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Tag: Mario Borghi

On the Road – Strada facendo

Pubblicare un libro non è un traguardo da raggiungere ma un punto di partenza da cui procedere magari lentamente ma possibilmente senza fermarsi. Ponderando le tappe da colmare ma mantenendo una certa continuità e sistematicità. 
Ecco cosa è successo nell’arco di tempo di un mese dall’uscita del mio romanzo.

 “Come gigli di mare tra la sabbia”, Alcheringa, presentazione dell’opera nella Sala degli Alambicchi dell’Aurum di Pescara a cura di Arianna Di Tomasso e dell’autrice.

sala di lato altra prospettiva

17 giugno 2021, presentazione virtuale  sulla pagina fb della libreria Booklet di Ozieri (SS) a cura di Mario Borghi, libraio e autore

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8 luglio 2021,  presentazione nell’ambito della rassegna “Gelati Letterari” patrocinata dal gruppo editoriale Tabula Fati – Terrazza de La Playa, Pescara.
Ph. credit: F. De Dominicis

gelati letterari

21 luglio 2021, presentazione nell’ambito della rassegna letteraria “MARZIANI on the beach”, Stabilimento Balneare Aretusa di Pescara

aretusa beach

26 luglio 2021, presentazione nell’ambito del Primo Cammino Letterario Italiano patrocinato da Masciulli Editore, Riserva Naturale Regionale Sorgenti del Pescara

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11 settembre 2021, presentazione nell’ambito dell’evento artistico-letterario “Ciliegi, Immagini e Parole” ,  Country House Il Borgo dei Ciliegi di Grottammare (Ap)  

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Contributi rassegna stampa

“Come gigli di mare tra la sabbia”, incontro con la scrittrice Lucia Guida, intervista di Ilaria Grasso aka Emma Geddon

Interviste: Lucia Guida, conversazione con Annamaria Lucchese aka Babette Brown

Lucia Guida: “Come gigli di mare tra la sabbia”, recensione a cura di Antonio Frisa su Mentinfuga  

“Come gigli di mare tra la sabbia di Lucia Guida (Alcheringa)”, recensione a cura di Patrizia Debicke  su Libroguerriero 

“Come gigli di mare tra la sabbia”, videorecensione a cura di A. Fresa per Letture per Lettori

“Come gigli di mare tra la sabbia”, Alcheringa, segnalato su Cyrano Factory 

“Come gigli di mare tra la sabbia”, Alcheringa, presentazione video su youtube a cura di ErreVu Videoart 

“Come gigli di mare tra la sabbia, il romanzo di Lucia Guida: finestre su un presente fragile, articolo a cura di Fabio Iuliano su The Walk of Fame

“Come gigli di mare tra la sabbia”, articolo a cura di Fabio Rosica su La Dolce Vita Magazine

 

 

“The best books (…) are those that tell you what you know already.”
G. Orwell, 1984

Presentazioni d’autore: “Gli opinionisti” di Mario Borghi

Nella giornata di ferragosto una piccola corte dei miracoli composta da personaggi di diversa provenienza ed estrazione culturale e sociale popola il salotto  che è luogo di lavoro di una donna delle pulizie molto sui generis, dedita a un hobby curioso e ben remunerato, per sua stessa affermazione: quello di raccogliere le opinioni e le esternazioni di chi, vuoi per un motivo vuoi per un altro, finisce per incontrarla mentre governa, ‘per scelta’ e non per imposizione, pochi e ben scelti appartamenti. La donna possiede una formale autorizzazione a divulgare, legati a un palloncino, pareri e opinioni forniti dai tanti avventori casuali che le capitano a tiro, indirizzandoli alla luna.
Pareri e opinioni che, fino a prova contraria, si rivelano messaggi in bottiglia accuratamente sigillati, lanciati nel mare magnum dell’umana incomprensione.
La donna ha anche il compito di controllare che nessuno abbia a impossessarsi di una refurtiva preziosa, una targhetta di ottone recante l’intestazione di un dottore, trafugata e finita in un mobile del soggiorno di una delle case affidate alla sua cura. I suoi modi sono seduttivi al punto tale da far leva sulla perfetta buonafede di due poliziotti in visita programmata all’appartamento a lei in carico portandoli a pensare che non sia implicata nel furto della targa e che il vero colpevole sia piuttosto il ragionier Taldeitali che, testimone del  misfatto vorrebbe, da bravo cittadino, fare il proprio dovere segnalando loro la presenza della refurtiva.

