luciaguida

Au Feminin Thinking and Writing

Categoria: narrativa breve

Storie di città – Tra cielo, mare e fiume

Tratteggiare in poche righe un angolo della città in cui riesci a riconoscerti può sembrare cosa apparentemente facile ma non lo è. Non sempre. Soprattutto se la città di cui vuoi descrivere una sfumatura non ti ha vista nascere ma si è comunque premurata di accoglierti con disponibilità.
In questo breve racconto provo a parlare ancora di Pescara, mio attuale luogo di residenza. Lo faccio nell’unico modo di cui sono capace. E la mia veloce sosta sul ‘Ponte del mare’ finisce col diventare un bel pretesto per ragionare, com’è di solito per me, in punta di cuore.
Buona lettura

A presto

Lucia

Tra cielo, mare e fiume*

Sono sospesa tra cielo e fiume.

Davanti a me la città che pulsa con le sue mille contraddizioni, le sue belle vetrine e i luoghi nascosti che faticano a svelarsi a chi non ha occhi attenti per coglierli.

Alle mie spalle c’è il mare, ora colto in un momento di quiete, dall’aspetto rasserenante come i colori che a quest’ora del crepuscolo lo caratterizzano.

La brezza scompiglia i miei capelli per ricordarmi che anche in un attimo di tranquillità siamo tutti soggetti alle leggi del mondo e alle sue bizzarrie.

Sono al centro di un universo che, al momento, non ha confini se non la mia capacità di dare libero sfogo ai miei pensieri.

Eppure non ho voglia di impegnare la mia mente in cose complicate. Il mio desiderio è quello di perdere il mio sguardo in questa immensità di acqua che cerca di abbracciare il cielo.
Poggiata al parapetto con entrambi i gomiti come da bambina quando, con attenzione, cercavo di cogliere ogni sillaba delle storie narrate da mia nonna, scruto l’acqua di fiume che lentamente scorre verso il mare, riflettendo la luce e i colori di questo tramonto miracoloso, felice epilogo di una giornata di sole incastonata tra giornate di pioggia silente, rassegnata, ottobrina.

Il fiume porta con sé rami spezzati rubati alla vegetazione e alle sponde che lo contengono. Lo fa con autorevolezza e con una pacatezza disarmante per riaffermare il suo pieno diritto a esistere, sia pure tra  le mille contraddizioni e i limiti a lui imposti dall’uomo.
Si trascina verso il mare a voler sottolineare che tutto va come deve andare, portando, però, sulla sua superficie un pezzo di cielo riflesso per segnalare che una possibilità di salvezza c’è sempre, basta saperla cogliere.
Il mare è lì ad attendere l’acqua di fiume che avanza senza sosta per un ultimo  abbraccio totale, coinvolgente.

Non esisterà più differenza tra dolce e salato, colore e consistenza si uniformeranno nella buona e nella cattiva sorte in un’unica grande onda grigio-azzurra verso l’indefinito.

I passanti si avvicendano l’un l’altro per scendere o salire, incrociandosi a poca distanza dal mio punto di osservazione. Lo fanno in silenzio, solcando a passi composti questo Ponte del Mare che è punto di unione tra due rive differenti. Rappresenta con sapienza il futuro con la sua voglia di fare e le sue grandi incognite, le delusioni sottili e la sorpresa gioiosa fatta di piccoli gesti di generosità e gentilezza gratuite.
Non ci sono ombre capaci di fugare la dolcezza di questo momento di sospensione temporale.
C’è solo la consapevolezza di appartenere al qui e all’ora, con l’entusiasmo di vivere ogni singolo soffio di vita come istante irripetibile e prezioso.

Qualsiasi cosa accada.

Oggi e per sempre.

Lucia Guida

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Pescara, Ponte del mare. Foto di Guerino Di Francesco

*L’articolo originale lo trovi qui

N.B. Storie di città è un progetto di scrittura in web. Visita la pagina per saperne di più.

Nena delle torte

Una donna d’altri tempi, professionista nel mestiere più antico del mondo. Un paesino in cui tutti sono pronti a contare le foglie di ogni albero che cadono in autunno. Un destino che pare segnato sin dall’inizio. La libertà, tutta femminile, di andare comunque per le vie del mondo a testa alta. Questo e molto altro è la ‘Nena delle torte’, un mio racconto breve scritto qualche tempo fa per gli amici di LiberArti che ho il piacere di proporre anche qui da me.
Buona lettura e a presto.

