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Au Feminin Thinking and Writing and Not Only

Tag: silloge di racconti

The First Time – La prima volta da autrice. Intervista al “Democratico”

Ieri sera mi è capitato di rileggere la mia prima intervista “seria” rilasciata da autrice al web magazine “Il Democratico”. Era il 26 gennaio 2012 e il mio primo libro, la silloge di racconti “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” era appena stato dato alle stampe. Al di là della foto a corredo, che mi ritrae in “posa da affabulatrice” mostrandomi certamente più giovane ( e, magari, forse meno disincantata riguardo alle faccende legate al mondo dell’editoria e alla pubblicazione di un libro di quanto a oggi io sia ), mi sono soffermata a leggerla con un pizzico di attenzione in più. Giusto o sbagliato che sia mi sono rivista appieno: il tempo è trascorso ed è un dato di fatto. E molte cose della mia vita, personale e di autrice, sono cambiate. Restano tuttavia invariati i capisaldi esistenziali, quelli conquistati  in qualche circostanza a denti stretti. Sono ancora in cammino, poco ma sicuro, portando nel mio fardello quotidiano quelle certezze sulle cose e sulla gente sedimentate e poi gelosamente custodite in me stessa, quasi a darmi forza e a spronarmi ad andare avanti, quando il percorso da intraprendere diventa più faticoso e meno agevole.
Un abbraccio a tutti e buona lettura

 

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Incontro con la scrittrice Lucia Guida

 

Abbiamo incontrato nella città dannunziana la scrittrice emergente Lucia Guida, docente di Lingua Inglese: è una splendida quarantenne che ci accoglie nel suo appartamento nella zona dell’università per sorseggiare un tè al bergamotto rigorosamente inglese. Il soggiorno che ci ospita, luminosissimo, ci regala lo spettacolo incantevole di Majella e Gran Sasso al tramonto appena velati dalle nuvole. La sua prima raccolta di racconti “Succo di melagrana. Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” edito da Nulla Die sta raccogliendo il crescente favore del pubblico e recensioni molto positive.  Fra libri, appunti e ricordi di famiglia la prima domanda è d’obbligo: come si diventa scrittrici?

Da un grande amore per la lettura nato precocemente grazie a mio padre e dalla voglia di scrivere storie che ho avuto sin da bambina. Credo che i miei conservino per ricordo ancora qualcuna di queste mie ‘produzioni’. La vita, poi, mi ha portato a scelte importanti come le mie prime esperienze lavorative, all’estero e in Italia, la maternità, che mi hanno fatto temporaneamente accantonare questa mia passione. Scrivere richiede tempo e una certa dose di serenità, anche interiore, almeno questa è la mia opinione. Ho sempre continuato a leggere moltissimo e a scribacchiare postando in un blog i miei ‘appunti di viaggio’, riflessioni sul mio quotidiano più spicciolo…“

Sul suo profilo facebook abbondano citazioni letterarie: colpisce una di Alessandro Baricco tratta da “Questa storia” che recita: “Sono una donna felice, come lo dovrebbe essere qualunque donna nel riverbero di questa età luminosa. Ho debolezze eleganti, e cicatricicharmantes. Non ho più illusioni sulla nobiltà delle persone, e per questo so apprezzare la loro inestimabile arte di convivere con le proprie imperfezioni. Sono clemente, alla fine, con me stessa e con gli altri.” Davvero lei si riconosce in questa frase?

“La citazione è di uno degli autori preferiti miei e di mia figlia. Mi ci riconosco per intero, soprattutto nel riferimento a quelle che l’autore chiama ‘cicatrici charmantes’: vivere appieno è mettersi in discussione e  parimenti accettare anche il rischio di soffrire o di scoprire di se stessi ‘verità scomode’. Credo che questa consapevolezza di fondo, talvolta raggiunta a caro prezzo, ci renda a un certo punto del nostro percorso di vita molto più affascinanti cha a vent’anni e forse più indulgenti verso le fragilità proprie e altrui.“

I suoi racconti descrivono con abilità e disincanto storie femminili
dove spesso le protagoniste vivono amori difficili e contrastati. La sensibilità femminile si scontra inevitabilmente con l’istinto maschile?

