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Lucia intervista Lucia

Qualche tempo fa nacque in web una bella esperienza, quella de ‘Il Tendone’, un sito indipendente a cura di un gruppo di blogger appassionati di lettura e scrittura tra cui Alberto Zuccalà, bravo medico nella vita e ottimo grafico inventore de ‘Le graforecensioni-un disegno per un libro’, rubrica di pubblicità libraria.

‘Il Tendone’ aveva lo scopo meritevole di aiutare autori esordienti ed emergenti a farsi pubblicità in maniera innovativa e non scontata. Tra gli autori interpellati a fornire un po’ di materiale c’ero anch’io. Presa tra le promozioni di ‘Romanzo Popolare’, all’epoca nato da poco, sono riuscita a ricontattarli quando, ahimè, Alberto e gli altri avevano deciso di mettere in stand-by questo progetto che al momento non è più attivo.
L’intervista è finita in un file in un angolino della memoria del mio pc fino a quando, qualche giorno fa, non l’ho riletta e ho pensato di proporvela qui, sul mio blog.
Buona lettura
A presto


Quello che nessuno mi ha mai chiesto ( e che mi sarebbe piaciuto dire in risposta a una intervista)

Nelle interviste  seguite a tre pubblicazioni da solista, conversazioni stimolanti e sicuramente interessanti, può accadere che i tuoi interlocutori  decidano di incentrare il proprio lavoro su alcuni aspetti del tuo universo di autrice e di donna tralasciandone altri. E che tu ti chieda come sarebbe stato se, al contrario, qualcuno avesse  pensato di dirigersi con te verso altri lidi, scrittorii e non.
L’intervista che voi leggerete è stata interamente realizzata da Lucia Guida per Lucia Guida; nessun trucco e nessun inganno, unicamente la voglia di mettersi a nudo con sincerità e un pizzico di autoironia. Da una prospettiva autoreferenziale, certamente; di sicuro sui generis.

Buona lettura.

 

 

Lucia Guida intervista Lucia Guida

 

  1. Guida: Ciao e benvenuta sulle pagine de ‘Il Tendone’. Mi sono appuntata delle domande che credo possa farti piacere ricevere. Ma prima di tutto una tua breve presentazione. Lucia Guida, autrice pescarese d’adozione, Acquario ascendente Gemelli, prestata alla scrittura dal mondo della scuola in cui sei docente di Lingua Inglese. Hai pubblicato tre lavori, una raccolta di racconti, ‘Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile’ per Nulla Die nel 2012, un romanzo nel 2013 sempre per Nulla Die intitolato ‘La casa dal pergolato di glicine’ e nel febbraio di quest’anno hai deciso di dare alle stampe per Amarganta Editrice il tuo secondo romanzo, un lavoro di narrativa dal titolo ‘Romanzo Popolare’. Per te non valgono, quindi, gli algoritmi annui e la regola aurea secondo la quale bisognerebbe scrivere sempre e di continuo se nella tua progressione di autrice di annualità ne hai saltate ben due …

 

Lucia Guida:   In realtà in questo biennio di apparente ‘riflessione’ ho pubblicato due racconti in opere collettive: ‘Destini’, edito da Fefé e vincitore del III premio al concorso ‘Streghe d’Italia2’ organizzato dalla medesima casa editrice e ‘In un campo d’orzo e di papaveri’ vincitore del II posto al Premio Lupo. Per il resto non ho mai smesso di scrivere. Ho continuato a farlo in sordina, portando avanti un nuovo progetto che è poi cresciuto e diventato ‘Romanzo Popolare’. L’algoritmo scrittorio di cui parli è stato più che ampiamente rispettato, sia pure con tempi morbidi ma a me consoni: poco per volta, il giusto. Il piacere di scrivere, almeno per me, è anche questo.

 

  1. Guida: Si dice che camminare a passo lento dia la possibilità di guardare con attenzione particolari difficili da scorgere in fase di corsa. E’ stato così anche per te? Cosa hai potuto mettere in chiaro o guardare con attenzione e precisione maggiori in questi due anni di scrittura ‘ponderata’?

 

Lucia Guida: Intanto mi sono chiesta se per me fosse più importante scrivere o pubblicare. Concludendo, senza falsi pudori, come il valore di queste due azioni sia assolutamente paritario. E’ importante scrivere per noi stessi ma diventa un atto solipsistico se gli input che abbiamo necessità di proporre agli altri restano su carta solo ed esclusivamente a nostro beneficio.  C’è anche da dire che una volta pubblicato un libro va pubblicizzato. Preparare un ottimo pranzo e lasciarlo freddarsi in forno non ha alcun senso. Ma questa, forse, è un’altra storia …

 

  1. Guida: Quanto conta per un’autrice emergente non conosciutissima l’occasione d’oro? La possibilità, cioè, di accedere al grande pubblico attraverso una sapiente opera di propaganda e pubblicizzazione?

 

Lucia Guida: Tantissimo. Tempo fa in web mi è capitato di imbattermi in una citazione che suonava più o meno così, parlando di libri validi ben pubblicizzati che vendono; di ottimi libri propagandati che non vendono; di opere mediocri ben pubblicizzate che vendono e di libri mediocri non pubblicizzati che fatalmente non vendono’. Sono totalmente d’accordo con chi le ha scritte. Sintetizzano in modo illuminante l’editoria odierna, pregi e difetti. Un libro, checché se ne dica, è un bene di consumo, un prodotto anche commerciale e come tale va di conseguenza considerato.

Aggiungo, poi, che quella che tu chiami ‘l’occasione d’oro’, la possibilità, cioè, di imbroccare per caso o in modo mirato la strada giusta può di sicuro rivelarsi vincente. Le sponsorizzazioni intelligenti e ben fatte non hanno mai danneggiato nessuno. Bisogna, però valutarne le contropartite: nessuno di solito ti regala niente in cambio di niente.

 

  1. Guida: Cosa saresti capace di fare pur di svoltare scrittorialmente parlando?

 

Lucia Guida:  Parli degli eventuali compromessi che sarei capace di accettare? Niente che non abbia sino a  ora voluto o, viceversa, evitato di fare. Se avessi voluto impostare la mia vita secondo l’adagio ‘minima spesa, massimo rendimento’ avrei, probabilmente, scelto altre prospettive. Potrei, però, dirti a cosa non ho mai dato spazio: all’editoria a pagamento. Meglio affidarsi a una piccola e decorosa casa editrice indipendente piuttosto che pubblicare pagando. Anche se c’è ancora nel pubblico dei lettori qualcuno che non è capace di distinguere tra un libro pubblicato pagando e un testo su cui l’editore ha voluto investire in prima persona. È ancora diffusa l’abitudine di congratularsi con l’autore che ha speso fior di quattrini come se avesse dato alle stampe il proprio libro per pura meritocrazia. Sui meccanismi editoriali c’è ancora moltissima ignoranza.

 

  1. Guida : Qual è la cosa che ti scoccia maggiormente fare all’indomani della pubblicazione di un libro?

 

Lucia Guida: Regalarlo come se fosse un gadget. Se, come me, hai pubblicato con una ce noeap e hai voglia di comperare dall’editore qualche copia del tuo lavoro, lo acquisti con uno sconto minimo pagandolo regolarmente. Poi, se credi, ne fai l’uso che vuoi. Anche donarlo, se lo desideri. Discorso diverso è, invece, quando gli altri ti chiedono  tout court una copia, pensando erroneamente che l’autore ne possegga casse intere, magari in garage. Che, poi, è realtà di ciò che accade quando ci si rivolge all’editoria a pagamento. Ma per chi come me ha deciso di impostare un discorso totalmente diverso un libro ‘è lavoro’: è tempo speso per idearlo, scriverlo, editarlo, proporlo a un editore che ne intraveda la stoffa e sia disposto a farlo nascere, nero su bianco o in versione digitale. E’ lacrime e sangue, in primis del suo creatore. Un dato inconfutabile e un particolare che non può essere sottovalutato o deprezzato.

 

  1. Guida : Se un autore esordiente ti chiedesse qualche consiglio per iniziare, cosa gli diresti?

 

Lucia Guida : Di pubblicare bene ( ma credo che ciò vada da sé se l’autore è di suo capace ). Di affidare la propria creatura possibilmente a un’agenzia letteraria, avendone disponibilità anche economica, dal momento che non è una cosa scontata e accessibile a tutti dal punto di vista finanziario. La caccia all’editore serio e competente richiede tantissima pazienza. Se, poi, si punta in alto, a una major, per esempio, entrare nel raggio d’azione di quest’ultima è cosa complessa se si è sprovvisti  di un biglietto da visita autorevole costituito da qualcuno che ti rappresenti al meglio e che possieda un certo potere contrattuale.

 

  1. Guida: Ultima domanda, al vetriolo: qual è la cosa che dei colleghi scrittori affermati sopporti di meno?

 

Lucia Guida: L’aver dimenticato di aver cominciato dalla base e quanto ciò comporti, anche in termini di spesa emotiva e fisica. Sono davvero pochi quelli che si voltano indietro a guardare con favore e benevolenza, in modo paritario, chi arranca alle loro spalle. Molto spesso la chance scrittoria, quella che diventa opportunità di pubblicare ‘felicemente’ è frutto indiscusso di bravura personale ma anche di attimi carpiti al momento e al punto giusto. Un’altra cosa che fatico ad accettare in un creativo di scrittura e/o altro è quella sorta di aura dorata di cui a volte si circonda isolandosi dal mondo esterno. L’Arte è un ponte formidabile e dovrebbe unire le persone e non separarle. Per questo motivo adoro artisti come Michelangelo Pistolotto che si pongono come trait d’union tra la gente e non come depositari di saggezza esclusiva ed elitaria.