Nena delle torte

La chiamavano la Nena delle torte.

Abitava in una delle ultime casupole del paese, una costruzione dal tetto basso e i muri bianchi tinti a calce come usava una volta, protetta da tegole fermate da massi di pietra, per evitare che folate gelide di vento invernale le facessero volare via come petali sfioriti di rosa canina di cui era disseminata la campagna. Viveva da sola con un gatto nero guercio dal pelo rado che amava accompagnarsi a una gatta tigrata. Di ritorno dalle loro scorribande feline era lui a entrare per primo in casa, seguito dall’altra con cipiglio sfrontato. Alla padrona di casa non restava che farli accomodare servendo gli avanzi messi da parte durante la loro assenza.
La Nena delle torte era sulla quarantina o poco più. I suoi anni li portava bene e con una certa fierezza. Del resto erano il suo biglietto da visita, la sua propaganda a buon mercato. Le procacciavano i clienti che selezionava dalla fauna maschile locale con scrupolosa severità.

Se poteva evitava quelli accompagnati. Le rovinafamiglie non le erano mai piaciute sin da quando da ragazza era stata separata dal padre, scappato via con la moglie del fabbro. Dopo aver toccato con mano l’irreversibilità della situazione sua madre era impazzita dal dolore, decidendo anch’ella di fuggire ma in modo diverso. Un giorno si era alzata all’alba e aveva pensato bene di gettarsi in un pozzo abbandonato in uno dei campi del circondario. Di lei si era persa traccia fino a quando un cacciatore non ne aveva scoperti i poveri resti allertato dal suo bracco, insolitamente agitato, che non ne voleva sapere di lasciare la circolarità muschiata di quel sepolcro improvvisato.

Il fatto che preferisse i celibi agli ammogliati non la metteva, però, al riparo dall’astio e dal rancore delle giovani compaesane, impegnate e non, che si permettevano il lusso di guardarla con scherno e alterigia se capitava che s’imbattessero in lei per le vie tortuose del borgo.

La domenica era sua usanza andare a messa con il capo coperto da un fazzoletto rosa sfumato ponendosi in fondo alla navata centrale senza avere nulla a pretendere se non quello di giovarsi della parola di Dio, lei che si sentiva a pieno titolo sua creatura, ascoltandola ai confini del mondo in atteggiamento dimesso ma non rinunciatario.
Buona parte dei roccolani la snobbava ma a lei pareva importare poco. Si difendeva dai loro pregiudizi prendendo senza batter ciglio il compenso ricevuto per i favori concessi; ricambiandolo, tuttavia, sempre con un dolce cotto nel forno a legna costruito da suo padre nel cortiletto di casa prima di lasciare lei e sua madre per la bella Faustina. In genere erano torte o crostate di frutta speziate alla cannella. Nena le impastava con una tempistica perfetta rispetto agl’impegni di lavoro presi perché potessero essere pronte per quel momento. Amava essere avvisata con un certo anticipo dai suoi aficionados per i loro rendez-vous. Quando ciò accadeva preparava e cuoceva le sue prelibatezze e poi le metteva a raffreddare sulla panchina di pietra al lato della porta d’entrata, difendendole da Guercio e dalla corte degli animali randagi del luogo con le buone e con le cattive.
Ogni donna di Rocca Pizzuta storceva il naso al profumo persistente di cannella temendo il peggio se era fidanzata o aveva qualche pensiero d’amore per la testa. Sapeva che quella sorta di alchimia speziata, che raggiungeva ogni anfratto del borgo nei momenti più impensati, avrebbe potuto toccarla da vicino segnando in qualche modo il suo destino.

Nena non voleva sistemarsi anche se quella vita condotta con indolenza e naturalità, per qualcuno amorale e riprovevole che, tuttavia, non metteva a repentaglio nessuno in maniera drastica, scandalizzava. Alle paesane non era sufficiente la sua mancanza di senso di possesso: la rifuggivano come la peste, si segnavano al suo passaggio oppure se erano accompagnate preferivano rivolgere lo sguardo all’uomo che avevano di fianco, controllando che non la cercasse con gli occhi per richieste mute ed eloquenti.

