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Presentazioni d’autore: “Vinpeel degli orizzonti” di Peppe Millanta

È un viaggio dell’eroe bambino che è in ciascuno di noi quello di Vinpeel, adolescente che vive a Dinterbild, villaggio in un tempo e uno spazio collocati in un futuro possibile postmoderno e molto vicino al futuribile che ciascuno di noi potrebbe immaginarsi: ‘un pugno di case gettato alla rinfusa. Una comunità sospesa nel tempo. Una strada da dove non arriva più nessuno, e nessuno ricorda più dove porti’.
Un non-lieu, coacervo di esistenze giunte a uno stallo, sia esso costituito da una vita priva di emozioni, di speranze tramutatesi in illusioni e poi lasciate al vento o alla risacca della stessa spiaggia in cui padre e figlio si ritrovano talvolta per affidare a conchiglie riempite di parole, di aspettative e rimpianti, ciò che entrambi non hanno il coraggio di pronunciare per pigrizia o, forse, mancanza di intraprendenza. Sentimenti che stentano a manifestarsi en plein air ma che, pure, alla fine della storia, Ned Bundy troverà il modo per far riaffiorare all’esterno con tardiva consapevolezza.

Vinpeel è anche celebrazione dell’amicizia: verso un amico immaginario e sorta di alias, Doan, che, tuttavia, qualcuno oltre al protagonista, ha la possibilità di intravedere con lui in concreto; verso una ragazza che non sa più parlare, Muna, ma che riacquisterà questo potere grazie anche agli sforzi del suo amico Vinpeel per aiutarla a connotare emotivamente le sue giornate. Tra sognatori e matti del villaggio c’è Krisheb, accomunato dallo stesso desiderio di  Vinpeel di tentare l’impresa verso un ‘Altrove’ che sa di esistere oltre il mare. Un mare che non è semplicemente divisione o separatezza ma che potrebbe, volendo, diventare unione.

Il miracolo, però, si compirà, paradossalmente riunendo l’intero villaggio sotto le enormi cupole di una miriade di mongolfiere e di un unico sogno comune, quello di aspirare a un futuro migliore e più colorato, con un escamotage a metà strada tra una modalità filmica zavattiniana e di neorealismo desichiano: una gigantesca fuga verso l’ignoto e l’ancora possibile a cui neanche i più scettici avranno il coraggio di sottrarsi in un disperato tentativo di dare un senso alla loro esistenza.
Un fil rouge salvifico simile a quello del piatto tipico offerto dal gestore dell’unica Locanbadel borgo, la famosa zuppa Biton, pasto condiviso e richiesto da tutti gli abitanti di Dinterbild, amici e nemici, ricetta segreta di cui, solo alla fine, si conosceranno gli ingredienti per gentile concessione dell’autore.

‘Vinpeel degli orizzonti’ non può definirsi solo un semplice fantasy, sarebbe troppo riduttivo farlo.
Mi piace più pensare a questo libro, romanzo d’esordio pluripremiato del suo giovane e poliedrico autore, come a una bella fiaba permeata di poesia e di molte verità, alcune forse più scomode di altre. Una proposta di riflessione per tutti noi sulle cose della vita, a cominciare da quelle spicciole e a terminare con i grandi perché racchiusi nella forma gentile di conchiglie abbandonate alla carezza e alla benevolenza delle onde del mare su una spiaggia deserta luogo d’incontro di generazioni diverse.

Lucia Guida

 

L’autore

Peppe Millanta si diploma in Sceneggiatura e Drammaturgia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma. È vincitore di numerosi premi nazionali dedicati al teatro e alla narrativa. Nel 2018 con il suo romanzo d’esordio, “Vinpeel degli orizzonti”, si aggiudica tra gli altri il prestigioso Premio John Fante Opera Prima. È Direttore della “Scuola Macondo – l’Officina delle Storie” di Pescara, realtà dedicata alla scrittura e alle arti narrative.

Peppe Millanta, Vinpeel degli orizzonti, ISBN 9788896176566, € 15,00

 

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la recensione originale la trovate qui 

Presentazioni d’autore: “XXI Secolo” di Paolo Zardi

La mia lettura dell’ultima fatica letteraria di Paolo Zardi, finalista al Premio Strega 2015.

Buona lettura e a presto.

Il romanzo

Una vita ordinaria, all’apparenza senza infamia e senza lode a emblema del tempo che la racchiude, è quella del venditore di depuratori d’acqua protagonista di “XXI Secolo” di Paolo Zardi, la cui narrazione è inserita in un frangente storico non troppo lontano dai nostri giorni perché il lettore non si immedesimi e non ne indossi con empatia i panni. Il protagonista si barcamena con abilità col suo lavoro, in bilico tra la determinazione che lo caratterizza e il senso di precarietà trasudante dal nuovo millennio; una famiglia composta canonicamente da moglie e due figli, una casa, infine, di periferia, baluardo della media borghesia di una volta sono il suo punto di partenza e di arrivo giornalieri.