“Diciamo che noi donne abbiamo generalmente modalità comunicative verbali maggiori rispetto agli uomini; che investiamo nel sentimento piuttosto che nell’operatività concreta, modalità privilegiata, invece, da voi. Poi ci sono anche moltissimi uomini che hanno scelto di riconoscere (e di accettare!) la parte femminile che è in loro, quella fatta di sensibilità. Come d’altro canto moltissime donne, soprattutto di ultima generazione, che hanno fatto della propria razionalità e lucidità, una volta appannaggio prettamente maschile, un punto di forza del loro agire. Ideale sarebbe, magari, una sorta di complementarietà: accettarsi gli uni e gli altri per quello che si è realmente, per quello che si ha concretamente da offrire, al di là di tipizzazioni ahimè ancora prevalenti nel sentire comune. Una piccola sottolineatura, infine, sulle vicissitudini sentimentali delle protagoniste delle storie: vivono certamente situazioni difficili in cui non c’è sempre posto per l’happy ending, ma alla fine le scelte a cui arrivano sono scelte permeate di speranza, di positività.“

Certe atmosfere del Sud sono lo sfondo privilegiato della sua scrittura. Le sue origini hanno influenzato il suo immaginario emotivo e letterario, ha utilizzato anche spunti del suo vissuto?

“A me piace pensare di essere quella che sono grazie anche alle mie origini e ai valori trasmessi dalla mia terra per il tramite della famiglia. Nei miei racconti, e quindi anche nei sei proposti in ‘Succo di melagrana’, c’è più di uno spunto appartenente al mio vissuto: appunto una storia di famiglia, quella della bambinaia di mia nonna materna nel primo, ad esempio. Ma anche situazioni concrete altrui rivisitate in un’ottica di verosimiglianza in cui, però, c’è sempre posto per una conclusione diversa, personale.“

Quali letture sono state importanti nella sua formazione di scrittrice, considera alcuni modelli imprescindibili per chi voglia accostarsi alla scrittura?

“Da apprendista affabulatrice quale io mi reputo non ho purtroppo potuto avvalermi di corsi di scrittura creativa. Ho sempre, però, letto moltissimo senza limitazioni temporali di sorta con particolare riguardo alla narrativa italiana e straniera; se penso a dei modelli me ne vengono in mente diversi: Thomas Hardy, Jane Austen ma anche Natalia Ginzburg. Sidonie Gabrielle Colette, magari oggi poco apprezzata, Honoré de Balzac. Piacevolissimi i romanzi di Gianrico Carofiglio, scrittore barese di eccellenti legal-thriller, di cui sono una grande estimatrice caratterizzati da uno stile sobrio, essenziale: diretto.“

Ha sempre un libro sul suo comodino e quali libri porterebbe con sé su un’isola deserta per non sentirsi mai sola?

“Il libro attualmente sul comodino è ‘Adamo ed Eva’ di Mark Twain, incentrato sull’eterno conflitto tra uomo e donna, consigliatomi da una cara amica divoratrice di libri come me. Sull’isola deserta porterei decisamente tutti i romanzi di Jane Austen, da me collezionati con certosina pazienza, possibilmente in edizione originale.“

La scrittura al femminile anche in Italia sta conoscendo una stagione di notevole consenso di pubblico. Ama oppure odia qualche autrice in particolare?

“ Consenso e gradimento del pubblico credo siano un omaggio più o meno velato alla grande sensibilità femminile. Ho un ricordo molto tenero dei romanzi di Brunella Gasperini, divorati da adolescente. Credo di non odiare nessuna autrice anche se è capitato talvolta che non portassi a termine la lettura di qualche libro…“

Erotismo e letteratura spesso vanno d’accordo: lei stima più le scrittrici audaci o quelle socialmente e politicamente impegnate?

“Ammiro fortemente chi in maniera aperta e senza pruderie di sorta fa dell’erotismo e della femminilità più intima materia dei propri libri incarnando desideri e fantasie profondi del lettore, anche se le mie simpatie vanno per tutte quelle donne che sono impegnate nel sociale  e nella politica. Sono una bella spinta alla riflessione pubblica, al ruolo della donna nella società e alle sue infinite potenzialità … “

Le donne nel Belpaese non sono mai abbastanza presenti in politica, nel mondo del lavoro e purtroppo anche della cultura. Abbiamo un atavico complesso maschilista?

“Una risposta sincera, scevra da posizioni oltranziste? Io credo di si e lo dico con infinito dispiacere, con quella sottile sofferenza femminile che si prova nell’avere quotidianamente la sensazione di “non essere mai abbastanza” e, di conseguenza, dover faticare il doppio, il triplo per convincere chi si ha di fronte della propria intelligenza e valore intrinseci. In situazioni complesse e straordinarie  come in episodi di vita vissuta e spicciola.“

Pescara è stata a lungo al centro della drammatica scomparsa di Roberto Straccia, lo studente trovato poi morto sul lungomare di Bari. Come ha vissuto questa vicenda piena di ombre che ha smosso una città intera?

