luciaguida

Au Feminin Thinking and Writing

Mese: febbraio, 2014

Ballata di una notte di plenilunio

Ci sono viaggi che durano pochi attimi e viaggi che durano una vita. E poi ci sono i viaggi della speranza, quelli compiuti con l’entusiasmo, la forza e la disperazione di credere ancora in una vita migliore.

In questo racconto, inserito nell’antologia di A.A.V.V. “Pensieri in viaggio”, pubblicata nel 2010 da Ibiskos  Editrice Risolo, do voce ai pensieri silenziosi di  Marisella, giovane ragazza dei primi del 900 partita oltreoceano alla volta della terra promessa alla ricerca di un’esistenza migliore e maggiormente soddisfacente. Compagna delle sue riflessioni la Luna, con i suoi raggi luminosi  e benevoli, complici.

Buona lettura

Ballata di una notte di plenilunio

(… )

ora non piangere perché
presto la notte finirà
con le sue perle stelle e strisce
in fondo al cielo
e ora sorridimi perché
presto la notte finirà
con le sue stelle arrugginite
in fondo al mare

( … )

da   “  Verdi Pascoli  “   di F. De Andrè  

– Marisella sei ancora sveglia ?

La voce in sordina di comare Tonia ruppe d’un tratto il flusso dei suoi pensieri facendola emergere dal torpore che l’aveva assalita. Decise però di fingere di essere quello che l’altra aveva immaginato continuando a tenere gli occhi chiusi, troppo stanca per replicare in qualsiasi modo, sentendosi quasi soffocare nel ventre di quel battello che l’aveva aiutata a recidere innanzi tempo antichi legami con la sua terra al pari di una puerpera che sa di doversi privare della propria creatura ed è tuttavia ancora traboccante di amore e di nutrimento per lei.

Era in viaggio da più di una settimana, con l’animo improntato alla speranza e alla fatica propri di un pellegrinaggio in cui ogni gesto, anche il più doloroso, è un sacrificio necessario per poter acquistare l’ambita indulgenza e un barlume di santità in altro modo difficilmente raggiungibili. La nave la stava portando in un nuovo Paese di cui non conosceva nulla oltre ai racconti immaginifici di chi c’era stato narrati attraverso una lettera o contenuti in brandelli di conversazione riportati dalle labbra dei pochi che avevano parenti emigrati. Aveva preso la decisione giusta? Ci sarebbero stati rimpianti? Al momento non lo sapeva. D’istinto, tuttavia, sentiva come la scelta compiuta fosse probabilmente l’unica possibile in quel futuro nebuloso potenzialmente foriero di avvenimenti a tinte scure che l’aveva d’improvviso avviluppata. Il destino l’aveva precocemente privata della sua famiglia e del conforto morale e materiale da essa rappresentato con la morte dei suoi genitori, periti di “spagnola” a breve distanza l’uno dall’altra, e della presenza di un fratello che  aveva deciso di tentare la strada dell’emigrazione in Francia di cui a oggi non ne sapeva più niente.

In quel paese del sud, battuto dal vento in ogni stagione, d’estate come d’inverno, fatto di viuzze concentriche aggrappate tutte al suo nucleo originario, lei aveva atteso invano un segnale certo che non era giunto: quello di poter continuare a vivere in un microcosmo conosciuto sin nei minimi dettagli ma ultimamente per lei così poco benevolo. E un proponimento audace, lentamente, aveva cominciato a prendere corpo nella sua mente crescendo di giorno in giorno e fortificandosi per non darle la possibilità di ripensarci sommersa dai sensi di colpa. Ben poche ragazze nella sua condizione avrebbero avuto l’ardire di rifiutare, rischiando per l’affronto a terzi procurato di rimaner zitelle a vita, un matrimonio di convenienza. Eppure lei l’aveva fatto. Quell’attempato vedovo con prole in cerca di una moglie giovane e docile che potesse prendersi cura dei suoi averi e di se stesso davvero a buon mercato, l’aveva fatta arretrare di più di un passo. Nemmeno il parroco, chiamato a perorare la causa e a far “ragionare” la ragazza era riuscito a farle cambiare idea. Marisella aveva tenuto duro, recandosi in chiesa tutti i giorni all’alba pur di non attirarsi la malevolenza popolare e facendo, se possibile, una vita ancora più ritirata della precedente. E Tommaso, il barbiere scrivano della povera gente che come lei sapeva a mala pena fare la firma, l’aveva aiutata a stilare una lettera alla sua madrina di battesimo, emigrata col marito in America. Maria le aveva ridato un soffio di speranza, mostrando di volerla accogliere con sé, almeno fino a quando non avesse trovato di che sostentarsi da sola.

