forse era il caso di sistemarli di fianco alla cucina. No, lì avrebbero potuto trovare posto soltanto i nonni; a pianterreno, per evitare di fare le scale, e per lei non sarebbe più stato necessario chiedere il permesso per poterli andare a trovare dopo la scuola, cercando di non essere intercettata dal cipiglio di suo padre, spesso nervoso e irascibile con tutti, da sempre avaro di sorrisi e di carezze, di parole incoraggianti. A lui e alla mamma aveva riservato la stanza più sontuosa, quella con l’enorme letto a baldacchino, la copertina rosa di seta artificiale profilata con una frangia che a toccarla ( e a lei era capitato di farlo spessissimo, di nascosto, quando la cassiera s’intratteneva fuori dal negozio col suo moroso ! ) sembrava di essere in paradiso.

Probabilmente in una camera bella e accogliente come quella avrebbero anche smesso di litigare e a lei non sarebbe più toccato di rassicurare i gemelli nottetempo, svegliati dal fragore delle loro voci alterate e dalle tante parole dure e pesanti come macigni palleggiate vicendevolmente con colpevole leggerezza. Il poco denaro e i lavoretti precari di suo padre, i conti della spesa da saldare. Un affitto in perenne ritardo da onorare, richiesto dal padrone di casa con implacabile puntualità a ogni primo del mese. Sua madre che si disperava di continuo ma che alla fine  faceva magie in casa e con tutti loro. I vestitini smessi ereditati da una cuginetta che non le piacevano per niente, tutti fronzoli e pizzi, e che doveva indossare con paziente arrendevolezza perché questi erano gli accordi tra la mamma e la zia felice di dare così una mano. Chissà, magari in quella casetta accogliente e confortevole avrebbe potuto esserci spazio anche per la cuccia minuscola di un bastardino da adottare e accudire con amore. L’avrebbe tenuto lontano da Marco e Matteo, beninteso, capaci di far saltare i nervi a chiunque, animali ed esseri umani, con la loro vivacità sempre eccessiva. E poi sarebbe stato bello ogni tanto organizzare una vera festa di compleanno con i suoi compagni di scuola più affezionati. Pochi in realtà. Una bambina silenziosa come lei, vestita come una bambola cresciuta troppo e in fretta, attirava poca simpatia. Con un sospiro chiuse gli occhi e attese che il sonno l’avvolgesse pian piano incrementando le energie per ciò che finalmente l’indomani l’attendeva: scartare con impazienza dissimulata quell’enorme pacco e poi difenderlo a caro prezzo dagli assalti inopportuni dei piccoli di famiglia.

Al momento la cosa importante era che la sua “Casa di bambola”, illuminata dagli sprazzi intermittenti di luminosità tenue e colorata, fosse lì sotto l’albero solo per lei.

A quel pensiero Mina si rasserenò, cullata dal respiro pesante dei suoi fratelli, la casa immersa in un’insolita quiete.

“ Magari potesse essere sempre così “, mormorò a mezza bocca, quasi in un soffio, con un sorriso stemperato dal buio profondo della notte; prima di andar finalmente via, lontano, in un mondo di sogni sospesi nell’attimo fugace delle sue speranze lievi di bambina sensibile.

Lucia Guida *

* “Casa di bambola” in A.A.V.V., Ricordi di giocattoli, Viterbo, 2013

Per info e ordini: fedegnomo@gmail.com

 