“Sono d’accordo, è una vicenda ancora piena di ombre, di chiaroscuri in cui è difficile intravvedere linee precise. Mi ha colpito la determinazione della famiglia di Roberto nello sperare sino alla fine in una conclusione diversa, più umana. Come madre credo che non vi sia al mondo dolore peggiore e contro natura di quello della perdita prematura di un figlio.“

Si dice spesso che i giovani figli di internet non amino leggere: lei oltre che insegnare è anche madre di due figli. Crede che gli italiani siano inguaribilmente pigri o che i docenti non sappiano motivare abbastanza?

“Dovrei rispondere da prof o da mamma? Scherzi a parte, credo di avere spezzato più di una lancia a favore della lettura. Che nell’invogliare in tal senso i propri figli servano innanzi tutto buone pratiche genitoriali:  un buon libro come regalo quale alternativa al più costoso e gettonato video gioco del momento… Ma la lettura come buona abitudine necessita anche di insegnanti sensibili e attenti che sappiano proporre ai propri alunni titoli stimolanti, che li crescano con il gusto della carta stampata. Insomma, che alla teoria più raffinata corrisponda una pratica di sostanza a 360°.“

Vivere e lavorare nella città di Gabriele d’Annunzio ed Ennio Flaiano non la condiziona in qualche modo, scrivere nella città di due mostri sacri non le crea un certo imbarazzo?

“No, affatto. Mettiamola così: la mia è la stessa ammirazione che una brava donna di casa prova di fronte alle raffinatezze preparate da uno chef rinomato. Non c’è contrasto né imbarazzo, dal momento che l’una e l’altro sono impegnati in ambiti differenti. Ciò non toglie che la brava donna di casa non possa cimentarsi nella preparazione di una prelibatezza: non raggiungerà magari la perfezione del primo, ma si divertirà e imparerà senz’altro qualcosa, che poi è, forse, la cosa più importante.“

Sta preparando un seguito alla sua prima silloge di racconti o preferirà  cimentarsi con un romanzo vero e proprio? Vuole darci qualche anticipazione.

“Per scaramanzia non anticipo niente, ma come ho già detto ad altri, dopo questa prima silloge di racconti non intendo mettere limiti alla Provvidenza. Ricorro a un’altra citazione, questa volta di Daniel Pennac che recita: ‘Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.) Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere’. Bello è quando al dovere/piacere di vivere si riesce a coniugare la soddisfazione sottile di sviluppare un’idea fino a vederla concretizzarsi in una storia compiuta.“

Grazie per il tè, squisito davvero, come i biscotti preparati con estrema cura, una ricetta segreta naturalmente. Il sapore di melagrana li ha resi ancora più delicati!

“Le ciambelline sono un felice connubio di tradizione culinaria abruzzese e pugliese. La melagrana una piccola e gradevole concessione scaramantica e innovativa all’oggi…“

 

Martino Cristiano*

* Il link originale dell’articolo lo trovate qui

 

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Un mercoledì perfetto

Può capitare che la realtà non sia come la si dipinge e la vicenda di Maya e Michele non fa in tal senso eccezione. Una quotidianità insoddisfacente, tuttavia, non impedisce di sognare, credere e, perché no?, sperare in qualcosa di diverso, di migliore.

“Un mercoledì perfetto” è la mia proposta di lettura per voi di oggi ed è parte di una raccolta di racconti intitolata “Il cuore delle donne”, pubblicata da RosaAnna Pironti editore nel  2012

Buona lettura

 

 

Un mercoledì perfetto

Era bello perdersi nei suoi baci. Sapevano di miele, di nutella e di meringa. Di innocenti peccati di gola soddisfatti. Di dolcezza appagata che richiede tuttavia altra dolcezza senza averne mai abbastanza. Maya si fuse in quell’abbraccio respirando l’odore di maschio giovane a piene nari con un piccolo sospiro di beatitudine. Se quella non era la Felicità le assomigliava parecchio. Michele  ricambiò l’ abbraccio della ragazza, solleticandole l’ incarnato chiarissimo con l’ accenno di barba che gli era cresciuto nottetempo e che non aveva avuto il tempo di regolare perché lei quella mattina l’ aveva chiamato all’ improvviso per proporgli quella gita fuori porta in quella dimora antica e fiabesca circondata da tanto verde  e da giardini curatissimi multicolori, i viali sterminati ombreggiati da alberi secolari e violati da pochissimi visitatori in quel giorno di settembre lavorativo per molti ma non per lui. Quando aveva comunicato al suo titolare che per quel mercoledì non si sarebbe recato al magazzino, lui così preciso e ligio al lavoro come pochi, ne aveva ricevuto come risposta lo stupefatto silenzio dell’altro, non abituato a simili defezioni. Non da lui, almeno. E soprattutto non in quel periodo di lavoro convulso in cui molti erano gli ordini da evadere dopo la lunga pausa estiva. Michele aveva farfugliato di recuperi e di ore extra di servizio, pregando per quella giornata di riposo come se si trattasse di vita o di morte e al suo capo, sia pure con estrema riluttanza, non era rimasto che accordargliela a mezza bocca, mentre il “grazie” sincero del giovane rimaneva a mezz’aria troncato dalla fine rapida di quella strampalata conversazione al cellulare.