Marisella aveva venduto il suo bellissimo corredo ricamato a mano a certe signorine benestanti del luogo e un pezzo di terra che era la sua dote, procurandosi con fatica l’occorrente per pagarsi il biglietto e il parroco si era coscienziosamente incaricato, una volta al corrente dei suoi progetti, di affidare quella figliola caparbia a una famigliola che si apprestava a cercare fortuna oltreoceano. Erano partiti come ladri nel cuore della notte alla volta di Napoli per imbarcarsi su quella nave dal nome sconosciuto e altisonante, i pochi tesori conservati in fagotti e valigie di fibra di poche lire.

Il suo destino non era certo quello di Nuccia, conosciuta sul battello, sposatasi per procura con un giovane del suo paese che aveva deciso di sistemarsi con una conterranea di sani principi e senza troppi grilli per la testa non appena aveva laggiù raggiunto un po’ d’agiatezza con un lavoro sicuro. Quanti sogni e quanta fiducia racchiusi in quella foto minuscola e stropicciata serbata dall’altra in petto sotto la camiciola sottile fatta a mano! Sospirò piano invidiandola suo malgrado per quel sentimento d’amore che non le era ancora dato di provare, rigirandosi tra le coperte.

Si era sempre chiesta perché nei racconti degli emigrati più fortunati, quelli che poi tornano a casa per riabbracciare i propri cari col sorriso di chi ce l’ha fatta, mancassero descrizioni della traversata. Ora ne sapeva il motivo.

Non c’era nulla di fantastico o grandioso nei pochi metri di spazio assegnati ai tanti come lei, ma un senso di profonda desolazione dissimulata dalle preghiere recitate dalle donne e dai canti di calabresi, pugliesi, napoletani mormorati a mezza bocca nei dormitori di terza classe in quelle lunghe e interminabili nottate che parevano non avere mai fine. Anche lei a volte stentava, come in quel frangente, a prendere sonno, in silenziosa percezione di quell’umanità femminile sopita che con maggiore fortuna era riuscita, stringendo una medaglietta benedetta o una cosa di famiglia, ad addormentarsi.

Eppure non era la positività a difettarle.

Quel pezzetto di destino lei se l’era conquistato a caro prezzo riversando tutte le sue aspettative in un avvenire ben diverso da quello che le avevano prospettato, ne era certa. Nel suo modesto bagaglio c’era molto di più di qualche capo di vestiario o qualche oggetto caro. C’era la sua parte migliore, quella che aveva preteso, in nome del valore che sapeva di possedere, un’attenzione in più dagli eventi: una scommessa appena abbozzata, un grido di libertà e di consapevolezza pudicamente celati ma pronti a venir fuori al momento opportuno. Sarebbe diventata una bambinaia o un’operaia, o forse avrebbe alla fine ceduto alla tentazione di una comoda sistemazione da massaia, ancora non lo sapeva. Cosciente di aver voluto giocare una partita assai rischiosa ma rifiutandosi di intaccare, con altro atteggiamento, quel rispetto per se stessa conquistato barcamenandosi tra le avversità della vita con ammirevole fermezza.