Altri personaggi de ‘Gli opinionisti’ , edito da Le Mezzelane, sono la soubrette televisiva, concentrata sul compito di organizzare le proprie esequie in modo memorabile tanto da lasciare il segno molto più che attraverso la propria carriera artistica; i due poliziotti, uno alto e l’altro basso, privi della licenza per esplicitare pubblicamente pareri, come, invece, agli altri è concesso; il  Bello di Siviglia ex Bello di Biella, alla ricerca di una rinnovata visibilità mediatica assieme allo psicologo criminologo, il sociologo  politologo e la scrittrice famosa sempre disponibili a ospitate televisive e radiofoniche purché supportate da telecamere funzionanti.

Questa è la storia senza capo né coda, cioè la coda ci sarebbe, eccome, ma è invisibile ai più. E ci siamo tutti in coda, per quella coda, di problemi, in coda uno dietro l’altro. Non è più nemmeno una fila, ché nulla più fila, battuta quasi al termine della pièce teatrale, è la summa e al tempo stesso il fil rouge di quest’opera, con i balletti estemporanei con cui i personaggi inframezzano la narrazione nei frangenti in cui occorre stemperare i toni o, forse, lenire temi scottanti, a mo’ di intermezzo pubblicitario, rifugiandosi in luoghi comuni.

L’idea di fondo è che Mario Borghi si diverta a dar voce alle numerose ansie, stereotipie e tipizzazioni della nostra contemporaneità  lasciando che i suoi personaggi si muovano nella nebulosità del tempo presente, sbracciandosi e alzando la voce, senza, tuttavia, lasciare un vero e proprio segno ai posteri. Agendo con poca convinzione nello sforzo immane di mantenersi sempre a pelo d’acqua. Ciascun personaggio è quindi condannato suo malgrado a barcamenarsi tra soliloqui, monologhi interiori e flussi di coscienza: solo all’apparenza il contrario l’uno dell’altro, ma in realtà indicativi delle diverse ottiche narrative che si incrociano e a cui danno voce.

Anche Taldeitali, che parrebbe possedere una qualche risposta quanto meno immediata ed estemporanea, non potrà essere supportato dall’appoggio reale di interlocutori attenti e obiettivi, che rendano merito alle ipotesi e ai pensieri che si è fatto di sé e dei suoi compagni di scena. Ciò perché prodigandosi nell’affermare la propria ‘correttezza’ (sic!) sortisce, in mezzo a tanta mistificazione, l’effetto contrario. Il suo modello comportamentale, lineare anche se forse un po’ bigotto, lo rende ben diverso da un cavaliere dalla corazza lucente, fascinoso e attraente. Uno specchio dei tempi opaco, condannato a pagare come capro espiatorio per la propria e altrui inconsistenza.

Lucia Guida

L’autore

Mario Borghi, segno zodiacale Cancro è nato a Sanremo (IM) nel 1964 ma vive a Sassari. Ha scritto due opere teatrali, ‘L’abbonamento alla TV’ e ‘Gli opinionisti’ ( qui recensita e pubblicata da Le Mezzelane nel 2016 )messe in scena in vari teatri off di Roma. Nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio, per la collana Bandini di Rogas Edizioni (Roma). Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Pubblica Bettola Frammenti di Cobalto – Diario di un cialtrone  , seguitissimo e dissacrante lit-blog ,si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

Mario Borghi, Gli Opinionisti, ISBN 9788833280042, € 8,90
in versione cartacea

Mario Borghi, Gli Opinionisti, ISBN 9788833280059, € 2,99

in  versione ebook

 

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Presentazioni d’autore:”Le cose dell’orologio” Mario Borghi

Una piccola città di provincia e la sua stazione ferroviaria, perno esistenziale e luogo di aggregazione attorno al quale ruotano le tranquille (o forse dovrei dire soporifere?) esistenze dei suoi abitanti.