– Stai bene?

Lei gli sorrise con quel sorriso un po’ sfumato e malinconico che tanto l’aveva colpito al loro primo incontro e annuì lentamente.

– Sto bene.

Poi si tuffò con foga in un’altra parentesi di tenerezze rubate, pretese, ostentate protette dalla riservatezza di quel gazebo in pietra un po’ nascosto dal sentiero principale che tanto avrebbe potuto narrare e che fornì con discrezione a entrambi protezione sino all’ ora di pranzo. Quando lei con un sorriso questa volta più ampio, si scusò per lo stomaco che brontolava e sciogliendosi dalla sua stretta vigorosa si protese verso lo zaino costoso attingendone dei panini minuscoli, da prima colazione, spalmati di burro e marmellata e porgendogliene un paio perché lui se ne servisse. Michele si stiracchiò brevemente poi ne addentò uno bramoso, scoprendo stupefatto di avere fame sul serio, prima di rincorrere con la bocca sul viso, sul braccio e sulla scollatura di lei minuscole briciole dorate in un nuovo gioco a cui lei non si sottrasse, guardandolo con serietà con i suoi occhi scuri quasi a inghiottirlo nelle loro profondità.

Si erano conosciuti davvero per caso. Michele rientrava a casa dopo una serata faticosissima com’era sempre prima della pausa di ferragosto. Il magazzino straripava di consegne da effettuare in un paio di giorni cercando di non scontentare nessuno, nel rispetto delle varie priorità. Quelle ore di straordinario non l’avevano sconvolto più del dovuto; a casa da lui non c’era nessuno che lo aspettasse a quell’ora tarda e sua sorella con marito e figli era partita per Ostia ospite dei suoceri, lasciando il frigo ben rifornito e subissandolo al solito di raccomandazioni a cui lui avrebbe cercato di attenersi, riuscendovi solo in parte. Uno scroscio di pioggia più violento l’aveva costretto a ripararsi sotto quella pensilina di autobus col suo motorino, ancora troppo lontano da casa, deciso, nonostante la stanchezza che lo attanagliava, di non arrivarci fradicio sino al midollo. Scoprendo che qualcun altro aveva avuto la sua stessa idea, ben riparato in un angolo in attesa di un mezzo pubblico che tardava a passare. Una ragazza biondissima in minigonna, i lunghi capelli incollati al viso dal trucco sbavato, ipotizzò, da quell’ inatteso temporale. Lei aveva avuto un  istintivo moto di paura ed era visibilmente trasalita mentre lui smetteva di fissarla e si scostava quel tanto che bastasse per farle riprendere fiato e farle realizzare che da lui non c’era proprio nulla da temere. Non era tipo da ragazze di buona famiglia né queste si erano mai mostrate interessate a tipi come lui, capelli lunghi raccolti in un codino per sfida e per comodità. Di ragazze ne aveva avute un discreto numero: commesse, un paio di impiegate e una volta perfino una studentessa di legge patita di politica e di sesso in egual misura. A un tuono più forte degli altri seguito a breve da un fulmine caduto certamente nelle vicinanze la sconosciuta gli si era visibilmente avvicinata e avevano iniziato a scambiarsi qualche battuta, aspettando con pazienza che quel finimondo terminasse e quando ciò era accaduto le aveva offerto di riaccompagnarla a casa, lasciandola riflettere per qualche istante mordicchiandosi nervosamente il labbro inferiore prima di accettare. Dal bauletto lui aveva tirato fuori un casco a forma di scodella e gliel’aveva passato e lei l’aveva indossato su quello sfacelo di pettinatura e di trucco, montando dietro di lui e avvinghiandosi    al suo torace con forza insospettabile. L’ aveva lasciata davanti a un caseggiato lungo come un treno a Cinecittà, in mano un bigliettino in cui era riuscito a scribacchiare di velocità il suo numero di cellulare. Poi era sparito nella notte afosa e odorosa di pioggia e di ozono quasi certo che non l’avrebbe più rivista.

E invece le cose erano andate diversamente e a ferragosto lui aveva ricevuto una chiamata schermata a cui aveva risposto. Era lei, voleva ringraziarlo ancora per quella sera di pioggia, augurargli buone ferie e chiedergli, incredibile, di mangiare un gelato insieme al Pincio l’indomani pomeriggio.