Sotto il cuscino informe della cuccetta cercò febbrile un sacchetto odoroso di spigo, uno di quelli mescolati da sua madre alla biancheria, stesa ad asciugare nelle giornate di sole e vento sull’ erba verdissima e ripiegata ancora fragrante di aria e di natura sino al prossimo uso. Pensò alla serica delicatezza dei fiori del suo terrazzo augurandosi che sopravvivessero al lungo e deliberato abbandono grazie alle cure sollecite della  vicina di casa e allo scialle ricamato di seta di S. Leucio, ricordo di sua madre, riposto con cura tra le sue cose più preziose. Aveva deciso di drappeggiarselo sulle spalle il primo giorno che fosse sbarcata in quel porto straniero avamposto della sua nuova vita. Sentiva che le avrebbe portato fortuna, impregnato com’era della dolcezza dei suoi giorni migliori e della sua storia familiare.

Desiderò di poter camminare anche per pochi istanti su uno dei ponti superiori alla luce della luna e con la brezza marina dispettosamente intenta a scompigliarle la crocchia di capelli castani accuratamente composta e a intrecciare i fili della frangia dello scialle di pesante lana marrone che la difendeva dalla nebbia e dai rigori climatici della stagione, ma decise di aspettare l’indomani. Preferiva non abbandonare il dormitorio femminile in piena notte senza compagnia e quel coraggio che l’aveva fortemente connotata negli ultimi mesi stava iniziando a scarseggiare dopo le dure prove di quell’interminabile viaggio. Con uno sforzo di volontà aveva deciso di accantonarlo tutto per ciò che, l’aveva appreso a bordo dai racconti di altre donne che “sapevano”, l’attendeva di lì a presso, una volta sbarcata documenti alla mano ad Ellis Island; stringendo ancora una volta i denti di fronte a quel nuovo ed esoso prezzo da pagare per giorni a venire migliori dopo notti faticose punteggiate di stelle minuscole e lontane, talvolta troppo difficili da scorgere.

Con delicatezza fece un altro piccolo nodo, il nono, lungo il sottile cordone di cotone del sacchetto di spigo marcando, con quel gesto quotidiano, il tempo per accorciare, se possibile, i tanti istanti che ancora la separavano da quel nuovo sentiero già profilato all’orizzonte.

Socchiudendo gli occhi desiderosi di riposo si abbandonò al beccheggio appena accennato della nave seguendo l’onda dei respiri ora lievi ora pesanti delle sue compagne. Sapeva che cedendo alla stanchezza sarebbe andata incontro a un continuo di immagini vivide e poi sfocate, di pensieri compiuti o appena delineati, di realtà e fantasia, consapevole tuttavia che ciò ora le avrebbe dato meno turbamento.

Sulla folla impazzita dei tanti perché avrebbe prevalso la sua coscienza avvolta da un delicato e beneaugurante profumo di lavanda libera alla fine dai chiaroscuri complicatissimi dei “se” e dei “ma”.

Di questo si sarebbe d’ora in avanti armata, questo a figli e nipoti avrebbe tramandato, giurò.

Comare Tonia finì di sgranare il rosario baciandone con antica abitudine la croce benedetta prima di metterlo via. Poi sbirciò la ragazza finalmente addormentata conscia di quanta forza si celasse in quell’esile  corpo fortificato e abbellito prematuramente dal dolore. Chissà quanto ancora le sarebbe toccato in sorte, immaginò pensosa. Ma ce l’avrebbe fatta, concluse, e scaramanticamente si segnò.

Per omnia sæcula sæculorum.

Amen. *

Lucia Guida

* “ Ballata di una notte di plenilunio “ in  A.A.V.V., 2010, Pensieri in Viaggio, Empoli, Ibiskos Editrice Risolo

photo by Immagini dal mondo

Viaggio

In una conversazione di qualche tempo fa mi è stato fatto notare come a volte la poesia, più della prosa, risponda all’esigenza di tirare fuori quello che continua a macerarci dentro. Ho pensato, allora, di proporvi in questo post un mio componimento in versi la cui unica pretesa è quella di ricordare una persona cara scomparsa pochi giorni fa, celebrando con lei la generosità di una precoce e mite giornata di febbraio che l’ha amorevolmente salutata nel suo ultimo giorno terreno.