Eppure a lei la solitudine non pesava, neanche nelle notti più cupe di maestrale. Reputava di gran lunga una buona scelta quella di non legarsi a nessuno per non doversene amaramente pentire in seguito. Al bottegaio i soldi guadagnati con la sua arte non dispiacevano e al medico condotto, anzianotto, che la conosceva da bambina, non procurava fastidio che gli si rivolgesse in caso di bisogno. Delle donne non aveva una grande considerazione dal momento che due di loro avevano contribuito a segnare irrimediabilmente il suo destino. Faustina l’aveva privata a vita dell’affetto di suo padre, sparito dopo averla salutata con un bacio distratto sulla fronte di cui conservava un ricordo dolceamaro. Sua madre non si era comportata meglio, voltandole le spalle e preferendo farla finita piuttosto che convertire in energia positiva il suo dolore per crescerla e aiutarla a fronteggiare la buona e la cattiva sorte.
La sua bellezza prorompente aveva fatto il resto allontanandola dalla popolazione femminile locale. Era a quel punto che Nena, con sfida e coraggio, aveva deciso di farsi delle regole proprie.

Ci era riuscita. Un codice di comportamento che poteva, forse, non piacere ma che la metteva al riparo dalla malinconia e da molti inutili sensi di colpa.
C’erano uomini del paese che, dopo averla visitata, esibivano fieri le sue dolcezze fragranti di forno. E altrettanti che preferivano lasciarle davanti alla porta di qualche poveretto sicuro che non le disdegnasse. Alla fine c’era un margine di guadagno per tutti. E la sua dignità di donna, grazie a quel baratto lungimirante, era più che salva.
Se qualcuno avesse potuto sbirciare attraverso la vetrina della sua porta di casa, semiaperta specialmente d’estate, avrebbe assistito a una magia.
Nena amava ammassare su una tavola di legno al centro della stanza, illuminata da una lampada che pendeva dal soffitto schermata da un tondo di metallo verniciato di bianco che di sera l’avvolgeva in un confortante cono di luce.
Poneva al centro della spianatoia la farina, misurata a occhio col pugno di una mano. Seguivano lo zucchero, pesato con lo stesso sistema, il burro a pezzi, una presa di sale e bicarbonato e l’immancabile cannella. Le uova le rubava di soppiatto alle due gallinelle che allevava in un piccolo recinto dietro casa per proteggerle dalla protervia delle faine.

Quando Nena ammassava pareva una forza della natura.

Le sue braccia lavoravano gli ingredienti con vigore, forza e speranza. Ce la metteva tutta per fare in modo che la farina, refrattaria all’abbraccio di burro e uova, si amalgamasse con loro al punto giusto.

Non si fermava neanche se un soffio di vento dispettoso penetrava dalla porta e, sentendosi imprigionato, si vendicava sollevando polveri bianche di varia consistenza e sapore che lei cercava di domare e ricompattare in un composto uniforme su quella tavola antica che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna; tramandata di generazione in generazione per propiziare le qualità muliebri di famiglia.

Poteva capitare che un sottile velo di farina si poggiasse sulla credenza e sulla testata scura del letto matrimoniale, ricoprendo tutto di una patina impalpabile che se ne andava in modo definitivo soltanto dopo un’operazione di spolvero accurato. Farina e zucchero volteggiavano per la stanza con leggerezza e lei non si dispiaceva per tutto quel ben di Dio che andava irrimediabilmente perso. In quegli istanti si sentiva una sorta di magàra, di strega buona, e continuava a lavorare il composto che, quella sera, acquistava un sapore diverso, più etereo.

Come per incanto l’incontro in programma andava sempre a buon fine, lo si sarebbe quasi potuto definire un appuntamento d’amore. Il cliente apprezzava la sua pelle setosa profumata di aromi e appena zuccherina. Si divertiva a togliere dal suo corpo morbido e invitante ogni eccesso degli ingredienti di cui lo scirocco l’aveva cosparsa indugiando con la punta di un dito prima di portarsela alla bocca. Con una deferenza che lei gradiva e premiava concedendosi fino a quando lui decideva di assaporarla.

Nena poggiò sul centro di filet della madia la sua crostata, preparata per il barbiere, suo cliente abituale, che stavolta l’avrebbe raggiunta a un orario inusuale, alle prime luci dell’alba del giorno successivo.

Quella sera il Guercio e la Rossa avevano fatto ritorno da lei all’improvviso.