Lucia Guida

 

 

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Presentazioni: Ilaria Grasso intervista Lucia Guida sulle pagine di PescaraNews.net

La sorpresa di ferragosto è la pubblicazione in web della mia ultima intervista rilasciata a Ilaria Grasso, giornalista freelance abruzzese.
Argomenti di questa bella chiacchierata estiva il mio ‘Romanzo Popolare’ e le tematiche sottese alla storia che ho narrato. Assieme con una buona fetta, manco a dirlo, delle mie prospettive esistenziali.
Buona lettura

A presto

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

(…)

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Ciao Lucia, ben trovata, e buon’estate, un’estate popolare, tra impegni e iniziative letterarie, grazie al tuo romanzo, uscito alcuni mesi fa, dal titolo, appunto, Romanzo Popolare …
 

Salve, Ilaria. In realtà è stata un’estate complessa, dedicata agli affetti e alle persone care, in cui per forza di cose ho dovuto rallentare la promozione di ‘Romanzo’ che, tuttavia, è alla sua seconda ristampa, con buon successo di pubblico, e la cosa, com’è facilmente intuibile, mi riempie di piacere. In autunno, però, ci sono in serbo molte novità, e a livello scrittorio e come parte della promozione del mio romanzo che intendo riprendere a pieno ritmo. Del resto un libro non ha mai scadenza: la pregnanza di una storia realmente sentita non perde di sostanza o di validità se si provvede a centellinarla nel tempo …

 

Un romanzo corale, dove la presenza femminile è preponderante, la storia di un’amicizia ben salda, radicata nel tempo e nel cuore, quella fra Teresa e Maria …

Sai che a me continua a piacere parlare al femminile. Sono più che convinta che non se ne discuta mai abbastanza. E che si abbia, oggi come mai prima, bisogno di storie ‘vere’ e non epidermiche. Abbiamo tutti necessità di orientarci godendo di prospettive esistenziali che ci offrano qualcosa di reale e concreto. Nella vera amicizia tra due persone non c’è bisogno di ritmi temporali serrati, conta la qualità. La possibilità di sentirsi anche a distanza di tempo con lo stesso affetto di sempre. La consapevolezza di poter contare su chi non è fisicamente presente al momento: nell’attimo del bisogno o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere. Ciò nel rispetto della propria individualità. Teresa e Maria si incontrano a un crocevia esistenziale per entrambe, diventando una il puntello dell’altra, nelle occasioni liete e in quelle che lo sono meno. Riescono a superare le piccole incomprensioni che costellano il loro cammino con buonsenso e lungimiranza. La vera amicizia, quella unica e molto rara.

Storie d’amore e d’amicizia, in Romanzo Popolare, come l’amore fra Giselda e il bel Matteo, un amore travagliato, forse unilaterale …

Tra le diverse tematiche Romanzo Popolare affronta anche quella dell’incapacità di amare, della cosiddetta immaturità affettiva che affonda le sue radici nei primi anni di vita del bambino. Nel caso di Matteo, uno dei protagonisti maschili del mio lavoro, scaturisce da una mancata identificazione con una figura paterna, ingombrante e anaffettiva, e dall’eccessiva indulgenza di una madre che fa del proprio figlio l’unica ragione di vita per se stessa. Maria cerca di compensare con un surplus di dedizione materna la disaffezione paterna. Matteo cresce in balia di grandi contraddizioni, senza nessun tipo di indicazioni affettivo-sentimentali. In questo contesto si innesta la sua relazione amorosa con Giselda, pronta, come sua madre, ad accettarlo incondizionatamente. Giselda è incapace di distaccarsi emotivamente da lui, vivendo quest’intermezzo per quello che è: una relazione di letto e basta. E Matteo ci sta, almeno fino a quando l’entusiasmo per lei non viene meno. Di recente, parlando con una mia amica psicoterapeuta, ho saputo che almeno l’80% delle relazioni odierne è impostata su parametri squilibrati, o se vogliano non del tutto sani. Il cosiddetto ‘rapporto paritario’, quello in cui si cresce e si evolve insieme, rischia di diventare sempre di più un miraggio in una società come la nostra fortemente egocentrata e individualista in cui nessuno è disposto a rinunciare per l’altro a parte del suo campicello per affrontarsi su un terreno comune, in una sorta di porto franco.

 

Storie anche di violenze domestiche, spesso misconosciute, perché ci si vergogna di parlarne …

La violenza di genere, fisica e psichica, è ancora tabu nelle società occidentali e nel nostro Paese. Non dipende da questioni legate a longitudine e latitudine, né al tipo di educazione e/o istruzione possedute. Ha un effetto devastante per chi la subisce in termini di autostima anche perché chi ne è oggetto molto spesso tenta di ‘giustificare’ il proprio partner, convincendosi di poterlo cambiare o, peggio, che le sopraffazioni subite abbiano una durata temporale limitata. Addossandosi colpe inesistenti per mancanze vere o presunte commesse. Isolandosi dal mondo intero e, per tale ragione, precludendosi l’aiuto anche di persone di famiglia. E’ un circolo vizioso, quello della violenza domestica. Difficile da spezzare senza un aiuto opportuno da parte di specialisti del settore e autorità preposte che possano fornire un giusto supporto a 360°. Una donna che scappa da un compagno che ha minacciato di ucciderla se non si adeguerà a lui, spesso lo fa solo con ciò che ha addosso e con il terrore, non infondato, che il proprio partner possa rivalersi sui figli.  Personalmente trovo che in Italia i femminicidi, in crescita esponenziale, tragica conclusione di storie familiari involute, siano tanti, troppi. Frutto di una visione distorta della figura femminile, percepita ancora oggi come ‘oggetto’ di conquista e, quindi, in pieno possesso alla figura maschile. Un fenomeno culturale ed educativo, indubbiamente. Si potrebbe fare anche moltissimo a livello mediatico, giacché tutto concorre alla crescita personale di ciascuno di noi, se, ad esempio, nel corpo e nella titolazione degli articoli giornalistici si eliminassero diciture come ‘amore’. In un episodio di violenza di genere di amore non ce n’è mai. Trovo pretestuoso e quasi criminale evocare un sentimento che, di per sé, dovrebbe spingere chiunque di noi a desiderare il meglio per la persona amata e non la sua soppressione fisica.

 

 

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Il decennio che va dal 1965 al 1975, nel quartiere San Donato di Pescara, come mai, per te, pugliese, la scelta di questa collocazione temporo-spaziale?

Ogni collocazione spazio-temporale scrittoria non va mai presa alla lettera. Serve a dare una cornice opportuna a ciò che un autore vuol trasmettere attraverso la storia che narra. Nel mio caso ho, però, ‘derogato’ a questo parametro scientemente: volevo raccontare una vicenda che fosse imperniata sulla città in cui vivo da tempo, Pescara, in un’epoca che fa parte di me (sono nata nel 1965 e ricordo benissimo l’atmosfera dei primi anni 70). Un’altra concessione che mi sono data è stata quella di scegliere come spazio ideale il quartiere popolare di San Donato, che conosco abbastanza nei suoi punti di forza e punti di debolezza, che in quel lasso di tempo conobbe una grande espansione per chi, da varie parti della regione, aveva deciso di insediarsi in città per motivi diversi. Mi è sembrata la collocazione ideale per le vicende personali delle famiglie Terrenzi e De Carlo, orientate anche loro, come la stragrande parte degli abitanti di questo quartiere all’epoca di estrema periferia, a conquistarsi un avvenire che offrisse loro opportunità di vita maggiori.

 

Finale aperto, quello del romanzo: stai pensando ad un seguito?

Non sono mai tornata ‘sul luogo del delitto’: non ho, cioè, mai pensato di dare un sequel ai racconti e ai due romanzi che ho scritto.  Mi piacciono le storie dal ‘finale aperto’, come tu le hai definite. Una trama troppo definita non può essere, secondo me, di stimolo al lettore. Sono felice quando riesco a innescare in chi mi legge percorsi di pensiero che possano portare dovunque. Lettura e scrittura sono attività strettamente interconnesse, sinergiche. Confesso, tuttavia, di essere stata interpellata da più di un lettore in tal senso. E’ una bellissima sensazione: significa che sono riuscita a incuriosire e a far affezionare alle vicissitudini dei miei personaggi.

 

Tra le diverse tematiche le donne che studiano: quanto potevano “far paura” negli anni 60?

Credo abbastanza, allora come ora. In generale temo  che ancora oggi una donna competente, intelligente e preparata faccia sempre  paura, specialmente se ha deciso di realizzarsi da sé, senza scegliere figure extra che la puntellino, a eccezione di una famiglia che la supporti adeguatamente ( che le dia, cioè, la possibilità di impegnarsi in qualcosa in cui crede, per poterla raggiungere e potersi realizzare anche professionalmente) . Pensando alla mia storia personale, e al fatto di avere avuto una nonna materna con una famiglia ‘illuminata’ alle spalle, mandata a Napoli, dopo aver conseguito il diploma magistrale,  per un corso di perfezionamento in ‘Economia Domestica’ nel primo ventennio del 900; a mia madre e alle mie zie materne e paterne, tutte autosufficienti dal punto di vista economico perché lavoratrici, proprio nel frangente storico illustrato da ‘Romanzo’, pochissima.
Evidentemente  il motto di mia nonna Nina, maestra di scuola primaria, ‘Studia e cerca di renderti economicamente indipendente, per te stessa in primis’ con cui sono cresciuta, tramandato a mia figlia  e a tutte le mie studentesse, ha funzionato e bene. Del resto, non è un’opinione che anche nella famiglia più standard accontentarsi di vivere ‘di gloria riflessa’, dipendendo da un capofamiglia anche per le decisioni più spicciole, non porti sempre bene.

 

I tuoi progetti letterari per il futuro prossimo…

Più di un progetto di scrittura, uno piuttosto corposo di cui non dirò nulla un po’ per scaramanzia; chi mi conosce sa che avviso di essere in procinto di pubblicare se non dopo aver ricevuto il fatidico ‘visto si stampi’ dalla casa editrice che se ne occuperà. Non amo vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

 

Siamo in chiusura, lascia un messaggio, un pensiero, per i nostri lettori …

Alla luce di ciò che mi è capitato di recente, direi che è sacrosanto, per ciascuno di noi, cercare di vivere la nostra vita il più possibile calati nel presente. Si alla progettualità futura, un briciolo senza esagerare serve a mantenerci vivi. No alle recriminazioni che ci trattengono ancorati al passato, impedendoci di agire.

 

Ilaria Grasso per PescaraNews.net del 16 agosto 2016

 

L’intervista originale la trovate qui

 

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Intervista – Lucia Guida tra donne e amicizia parla di Pescara

Cari amici, in occasione dell’uscita e delle prime presentazioni al grande pubblico del mio ‘Romanzo Popolare’ ho avuto il piacere di conversare a cuore aperto con Ilaria Grasso per la testata on line l’Opinionista. Di che, direte voi? Del libro innanzi tutto, ma anche di un sacco di cose, scrittorie e non. Vi propongo questa bella intervista anche qui, approfittando della vostra pazienza e disponibilità anche stavolta, sperando di farvi cosa gradita.