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Passioni creative

La  mia passione per la cucina nasce un po’ per gioco e un po’ per sfida. Ai tempi dell’adolescenza e di pari passo con altre attività con cui mi piaceva trascorrere buona parte del mio tempo libero e che contemplavano situazioni di natura estremamente variegata: dipingere, disegnare, lavorare con i ferri e con l’uncinetto, scrivere poesie e inventarmi storie su cui confezionare racconti lunghi o romanzi brevi. Nonostante il mio periodare lunghetto, nelle mie storie non sono mai stata troppo prolissa, forse perché il timore di non portarle a compiutezza non mi abbandona mai del tutto.
Nell’intervista che oggi vi posto, realizzata da Federica Gnomo per il sito ITODEI.blogspot.it e poi replicata nel suo blog Gnomosopralerighe, parlo di me come autrice di manicaretti oltre che di testi scrittori. Con un finale a sorpresa, l’indicazione di una ricetta di facile e sicura realizzazione, una torta al cioccolato adatta ai gusti di tutti. Uno dei miei cavalli di battaglia storici. Provare per credere.

IN CUCINA CON LO SCRITTORE: Lucia Guida

Interviste culinarie di Federica Gnomo

Oggi salutiamo e ringraziamo Lucia Guida, autrice della silloge di racconti “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” pubblicata dalla Nulla Die, casa editrice NAP di Piazza Armerina, nel gennaio 2012, per averci aperto la porta della sua cucina.

Succo di Melagrana racconta al femminile attimi di quotidianità spicciola. Le protagoniste dei racconti — caratterizzati da diversità di epoche, età e situazioni personali — sono colte nei fotogrammi del loro percorso esistenziale. Le storie sono collocate cronologicamente in senso crescente dal periodo pre e post bellico sino ai nostri giorni in una provincia microcosmo puntuale, punto di forza e di debolezza, dell’esistenza umana più ampia. Tempo e Spazio diventano pretesti per comunicare un messaggio essenziale, quello dell’infinita capacità rigeneratrice di ogni donna, chiaro invito a cercare orizzonti migliori.

      

La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare?

Considero mangiar bene uno dei piaceri della vita e cucinare un’attività creativa e gratificante altrettanto quanto la scrittura. Amo sperimentare nuove ricette pur preferendo andare sul sicuro e ripiegare sui miei “cavalli di battaglia” se ho ospiti a pranzo o cena

 Lo fa per dovere o per piacere?

Dipende. Cucinare può talvolta essere entrambe le cose; diventa un piacere soprattutto se hai a tavola con te qualcuno che apprezzi le tue fatiche culinarie e che te ne dia merito mostrando di gradire con entusiasmo quello che hai preparato per lui

Invita amici o è invitata?

Per me i piaceri si equivalgono; certamente  essere ospitata in casa d’altri ti dà la possibilità di goderti, forse, maggiormente, la circostanza. Invitare, invece, è un po’ più impegnativo, dal punto emotivo oltre che come fatica “fisica” in senso stretto. Quando lo faccio amo coccolare i miei ospiti preparando un’infinità di manicaretti, ad esempio puntando su una serie di antipastini stuzzicanti e di bell’aspetto. In ogni caso le mie sono ricette di facile e veloce realizzazione. Raramente  ho la possibilità di passare molto tempo ai fornelli

Ha mai conquistato amici cucinando?

Un antico adagio recita che per giungere al cuore di un uomo si debba necessariamente passare per la sua gola. Mi sento di condividere quest’affermazione, o forse gli uomini che ho incontrato erano tutti amanti della buona cucina, chissà … Parlando in generale di amicizie, devo dire che in più di una circostanza mi è capitato di sorprenderli piacevolmente: non pensavano che io fossi una cuoca capace. E’ stato gratificante, soprattutto se considera che nell’arte culinaria sono praticamente un’autodidatta: mia madre, bravissima in tantissime cose, non ha mai amato particolarmente cimentarvisi

Vivrebbe con  un compagno che non sa mettere mani ai fornelli?

Per me non costituirebbe affatto un problema. In passato mi è capitato e questa caratteristica non è stata affatto motivo di contrasto. Non ho, però, mai provato cosa significhi vivere con un gourmet che abbia anche una buona dimestichezza in cucina. E’ una cosa che mi incuriosisce parecchio

Quando ha scoperto questa sua passione?