Lei si era sentita come una madre che accoglie il figliol prodigo e li aveva fatti subito entrare. Poi si era stretta nel suo scialletto di mussola di lana, quello usato in estate sulla biancheria intima leggera, e li aveva osservati con tenerezza dividere il loro magro pasto prima di riprendere la via verso il fulcro del paesello, il fianco scarno di lui accanto a quello sinuoso di lei.
I grilli frinivano con intenzione e lei li ascoltò per un po’, fissando la luminosità di un quarto di luna crescente attraverso una finestrella non schermata dalle persiane come di consueto.

Si sentiva libera come solo le creature abituate a sopravvivere grazie alla generosità della natura sanno essere.

Il pensiero della bella stagione che stava per finire la sfiorò appena lasciandole in corpo un retrogusto di tristezza. Si rasserenò pensando all’oro rosso della faggeta che avrebbe sostituito il verde intenso della vallata con discrezione ripromettendosi di frugare quanto prima con insistenza i cespugli di more nella boscaglia per raccoglierne i frutti maturi.
La sua ultima torta estiva andava preparata con i tesori più preziosi, fortunato l’uomo che se la sarebbe portata via con sé assieme al miele dolce della sua sensualità.
Il vento di scirocco continuò a soffiare e i rami d’acacia a muoversi contro il buio per aiutarlo a stemperare la luce del lampione di strada, mentre gli ultimi sentori di cannella si spandevano impudentemente per quel pugno di case in collina.
Nena sapeva che quel vento carezzevole avrebbe portato la pioggia e giornate grigie dall’andamento lento ma decise di concentrarsi su quell’istante magico e sulla sensazione perfetta di essere stata vestita dal destino con un abito difficile da indossare che, tuttavia, le andava a pennello. Mentre continuava a stupirsi dell’aria tiepida e della notte chiara e calma, stanca ma appagata dalla giornata appena trascorsa, quella notte stabilì di concedersi a Morfeo senza troppe storie e con un sorriso, sicura del fatto che lui, da gran signore qual era, non ne avrebbe approfittato.

 

Lucia Guida

 

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ph. credit: valbrembanaweb.com

 

 

#IoScrivoPerVoi

Cari amici virtuali e non, un piccolo gesto credo possa far molto per i territori colpiti dal sisma nei giorni scorsi.
Con la supervisione di Andrea Franco, scrittore ed editor, nascerà a breve un’antologia di racconti in e-book intitolata #ioscrivopervoi i cui proventi verranno interamente devoluti alle popolazioni dei comuni interessati.
Tra i tanti contributi ci sarà anche il mio.
Vi linko la pagina che potrete trovare su Facebook perché possiate darle un’occhiata, ‘mipiaciarla’, se siete utenti di questo social network aiutandola a crescere e, magari, comperare una copia quando l’opera sarà pronta.
All’iniziativa partecipa anche DestinazioneLibri (www.destinazionelibri.com).
Gli autori che avessero intenzione di inviare le loro opere (il loro racconto, unitamente ad una breve biografia) possono farlo fino a lunedì 29 agosto 2016, a seguenti indirizzi di posta elettronica: destinazionelibri@virgilio.it oppure a francoservizieditoriali@gmail.com.
Un abbraccio e un grazie di cuore a tutti coloro che aderiranno.

Lucia

 

io scrivo

#IoScrivoPerVoi è qui su Facebook

 

The Jazz Singer

Assistere a un concerto jazz della mia città e poi, partendo da suggestioni ed evocazioni melodiche, scrivere un racconto breve come il tempo di un respiro.

Buona lettura

 

A presto

 

 

The Jazz Singer

 

Katarzyna finì di truccarsi con cura alla smokey eyes.

Si ripeté che in quel camerino d’epoca, dalle pareti scrostate in più punti, era passato il gotha della musica contemporanea quasi a riconciliarsi con un presente che non la faceva star bene. Un orologio da muro profilato d’acciaio con il quadrante ingiallito scandiva il tempo, rassicurandola sulla possibilità di avere ancora tre quarti d’ora a disposizione prima della sua performance

 

Someday he’ll come along, The man I love
And he’ll be big and strong, The man I love
And when he comes my way
I’ll do my best to make him stay

 

A fine opera tornò a scrutarsi con occhi brillanti, appena velati, accendendosi tremante una sigaretta, mentre lo specchio le rimandava l’immagine di una donna dall’incarnato pallido, cosparso di efelidi leggere. Suo malgrado fu colpita dalla sua magrezza, evidenziata dalle spalline sottili nere della parigina che indossava. Il seno, piccolo e sodo, si intravedeva appena sotto la stoffa dell’indumento leggero. Si ripromise di indossare un reggiseno un po’ più voluminoso, pensando contestualmente a Michele e alla sua voglia di prenderla in giro prima di fare l’amore per quel petto da adolescente acerba da lei esibito senza veli con ingenua e sensuale presunzione in camera da letto.