Lui aveva accettato e aveva fatto carte false per rientrare a Roma senza che sua sorella esagerasse la sua iperprotettività chiedendogli di restare con loro ancora per qualche giorno. All’appuntamento, tra frotte di turisti accaldati e stanchi pronti a contendersi le poche panchine ombreggiate, lei gli si era presentata in forma perfetta,shorts delavé, trucco leggero impeccabile e borsina di tendenza, capelli biondi in ordine perfetto sparsi a raggiera sul top di marca minimal chic. Avevano mangiato quel famoso gelato e parlato di cose così. Poi quando le ombre avevano cominciato a fare capolino tra le chiome degli alberi di pino gli aveva annunciato che era ora di andare. Non aveva chiesto un passaggio col motorino e lui non aveva insistito, accontentandosi di averla rivista e sperando di poterlo fare ancora. Si erano incontrati nuovamente, a orari insoliti di mattina o nel primo pomeriggio, mai di sera, senza che lui chiedesse per questo spiegazioni e senza che lei gliele offrisse volontariamente. Sino a quella proposta di trascorrere un’ intera giornata insieme fuori porta, in quella villa romana antica che lui aveva visitato con insofferenza da studente delle medie con la sua classe, focalizzando la propria attenzione sulla partita di pallone  con i suoi compagni che certamente ci sarebbe stata piuttosto che sulle complesse spiegazioni e sui tanti approfondimenti della prof di Arte, innamoratissima di quella dimora imperiale e altrettanto desiderosa di istillare nelle loro menti l’ amore per il Bello e il Grande.

Farsi prestare la vecchia utilitaria di sua sorella privandola di un mezzo per le incombenze quotidiane era stata impresa non facile, quasi quanto chiedere al suo datore di lavoro di accordargli quel giorno extra di riposo promettendo mari e monti per il successivo fine settimana. Aveva troppa voglia di stringerla tra le braccia senza timore di consultare di continuo l’orologio. Forse si era anche un po’ innamorato di lei.

Dopo quel pasto inusuale decisero di confondersi con una comitiva di visitatori    scoprendosi con stupore più che interessati alla perfezione di quel tripudio di arte offerta loro a piene mani. Dopo lunghe contrattazioni con un ambulante Michele le comprò un piccolo cameo che riproduceva il profilo di una matrona romana e lei gli regalò un accendino celebrativo di quella gita di fine estate insperata. Prima di riprendere la vecchia Uno dall’interno profumato di arbre magique al limone e impelagarsi nel traffico intenso fatto di file e file di autovetture di ritorno verso la metropoli.   Una volta giunti a Tiburtina restarono ancora per un bel pezzo nell’abitacolo a scambiarsi coccole e baci, perdendosi negli occhi l’ uno dell’ altra sino a quando lei con decisione non spalancò la portiera cigolante e baciandolo per l’ ultima volta con desiderio non sparì tra la moltitudine brulicante della stazione, desiderosa di prendere la metro il prima possibile.

Michele restò li per qualche istante, indeciso sul da farsi sino a quando qualcosa gli scattò dentro e lo costrinse a uscire come un forsennato dall’auto per cercare di raggiungerla, la sua immagine e il suo odore ancora stampati indelebilmente su di sé. Appena in tempo per infilarsi sul medesimo treno anche se in carrozze differenti. A Trionfale stette quasi per perderla di vista, uscendo per una frazione di secondo dal vagone prima che il mezzo con un sibilo di ammonimento non riprendesse la propria marcia, tra le proteste di due globetrotters stranieri, a cui aveva sbarrato il passo impedendone la salita. Maya continuò a camminare sicura, quasi trafelata, consultando spesso il minuscolo orologio a braccialetto sino a quando dopo un lungo labirinto di scale mobili non riemerse in superficie. Mai le venne in mente di voltarsi a guardare per vedere se qualcuno la seguiva. Era quasi fuori tempo massimo e fece gli ultimi metri che la conducevano a un portone imponente arricchito da un batacchio di bronzo lucidissimo quasi di corsa, entrandovi prima che con solerzia il portiere chiudesse l’accesso a quell’ androne patrizio con deferente sollecitudine. A Michele non restò che oltrepassarlo sbirciando impotente le etichette in stile liberty sulla pomposa piastra citofonica cercando di indovinare quale fosse il suo cognome. Di lei sapeva pochissimo. Sapeva che le piaceva da matti il gelato di fragola e panna e che quando qualche pensiero fastidioso la tormentava aveva il vezzo di arrotolare tra pollice e indice una ciocca di capelli finissimi. Che i suoi baci erano semplicemente fantastici e che tra di loro c’era quella sottile alchimia che rende speciale ed esclusivo un rapporto tra persone di sesso diverso. Quell’indirizzo era l’informazione più sostanziosa di lei che aveva, contribuendo a dare concretezza a un’immagine mentale che di lei si era pian piano delineata nel suo cuore giovane e ardente. Temporeggiando indeciso per una manciata di minuti stabilì che per il momento se la sarebbe fatta bastare e a capo chino andò via, non senza prima guardare verso l’alto nella speranza inconfessabile di poterla sbirciare per l’ultima volta alla fine di quella giornata perfetta.