A un tratto un evento imprevisto e imprevedibile ne scuote la consolidata e routinaria normalità: viene, infatti, prelevato nottetempo l’imponente orologio bifronte da sempre collocato in posizione strategica a beneficio degli utenti di questa stazioncina senza infamia e senza lode, approfittando dell’abbandono in cui versa l’abitazione del capostazione, location privilegiata in cui il furto viene perpetrato senza che nessuno possa impedirlo.

L’accaduto scatena, com’è intuibile, le fantasie più accese dei concittadini, portando a galla situazioni di vario genere connesse con le vite privatissime di molti di loro, ammantate da rispettabilità ma solo all’apparenza.
L’orologio scomparso agisce da catalizzatore in tal senso, portando a galla un coacervo di situazioni irrisolte nel tempo, messe a tacere per quieto vivere o per mera superficialità esistenziale. Un manipolo di indignati abitanti cerca in ogni modo di venirne a capo, ergendosi di volta in volta a investigatori, fustigatori, tuttologi, giudici delle altrui debolezze, alla ricerca spasmodica del colpevole: della persona che potrebbe aver compiuto il misfatto e che va braccata e presa in consegna per essere punita in modo esemplare. Solo in tal modo la comunità potrà tornare al suo originario equilibrio.

Da questa kermesse nazionalpopolare, in cui ogni cosa ha la sua collocazione coerente in una sorta di chaos nel senso etimologico della parola, emergono personaggi grotteschi ma assolutamente pertinenti alla storia  come la signorina Piccionetti, felice di poter dimostrare, anche in tal frangente, le sue qualità di donna di mondo (sic!), e tuttavia non scafata abbastanza per conquistare una volta per tutte  il flemmatico maresciallo dei Carabinieri di cui è da tempo immemore invaghita; Anna, domestica a ore in casa del vero ladro dell’orologio, persona bene informata su fatti e misfatti del suo datore di lavoro, interessata più a condurre con disinvoltura la sua vita virtuale, una sorta di second life  in cui ogni elemento esiste soltanto come proiezione della sua mente e nell’arco di tempo della sua permanenza dell’appartamento di cui ha cura, piuttosto che aiutare con una dritta ben piazzata tutti coloro che hanno fatto della ricerca di questo fantomatico oggetto priorità assoluta della loro vita.
L’idraulico, capro espiatorio della vicenda, dipinto nel prosieguo della storia a tinte sempre più fosche, inconsapevole parafulmine di un pugno di persone animate da velleità di giustizialismo sommario conquisterà la tenerezza e l’empatia del lettore assieme alla signora ottuagenaria incolpata di misfatti inenarrabili a lei attribuiti. Colpe mastodontiche che, manco a dirlo, non potranno mai essere chiarite, imputate a lei in virtù della sua provvidenziale dipartita. Il ladro stesso, infine, col suo passato nebuloso e le sue fobie, i suoi peccati mortali e le sue piccole manie compulsive estrinsecate attraverso una inconsapevole volontà di vendicarsi a tutto tondo del mondo intero.

La sensazione finale è che Mario Borghi abbia voluto giocare con il lettore prendendolo con eleganza in giro e facendo leva sull’umana debolezza per spingerlo a mettersi in discussione, a scavare dentro di sé vincendo ataviche pigrizie e compromessi eterni; stimolandolo a prendere posizione e a chiedersi se, poi, ci sia sempre in ogni evento esistenziale una verità unica e univoca. O se, invece, molto sia ahimè, oggi più che in passato, frutto di personali elucubrazioni e dei pregiudizi instillati in noi dai tanti profeti e manipolatori della realtà attraverso un subliminale difficile da scorgere se non si possiede il minimo allenamento per poterlo fare.

Il libro è scritto in un linguaggio funzionale alla storia e ai suoi molti passaggi: rapido in alcun tratti, tentacolare e aggrovigliato in altri, soprattutto quando l’autore vuol darci la sensazione netta di come sia complesso addentrarsi nei meandri del cervello umano nell’attimo in cui siamo pronti a giustificare e a rendere plausibile ogni nostra singola presa di posizione. Molto ben curato, infine, l’aspetto formale di questo romanzo che vanta la prefazione della blogger e autrice ferrarese Gaia Conventi e una molto ben congegnata copertina a cura di  Adalgisa Marrocco.