Buona lettura e a presto

 

P.s. Per gli amici bolognesi amanti delle chiacchierate letterarie segnalo che la prossima presentazione di ‘Romanzo’ si terrà sabato 9 aprile 2016 a cura della scrittrice Angela Di Bartolo presso il Caffè Letterario Notturno Sud di via del Borgo di San Pietro 123/G, posticino niente male a un passo dalla Stazione centrale.
Inutile dire che siete tutti invitati 🙂

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Lucia Guida tra donne e amicizia parla di Pescara

 

Ben trovata Lucia, grazie per aver accettato questa nostra intervista: perché un romanzo su Pescara?

“Per una serie di buoni motivi: volevo narrare una storia ambientata nella città in cui vivo e lavoro da qualche decennio. Dare al lettore la possibilità di vederla da una prospettiva realmente empatica quale potrebbe essere la mia, dal momento che non vi sono nata e non posseggo filtri protettivi di nessun tipo. Raccontare di un quartiere, quello di San Donato, situato nella zona a sud-ovest della città, che è attualmente parte del mio vissuto e in cui, a suo tempo ho lavorato. Parlare, infine, delle inquietudini sottili di una città di provincia in un periodo, quello del boom economico italiano, in cui tutti avevano l’illusione e la speranza che tutto fosse possibile e ogni sogno potesse avverarsi …”.


Romanzo Popolare è un romanzo sulle donne e sull’amicizia…

“ È di sicuro un romanzo che parla di donne, nel bene e nel male. La solidarietà femminile è un miracolo quando la si incontra realmente. Teresa e Maria diventano amiche accomunate l’una alla sofferenza dell’altra. A ogni modo non c’è mai da parte di nessuna delle due la pretesa di prevaricare sull’altra, facendo leva sulle debolezze della più fragile. L’Amicizia di spessore dovrebbe essere sempre così, avulsa da qualsiasi tipo di manipolazione e/o di prepotenza affettivo-sentimentale”.

Che cosa rappresenta, nel tuo vissuto storico, il quartiere di San Donato di Pescara?

“Come dicevo poc’anzi il mio presente, dal punto di vista logistico ed emotivo; un quartiere di grandi potenzialità molto spesso trascurate. Una tra tutti? Il Centro Polivalente Britti, sorto dalla riqualificazione dell’ex Mercato Rionale di Via Rio Sparto: potrebbe davvero rappresentare un elemento portante di accentramento e di socializzazione per la vita del quartiere se sfruttato a pieno regime. É per questa ragione che ho deciso di partire con il tour delle presentazioni di ‘Romanzo Popolare’ da lì: per far vedere come anche un quartiere di semiperiferia, spesso associato solo ed esclusivamente alla Casa Circondariale omonima, sa indossare con dignità “l’abito buono” e non soltanto per occasioni speciali o rare”.

La scuola nel tuo libro…

” … è legata al ricordo del primo giorno di frequenza scolastica di Lidia e Giacomo, appena arrivati a Pescara da Sant’Eufemia, e al loro incontro ufficiale con Matteo, primo compagno di giochi pescarese, un bambino con un destino pieno di tante carenze e manchevolezze educative che non gli daranno la possibilità di crescere, anche affettivamente, al meglio. Per Giacomo e Lidia studiare rappresenterà la possibilità di guadagnare in modo concreto una strada migliore per il futuro. A ogni modo da docente non posso non sottolineare come un buon imprinting scolastico da sempre rappresenti un’occasione unica per non farsi fagocitare dal sistema. Io ci credo davvero e cerco di trasmettere ai miei studenti questa mia riflessione, facendo leva sull’aspetto di essere pensante che è in ciascuno di noi e che va messo nel giusto risalto e coltivato ad ampio spettro”.

Un romanzo sulle rinunce che spesso le donne compiono, nel nome della famiglia…

“Certamente legato al contesto storico cui fa riferimento, un arco di tempo in cui non c’erano molte possibilità per le donne di derogare dalle scelte personali in precedenza intraprese. A distanza di mezzo secolo mi viene, però, talvolta da pensare che, poi, tutto questo ventaglio di occasioni ‘al femminile’ alla fine non è che a oggi ci sia sempre: se c’è da scegliere a chi rivolgersi per ‘battere cassa’ è alla donna che si chiede in primis di farlo. E sto parlando di maternità non garantita, di scelte professionali sempre in bilico tra la realizzazione professionale e quella familiare, del cumulo di sensi di colpa con cui anche ai nostri tempi una donna, stretta tra se stessa e i proprio cari, debba far conto”.

La storia si snoda nel decennio che va dal 1965 al 1975: come mai questa scelta?

“Mi piaceva scrivere di un periodo da me vissuto in prima persona (sono nata nel 1965) in cui, davvero, tantissima gente aveva la sensazione di potercela fare, di essere in grado di conquistarsi un futuro migliore attraverso i propri sacrifici, forse spesso dolorosi e notevoli ma sempre e comunque ripagati. Una speranza di riscatto e di crescita che, ai giorni nostri, si è tramutata per i giovani in una grandissima illusione …”.

Una storia sulla maternità e sul riscatto che da essa proviene…

“Teresa e Maria cercano per quanto possibile di operare in base a ciò che per generazioni è stato loro trasmesso: fare di necessità virtù, difendendo i propri figli a sprezzo della propria vita. Una reazione se vogliamo basilare ma caratteristica di ogni madre che ha lottato e sofferto per la propria prole. La prima rinuncerà all’amore della sua vita, quello che l’ha svelata come Donna, l’altra rimedierà con extrema ratio a un matrimonio infelice che non è cresciuto e che sta annientando pian piano la sua vita e quella di Matteo”.

I tuoi progetti letterari per il futuro prossimo…

“Al momento c’è la promozione del romanzo che mi porterà in giro per l’Abruzzo e per l’Italia. E a tal proposito, un evento che ho piacere di partecipare in anteprima ai lettori de ‘l’Opinionista’ è la partecipazione con altri autori a una presentazione collettiva per conto di Amarganta, casa editrice rietina indipendente no eap, presso il XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino, sabato 14 maggio. Siete tutti invitati”.

Lascia un messaggio ai lettori de L’Opinionista…

“Un messaggio di speranza nelle infinite potenzialità che sono in noi: darsi sempre un’ultima chance e soprattutto crederci. Farlo con coerenza, dignità e rispetto, cosa non semplice ma necessaria per poter, alla fine, camminare per le vie del mondo con andatura sempre più sciolta e spedita. Grazie”.

 

a cura di Ilaria Grasso per l’Opinionista, articolo del 1° aprile 2016. L’intervista integrale la trovate qui

 

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L’è ‘n gran bel Proust! Oggi in compagnia di Lucia Guida.

Un’intervista sui generis del 21 novembre 2015 di Gaia Conventi, scrittrice e blogger ferrarese, alla sottoscritta sul suo blog “Giramenti” . Con leggerezza (ma anche no!)  si parla di cose importanti e altre che lo sono un po’ meno. Nella vita, scrittoria e non.
Buona lettura e a presto

L’È ‘N GRAN BEL PROUST!

L’è ‘n gran bel Proust! Oggi in compagnia di Lucia Guida.

Torna “L’è ‘n gran bel Proust”, oggi pigliamo uno spritz con Lucia Guida: «Acquario ascendente Gemelli, nativa di S. Severo (FG), vive e lavora a Pescara come docente di Lingua Inglese. Ha pubblicato racconti brevi in collane di autori vari e come solista per Nulla Die nel 2012 la raccolta di racconti Succo di melagrana e poi nel 2013 il suo romanzo d’esordio La casa dal pergolato di glicine. Cura un blog nella piattaforma di WordPress, una pagina di autrice su LiberArti Reader Social Artist e due pagine dedicate ai suoi libri su Facebook. È alla ricerca dell’editore e dell’uomo ideale ed è pronta a scommettere su chi dei due incontrerà per primo».
Donna interessante, mi spiace non poterla sposare e pubblicare… ma voi candidatevi. Anche per rispondere al Questionario di Proust, ovviamente.

Il Questionario di Proust e Lucia Guida

1. Qual è il colmo della miseria?
Sforzarmi di essere semiseria. Io sono serissima, sempre e comunque.

2. Dove le piacerebbe vivere?
In un paese caldo d’estate. In un paese nordico d’inverno. Giusto per contraddire i meteopatici e le signore di età alle fermate dell’autobus.

3. Il suo ideale di felicità terrena?
Nutella a colazione, pranzo e cena. E una bilancia compiacente come alleata.

4. Per quali errori ha più indulgenza?
Per i miei, manco a dirlo. E per quelli dei miei amici.

5. Qual è il suo personaggio storico preferito?
Anita Garibaldi, donna assai paziente col suo Giuseppe. La pazienza non è mai stata il mio forte con gli uomini.

6. I suoi pittori preferiti?
Kandisky, lo trovo molto trendy e bonton. Perfetto nei salotti bene cittadini.

7. I suoi musicisti preferiti?
Quelli ascoltati nei salotti bene di cui sopra. Fanno molto pendant con la pittura astratta.

8. Quale qualità predilige in un uomo?
La concretezza. Se ho voglia di giocare con le parole, so benissimo farlo da sola.

9. Quale sport pratica?
Relaxing a oltranza sul divano di casa. Almeno per tre serate a settimana.

10. Sarebbe capace di uccidere qualcuno?
Sì, se fosse possibile farlo con un sorriso a trentadue denti.

11. Qual è la sua occupazione preferita?
Prendere in giro con intelligenza e ironia la gente. Ma solo quella che se lo merita.

12. Chi le sarebbe piaciuto essere?
Giovanna d’Arco. Senza rogo, però. Sono intollerante all’odore della legna bruciata.

13. Qual è il tratto distintivo del suo carattere?
La tolleranza zero verso i rompiscatole (ma non lo diciamo all’uomo di cui sopra…).

14. Qual è il suo principale difetto?
Sono troppo buona. Lo dico sul serio, eh…

15. Qual è la prima cosa che la colpisce in un uomo?
Diciamo che degli uomini ho una visione d’emblée. In genere è alla fine che focalizzo i particolari. Alcune volte porta bene, altre un po’ meno.