Maya restò a lungo sotto la doccia tiepida e rigenerante, lavandosi con dolcezza e con struggimento, ben decisa a far sparire qualsiasi traccia lui le avesse inconsapevolmente lasciato addosso. Poi, infilato l’accappatoio di soffice spugna bianca si aggrappò al lavandino guardando senza vedere la propria immagine riflessa attraverso il velo di vapore che aveva di fronte. Un paio di braccia forti le strinsero la vita mentre una mano maschile nodosa l’accarezzava al di sotto dell’indumento. Lei chiuse gli occhi imponendosi di non fiatare, pregando silenziosamente che tutto finisse velocemente. L’ altro prese con ingordigia e prepotenza da lei tutto quello che poteva fino a quando non ne ebbe abbastanza, poi la costrinse a guardarlo immobilizzandole il viso con una mano mentre con l’altra le cingeva entrambi i polsi sottili schiacciandoli contro la superficie fredda e impassibile del rivestimento di marmo della stanza. Alla fine restò sola in una nuvola di vapore in cui raffinate essenze profumate si mescolavano ai residui odorosi e al ricordo dei loro due corpi schiacciati con violenza l’uno contro l’altro. Con un brivido leggero fece un’altra doccia cercando di non pensare a quel presente, aggrappandosi con tutta la forza che le restava a un pensiero in quell’istante troppo lontano, irraggiungibile.

Vestita di tutto punto in un abito cortissimo che la modellava come una seconda pelle fece il suo ingresso in salotto, i capelli raccolti in un sofisticato chignon e il trucco impegnato a farla più adulta e disinibita. Lui le porse un drink poi le prese una mano e la mise in quella del suo amico. Lei lo guardò appena, scorgendone la calvizie pronunciata e la fronte imperlata di sudore, una camicia bianca chiazzata sino all’inverosimile per l’emozione e l’eccitazione di vederla così disponibile e così giovane. Una bambina travestita da donna. Una primizia da assaggiare senza remore o sensi di colpa. D’altronde era il suo mestiere e lei non era nuova a simili appuntamenti di lavoro. Poggiandole con senso di possesso una mano su una natica la spinse di là, incoraggiato dallo sguardo complice del suo protettore, ben pronto a sfruttare con larghezza tutto ciò che aveva lautamente pagato in anticipo.

Oltrepassata la porta Maya esibì un sorriso di circostanza e lentamente indossò una maschera di impenetrabilità. Sarebbe sopravvissuta, come sempre. E tutto come sempre avrebbe avuto una fine. Magari, questa volta, aveva una ragione di vita in più per pensare al domani. Una ragione concretizzata nella figura di quel ragazzo magro e allampanato, avaro di sorrisi ma non di tenerezze che di lei aveva un’immagine a tinte pastello. Che di lei possedeva la parte migliore, quella più vera e più nascosta. Una parte che gridava   sommessamente ma a gran voce di venire finalmente allo scoperto e di affermare la propria esistenza. E chissà che un giorno non ce l’avrebbe fatta ad avere il sopravvento. Sognare non costa nulla, si disse. Poi con lentezza poggiò un foulard sulla sommità dell’abat-jour acceso e cominciò a spogliarsi.

Lucia Guida

 

* “Un mercoledì perfetto” in A.A.V.V., 2012, Il cuore delle donne, raccolta di racconti di autori vari a cura di RosaAnna Pironti Editore – Stampa Lulu.com 

 

“Sewing woman”,  E. Hopper

 

A proposito di pubblicità

Il booktrailer è uno strumento di ultima generazione per pubblicizzare opere letterarie di genere diverso. In un formato accattivante e maggiormente fruibile qual è quello di un video fatto di immagini e non di sole parole ( come è diversamente in una recensione o nel testo riportato dalla quarta di copertina ) il potenziale lettore può brevi manu farsi un’idea certamente vicina alla realtà del libro propostogli accettando di proseguire nell’esplorazione scaricandolo come ebook oppure recandosi in libreria ad acquistarlo.
In questo post vi presento il booktrailer homemade della mia silloge di racconti “Succo di melagrana” realizzato da mia figlia Roberta su mie indicazioni sperando di incontrare il vostro favore tanto da spingervi a leggerlo in versione integrale

 

An Excerpt from ” Succo di melagrana – Storie e racconti di vita quotidiana al femminile “: Bella bella bella

