Di domenica in una giornata ottobrina di sole

Provare a raccontare con attenzione presente e sguardo retrospettivo fatto di ricordi pescati nel cuore e nella mente   una giornata particolare, quella della cerimonia finale del “Premio Lupo” 2014

Buona lettura e a presto
Baci

Di domenica in una giornata ottobrina di sole

Apro gli occhi su un mattino luminoso. E’ domenica 19 ottobre ed è la giornata della cerimonia finale del Premio Lupo 2014. Sono nella mia cameretta da ragazza a casa dei miei genitori a San Severo e mi diverto per qualche minuto a osservare i raggi di sole che filtrano tra le stecche della tapparella appena sollevata. Dall’aria insolitamente calda so che sarà anche una giornata dal sapore estivo più che autunnale.

Sveglio mio figlio che dorme nella stanza accanto e ci prepariamo al viaggio che ci attende. La distanza tra S. Severo e Roseto non è tantissima, poco meno di sessanta chilometri, ma voglio arrivare per tempo e godermi il tragitto con calma.

Lascio la mia città natale che è ancora assonnata, pochissime automobili e altrettanta poca gente per le strade, intenta a prepararsi per i riti finali, sacri e profani, con processione per le vie del centro e batteria finale in onore della Madonna del Rosario, celebrata pochi giorni prima. Guido con tranquillità tagliando campi lineari dall’aspetto familiare   fino alle prime ondulazioni che preannunciano con gradualità le colline e poi le montagne che incontreremo, quasi a dare a noi viandanti cittadini la possibilità di passare da un territorio all’altro con la dovuta morbidezza e, per una volta tanto, senza nessuna fretta. La strada diventa meno squadrata e più sinuosa, di sicuro impegnativa, regalandoci tuttavia squarci mozzafiato di natura selvaggia alternati ad altopiani che svettano chiari sui colori cupi della vegetazione boschiva. Ricordando le spiegazioni di mio nonno paterno Angelo riesco a riconoscere querce, cirr e, cioè, alberi di acacia, ma anche faggi.
Mi sembra quasi di essere tornata bambina e di passeggiare ancora per la Defensa, il bosco che sovrastava il paese di mio padre, S. Marco in Lamis, meta di tante passeggiate e picnic durante la mia infanzia. Le immagini attuali si mescolano ai ricordi e tutto, quasi per magia, assume contorni di nostalgia ma anche di consapevolezza di essere parte di un unicum, di un universo privilegiato, una sorta di microcosmo nascosto ai più e, forse, per questo ancora più prezioso e speciale, fatto di colori ma anche di profumi e sapori connotati da vita passata e presente.

Sono arrivata nel borgo di Roseto Valfortore e la prima sensazione che sperimento è l’odore di legna bruciata, segno che qualche camino è già acceso nonostante la giornata mite, oltre all’aria pulita e sottile, molto più fresca di quella respirata in pianura prima di partire. Il cielo è terso, di un colore azzurro che non tradisce.

Davanti a me riconosco la sagoma inconfondibile di un edificio scolastico in via G.B. d’Avanzo, sede della manifestazione che mi vedrà tra i premiati e anche questo, per me, è giocare in casa, dal momento che sono un’insegnante da tempo e che la scrittura è un piacevole completamento, un attimo di tregua e di gratificante creatività rubato a una professione che assorbe buona parte delle mie energie e che, spesso, mi vede in trincea, nello sforzo di far bene, nonostante i tanti condizionamenti, le mode del momento e l’aspetto marginale attributo, negli ultimi tempi,  alla Cultura e all’Istruzione da una società affaticata e, per certi versi, malata e talvolta incapace di vedere oltre l’apparenza.

La manifestazione è ben organizzata e non c’è nulla che sia stato lasciato al caso. Momenti letterari si alternano a scorci d’arte e di musica, legati sapientemente da un filo sottile ma robusto rappresentato dall’amore per le cose belle e la speranza che questa mattinata lasci un segno indelebile nel cuore e nell’anima di tutti i convenuti. Mi riprometto di parlarne alla fine con Pasquale Frisi, ideatore del premio e patron della manifestazione per congratularmi con lui delle scelte logistiche fatte. Per un’autrice come me, emersa anche grazie alla partecipazione a premi letterari nazionali, la fase finale di un concorso è un tassello importante, la classica ciliegina sulla torta a ulteriore testimonianza del buon funzionamento dell’intero progetto.

Alla premiazione letteraria è assegnato il momento finale.
Anch’io sono in attesa, le mani sudate e la bocca impastata come ai tempi dell’università prima di un esame. Non è il primo premio che ritiro ma la sensazione di grande emozione è la stessa di sempre, unita alla presa di coscienza di aver regalato un pezzetto di me stessa agli altri attraverso la scrittura, mettendomi per certi versi a nudo, oltre alla soddisfazione di avere incontrato con le mie parole la sensibilità dei giurati. Nel ritirare il bel premio, chiedo di dire anch’io qualcosa. E’ un atto di riconoscenza dovuta ma anche di amore verso una terra che mi ha vista nascere per metà dauna, da parte materna, e metà garganica, da parte di mio padre, prima di andare per la mia strada trascorrendo altrove la mia vita dell’oggi. In Lauretta, la bimba protagonista di “In un campo d’orzo e di papaveri”, il mio racconto premiato, ci sono generazioni e generazioni di donne pugliesi intraviste per strada o, più semplicemente, conosciute attraverso le storie narrate da persone di famiglia. C’è tutta la forza della disperazione ma anche la speranza in qualcosa di diverso, di migliore, conquistato attraverso piccole battaglie quotidiane fatte di gesti semplici, poco appariscenti, a dispetto di destini già segnati, per tentare di arricchirli di briciole di felicità e serenità.

Lascio Roseto con il dispiacere di non aver partecipato al momento finale fatto di convivialità altrettanto significativa tra spettatori, premiati e addetti ai lavori. So che i miei genitori aspettano a S. Severo me e mio figlio per consumare tutti assieme   il “pranzo della domenica” e non voglio che si faccia troppo tardi. Ho desiderio anch’io di gustare questo piccolo intermezzo familiare che per me è un vero e proprio lusso, prima di riprendere a viaggiare verso casa e verso Pescara, città adriatica di fiume e di mare, in cui io, donna di pianura, ho scelto di intessere la mia vita presente.

 

Lucia Guida

Roseto Valfortore (FG), 19 ottobre 2014

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Photo by Gianni Lepore

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