Buona lettura

Viaggio 

Non è piacere

ma  amorevole nostalgia

condita, forse, con un pizzico

di malinconia piana

salutarti, oggi, in questa giornata

che è tripudio di primavera

precoce e bellissima.

Beffarda e per certi versi

irridente,

ma così speciale

nei mandorli in fiore,

nel verde minuto,tenue

e pieno di speranza

dei campi seminati a grano,

nel paesaggio cristallino degradante verso il piano.

Nitido e sincero Febbraio

generoso a offrirti doni e primizie di Natura

in quest’ultimo giorno di congedo

dagli affanni terreni.

Andata via nel giorno dell’Amore,

Carmena,

tu che hai amato un solo uomo

e non l’hai mai avuto,

vivendo con gioia e preoccupazione

riflesse la maternità

per il tramite

di figli di carne e sangue

dei tuoi fratelli e delle tue sorelle.

Un atto di clemenza estremo,

quello del Tempo degli uomini e di Dio,

farti accarezzare da raggi di sole

sorprendentemente  

tiepidi, avvolgenti,

nel giorno del compleanno

di tua madre.

Appena un attimo prima

del gelo eterno,

infinito;

lasciandoci qui, stupiti e inteneriti

dal ricordo dolente e pacato

di questo bel pomeriggio

di sole invernale.

Lucia Guida

“Paesaggio del Gargano”, Photo by Forum Natura Mediterraneo

La collana di conchiglie

“La collana di conchiglie” è il secondo e ultimo racconto parte, con “Un mercoledì perfetto”, del volume di A.A.V.V Il cuore delle donne, a cura di RosaAnna Pironti presentato nel mio precedente post. Racconta a voce alta i pensieri di Maria e le azioni di Romina, la sua nipotina, còlti sommessamente in un’afosa giornata estiva trascorsa in riva al mare. Entrambe le protagoniste sono impegnate a infilare gesti e riflessioni come, appunto, conchiglie assemblate con cura certosina da mani bambine in un gioco senza tempo. In quest’ottica pacata tutto, anche il più piccolo particolare, assume un senso  certo, per alcuni versi rassicurante anche se mai rinunciatario.

Buona lettura

La collana di conchiglie

Era un ciottolo di mare color ambra lambito senza sosta e con dolcezza dall’acqua cristallina di quel mare senza età. La bimba smise di dondolare il secchiello arancio posandolo sulla sabbia umida della battigia e si chinò a raccoglierlo. Venato d’iridescente com’era a lei sembrava quasi magico. Il sasso fu scelto finendo  assieme a conchiglie di varia dimensione e foggia, rametti di legno contorti e bizzarri, fili d’alga avvolti da un velo di sabbia e acqua marina in quell’accogliente scrigno ambulante. Un ricco bottino di cui andare fiera una volta a casa, a testimonianza di una giornata proficua tra la brezza fresca e salmastra e ombrelloni azzurri sventolanti e ombrosi.

Maria sollevò lo sguardo dal libro seguendo indulgente le gesta della bimba concentrata in quel lavoro certosino.

“ Amare un nipote è amare un figlio proprio “ si disse. Quella piccola, figlia di sua sorella, arrivata d’ottobre dopo un parto difficile tra mille ansie, aveva da sempre avuto un posto speciale nel suo cuore. Manifestato con le tante piccole attenzioni con cui amava circondarla: un gioco, un libro a colori, una collanina acquistati per lei accanto al necessario per i propri ragazzi. Sospirò sommessamente. I suoi figli erano al momento lontani, in vacanza con il loro padre muniti di tutto, anche del superfluo. Consegnati a lui con un sorriso e con rigoroso senso del dovere come le toccava, ma anche con segreto rimpianto. Due settimane in cui la loro casa versava in un silenzio e un ordine innaturali non aspettando altro che di rivestirsi con il giubbino di Marta insolentemente gettato per traverso sullo schienale del divano in sala o i Topolino di Matteo disseminati dappertutto a marcare il territorio.