 

L’autore

Mario Borghi, segno zodiacale Cancro è nato a Sanremo (IM) nel 1964 ma vive a Sassari. Ha scritto due opere teatrali, ‘L’abbonamento alla TV’ e ‘Gli opinionisti’ messe in scena in vari teatri off di Roma. Nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio, per la collana Bandini di Rogas Edizioni (Roma). Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Pubblica Bettola Frammenti di Cobalto – Diario di un cialtrone  , seguitissimo e dissacrante lit-blog ,si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

 

Mario Borghi, Le cose dell’orologio, ISBN 978-88-99700-00-3  € 11,00

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La parola al recensore: “Romanzo Popolare” visto attraverso gli occhi di Mario Borghi, per “Pubblica Bettola Frammenti di cobalto”

Buongiorno. La recensione di ‘Romanzo’ che,  oggi, vi propongo in lettura è a cura di Mario Borghi, critico letterario, autore e oste della Pubblica Bettola ‘Frammenti di Cobalto’.

Ringrazio Mario per due motivi: per essersi preso la briga di leggere con attenzione il mio testo non limitandosi a sfogliarlo, e per essere andato al nocciolo della questione con l’accuratezza e la puntigliosità che sono marchio di fabbrica delle cose che scrive e del sito che cura.
A riprova di quanto sia importante, nella recensione e/o presentazione di un’opera, affidarsi a una persona che abbia la tua stessa sensibilità, scrittoria e non. E ciò a prescindere dai risultati finali ottenibili.

A presto

Lucia

 

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‘Romanzo on the Road’, photo by Lucia Guida

 

 

Romanzo Popolare, di Lucia Guida 

 

Romanzo popolare, terza opera della scrittrice e docente pescarese Lucia Guida, edito da Amarganta nel 2016, è un romanzo assolutamente femminile e al femminile. È anche un romanzo d’amore, ma non è un rosa. Si tratta della formazione di due famiglie che nel 1965 si trasferiscono nello stesso palazzo, a Pescara.
Sarà che gli opposti si attraggono – e queste due famiglie sono proprio una l’opposto dell’altra – sarà che per un certo periodo i rispettivi figli frequentano la stessa scuola, sarà, forse più pragmaticamente, che tra vicini di casa si tende a socializzare, tra le donne delle due famiglie si crea un legame particolarissimo. Un legame che, anche se per ragioni e origini opposte, ha in sé l’esigenza di capire e di raggiungere una consapevolezza, allora come spesso ancora oggi, compromessa dal retaggio che vede il maschio prendere in mano le redini della famiglia.
L’equilibrio, sottile ma efficace come i fili di una ragnatela, trova il suo valore nel concetto di vicinanza, che prescinde da meri interventi o aiuti materiali.
Tra le due si instaura una sorta di telepatia che, riesce, per quanto il destino conceda all’umanità, di limitare i danni e ciò, secondo me, dovrebbe animare ognuno: una vicinanza discreta ma continua che, anche se oramai sembra banale, ma purtroppo è così, impedisca a chiunque di dire, di fronte alle tragedie che quotidianamente infestano le cronache: «Sembravano così brave persone…».
Il legame tra Teresa e Maria, così si chiamano, è anche complicità, tacita e implicita, che deriva dall’infelicità insita nei rispettivi matrimoni; infelicità e insoddisfazione declinata in ogni loro forma e gestita con difficoltà, ma resistente anche ai vari fraintendimenti sempre in agguato e figli sociologici della sopravvivenza.
Tuttavia, nonostante tutto, gli effetti negativi – come purtroppo capita di solito – derivanti dai rispettivi rapporti seppur lì per lì neutralizzati dalla reciproca assistenza delle due, sembrano sfuggire a ogni argine e confluire sul più fragile: il figlio di Maria che, quasi a mo’ di agnello sacrificale, paga colpe non sue sotto un boia che applica sentenze sempre più misteriose.
Teresa non ha problemi economici, ha un marito con un ottimo impiego e due figli modello, mentre Maria ha un figlio scapestrato ed è sposata con un alcolizzato attaccabrighe che non riesce a tenersi un lavoro per più di qualche mese, costringendo così la sua famiglia a sacrifici immani e di cui lui non si rende neppure conto.
Ecco dove sta il valore di questo romanzo, in cui si racconta di un disagio, anche, latente: nell’identificazione del paradigma comune e degli obblighi reciproci tra esseri umani, meglio ancora se vicini di casa e inconsapevoli. Se non altro per riuscire a non andare a fondo del tutto, da soli.
Un piccolo appunto andrebbe alla copertina: non rende pienamente onore alla profondità dell’opera, scritta in punta di penna e con uno stile inclemente e sottile.