16. Qual è il colore che preferisce?
Azzurro grigiolino e grigio azzurrino.

17. Qual è il suo fiore preferito?
Il crisantemo. Posso giocare a “m’ama, non m’ama” più a lungo e con più soddisfazione.

18. Quali scrittori preferisce?
Quelli maledetti e maledettamente bravi.

19. Quali poeti?
Quelli malinconicamente poetici.

20. Quali sono i suoi nomi preferiti?
Debora, Pamela per le femminucce. Mi piaceva moltissimo giocare con le Barbie da bambina.
Per i maschietti vado sul tradizionale: Asdrubale e Aristide, adoro le allitterazioni.

21. Che cosa, più di tutto, detesta?
La semplicità. Amo tutto ciò che è complicato. Se non è dannatamente complicato non fa per me: nella quotidianità spicciola, in amore, nella scrittura.

22. Quale talento naturale le piacerebbe possedere?
Saperle raccontare con sapienza ed essere creduta a ogni battito di ciglia. Un talento che non ho ancora imparato a coltivare. Ma prometto d’impegnarmi a farlo. Nella vita bisogna sempre tendere a migliorarsi.

23. Crede nella sopravvivenza dell’anima?
Ci credo e questa è la mia peggior condanna. O forse salvezza, se questo significherà riuscire a togliermi qualche sassolino dalla scarpa in versione esoterica

24. Di che morte vorrebbe morire?
Dolce, dolcissima: affogata in un mare di panna screziata di cioccolata fondente e croccantino.

Gaia Conventi

 

L’intervista originale la potete trovare qui

 

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Intervista

Cari  amici, vi riporto integralmente l’intervista realizzatami dall’autore e blogger Mario Borghi sul suo “Pubblica bettola, frammenti di cobalto” che si era già occupato di recensire qui il mio romanzo d’esordio “La casa dal pergolato di glicine”. Nella chiacchierata abbiamo parlato di tante cose: di piccola editoria, dei problemi incontrati dagli autori emergenti, dei miei lavori e del mio modo di concepire la scrittura.

Se ne avete piacere ve lo propongo come lettura odierna. Questo è il link per leggerlo in versione integrale

A presto

 

Quattro chiacchiere con Lucia Guida, scrittrice pescarese

22.05.14

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Dunque, ho convinto Lucia Guida, bravissima autrice di La casa dal pergolato di glicine, edito da Nulla Die, di cui ho parlato qui, a farsi fare un po’ di domande. Eccovela.

Ciao Lucia, grazie per la disponibilità, partiamo subito con la domanda di rito: puoi dirci nel minor numero di battute, il maggior numero di cose su di te, gossip compresi?

R- Ben risentito e grazie a te! Comincio subito: tendenzialmente non omologata, sincera ( per qualcuno “scomoda”), pasionaria, chiacchierona, impulsiva, idealista … può bastare?

Certo, ora però ti chiedo qualcosa di più. A quando risale la tua passione per la scrittura?

R- All’epoca in cui compitavo le prime lettere, errori ortografici inclusi. Mi piaceva scrivere piccole fiabe e storie su tovagliolini di carta sottili di forma quadrata (quelli di solito usati nelle pasticcerie) che, poi, regalavo a persone di famiglia perché potessero leggerle.

Quando è uscito il tuo primo lavoro “serio”?

R- Il mio primo lavoro da autrice solista “seria” è stato pubblicato nei primi mesi del 2012 dalla Nulla Die, casa editrice siciliana indipendente. È una raccolta di racconti au feminin che parla di donne a 360°. Non collocatelo, però, nelle opere “di genere”, è un’etichetta che trovo limitativa. I protagonisti dei miei racconti sono certamente “personagge” perché la loro autrice ha deciso di descrivere e dar voce a una materia che conosceva molto bene, ma sono rivolti a tutti, indistintamente. Il messaggio che volevo veicolare è che ciascuno di noi può farcela. Può, cioè, riconquistare uno stile di vita che gli è maggiormente congeniale, imparare a volersi bene se non l’ha fatto in precedenza. Un augurio di tipo universale, insomma.

Hai mai ricevuto una “stroncatura”?

R- Di recente un critico letterario mi ha fatto sapere su un forum di scrittori cui mi ero iscritta che non avrebbe mai comperato il mio libro. Si riferiva al mio romanzo d’esordio, “La casa dal pergolato di glicine”, edito sempre per i tipi della Nulla Die a settembre del 2013, di cui aveva letto una breve anteprima da me postata. Alla mia replica di come ritenessi il suo giudizio riduttivo, invitandolo a leggere il mio lavoro per intero prima di esprimere un giudizio, ha ribattuto che, comunque, i 16,00 € del prezzo di copertina non li avrebbe mai spesi per un’autrice poco conosciuta come me. Trovo desolante e deprecabile un atteggiamento pseudosnobistico come questo. Non sei abbastanza conosciuta, quindi posso eventualmente giudicarti “a gratis”. Quanto, poi, a comperare il tuo libro, non se ne parla proprio. Ed è un’opinione quanto mai invalsa. Di questo passo farsi conoscere, per quelli che pubblicano per piccoli editori, diventa un’impresa erculea. Ma del resto, di cosa meravigliarsi? Se anche fiere internazionali di tutto rispetto continuano a privilegiare le major editoriali a discapito di case editrici indipendenti? Insomma, continua a piovere sul bagnato, tra l’indifferenza generale. E al lettore viene propinato di tutto, sotto l’egida di marchi famosi, purché sia di tendenza. Una sorta di consumismo scrittorio, se così si può dire. Un fenomeno che non è certamente positivo.

Quali sono, se ci sono, i temi o i soggetti sui quali ami scrivere?

R- Mi piace scrivere di anime semplici come i bambini ma anche di anime complesse, adulte. Provare a ricamare attorno a cose o eventi all’apparenza quotidiani, forse per qualcuno scontati, storie e situazioni. Parafrasando un autore inglese, William Blake, “To See a World in a Grain of Sand”, intravvedere un mondo intero in un granello di sabbia. E poi provare a costruirci un castello, magari. Credo sia la cosa più bella e appagante che possa accadere a un autore, almeno secondo me. La realtà che ci circonda è uno scrigno inesauribile di tesori; basta, appunto, saperli riconoscere. 

Hai degli scrittori preferiti?

R- Passati e presenti? Un’infinità, scelti tra generi diversi, non esclusivamente di narrativa. Diciamo che da ragazza ho avuto ottimi maestri in tal senso. Persone di riferimento di famiglia e insegnanti che potessero darmi dritte eccellenti e che non ringrazierò mai abbastanza. Attualmente sul mio comodino c’è l’opera omnia della Munro, da centellinare pian piano, “Donne che corrono coi lupi” della Pinkola Estés, un paio di romanzi di autori emergenti che conosco personalmente. Tra i grandi del passato: T. Hardy, Colette, de Maupassant. Italiani contemporanei: Cassola, Pea, la Ginzburg … 

Come ti poni di fronte alla poesia?

R- Con una sorta di timore reverenziale. Sono convinta che per prosare occorrano ottime basi linguistiche. Per la poesia, se possibile, ne occorrono ancora di più. Ciò non significa, tuttavia, che il tecnicismo debba imbrigliare il sentimento. La poesia è arte anche attraverso la sensibilità e la profondità con cui tu provi a sfumare una sensazione, un’emozione evitando di cadere nell’ovvio.

Ci fai una carrellata delle tue pubblicazioni con una piccola didascalia per ciascuna?

R- Come autrice di racconti brevi ho pubblicato per diverse case editrici in collane di autori vari. “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile”, opera prima costituita da sei racconti, tre ambientati nel Novecento e tre ai giorni nostri, in cui le protagoniste provano a vivere con compiutezza maggiore la loro vita, riuscendoci. “La casa dal pergolato di glicine”, romanzo in cui do voce a Marina Federici, una donna alla ricerca della propria identità in un’epoca, il 1970, in cui scegliere una nuova stagione esistenziale era meno semplice di oggi. In entrambe queste opere da solista ho voluto trasmettere una speranza. Come anche nell’ultimo lavoro, in fase di pubblicazione, un’opera a tre mani edita da Fefè Editore, intitolata “Streghe d’Italia 2” che raccoglie tre personali punti di vista sulla figura della “magàra”, della strega vera o presunta che sia. Io credo che ciascun autore abbia precise responsabilità in merito ai contenuti, anche valoriali, che decide di trasmettere ai suoi lettori.

Che idea ti sei fatta del panorama editoriale odierno, sulla scorta delle tue esperienze di pubblicazione?

R – La stessa idea che, quando stavo per partorire la mia primogenita Roberta, mi venne in mente, dopo essere stata ricoverata, incinta di otto mesi, in ospedale, per un malessere. All’epoca avevo della gravidanza e del parto un’idea piuttosto rosea e, diciamolo pure, ingenua e poco calata nel reale. A contatto con le altre partorienti me ne sono dovuta fare un’altra, realistica e, per certi versi, più cruda. Pubblicare sempre e comunque può soddisfare l’ego di un autore ma non lo aiuta a crescere. La mia idea è quella di scegliere consapevolmente le mani editoriali cui affidarsi, che è un po’ quello che ho fatto io nel momento in cui ho deciso di fare sul serio. Per contro c’è comunque la difficoltà di pubblicizzare e propagandare quello che hai scritto, a lavoro ultimato; le piccole case editrici, pur avendo una buona distribuzione anche online, possono arrivare fino a un certo punto. Tocca, quindi all’autore, con molto olio di gomito, fare il resto. Non è semplice, specialmente quando devi fare tutto da solo e i proventi derivanti dalle tue pubblicazione sono minimi. C’è, poi, il discorso di cui parlavo poc’anzi circa la diffidenza verso gli autori esordienti/ emergenti, anche da parte degli addetti ai lavori. Imporsi in questo mare magnum non è facile. Specialmente per chi cerca di tenersi fuori da compromissioni di vario tipo, evitando di cercarsi sponsorizzazioni del tipo “do ut des” di varia provenienza.

Cartaceo o digitale?

R- Cartaceo ma anche digitale. Ben venga la tecnologia, dalla quale è assurdo prescindere, anche nel mondo della scrittura e, soprattutto, della lettura.

Qual è l’opera, tra quelle che hai scritto, che ami di più?