Sara si svegliò di colpo desiderando di poter chiudere gli occhi per riaprirli in un tempo indefinito, lontano da qualsivoglia affanno presente. Ma sapeva che non era possibile; non in quel periodo dell’anno, per lei sempre molto impegnativo, e non di mercoledì, giorno fulcro della sua settimana lavorativa. Il panorama dalla finestra della camera da letto le rimandò la distesa a perdita d’occhio di tetti di varia foggia tipica dell’ assetto urbano di quella piccola città di provincia in cui la sua esistenza scorreva lenta e senza scosse oramai da più di un lustro.Vi si era trasferita per amore, inseguendo un sogno sentimentale sfumato repentinamente dopo pochissimi mesi, lasciando il paese in collina in cui era nata e cresciuta a cui aveva, tuttavia, scrupolosamente continuato a fare ritorno a scadenze fisse, ricorrenza dopo ricorrenza, per visitare con diligente senso del dovere la propria famiglia. Decidendo di stabilirvisi definitivamente a sprezzo di quella storia andata male, nell’ incapacità di salpare per altri lidi più lontani, grata alla piccola nicchia fatta di quotidianità rassicurante che lì era riuscita a ricavarsi: un lavoro accettabile, una cerchia di amici-conoscenti con cui trascorrere i fine settimana e i momenti di relax che le erano concessi, una casetta sufficientemente comoda cui far ritorno dopo l’ufficio. Sara aveva appena oltrepassato i quaranta ma sembrava che la cosa la toccasse marginalmente; era quello che ripeteva spesso con un sorrisetto a chi, ammirato, davvero non glieli attribuiva. Pur avvertendo ultimamente, suo malgrado e con un brivido interno, un profondo senso di inadeguatezza, quasi di fastidio alla comparsa dei primi segni del tempo. La sua silhouette aveva nel complesso conservato la fisionomia di adolescente alta e longilinea di una volta grazie anche alla cura ossessiva e sistematica dedicatagli nello spasmodico sforzo verso una perfezione formale sempre troppo lontana da raggiungere che la impegnava di continuo senza concederle tregua.La sua vita era stata costellata di incessanti tappe obbligate da coprire nella recherche infinita in cui si era lanciata iniziando con la frequenza sistematica di palestre e centri di bellezza perché altri potessero guidarla nel delineare il suo corpo a immagine e somiglianza di un ideale femminile dai contorni ben definiti stampati prima nella sua mente di bimba e poi in quella di adolescente.A poco più di vent’anni aveva deciso di cambiare colore dei capelli scegliendo una nuance di biondo che sentiva maggiormente propria e più in armonia con i suoi occhi verdi. Aveva, quindi, coscienziosamente proseguito imparando trucchi ed artifici del maquillage e una volta appropriatasi della materia non se n’ era più separata, truccando il suo viso impeccabilmente 24 ore su 24, incapace di farne a meno, per sua stessa ammissione, tanto in situazioni di banalissima routine, come ad esempio un acquisto veloce nel supermercato all’angolo della strada, quanto in occasioni specialissime e intime in cui era prevista anche la compagnia maschile. A trent’anni aveva stabilito di migliorare il suo sorriso affidandosi alle cure di un famoso ortodontista ottenendone una dentatura perfetta e smagliante. Possedeva un metabolismo da ragazzina ma badava a non eccedere mai nel cibo. Scherzando era solita raccontare a tutti di nutrirsi di schifezze, attribuendo a ciò i disordini alimentari cui era spesso soggetta. Pur vantandosi di possedere un robusto appetito, in riunioni conviviali era solita spilluzzicare come un uccellino, lamentando una subitanea sensazione di pienezza a giustificazione di pietanze appena assaggiate. Nella scelta dell’ abbigliamento amava destare sensazione e suscitare ammirazione; anche in quest’ ambito nulla nei suoi atteggiamenti e nel suo modo di presentarsi era lasciato al caso, risultando al contrario frutto di un’accurata pianificazione finalizzata a mettere in risalto il meglio di sé. I suoi progetti di vita erano piuttosto circoscritti e subordinati a questo amore sviscerato per l’immagine di donna gelosamente e esasperatamente coltivata nel suo intimo, il cui mantenimento richiedeva uno sforzo continuo e al tempo stesso terribile, reso mastodontico dal fluire inesorabile del tempo e dalla frequenza maggiore con cui cominciavano a emergere piccole falle e impercettibili crepe bisognose ora più che mai di essere appianate con ogni mezzo a disposizione. Un po’ come per un giardino certosinamente curato e abbellito da un giardiniere in costante tensione nel mantenere ordine e rigore a fronte di una natura dispettosa e ribelle, sempre pronta a riaffermare il proprio pieno diritto a esistere e a sovrastare, divertendosi a infestare di erbe spontanee aiuole graziosamente acconciate e ben delineate. Per qualche istante osservò compiaciuta e con occhio da intenditrice le sue natiche ancora ben conformate, ripromettendosi di indossare presto la brasiliana consigliatale dalla commessa del suo negozio di intimo preferito. Un attimo, però, di brevissima durata, spazzato via da un’ impercettibile smorfia della bocca, perfetta e ammodo anche quella. Il suo cruccio più recente era al momento il seno, giudicato troppo piccolo e, forse, in procinto di mostrare segni di cedimento. Sara lo osservò con cipiglio riflessa nel lungo specchio basculante che occupava un angolo della sua camera e a cui affidava di solito la supervisione d’ensemble di se stessa appena abbigliata. Non era affatto rispondente ai suoi canoni estetici, necessitava al più presto di essere rimodellato da un bravo chirurgo estetico. Avrebbe come al solito provveduto al meglio e con sollecitudine.Questo pensiero le dette subitaneamente un senso di sollievo. Offrire di se stessa un’ immagine più che gradevole era lo scopo della sua vita, l’ unico aspetto che sentiva assolutamente di poter fronteggiare con una certa sicurezza, plasmandolo secondo quanto la facesse star meglio.