Mario Borghi, 13 giugno 2016

 

 

L’articolo originale lo trovate qui

 

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“Le due amiche”, acrilico di Cristina Bertuzzi

 

Intervista

Cari  amici, vi riporto integralmente l’intervista realizzatami dall’autore e blogger Mario Borghi sul suo “Pubblica bettola, frammenti di cobalto” che si era già occupato di recensire qui il mio romanzo d’esordio “La casa dal pergolato di glicine”. Nella chiacchierata abbiamo parlato di tante cose: di piccola editoria, dei problemi incontrati dagli autori emergenti, dei miei lavori e del mio modo di concepire la scrittura.

Se ne avete piacere ve lo propongo come lettura odierna. Questo è il link per leggerlo in versione integrale

A presto

 

Quattro chiacchiere con Lucia Guida, scrittrice pescarese

22.05.14

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Dunque, ho convinto Lucia Guida, bravissima autrice di La casa dal pergolato di glicine, edito da Nulla Die, di cui ho parlato qui, a farsi fare un po’ di domande. Eccovela.

Ciao Lucia, grazie per la disponibilità, partiamo subito con la domanda di rito: puoi dirci nel minor numero di battute, il maggior numero di cose su di te, gossip compresi?

R- Ben risentito e grazie a te! Comincio subito: tendenzialmente non omologata, sincera ( per qualcuno “scomoda”), pasionaria, chiacchierona, impulsiva, idealista … può bastare?

Certo, ora però ti chiedo qualcosa di più. A quando risale la tua passione per la scrittura?

R- All’epoca in cui compitavo le prime lettere, errori ortografici inclusi. Mi piaceva scrivere piccole fiabe e storie su tovagliolini di carta sottili di forma quadrata (quelli di solito usati nelle pasticcerie) che, poi, regalavo a persone di famiglia perché potessero leggerle.

Quando è uscito il tuo primo lavoro “serio”?

R- Il mio primo lavoro da autrice solista “seria” è stato pubblicato nei primi mesi del 2012 dalla Nulla Die, casa editrice siciliana indipendente. È una raccolta di racconti au feminin che parla di donne a 360°. Non collocatelo, però, nelle opere “di genere”, è un’etichetta che trovo limitativa. I protagonisti dei miei racconti sono certamente “personagge” perché la loro autrice ha deciso di descrivere e dar voce a una materia che conosceva molto bene, ma sono rivolti a tutti, indistintamente. Il messaggio che volevo veicolare è che ciascuno di noi può farcela. Può, cioè, riconquistare uno stile di vita che gli è maggiormente congeniale, imparare a volersi bene se non l’ha fatto in precedenza. Un augurio di tipo universale, insomma.

Hai mai ricevuto una “stroncatura”?

R- Di recente un critico letterario mi ha fatto sapere su un forum di scrittori cui mi ero iscritta che non avrebbe mai comperato il mio libro. Si riferiva al mio romanzo d’esordio, “La casa dal pergolato di glicine”, edito sempre per i tipi della Nulla Die a settembre del 2013, di cui aveva letto una breve anteprima da me postata. Alla mia replica di come ritenessi il suo giudizio riduttivo, invitandolo a leggere il mio lavoro per intero prima di esprimere un giudizio, ha ribattuto che, comunque, i 16,00 € del prezzo di copertina non li avrebbe mai spesi per un’autrice poco conosciuta come me. Trovo desolante e deprecabile un atteggiamento pseudosnobistico come questo. Non sei abbastanza conosciuta, quindi posso eventualmente giudicarti “a gratis”. Quanto, poi, a comperare il tuo libro, non se ne parla proprio. Ed è un’opinione quanto mai invalsa. Di questo passo farsi conoscere, per quelli che pubblicano per piccoli editori, diventa un’impresa erculea. Ma del resto, di cosa meravigliarsi? Se anche fiere internazionali di tutto rispetto continuano a privilegiare le major editoriali a discapito di case editrici indipendenti? Insomma, continua a piovere sul bagnato, tra l’indifferenza generale. E al lettore viene propinato di tutto, sotto l’egida di marchi famosi, purché sia di tendenza. Una sorta di consumismo scrittorio, se così si può dire. Un fenomeno che non è certamente positivo.