Da bambina nel momento in cui mia nonna materna mi ha insegnato a otto anni a cucinare un’ottima omelette.

Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?

La sofferenza di non poter mangiare un bacio perugina con gli altri bambini presenti; avevo quattro anni e non riuscivo a capacitarmi come potesse essermi negato un piacere del genere. In realtà ero reduce da una bruttissima intossicazione alimentare e la cioccolata in quel frangente sarebbe stata per me veleno puro

Ha un piatto che ama e uno che detesta?

Non ho mai provato a mangiare la trippa, a mia madre non piaceva e quindi non l’ha mai preparata né io ho mai avvertito il desiderio di provarla. Adoro, invece, le lasagne e in generale i pasticci di pasta e le torte rustiche

Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano?

Per me il cibo è anche piacere per la vista. Nei manicaretti che preparo cerco sempre di alternare colori caldi e freddi cercando di stuzzicare la curiosità dei convitati anche attraverso questo.

Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O the, una bibita speciale per stare ferma a scrivere?

Dipende da come prosegue la mia attività. Amando scrivere di primo mattino ( quando mi è possibile e quando non sono al lavoro! ) è fondamentale per me iniziare con una buona prima colazione. Se, invece, provo a farlo in altri momenti della giornata trovo piacevole bere succhi di frutta, colorati e rinfrescanti

Scrive mai in cucina?

Mi è capitato più di una volta per “indisponibilità” di uno spazio tutto mio e non mi ha creato particolari  problemi, anzi. La cucina è un luogo circoscritto, certamente meno dispersivo di altri ambienti domestici e forse per questo maggiormente accattivante

Dove ama scrivere? E a che ora le viene più naturale?

Non avendo a disposizione uno studiolo tutto per me mi rifugio in soggiorno, stanza piuttosto lontana dal resto della casa ( abito in un duplex suddiviso in zona giorno  e zona notte ). Potendo scegliere, come già accennato, preferisco farlo a mente più fresca, nelle prime ore del mattino

 Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla scrittura?

Se sono impegnata a risolvere un nodo narrativo un tramezzino veloce da preparare è certamente la scelta migliore per placare l’appetito. Cucinare qualcosa di più elaborato richiederebbe tempo ed energia necessari in quel frangente per altre priorità

Che tipo di cibo desidera di più quando scrive ed è presa dal suo lavoro? Salato o dolce?

Qualcosa di stuzzicante e di salato se sono in un momento di stasi creativa. Un dolce, invece, se sento di aver concluso in modo soddisfacente quello in cui ero impegnata

Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?

Da piccola mi piaceva moltissimo la pasta di mandorle, dolcissima e ipercalorica, modellata a forma di frutta di vario tipo. E la cioccolata. Una volta, in assenza di mia madre sono stata capace di terminare un’intera scatola di pocket coffee. Poi ho aspettato che rientrasse dal lavoro e con tranquillità le ho annunciato che di lì a poco sarei morta(sic!): era quanto lei mi aveva paventato, nel caso avessi dato fondo a tutti i suoi cioccolatini

Lei è una scrittrice di narrativa; quando esce a cena con i suoi figli o amici  che tipo di locale preferisce?

Adoro girovagare per agriturismi e trattorie, specialmente fuoriporta. Credo che un posto rustico e caratteristico dia “più sapore”, se così si può dire, al cibo che lì viene servito. Sono comunque e sempre una patita dello slow food

Per festeggiare una pubblicazione cosa tende a ordinare in un locale?

Quando hanno pubblicato i miei lavori ho preferito festeggiare a casa da me mettendomi alla prova con qualcosa che piacesse particolarmente ai miei figli

Ha mai usato il cibo in qualche storia?

A oggi non ho mai incentrato interamente le mie storie sul cibo ma i riferimenti a pietanze e bevande ci sono senz’altro. Le basti pensare al titolo della mia raccolta di racconti, “Succo di melagrana” e al mio romanzo, attualmente in visione dal mio editore, in cui c’è posto per più di un riferimento conviviale.