R- “Succo di melagrana”, decisamente. Anche se ho dovuto pensarci parecchio e farmi supportare dal fatto che buona parte dei suoi racconti aveva raccolto recensioni positive o era arrivato in finale in concorsi letterari nazionali. Io la chiamerei l’insicurezza dello scrittore esordiente. Un male necessario, comunque, che ti aiuta senz’altro a mantenere i piedi per terra e a non montarti la testa.

Che ruolo deve avere, secondo te, una scrittrice, nella società? Pensi che esista una differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice?

R- Delle responsabilità implicite ed esplicite contenute in un atto scrittorio ho già parlato. La differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice risiede per me in una sensibilità espressa differentemente e in modo complementare. A ogni modo entrambi sono portati a ricoprire, oggi, un ruolo che è necessariamente mediatico e che è inutile e poco onesto negare. Mi spiego: il lettore che ti ha scelto come autore ha la necessità di conoscerti “live”, di sapere come la pensi anche in questioni di quotidianità. Io credo nell’idea di un’arte fruibile e non in quella di una torre d’avorio in cui trincerarsi. Apprezzo dei grandi artisti la loro capacità di relazionarsi costruttivamente col pubblico, ricercando il giusto equilibrio con la necessità di preservare comunque il proprio spazio intimo, privato.

Hai dei progetti nel cassetto?

R- Tanti e non tutti di natura scrittoria. Per il resto non sono un’autrice esageratamente prolifica; scrivo quando mi va e quando ne ho la possibilità, tempo e impegni vari permettendo. Sono per lo slow writing, per la scrittura che porta fuori il meglio di te, a dispetto di mode o tendenze che non ti appartengono e che, per tale ragione, lasciano il tempo che trovano. Il lettore ha bisogno, per certi versi, di identificarsi in te scrittore, passare da un genere all’altro lo manda in confusione.

Cosa vuoi fare “da grande”?

R- Continuare a essere felice delle piccole e grandi cose della mia vita. Per me è stata una conquista raggiunta da “ragazza cresciuta” nel momento in cui ho cominciato a volermi bene sul serio

E ora la terribile domanda, che fa arrabbiare molti scrittori: perché scrivi?

R- Potrei dire che la scrittura ha ricoperto, nella mia via, ruoli diversi. All’inizio è stata, come blogger, terreno di conferme ma anche terapeutica. Poi è diventata piacere di scrivere fine a se stesso. Voglia di ringraziare i lettori che hanno creduto in te e che si aspettano di rileggerti ancora. Certamente mai imposizione o qualcosa di preconfezionato. Scrivere così richiede tantissimo tempo ma io non mi lamento. E aspetto che arrivi l’ispirazione giusta, quella che fa la differenza. Grazie per questa bellissima chiacchierata.

Grazie Lucia per il tempo che ci hai regalato e a buon ri-leggerci.

Mario Borghi

 

“All’ombra del Pergolato” – intervista a cura di INFOGESTIONE per “I Caffè Culturali”

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Nel mese di luglio 2013, grazie a una dritta di Cristina Lattaro, scrittrice versatile e ottima compagna di scuderia per un pezzetto del mio cammino editoriale,  ho avuto la possibilità di partecipare a un’esperienza davvero interessante: l’elaborazione di un’intervista online “a puntate” per conto de “I Caffè Culturali” , sito di INFOGESTIONE “dedicato alle parole e ad ogni loro espressione”. Questa conversazione a più voci è terminata ieri, 3 settembre 2013. Seduta comodamente a uno dei “tavolini riservati” agli autori che, come me, hanno voluto aderire a quest’iniziativa stimolante, ho avuto la possibilità di parlare dei miei trascorsi personali e professionali, delle mie idee sulla scrittura, di letteratura e cultura, quest’ultima intesa nella sua accezione più ampia, grazie alla competenza attenta di Gian Stefano Mandrino, Oriana Deiulio e Fabio Lauri.

Ve la propongo qui di seguito senza soluzione di continuità, aspettando i vostri commenti di contrappunto alle mie risposte e ringraziandovi sin da ora per la vostra pazienza e disponibilità