Una tragica fatalità convince l’uomo, che è anche narratore della storia, a fermarsi a riflettere con attenzione sulla propria routine: sua moglie viene colpita da un ictus. Quest’evento cambierà, rinnovandola e, in qualche modo vivificandola, la prospettiva esistenziale sua e delle persone che ama, nonostante lui si muova su un palcoscenico complesso e  difficile da calcare.

Del nome di quest’uomo non sapremo nulla se non che è composto da tre sillabe, pronunciate da sua moglie in un letto d’ospedale solo nelle ultime pagine del libro.

Il XXI secolo di Zardi è accusa forte e potente, per certi versi monito della realtà in cui stiamo lentamente scivolando, glissando sulle nostre colpe, la nostra indifferenza e un certo grado di superficialità che potrebbe tranquillamente afferrare chi preferisce buttarsi ogni cosa dietro le spalle perché troppo pigro per guardare con grinta e coraggio maggiori al presente. All’inizio il venditore porta a porta è prigioniero di una rassegnazione che, tuttavia, non è mera lotta per la sopravvivenza ma resilienza, e cioè capacità di far fruttare in positivo, con un atteggiamento mentale di apertura alle occasioni del mondo nonostante tutto cospiri a fagocitarlo pian piano.

I temi trattati in questo romanzo, che io definirei solo in parte distopico, sono tanti e giocati su paradossi estremamente verosimili che cozzano in modo voluto contro alcuni puntelli consolidati dei nostri giorni. Uno tra tanti la scelta di gruppetti di anziani di consorziarsi in gang per assaltare, specie durante i sempre più frequenti blackout di energia elettrica, ospedali, condomini e centri commerciali contrapposta al desiderio di ragazzi e adolescenti di periferia meno smaniosi di cercare completamento nel piccolo o grande gruppo, certamente più intenti a cogliere a piene mani la vita da soli o in coppia, nelle sue sfaccettature più istintuali e primordiali.

In questo mondo futuro molto più prossimo di quanto si creda la sofferenza è tollerata nella misura in cui rientra in una gestione consumistica di se stessa rappresentata dal “kit di sopravvivenza” consegnato al nostro protagonista dall’efficiente factotum di un albergo con sapienza aperto proprio di fronte al mega ospedale che ospita Eleonore in una camera a lunga degenza: pochi oggetti di uso comune per  consentire ai parenti dei malati di tirare il giorno, aspettando che qualsiasi situazione si evolva o, peggio, s’involva.

La solitudine è nelle pochissime parole delle donne amiche di sua moglie che il nostro decide di incontrare per cercare di dare un senso alla realtà del tradimento subito e scoperto per caso, provando a forzare la privacy della donna della sua vita.  Saranno appuntamenti consumati in appartamenti e bar fatiscenti, residuati bellici di una società che ha cercato aggregazione fittizia costruendo nonluoghi improbabili come una pensilina d’autobus, capace di riunire solo per qualche istante persone di sensibilità differente. Rendez-vous che non forniranno nessun tipo di risposta alle domande dell’uomo/venditore ma che avranno il merito di portarlo finalmente a riflettere su se stesso e a farlo giungere a una conclusione che la decriptazione della memoria del cellulare di Eleonore non potrà che confermare. Trionferà l’amore e sarà un sentimento sfrondato da ogni possibile sovrastruttura distorsiva. Un’attitudine di cuore e di mente priva di senso di possesso e ricca di gratitudine vera, sentita, per una donna che ha scelto comunque di non rinunciare a lui e agli affetti di famiglia, pur rivendicando una possibilità concreta di vivere la propria femminilità.
Le scelte stilistiche di Paolo sono estremamente lineari e approfondite. La narrazione corre su un filo ben teso che cattura il lettore da subito impedendogli di volgere altrove lo sguardo. Definirei quest’opera un concentrato di vita vissuta ed esperita, priva totalmente di qualsiasi velleità didascalica, resa in modo accattivante, mai seduttiva tout court. La filosofia esistenziale del suo autore impregna ogni singola pagina contribuendo a conferire valore aggiunto a fabula e intreccio con un’estrema coerenza scrittoria e personale che viene da principio percepita e accettata rendendone la lettura piacevole dall’inizio alla fine.

L’autore

Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo Edizioni, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013), spingendo molti a definirlo il miglior scrittore italiano di racconti vivente. Suoi il romanzo La felicità esiste (Alet, 2012) e il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti (Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni) e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo AmoreRivista Inutile e nella rivista Nuovi Argomenti. È il primo autore italiano ad essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles) con il racconto “Sei minuti” in Antropometria, con la traduzione di Matilde Colarossi. Cura il seguitissimo blog grafemi.wordpress.com.

“XXI Secolo”, edito da Neo Edizioni nel 2015, è stato finalista al Premio Strega del medesimo anno.

Paolo Zardi, XXI Secolo, ISBN 9788896176313      € 13,00

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Paolo Zardi, XXI Secolo, ISBN 9788896176313      € 11,05

 

Il link originale di questa recensione lo trovate qui.