In “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo?

I riferimenti a sensazioni gustative e olfattive trovano ampio spazio nel mio stile  narrativo. A me piace “tirar dentro” nella storia il lettore, farlo immedesimare nella vicenda anche attraverso descrizioni particolareggiate che lo facciano sentire “ a casa”. A partire dall’aroma intenso evocato da un tè al bergamotto

 Parliamo ancora di “Succo “: a che ricetta lo legherebbe, e perché?

Se potessi paragonarlo a una portata sceglierei di farlo attraverso un dessert: una mousse, ad esempio. Delicata ma incisiva a completamento di un buon pranzo o di un’ottima cena. Questo perché da golosa quale io sono i miei pasti, specie se in buona compagnia, terminano sempre con un  dolce o un sorbetto

Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?

Il cibo è un ottimo elemento aggregante e socializzante e mi è capitato di concludere qualche presentazione con un flute di spumante, dei dolci e degli stuzzichini salati. Un modo per ringraziare piacevolmente gli intervenuti chiudendo l’evento in bellezza e in allegria

Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?

Una torta al cioccolato, facile da realizzare e plurisperimentata. Uno dei miei successi gastronomici.

La ricetta:

 

Torta al cioccolato
Ingredienti:
-125 gr di burro o margarina;
– 130 gr di zucchero;
– 3 uova intere;
– 130 gr di farina;
– cacao amaro q. b. ( da 25 gr in su, se la gradite bella “carica” );
– 1 bustina di lievito x dolci.

Preparazione
Battete le uova con lo zucchero aggiungendo poco per volta la farina e il burro liquefatto e freddo, il cacao in polvere e il lievito ben setacciato. Infornate a cottura tradizionale (forno elettrico) a 150°/175° per 45′ più 5′ a forno spento.
Se preferite potete tagliarla a metà e farcirla con una cremina al cioccolato preparata così:
– 200 gr di panna da cucina ( quella x i tortellini);
– 100 gr di ciocciolato fondente;
– 100 gr di cioccolato al latte.
Mettete la panna in un recipiente a bagnomaria e aggiungeteci i pezzetti di cioccolato fondente e al latte. Rimestate bene sino a quando il cioccolato non si squaglierà e con la panna diventerà cremoso. Lasciate raffreddare e poi utilizzate i due terzi della crema ottenuta per farcire il dolce di cui sopra che avrete provveduto a tagliare a metà. Utilizzate il terzo di cremina avanzato per spennellare la superficie dell’ intero dolce. Ponete in frigo e lasciate riposare per almeno un’ ora. La crema si solidificherà assumendo l’ aspetto di una copertura. Servite questa torta sempre fredda: rende meglio!

 

Quale complimento le piace di più come cuoca? E come scrittrice?

Sono felice quando i miei ospiti fanno onore al menu da me ideato, dando fondo a tutto ciò che ho preparato: per me è il complimento migliore che mi si possa rivolgere. Come autrice è bello sentirsi dire di essere stata capace di trasmettere emozioni e sensazioni attraverso scene che ben evocano un sentire comune, condiviso

Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?

Io credo che la poesia che costituisce il prologo della mia raccolta di racconti sia in tal senso illuminante. Parlando di ciò che rappresenta la mia interiorità recita testualmente così:
“ Io sono   (…)

Succo agrodolce

di melagrana

che ti disseta

con discrezione

lasciando traccia

vermiglia

indelebile

sulla tua mano. “

 

Grazie per la sua disponibilità

Grazie a lei, di cuore

Federica Gnomo

il link dell’intervista in versione integrale su Gnomosopralerighe:

http://gnomosopralerighe.blogspot.it/2012/10/in-cucina-con-lo-scrittore-lucia-guida.html?spref=fb