ALL’OMBRA DEL PERGOLATO

L’intervista all’ospite
I Caffè Culturali: “Chi è Lucia Guida?”.
Lucia Guida: “Gran bella domanda. Lucia Guida, classe 1965, segno zodiacale Acquario ascendente Gemelli, è un’apprendista affabulatrice in continua crescita. Ha iniziato a scrivere quando era una scolara delle elementari, continuando a farlo per buona parte della sua adolescenza. Poi si è dedicata ad altro, laureandosi nel marzo 1987 in Lingue e Letterature Straniere con una tesi di letteratura inglese su due romanzi di Thomas Hardy, Tess of the d’Ubervilles e The Return of the Native. Erano anni in cui non c’era corso monografico di letteratura in cui non si accennasse a buone pratiche come quella dell’analisi testuale. Ha, poi, per un anno insegnato all’estero italiano e all’età di 23 anni è diventata docente a tempo indeterminato della scuola statale italiana, continuando a studiare. L’ultimo corso di perfezionamento in Cultura, Diritto, Economia e Politica della Comunità Europea l’ha frequentato nell’a.a. 1993/94 presso la facoltà di Economia e Commercio di Pescara concludendolo prima di partorire sua figlia Roberta. Una lunga parentesi dedicata alla famiglia e ai figli. Nel 2006 ha partecipato a esperienze di lifelong learning per insegnanti di Lingua Straniera presso l’Università di Limerick, in Irlanda, partecipando a un progetto Comenius ed è risultata intestataria di una borsa di studio messa a disposizione dal Consiglio d’Europa per docenti dei paesi membri nel 2007. Nel medesimo anno si è nuovamente avvicinata alla scrittura aprendo il suo primo blog; nel 2008 si è cimentata con discreto successo in concorsi letterari nazionali e internazionali, pubblicando racconti brevi per diverse case editrici in volumi di autori vari. Nel settembre 2011 ha deciso di tentare da solista la strada della pubblicazione, realizzando con la Nulla Die di Piazza Armerina (EN), casa editrice non a pagamento, la silloge di racconti Succo di melagrana incentrata su storie di donne in bilico tra passato e presente. Figure femminili di riferimento che potremmo definire della porta accanto: l’universo femminile è così variegato che non si ha davvero necessità di andare troppo lontano per parlarne diffusamente. Nel luglio 2013 è, infine, stato dato alle stampe il suo primo romanzo La casa dal pergolato di glicine: una nuova storia al femminile per parlare di donne ma anche di uomini, di amicizia, di amore, di tematiche attuali come quella dell’Alzheimer e di molto altro ancora”.
I Caffè Culturali: “Perché Lucia Guida scrive?”.
Lucia Guida: “All’inizio confesso di averlo fatto per scopo terapeutico: scrivere nero su bianco su un foglio cartaceo o virtuale mi ha aiutata a mettere a fuoco molti dei miei pensieri e talvolta a riequilibrarli. Ho continuato a farlo perché i feedback sul mio primo blog, aperto nella community di libero per provare a vedere come buttava in quell’ambiente, erano più che accettabili: condividere sensazioni ed emozioni con i miei amici blogger mi gratificava tantissimo. Una grossa spinta in tal senso me l’hanno data anche i concorsi letterari nazionali e internazionali cui ho partecipato a partire dal 2008, dopo aver acquisito una maggiore disinvoltura scrittoria. Dopo il primo riscontro positivo ottenuto dall’essere rientrata in finale di un premio bandito dalla biblioteca di Capoterra (Cagliari), ho deciso di continuare a mettermi alla prova. L’ho fatto con sistematicità fino al 2011. In Italia si bandiscono tantissimi premi letterari, molti di pregio e altri di valore discutibile. Con un minimo di attenzione e di buonsenso si può riuscire a ricavare da quelli migliori, certamente non orientati al profitto di chi li organizza, spunti apprezzabili a migliorare e a tirar fuori ciò che si vuol condividere con gli altri. La parola è un potentissimo mezzo di comunicazione e premia sempre chi la utilizza con discrezione, senza snaturarne il senso. Alla filosofia olistica, che sento di abbracciare per molti versi devo, inoltre, l’idea che la parola, proprio in virtù della forte potenzialità evocativa che esprime, si riesca a concretizzare in azione pratica concreta. Un invito chiaro e forte a non abusarne, mai. Un’ultima considerazione, non meno importante, e in questo mi sento molto prof: la parola educa, che ci piaccia o no. Quindi attenzione ai messaggi che vogliamo dare scrivendo. L’arte giustifica le nostre scelte valoriali fino a un certo punto. Non si può correre il rischio di sbagliare in tal senso”.
I Caffè Culturali: “Cosa rappresentano gli altri per Lucia Guida ed in particolare per una scrittrice?”.
Lucia Guida: “Certamente potenziale umano. Da trattare con cura ma anche da osservare attentamente, in un’ottica possibilmente empatica. Come scrittrice e come essere umano. A volte mi capita di fare ciò in modo maggiormente distaccato e avviene che io prenda spunto, nelle mie storie, dalle persone che ho incontrato nel corso della mia vita. Da buona narratrice onnisciente cerco sempre di descriverle evitando di esprimere giudizi, per portare il lettore a farsi del personaggio un’idea propria, personale. Se accade che io mi affezioni a qualcuna delle mie creature scrittorie (e può succedere, le emozioni non si comandano sempre a bacchetta, neanche quando sono frutto di un processo di pensiero, creativo!) cerco di non farlo trasparire. Dagli altri, infine, si impara sempre e comunque qualcosa, anche da quelli che ci hanno fatto soffrire. Quanto meno a non ricadere negli stessi errori. Con un briciolo di consapevolezza si utilizzano le scelte di vita meno felici per andare avanti con maggior consapevolezza nel nostro percorso di crescita, cercando di tenere sempre bene a mente che, come qualcuno ha già detto, non esistono scelte sbagliate ma scelte funzionali a quel determinato momento. Una sorta di resilienza esistenziale, se così si può dire”.
I Caffè Culturali: “Cosa scrive Lucia Guida?”.
Lucia Guida: “Sono nata come autrice di racconti brevi e la mia preferenza va tutta a questo genere ingiustamente ritenuto ancora da molti minore. In realtà, almeno per quanto mi riguarda, c’è una sottile soddisfazione a creare in un arco narrativo temporale e scrittorio così breve una storia che abbia un inizio, uno svolgimento e un termine con coerenza e coesione testuali. E sempre a proposito del racconto breve, ho ancora alcune mail conservate in memoria di case editrici che, pur lodando il mio stile narrativo, mi esortavano a cimentarmi in qualcosa di più corposo: un romanzo, ad esempio. Vedere sei delle mie storie pubblicate da Nulla Die nella silloge Succo di melagrana è stata una piacevole sorpresa, riconciliandomi con un’editoria percepita per certi versi come matrigna e poco attenta ai bisogni/ interessi degli autori esordienti.
Nei primi mesi del 2012 ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, La casa dal pergolato di glicine, terminato a ottobre dell’anno passato. E’ stata una fatica enorme, forse anche in virtù di ciò che vi ho già raccontato: la mia attitudine di vedere in poco tempo realizzate le mie fatiche. La scrittura per me è ancora un piacevole passatempo accanto a impegni lavorativi e familiari sostanziosi. Non avere talvolta il tempo di dedicarmici mollando tutto il resto è davvero desolante. Alla fine ce l’ho fatta ed è nato Pergolato.
Al centro di molte delle mie narrazioni c’è il mondo interiore femminile con le sue mille sfaccettature ma ho scritto anche di altro: ad esempio il mio racconto La Cumparsita, presentato al Modena Buk Festival 2013 in una raccolta di autori vari per il Violino, è la storia dell’ultimo giorno di vita di Mario, pensionato. Il mio battesimo scrittorio, avvenuto nel dicembre 2008, era, invece, incentrato sulla storia di Valerio, un bimbo di sei anni, e del suo primo giorno di scuola e si intitolava Il volo dell’aquilone. A me piace partire dalle piccole cose anche routinarie: un oggetto, un’idea peregrina, il ricordo di un particolare di qualcosa che qualcuno mi ha a suo tempo narrato e poi ricamarci attorno una storia. Trovo sia grandioso ed estremamente gratificante trasformare la realtà in qualcosa di unico, di nuovo, pur restando sempre e comunque ancorati a essa”.
I Caffè Culturali: “Come sono state accolte dal pubblico le sue opere?”.
Lucia Guida: “Dei racconti brevi pubblicati in collane di autori vari non saprei dire; in queste circostante fare gruppo aiuta certamente a raggiungere un buon risultato e nella diffusione e nelle vendite. La mia prima raccolta Succo di melagrana è andata in ristampa dopo due mesi, un risultato niente male per un’autrice esordiente/emergente come me. Sono soddisfatta anche delle recensioni ottenute dagli addetti ai lavori, complessivamente più che positive. Per il resto mi emoziona sapere che il mio libricino ( Succo conta 65 pagine, ringraziamenti e indice inclusi ) sia riuscito a toccare il cuore delle persone che l’hanno letto e mi auguro di cuore che per Pergolato possa ripetersi la stessa magia”.
I Caffè Culturali: “Cos’è il successo per un’autrice? Quanto è importante il pubblico per una scrittrice?”.
Lucia Guida: “Per come la vedo io successo è vedere bene accolte le tue produzioni dai tuoi lettori: da quelle persone, cioè, che hanno deciso di camminarti accanto nel processo di affabulazione da te iniziato; oppure passare la selezione di un concorso letterario, piccolo o grande che sia, perché evidentemente il messaggio che volevi trasmettere attraverso il tuo lavoro è arrivato al destinatario. E’ comunque continuare a mettersi in discussione e ad aggiornarsi, leggendo le opere di scrittori contemporanei noti e meno noti senza pregiudizi o atti di snobismo di sorta. Tutto serve a imparare qualcosa, anche il romanzo scritto in maniera forse un po’ troppo rapida, con sovrabbondanza di d eufoniche e scelte sintattiche e lessicali che non faresti mai. La scrittura è certamente un atto tecnico, di padronanza linguistica e stilistica, ma è anche un atto di cuore e, forse, talvolta di pancia.
Se è importante il pubblico per uno scrittore? Certo che lo è; la prima immagine che mi viene in mente è la gratificazione che mi dava, ai tempi del mio primo blog, leggere il feedback dei miei followers dato dai commenti a fine post. Nella scrittura seria il meccanismo è fondamentalmente lo stesso. Continui a scrivere anche perché chi ti ha apprezzato ti ha fornito rinforzo necessario per farlo ancora. Con un occhio di riguardo maggiore, man mano che passa il tempo, per il tuo pubblico: non credo ci sia nulla di più triste della delusione di un lettore che su di te ha puntato per vedere espresse e rinnovate le sue emozioni più significative e che si è visto tradito nelle sue aspettative”.
I Caffè Culturali: “Come avviene il suo atto creativo? Come pensa i lettori, se a questi volge il pensiero, durante la composizione delle sue opere?”.
Lucia Guida: “Volendo e potendo scegliere mi piace scrivere in assoluto silenzio nelle prime ore del mattino: mi sembra in tal modo di rendere al meglio. La scrittura per me è consapevolezza espressa concretamente, farlo in condizioni che reputo ottimali agevola di molto il processo scrittorio ed è un piccolo lusso che mi concedo, diversamente da molte altre cose del mio quotidiano personale e professionale, spesso da me portate avanti in contemporanea e nelle condizioni più disparate per carenza di tempo. Quando mi capita di scrivere qualcosa lo faccio d’emblée pensando in primis alla mia esigenza di comunicare il mio messaggio in modo immediato. Il lavoro di labor limae, successivo all’atto creativo, invece, tiene in considerazione maggiore il potenziale lettore oltre a conferire valore aggiunto al testo stesso; di sovente noi autori abbiamo la pessima abitudine di dare per scontate troppe cose, credendo che il pubblico possa arrivare alle nostre stesse conclusioni procedendo con noi di pari passo sin dall’inizio. Non è così. I percorsi di pensiero di un prosatore non sono sempre lineari: un buon editing dovrebbe tenerne certamente conto. Per come la vedo io, tuttavia, l’editing dovrebbe poter portar fuori il meglio di un autore senza snaturarne lo stile, in una sinergia in cui non ci siano né vinti né vincitori, ma entrambe le figure di autore e di editor siano collocate su un piano di assoluta parità, nel rispetto reciproco delle competenze di entrambi”.
I Caffè Culturali: “Qual è il suo rapporto con il mercato editoriale e con la dimensione economica dell’attività compositiva?”.
Lucia Guida: “Essendo pubblicata da una piccola casa editrice indipendente free non può che essere attento all’utenza, ai suoi umori e al dato concreto delle tante pubblicazioni presenti attualmente sul mercato editoriale. Ciò, tuttavia, non significa affatto negare la mia idea di scrittura impelagandomi a torto o a ragione in progetti editoriali che non sento affatto. Scrivere su commissione può anche essere ma non può diventare la costante per un autore, almeno questa è la mia opinione. Un conto è partecipare a un’antologia di autori vari concentrandosi su un tema unico, un altro, invece, dedicarsi a tematiche che non sono nelle tue corde. Ammiro quegli autori che con estrema versatilità spaziano da un genere all’altro, abbracciando filoni al momento considerati trendy e certamente bene accetti al pubblico dei lettori. Anche se poi mi chiedo come si possa tradire il patto narrativo stipulato con questi ultimi. Un lettore continua a leggerti anche perché nel momento dell’imprinting gli sei piaciuto. Cambiare disinvoltamente d’abito indossando un bel vestito certamente alla moda non significa tuttavia essere bene abbigliati. Ciò che sta bene a me può non star bene a te e viceversa. In questo sono molto tradizionalista e, forse, estremamente rigorosa. Lo dico con estrema semplicità e senza tema di peccare di pedanteria”.
I Caffè Culturali: “In precedenza ha asserito che la parola educa: lo scrittore e la letteratura hanno un ruolo sociale?”.
Lucia Guida: “Io credo di sì. Per come la vedo io hanno la precisa responsabilità di educare al bello e al buono, che a loro piaccia o no. La cultura (e nello specifico la letteratura) è una delle tante agenzie sociali educative oggi molto più che ieri, grazie anche alla straordinaria opera di globalizzazione costantemente in atto. Al di là dei limiti di una cultura massificata e stratificata non possiamo non riconoscere la grande potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare di internet. E a questo punto, se mi è consentito, vorrei spezzare una lancia nei confronti della lettura. Si dice che nel nostro Paese si legga pochissimo con percentuali al di sotto del 50% e con un numero di titoli pro capite statisticamente basso. In questo vedo una precisa responsabilità da parte della famiglia di origine e, certamente, anche della scuola anche se in subordine: per esperienza diretta so che il docente più illuminato può fare davvero poco a fronte di un nucleo familiare in cui non c’è nemmeno l’abitudine di acquistare un quotidiano o una rivista. Un bambino abituato a leggere è certamente figlio di genitori lettori. Anche in quest’ambito le buone pratiche valgono più di mille sermoni. Poi c’è il problema del cosa leggere, niente affatto secondario: la mia impressione da neo addetta ai lavori, entrata in punta di piedi nel settore editoriale, è che spesso si sottovalutino i gusti del pubblico, proponendo pubblicazioni estremamente free: di puro intrattenimento, cosa che se presa a se stante non sarebbe del tutto negativa, se, tuttavia, ad essa non si affiancasse talvolta una confezione poco curata, con riferimento ad aspetti tecnici come quelli linguistici. Accanto, quindi, al ruolo sociale assunto dall’autore e da ciò che scrive io pretenderei maggior consapevolezza anche da parte delle case editrici, con un occhio più attento alla qualità dell’opera oltre che alle leggi di mercato. Auspicando che questa mia idea non resti mera utopia ma porti a una maggior riflessione in tal senso da parte di tutti: autore, pubblico dei lettori, casa editrice, ugualmente partecipi del processo di affabulazione in atto”.
I Caffè Culturali: “Come educatrice, insegnante ed autrice cosa suggerirebbe al sistema scolastico/educativo, per invogliare gli studenti alla lettura?”.
Lucia Guida: “Tutto ciò che a tal proposito sia lecito, a cominciare dal proporre libri da leggere in cartaceo ma anche in ebook; la tecnologia è una delle caratteristiche preponderanti della nostra epoca, perché non servirsene per una giusta causa? Invitare di sicuro i ragazzi a leggere i grandi classici del passato per indirizzarli a farsi le ossa, così come i nostri insegnanti facevano con noi. Senza, tuttavia, mettere limiti alla provvidenza: qualsiasi genere letterario possa avvicinare alla lettura è ben accetto. Poi io sono convinta che si cresca e si impari a sperimentare anche in quest’ambito: ciò che, magari, a vent’anni non ci piaceva potrebbe essere diventato oggi per noi pane quotidiano e viceversa. Ho già parlato, infine, della necessità di operare in sinergia con le famiglie di origine dei nostri studenti, stimolandole a proporre e coltivare anche in famiglia buone abitudini di lettura. Magari regalando un bel libro invece dell’ennesimo cellulare di ultimissima generazione. Non omologarsi in tal senso potrebbe produrre risultati sorprendenti in termini di creatività e duttilità di pensiero dei nostri figli. Provare per credere”.
I Caffè Culturali: “A proposito di figli e di avvenire: quale futuro per Lucia Guida, autrice?”.
Lucia Guida: “Un futuro molto lineare. Al momento la scrittura per me rappresenta una grande passione coltivata nel tempo libero accanto alla docenza in un istituto secondario statale e a impegni familiari di tutto rispetto. Lo dico con estrema semplicità e consapevolezza, pensando con un pizzico di invidia e ammirazione a coloro che, invece, hanno la fortuna di dedicarvisi con sacro furore a tutto tondo, conquistandosi giustamente il titolo di scrittori. La cosa, tuttavia, positiva di coltivare come interesse alternativo la scrittura è, a mio avviso, la possibilità di rimanere con i piedi ben piantati per terra senza perdere mai il contatto con la realtà che ci circonda. Una prerogativa a mio giudizio importante, una specie di valore aggiunto necessario per crescere scrittoriamente e non solo. Quanto ai progetti a lunga scadenza, la vita mi ha insegnato a non farne troppi; a oggi confesso che non so con estrema chiarezza dove questa mia passione mi condurrà in futuro. Nell’immediato ho un’idea di scrittura ambiziosa, momentaneamente messa da parte per portare avanti la promozione del mio primo romanzo La casa dal pergolato di glicini, edizioni Nulla Die, a fine settembre presentato anche a Narni (TR) nell’ambito del Festival Internazionale Alchimie e linguaggi di Donne, I Saperi tra Teoria e Narrazione a cura della dott. Esther Basile dell’Istituto Filosofico di Napoli. Ho, poi, in cantiere da tempo, un divertissement in cui ho cercato di coniugare poesia e prosa che mi piacerebbe vedere un giorno alle stampe. La partecipazione, infine, con racconti brevi ad antologie di autori vari. E poi si vedrà, alla provvidenza intesa come utilizzo creativo delle energie che ciascuno di noi, me compresa, possiede ho oramai imparato a non porre mai limiti …”.