Quali sono, se ci sono, i temi o i soggetti sui quali ami scrivere?

R- Mi piace scrivere di anime semplici come i bambini ma anche di anime complesse, adulte. Provare a ricamare attorno a cose o eventi all’apparenza quotidiani, forse per qualcuno scontati, storie e situazioni. Parafrasando un autore inglese, William Blake, “To See a World in a Grain of Sand”, intravvedere un mondo intero in un granello di sabbia. E poi provare a costruirci un castello, magari. Credo sia la cosa più bella e appagante che possa accadere a un autore, almeno secondo me. La realtà che ci circonda è uno scrigno inesauribile di tesori; basta, appunto, saperli riconoscere. 

Hai degli scrittori preferiti?

R- Passati e presenti? Un’infinità, scelti tra generi diversi, non esclusivamente di narrativa. Diciamo che da ragazza ho avuto ottimi maestri in tal senso. Persone di riferimento di famiglia e insegnanti che potessero darmi dritte eccellenti e che non ringrazierò mai abbastanza. Attualmente sul mio comodino c’è l’opera omnia della Munro, da centellinare pian piano, “Donne che corrono coi lupi” della Pinkola Estés, un paio di romanzi di autori emergenti che conosco personalmente. Tra i grandi del passato: T. Hardy, Colette, de Maupassant. Italiani contemporanei: Cassola, Pea, la Ginzburg … 

Come ti poni di fronte alla poesia?

R- Con una sorta di timore reverenziale. Sono convinta che per prosare occorrano ottime basi linguistiche. Per la poesia, se possibile, ne occorrono ancora di più. Ciò non significa, tuttavia, che il tecnicismo debba imbrigliare il sentimento. La poesia è arte anche attraverso la sensibilità e la profondità con cui tu provi a sfumare una sensazione, un’emozione evitando di cadere nell’ovvio.

Ci fai una carrellata delle tue pubblicazioni con una piccola didascalia per ciascuna?

R- Come autrice di racconti brevi ho pubblicato per diverse case editrici in collane di autori vari. “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile”, opera prima costituita da sei racconti, tre ambientati nel Novecento e tre ai giorni nostri, in cui le protagoniste provano a vivere con compiutezza maggiore la loro vita, riuscendoci. “La casa dal pergolato di glicine”, romanzo in cui do voce a Marina Federici, una donna alla ricerca della propria identità in un’epoca, il 1970, in cui scegliere una nuova stagione esistenziale era meno semplice di oggi. In entrambe queste opere da solista ho voluto trasmettere una speranza. Come anche nell’ultimo lavoro, in fase di pubblicazione, un’opera a tre mani edita da Fefè Editore, intitolata “Streghe d’Italia 2” che raccoglie tre personali punti di vista sulla figura della “magàra”, della strega vera o presunta che sia. Io credo che ciascun autore abbia precise responsabilità in merito ai contenuti, anche valoriali, che decide di trasmettere ai suoi lettori.

Che idea ti sei fatta del panorama editoriale odierno, sulla scorta delle tue esperienze di pubblicazione?