Peccato, tuttavia, che quel controllo sistematico e intransigente non potesse essere esteso ad altri ambiti. La sua vita affettiva, per esempio, vissuta con insoddisfazione perenne e costellata indelebilmente da esperienze dolorose che preferiva non ricordare. Lì veniva fuori tutta la sua insicurezza di bambina incompresa e trascurata da una madre troppo frettolosa e da un padre cronicamente assente. Si innamorava sempre di uomini che la conducevano alla sofferenza. Uomini a cui immolava tutta se stessa, a cui si dedicava anima e corpo. Uomini rincorsi disperatamente a cui chiedere di continuo conferme. Uomini che puntualmente scappavano lontano da lei a dispetto della sua disponibilità estrema e incondizionata. Compagni per cui aveva recitato con discrezione all’inizio, con disperazione alla fine, un ruolo femminile di autentica, totale dedizione. Che finivano con lo scegliere donne dall’aspetto, a suo avviso, quanto meno improbabile e discutibile. Donne comuni, ordinarie, incredibilmente poco avvezze alla cura di se stesse. Figure femminili della porta accanto, da mercatino rionale più che da bottega per gourmet. Che tristezza, lei pensava, e che profonda ingiustizia nei confronti del santuario pluridecennale da lei eretto a imperitura adorazione di una bellezza narcisistica idealmente e affannosamente ricercata e inseguita per tutti quegli anni.

Immersa in queste riflessioni non piacevolissime si riscosse e, dopo l’ ultimo sguardo alla sua immagine riflessa, raccattò pochette e foulard finalmente pronta per la sua giornata di lavoro. Decentemente a posto. Chiuse con cura l’uscio affrettandosi per le scale; l’ultima sbirciata l’avrebbe data all’enorme specchio posizionato nell’ androne del sobrio ed elegante condominio in cui viveva a mo’ di ulteriore e finale conferma per sentirsi a tono , perfetta come sempre, elemento costante in un algoritmo temporale fatto di settimane e giorni tutti uguali e in fila, l’ uno dopo l’ altro. Questo era ciò che lei si augurava di cuore: resistere stoicamente al fluire incessante e frenetico dell’ esistenza secondo un ritmo uniforme privo di variazioni in tema percepito tuttavia come rasserenante e indispensabile alla propria sopravvivenza fisica e mentale.

L’ improvvisa pioggerella fina la colse per strada di sorpresa costringendola a tirarsi sul viso il cappuccio dell’impermeabile e ad affrettarsi con tono sbarazzino sui tacchi alti verso un taxi fortunatamente posteggiato a breve distanza. Spiando velocemente nel minuscolo specchietto ditartaruga sempre a portata di mano fece per constatare danni inesistenti cui porre eventuale rimedio, concludendo che, davvero!, la vita era una battaglia continua. Poi si appoggiò al sedile ceduto al peso dei tanti clienti di passaggio e la sua attenzione fu tutta per quella variegata umanità celata sotto decine di ombrelli disseminata per le vie del centro. Una moltitudine irresistibile ma troppo lontana, sfumata dal suo respiro simile a quello di una bambina cresciuta troppo in fretta, appannato sulla trasparenza del vetro di un’ auto pubblica in corsa nel grigiore argentato di una giornata di pioggia. *

*  “Bella bella bella”  in Guida, L. (2012) Succo di melagrana – Storie e racconti di vita quotidiana al femminile, Piazza Armerina (EN), Nulla Die