Il mio “Tavolino Riservato”, profilo e intervista compresi, è consultabile qui, in versione integrale

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Another Interview

Ci ho preso gusto a essere intervistata.

Probabilmente perché conversare parlando di scrittura, lettura e aspetti della mia vita che mi fa piacere condividere con altri è un modo come un altro per trasmettere una parte di me stessa.

L’intervista, qui di seguito riportata integralmente, è stata realizzata grazie alla disponibilità di Tommaso Maria Lovati, admin del sito Libri & Scrittori, Salotto Letterario On-Line.  Per voi, alla fine di questo articolo il link per leggerla in versione originale.

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

R) La mia è una passione antica;  nata da bambina, coltivata nel periodo dell’adolescenza e poi messa da parte per lasciare il posto ad altre priorità. L’apertura di un blog nel 2007 mi ha permesso gradualmente di riprovarci, stimolata anche dagli apprezzamenti dei miei amici virtuali. Ho poi pensato di partecipare ad alcuni concorsi letterari, un po’ per provare a sperimentare nuovi approcci scrittori ma anche, forse, per chiedere qualche conferma, per mettermi alla prova. E’ andata bene e  a questo punto ho pensato di continuare per questa strada …

D) Qual è stato il suo percorso di studi?

R) Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere nel 1987 con una tesi di letteratura inglese su Thomas Hardy. All’epoca si parlava di analisi testuale. A me sembrava una cosa meravigliosa sviscerare e analizzare nel profondo un autore come il mio che ho amato tantissimo. Anche se in realtà il primo esame dato all’università è stato quello di Filosofia. Ho poi alle spalle un tipo di preparazione a indirizzo pedagogico-didattico che ha segnato i miei primi passi nel mondo del lavoro nella scuola primaria. Esperienze di studio e di lavoro all’estero hanno completato la mia formazione. Vivere in altri paesi ti apre la mente e ti fa vedere le cose certamente in una prospettiva privilegiata. Un percorso sui generis, variegato, come del resto le letture che mi concedo: anche in questo mi piace leggere di tutto,  senza remore o pregiudizi.

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?

R) A otto anni, un romanzo su un vecchio diario scolastico. Si intitolava “La fanciulla del West”. A lieto fine, chiaramente.  In tempi più recenti, invece, il mio primo racconto breve ufficiale è certamente ‘Il volo dell’aquilone’ (nel post precedente, n.d.a.), arrivato in finale al XII Concorso Letterario bandito dalla biblioteca di Poggio dei Pini di Capoterra (CA) nel 2008. Da bambina scrivevo per raccontare; oggi credo di farlo per lo stesso motivo, soltanto con una consapevolezza maggiore, più sottile: quella di vedere riflessa nel lettore la tua stessa sensibilità. Quando ciò accade per uno scrittore è il riconoscimento migliore a cui si possa aspirare

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

R) Una volta le avrei risposto parlando dell’effetto terapeutico della scrittura; adesso  aggiungo che scrivere è anche un atto di passione, di puro divertimento

D) Quali sono i suoi libri del cuore?

R) Domanda difficile …Tutti i libri della Austen. “Via dalla pazza folla” di Hardy. “Quel che resta del giorno” di Ishiguro. Ma anche i libri di Brunella Gasperini, “Tutti i nostri ieri” della Ginzburg e molti altri ancora …

D) E quelli che non leggerebbe mai?

R) Ho già detto che mi piace sperimentare e quindi provo comunque a leggere di tutto; se, tuttavia, capita che io abbandoni la lettura di un libro non me ne faccio una colpa: la lettura è un piacere e tale deve rimanere

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

R) “La ragazza con l’orecchino di perla” della Chevalier

D) E quello che meno le è piaciuto?

R) Devo proprio dirlo?

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

R) L’Abruzzo mi ha adottata a pieno titolo ed è qui che ho scelto di far nascere i miei due figli e di stabilirmi. Tralasciando il periodo dei miei studi, condotti qui a Pescara,  vi abito da 23 anni. Continuo a mantenere un filo sottile ma robusto con la Puglia, mia regione di origine, in cui vivono i miei genitori. Nei miei racconti, infine, per par condicio do voce a entrambe. In fondo, la Lucia di oggi è il prodotto finale di un mix bilanciato dell’una e dell’altra realtà

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

R) Credo sia interessante notare oggi molta più attenzione, da parte delle case editrici, verso gli autori esordienti. E ovviamente sto parlando di editoria non a pagamento e di editori lungimiranti. Ciò determina un’offerta a volte sovrabbondante, ma in questi casi ” melius abundare quam deficere”, non trova?

D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

R) La frattura che talvolta si viene a creare tra creatori di cultura e fruitori. Un prodotto culturale dovrebbe davvero essere alla portata di tutti ma questo non sempre accade. E’ probabile che sia questione di educazione insufficiente in tal senso, certamente. Ed è un pensiero  terribile; in fondo, come un conosciuto slogan recita, “Sapere è Libertà”, sempre

D) Come è arrivata alla pubblicazione del suo lavoro?

R) Con un’opera certosina di ricerca della casa editrice ideale. In questo ero piuttosto determinata a non incappare, per il mio primo lavoro “serio”, nell’editoria a pagamento

D) Cinema: qual è il suo film preferito?

R)  “Camera con vista “ di James Ivory di qualche anno fa e, più di recente, “Il discorso del re” di Hooper. Sono, infine, un’ammiratrice fedele di Ozpetek

D) Musica: la canzone del cuore?

R) “Fotografie”, di Claudio Baglioni, pur non essendo una sua fan. Per una serie di ragioni troppo lunghe da spiegare

approfondimento NARRATIVA

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

R) Non ne ho mai avuto la possibilità ma mi avrebbe fatto piacere farlo, tempo permettendo.

D) Ritiene siano utili?

R) Parlandone in termini teorici, potrebbero certamente aiutare a migliorare uno stile narrativo ancora allo stato embrionale

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

R) Più che buttare giù un canovaccio di una storia, il lavoro di labor limae, di editing, che lo segue. Rendere, cioè, comprensibili al lettore le tue idee, ciò che vuoi trasmettere agli altri. Spesso ciò non accade; l’autore, cioè, crede di averlo fatto anche se poi in effetti non è così. Un’opera letteraria deve essere a mio avviso fruibile per tutti, con pochi chiaroscuri. Suggerire, certamente, ma farlo con chiarezza d’intenti

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?

R) Decisamente al pc: è più comodo e mi dà la possibilità di ordinare le idee meglio che su un foglio di carta. Di giorno a mente fresca e sicuramente in solitudine, aiuta a concentrare maggiormente e a far fluire con maggior facilità il pensiero

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?

R) “Succo di melagrana” nasce dall’idea di parlare in concreto e con positività di storie di donne. Credo che oggi ce ne sia un gran bisogno, a volte in uomini e donne si percepisce chiaramente una gran confusione circa i  ruoli da  assumere da parte di entrambi nella quotidianità più spicciola. Nel nostro Paese sopravvive ancora una certa predisposizione a incapsularsi in ruoli ben definiti, incernierati; non è così che dovrebbe essere, in una società che si possa definire realmente democratica e paritaria

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?

R) E’ come incamminarsi per un sentiero che potrebbe portarti alla fine da tutt’altra parte. Sai che raggiungerai comunque la meta che ti sei prefissata ma non sei in grado di calcolare la tempistica che ti servirà per farlo né stabilire con precisione i luoghi che visiterai

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

R) A differenza di molti che considerano il racconto una forma narrativa minore io credo, invece, che possegga per il lettore una fruibilità maggiore, più immediata. Dal punto di vista tecnico, con il racconto non puoi rischiare di far cilecca, devi comunque provare a dare forma a una storia compiuta in un arco di tempo ben preciso. Nel romanzo, invece, puoi permetterti di giocare al recupero senza correre eccessivi   rischi: per quello che non hai saputo delineare con decisione sino ad ora c’è sempre tempo di farlo in seguito, nel prosieguo della storia

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?