R – La stessa idea che, quando stavo per partorire la mia primogenita Roberta, mi venne in mente, dopo essere stata ricoverata, incinta di otto mesi, in ospedale, per un malessere. All’epoca avevo della gravidanza e del parto un’idea piuttosto rosea e, diciamolo pure, ingenua e poco calata nel reale. A contatto con le altre partorienti me ne sono dovuta fare un’altra, realistica e, per certi versi, più cruda. Pubblicare sempre e comunque può soddisfare l’ego di un autore ma non lo aiuta a crescere. La mia idea è quella di scegliere consapevolmente le mani editoriali cui affidarsi, che è un po’ quello che ho fatto io nel momento in cui ho deciso di fare sul serio. Per contro c’è comunque la difficoltà di pubblicizzare e propagandare quello che hai scritto, a lavoro ultimato; le piccole case editrici, pur avendo una buona distribuzione anche online, possono arrivare fino a un certo punto. Tocca, quindi all’autore, con molto olio di gomito, fare il resto. Non è semplice, specialmente quando devi fare tutto da solo e i proventi derivanti dalle tue pubblicazione sono minimi. C’è, poi, il discorso di cui parlavo poc’anzi circa la diffidenza verso gli autori esordienti/ emergenti, anche da parte degli addetti ai lavori. Imporsi in questo mare magnum non è facile. Specialmente per chi cerca di tenersi fuori da compromissioni di vario tipo, evitando di cercarsi sponsorizzazioni del tipo “do ut des” di varia provenienza.

Cartaceo o digitale?

R- Cartaceo ma anche digitale. Ben venga la tecnologia, dalla quale è assurdo prescindere, anche nel mondo della scrittura e, soprattutto, della lettura.

Qual è l’opera, tra quelle che hai scritto, che ami di più?

R- “Succo di melagrana”, decisamente. Anche se ho dovuto pensarci parecchio e farmi supportare dal fatto che buona parte dei suoi racconti aveva raccolto recensioni positive o era arrivato in finale in concorsi letterari nazionali. Io la chiamerei l’insicurezza dello scrittore esordiente. Un male necessario, comunque, che ti aiuta senz’altro a mantenere i piedi per terra e a non montarti la testa.

Che ruolo deve avere, secondo te, una scrittrice, nella società? Pensi che esista una differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice?

R- Delle responsabilità implicite ed esplicite contenute in un atto scrittorio ho già parlato. La differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice risiede per me in una sensibilità espressa differentemente e in modo complementare. A ogni modo entrambi sono portati a ricoprire, oggi, un ruolo che è necessariamente mediatico e che è inutile e poco onesto negare. Mi spiego: il lettore che ti ha scelto come autore ha la necessità di conoscerti “live”, di sapere come la pensi anche in questioni di quotidianità. Io credo nell’idea di un’arte fruibile e non in quella di una torre d’avorio in cui trincerarsi. Apprezzo dei grandi artisti la loro capacità di relazionarsi costruttivamente col pubblico, ricercando il giusto equilibrio con la necessità di preservare comunque il proprio spazio intimo, privato.

Hai dei progetti nel cassetto?

R- Tanti e non tutti di natura scrittoria. Per il resto non sono un’autrice esageratamente prolifica; scrivo quando mi va e quando ne ho la possibilità, tempo e impegni vari permettendo. Sono per lo slow writing, per la scrittura che porta fuori il meglio di te, a dispetto di mode o tendenze che non ti appartengono e che, per tale ragione, lasciano il tempo che trovano. Il lettore ha bisogno, per certi versi, di identificarsi in te scrittore, passare da un genere all’altro lo manda in confusione.

Cosa vuoi fare “da grande”?

R- Continuare a essere felice delle piccole e grandi cose della mia vita. Per me è stata una conquista raggiunta da “ragazza cresciuta” nel momento in cui ho cominciato a volermi bene sul serio

E ora la terribile domanda, che fa arrabbiare molti scrittori: perché scrivi?

R- Potrei dire che la scrittura ha ricoperto, nella mia via, ruoli diversi. All’inizio è stata, come blogger, terreno di conferme ma anche terapeutica. Poi è diventata piacere di scrivere fine a se stesso. Voglia di ringraziare i lettori che hanno creduto in te e che si aspettano di rileggerti ancora. Certamente mai imposizione o qualcosa di preconfezionato. Scrivere così richiede tantissimo tempo ma io non mi lamento. E aspetto che arrivi l’ispirazione giusta, quella che fa la differenza. Grazie per questa bellissima chiacchierata.

Grazie Lucia per il tempo che ci hai regalato e a buon ri-leggerci.

Mario Borghi