Quell’anno aveva avuto, durante la loro assenza, il privilegio di potersi occupare di Romina. Aveva costruito con lei castelli di sabbia abbelliti con tutto ciò che le onde avevano deciso di riportare a riva, secondo uno schema tramandato di generazione in generazione da sua madre a lei e a sua sorella, ai suoi ragazzi ed infine a quello scricciolo biondo e vivace di cinque anni. Ritrovando il gusto di narrare storie di bimbe dal nome stranamente assonante a quello della piccola tiranna, sdraiata con lei sul lettone, occhi semichiusi e capelli morbidi dall’odore di piume, prossima al sonno e decisa a sfuggirlo in ogni modo in una lotta vana dall’esito certo che culminava immancabilmente in un respiro rapido e regolare nella penombra accogliente della stanza. Erano state giornate trascorse ideando giochi nuovi per soddisfare la vanità di quella donnina attraverso monili di conchiglie infilate una ad una o di pratoline tenute insieme da sottili fili d’erba raccolte con dovizia ed entusiasmo nel parco e poi disposte ordinatamente su una panchina per poter essere intrecciate.

Erano, quelli, momenti in cui il trillo del cellulare perdeva d’importanza diventando ricordo di una quotidianità sospesa nel tempo; ricomparendo, però, in serata per riannodare i contatti con i suoi figli, impegnati in giorni di vacanza vissuti con entusiasmo in un’estate ormai agli sgoccioli che di lì a poco avrebbe ceduto il passo alla scuola, a risvegli frettolosi, al calcio ed alle lezioni di danza, a cento altri impegni programmati e altrettanti  gioie, crucci, soddisfazioni, frustrazioni  di adolescenti in crescita.

Ripensò fugacemente al periodo in cui entrambi i suoi figli, immersi nel liquido amniotico del suo grembo, avevano rappresentato per lei e per il loro padre un infinito mondo di progettualità futura, i loro guizzi di pensiero accompagnati dai movimenti lenti e regolari di quegli esserini felici di nuotare in un acquario confortevole e tiepido. C’era stato un tempo recente in cui aveva desiderato, accanto a un altro uomo di cui si era inaspettatamente innamorata, di mettere nuovamente in cantiere un’altra piccola vita. Ma il miracolo non si era compiuto. Col senno di poi era arrivata a ringraziare il destino per non averle permesso di concretizzare quel tenerissimo sogno. Chiuse gli occhi per il riverbero del sole. Ogni volta che riandava a quello che avrebbe potuto essere e che tuttavia non era stato si sentiva come una farfalla stanca di volare consapevole del lungo cammino che l’aspetta ancora.

Una manina gentile ma decisa la riportò alla realtà tirando un lembo di ciniglia azzurra del suo telo.
“ La collana, zia “.

“ Dopo pranzo, amore mio” le promise, chiudendo gli occhi al sole.

Il patio era un’oasi di frescura nel pomeriggio assolato. Di spalle alla brezza che soffiava dalla collina sul frinire delle cicale, Maria cominciò la sua opera di infilatura, costantemente monitorata dalla nipote che si trastullava con i suoi gingilli pulendoli con cura e sistemandoli per terra uno dopo l’altro come bravi soldati pronti per essere ispezionati. Una conchiglia bianca, una rigata, una bluastra; media, piccola, grande. “Questa è da scartare, non è forata a sufficienza”, le suggerì, rendendole meccanicamente quello che la bimba si era invece affrettata a porgerle.

Romina si fermò, incerta. Non sapeva come rimediare a quell’intoppo imprevisto. Ma fu solo un istante.  Con prontezza affiancò il ciottolo ambra e iridescente del mattino al guscio di madreperla scartato e tutto, finalmente, ebbe nuovamente un senso.

“Stanno bene insieme”, annunciò felice.

Poi continuò, serissima e coscienziosa, a catalogare le sue gioie.  *

Lucia Guida

* “La collana di conchiglie” in A.A.V.V., 2012, Il cuore delle donne, raccolta di racconti di autori vari a cura di RosaAnna Pironti Editore – Stampa Lulu.com 

“Bucket Brigade children on the beach” by Kay Crain