R) Il racconto è come la scena di un film: intenso, coinvolgente, una scheggia  di esistenza. Il romanzo è il film. Ci sono scene di film che non si dimenticano e film che vorremmo non avere mai visto

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?

R) Il titolo “Succo di melagrana” si ispira al titolo della poesie  che costituisce il prologo dell’intera silloge. E’ una specie di anteprima che anticipa al lettore la sensibilità dell’autrice del libro

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

R) Se contiamo dalla stesura del primo dei sei racconti, tre anni. In realtà  le sei storie sono state elaborate in periodi diversi della mia vita ma è come se tutte fossero un tassello di quello che è il puzzle della mia avventura scrittoria

D) Ha vinto premi letterari?

R) Il secondo posto alla IX edizione del premio letterario Anna Vertua Gentile nel maggio del 2011;  per il resto sono stata segnalata o finalista in svariati premi letterari. Se, tuttavia, chiede al mio editore se ciò ha influito sulla sua decisione di pubblicarmi, le risponderà di no

D) Crede nei premi letterari?

R)  Ce ne sono di molto validi e di estremamente inconsistenti; personalmente diffido di quei concorsi letterari che chiedono, in cambio della partecipazione, l’esborso di onerose “tasse di lettura” o “spese di segreteria” non bene identificate e chiaramente a fondo perduto

Ha altri progetti in cantiere?

R) Un progetto importante che sto portando avanti pian piano. La fretta di terminare a volte può consigliarci davvero male. E poi non dimentichi che la scrittura per me al momento è un passatempo felicissimo, nella mia vita accanto ad altre cose altrettanto meritorie e importanti

Questo articolo è stato scritto da Tommaso Maria Lovato il 22 luglio 2012
Link dell’intervista:
http://www.libriescrittori.com/intervista-alla-scrittrice-lucia-guida/

” Conversation Avec le Jardinier “, P.A. Renoir

An Interview

A Nice Interview by Carolina Venturini on her blog “Sotto i fiori di lillà” on Blogspot Platform. Talking of my way of telling stories, everyday life, literary contests in Italy today

INTERVISTA A LUCIA GUIDA

  1. Docente di lingua inglese e scrittrice. Lucia Guida e la letteratura paiono un unicum significativo. E’ così? Quanta linfa creativa e scrittoria trai dai classici della letteratura inglese e qual è il tuo maestro o la tua stella maestra, fra i Grandi della tua materia di studio?

Hai detto bene, studiare Lingue non è soltanto conoscere e parlare con fluency l’Inglese ma anche approcciarsi alla letteratura di un popolo e al suo modus vivendi per questo tramite privilegiato. Credo che la letteratura inglese, ma anche quelle francese e italiana!, da me studiate e/o approfondite all’università, abbiano decisamente influenzato il mio stile letterario. Senza trascurare nessuno degli autori da me conosciuti o riscoperti ricordo in particolare Thomas Hardy, Jane Austen, T.S. Eliot ma anche Colette, Simone de Beauvoir, Pea, Natalia Ginzburg e Cassola…

  1. “Succo di melagrana” è la tua creazione letteraria più recente. Com’è nata questa silloge e qual è il messaggio che speri di essere riuscita a trasmettere attraverso i racconti?

La silloge è nata poco alla volta, alla fine di un percorso di crescita personale e letteraria durata qualche anno. Da alcune esperienze nel mondo dei concorsi letterari nazionali e dalla mia voglia di confrontarmi con Donne e Uomini in materia di sentimenti. Il messaggio che ho cercato di trasmettere è stato appunto un messaggio di mediazione, di complementarietà in una società come quella italiana in cui, spesso, convivono con grande difficoltà situazioni estreme nelle relazioni interpersonali tra i due sessi. Complicate da stereotipi o tipizzazioni, a oggi ben radicati, che non aiutano affatto a smussare gli angoli. Della donna si ha un’immagine cristallizzata che non cresce e non aiuta a crescere, nelle piccole cose della quotidianità come nelle grandi cose della straordinarietà. A volte mancano il necessario rispetto o la stima per tutto ciò che è parte dell’universo femminile. Io credo che sia fondamentalmente un problema di educazione e che dipenda principalmente da un imprinting familiare distorto. Mi piacerebbe che ci si ritrovasse a lottare insieme e non da parti opposte della barricata. La unicità di Uomo è Donna è qualcosa di imprescindibile: riconoscerla e prendervi spunto per andare avanti nel riconoscimento l’uno del valore dell’altra sarebbe un buon punto di partenza …

  1. Qual è la tua opinione riguardo la nuova editoria digitale e come ti ci confronti, in qualità di autrice e lettrice?

Io credo che l’e-book sia un  mezzo di diffusione della cultura e della lettura fantastico. Rifiutarsi di        riconoscerne il gran merito è come tentare di fermare il corso naturale delle cose. Fortunatamente la mia casa editrice ne ha ammessa l’importanza proponendo molte sue pubblicazioni anche in formato digitale. Mi piacerebbe che anche la mia raccolta conquistasse popolarità tale da essere proposta anche in questa veste. Naturalmente continuo ad adorare le librerie come da bambina: il profumo della carta stampata è ancora tra le mie “fragranze” preferite!

  1. Il mondo dei concorsi letterari è ricco e variegato. Avrai sicuramente sentito parlare del Festival dell’Inedito e del ritiro del patrocinio da parte del Comune di Firenze in seguito alle tante petizioni e proteste nate anche dal web. Che idea ti sei fatta della vicenda e che cosa ne pensi riguardo la tassa di iscrizione dal costo proibitivo superiore ai 400,00€?

Io penso che i premi letterari ( e ovviamente sto parlando di quelli che offrono una certa garanzia di serietà! ) possano costituire per qualsiasi scrittore esordiente un buon banco di prova. E ne sono convinta proprio perché anch’io nel 2008 ho mosso i primi passi in tal senso: partecipando a un concorso letterario bandito da una biblioteca sarda, quella di Capoterra (CA). Non ho vinto nessun premio ma sono riuscita a classificarmi in finale con un racconto intitolato “Il volo dell’aquilone”. Credo che la cosa mi abbia dato la carica giusta per continuare in tal senso. All’epoca credo che non fosse prevista nessuna quota partecipativa. Devo, tuttavia, dire che ho sempre diffidato dei concorsi letterari che imponevano cifre spropositate come “tasse di lettura” o “contributo di partecipazione”. E leggendo nel web nei vari forum letterari di tante vicissitudini, soprattutto a carico di giovani autori, credo che alla fine  gli organizzatori del Festival dell’Inedito abbiano preso la decisione giusta: non avrebbe certo giovato all’immagine di una tale iniziativa l’idea che si potesse ”fare cassa” sulle aspirazioni letterarie di tanta gente …

  1. Per essere la scrittrice che sei, quanta importanza ha avuto il tuo percorso di vita nel forgiare la tua penna e la profondità, l’ottica, l’approccio alle difficoltà insite in ogni storia?

Tantissima. La mia idea è che in ciò che ciascun autore scrive ci sia sempre un fondo autobiografico. Specialmente in materia di sentimenti, di moti d’animo, di sensazioni che sono alla base di molte  delle mie storie

  1. Come prepari  – se la prepari – la storia che hai in mente, prima di scriverla?

Per una cultrice delle “piccole cose “ del quotidiano a volte può bastare un profumo, un oggetto, un’immagine isolata. Poi le vie della narrazione sono “infinite”:  quando hai la giusta ispirazione non sa mai dove andrai a parare, quale sarà la strada che ti si presenterà davanti. Puoi provare a buttare giù un canovaccio, senza avere la pretesa di rispettarlo sino in fondo perché a volte accade proprio l’esatto contrario …

  1. Quanto è importante, nella tua scrittura, il viaggio dell’eroe, inteso come quel viaggio di evoluzione che spinge in avanti l’azione e, al contempo, permette il cambiamento nei personaggi?

Se per “viaggio dell’eroe” si intende la consapevolezza di fondo di un personaggio che prende corpo con il procedere della vicenda, caratterizzandone, quindi, gli esiti finali, confesso di essere in tal senso “fatalista” piuttosto che “determinista”. Ma fatalista in senso spiccatamente positivo, intendiamoci. Nelle mie storie c’è poco posto per la rassegnazione e molto  per l’esercizio di buone e costruttive pratiche esistenziali. Ciascuno rimane sempre e comunque artefice del proprio destino

  1. Un detto dice: “Non si finisce mai di imparare”. Anche per la scrittura vale lo stesso?

Potrei affiancare al tuo adagio anche quello di “ sapere di non sapere “; nella vita, e quindi nella scrittura come metafora riflessa della vita, conservare i piedi ben piantati per terra aiuta sicuramente a crescere e a migliorarsi

  1. Che cosa significa, per te, essere una scrittrice? Quanto ti ci senti e come questo condiziona la tua vita e alle storie delle persone che ti circondano?

Io credo di essere rimasta essenzialmente quella che ero prima: madre, docente, scrittrice “per passione”. Chi mi conosce a fondo condivide appieno questa affermazione, dal momento che la mia vita spicciola è rimasta nella gran parte quella di una volta.  Mi piacerebbe poter avere molto più tempo per coltivare quello che al momento resta ancora un passatempo. Potrei girare la domanda ai miei due figli: a mia figlia Roberta, mia editor di fiducia, credo che questa mia “evoluzione” esistenziale non abbia creato particolari problemi. Mio figlio Emanuele, invece, farebbe volentieri a meno di un po’ di pubblicità, a cominciare dalla dedica riportata in una delle prime pagine del mio “Succo” …

  1.  Nei tuoi anni di maturazione come scrittrice, qual è stato l’errore “scrittorio” che ringrazi ancora oggi?

Il ricordo, tenerissimo, delle doppie ahimè mancate!, che infarcivano le mie prime produzioni letterarie di bimba. Storie di eroine e di eroi scritte su tovagliolini di carta sottilissimi proposte poi in lettura a mio padre a casa. I suoi brontolii ( mio padre era anch’egli prof! ) per i miei errori ortografici e la mia voglia di migliorarmi nella forma. Non li ho più dimenticati!

Aprile 2012, Carolina Venturini, blogger e social media analyst