Michele era il suo amore presente. Quello stesso Michele che l’aveva presa per mano soltanto un paio di mesi fa alla festa seguita a una esibizione dell’ensemble di cui faceva parte come vocalist, per portarla in fretta in una camera d’albergo di periferia prendendola con smania rabbiosa fino all’alba. Pretendendo da lei resa incondizionata e poi, nei giorni a seguire, addirittura amore. E lei glieli aveva elargiti entrambi a piene mani con imprudente leggerezza, concedendosi un’ombra di pentimento al pensiero degli impegni emotivo-sentimentali che lui aveva già: una compagna stretta a sé da un sodalizio affettivo-sentimental-professionale da cui difficilmente si sarebbe liberato. Ma, poi, lui ne aveva davvero voglia? Lei non avrebbe saputo dirlo, né avrebbe trovato coraggio sufficiente per chiederglielo negli attimi a lei concessi rubati alle sue tournée e alla sua vita di musicista famoso.

He’ll look at me and smile, I’ll understand
Then in a little while, He’ll take my hand
And though it seems absurd
I know we both won’t say a word

Schiacciando con mano tremante quello che restava di una sigaretta fumata con avidità in un portacenere sbreccato, abbandonato sulla toeletta da chissà chi, decise di alleggerire con un pennellino sottile il trucco agli occhi. A un certo punto le era parso troppo pesante e carico, conferendole un’aria drammatica da Pierrette che aveva voglia di dissimulare in qualche modo. Poi controllò febbrile il display del cellulare tenuto a soneria bassa tra i trucchi sparsi assieme a campioncini di creme per il viso e profumi griffati. Chiudendo gli occhi risentì la fragranza del dopobarba di lui mista al suo odore di uomo che non aveva avuto il coraggio di spazzar via con un colpo netto sotto la doccia, limitandosi a rivestirsi silenziosamente, facendo attenzione a non svegliarlo e godendo del suo viso appena scurito da un’ombra di barba, prima di infilare come una ladra la porta della camera d’albergo e andare via. Non le era dispiaciuto di trovarsi finalmente all’aperto in quel pomeriggio di primavera che era trionfo di aria leggera e colori brillanti per tutti ma non per lei, prima di incamminarsi a passo lento, quasi dolente, verso l’ingresso posteriore del teatro in cui quella sera si sarebbe esibita. Sperava di incrociarne la presenza, anche soltanto lo sguardo durante lo spettacolo. Avrebbe cantato per lui e lui solo, immolandosi sotto i riflettori per un uomo che la straziava dentro con un amore che era sofferenza pura di cui, paradossalmente, non riusciva a fare a meno.

Cantava sempre per Michele, con la disperazione e la consapevolezza che quel sentimento che le bruciava dentro era destinato ad affievolirsi nel momento in cui la noia avesse preso in Michele il posto della grandeur della novità iniziale. Si sentì vacillare ma attribuì la debolezza e la stanchezza che l’avevano assalita a quelle scarpe altissime che la costringevano ad avanzare in equilibrio precario e che lei aveva indossato per darsi un tono.

Tamponandosi il viso truccato in modo impeccabile decise di cingersi il collo con una sciarpa lunga di seta scarlatta per mascherare l’irruenza del suo amante e, forse, per nascondere a se stessa la pena di quell’amore che non riusciva a mandare via. Poi si pettinò lentamente, con cura, continuando a esaminarsi con occhio critico alla ricerca di una perfezione esteriore che non riusciva a percepire anche dentro di sé. I capelli a caschetto riacquistarono volume e uniformità sotto la sua mano attenta pronta a rimodellare qualsiasi loro intemperanza.  Si alzò dalla toeletta soltanto quando l’immagine che si era prefissa di raggiungere e quella che vedeva davanti a sé combaciarono in modo accettabile. Un goccio di vino rosso versato in un bicchiere appannato dal suo respiro fece il resto.

 

Sul palco gli altri erano già disposti come sempre, in sua attesa paziente e indulgente. Le volevano bene, lei lo sapeva, e questo pensiero aveva il potere di riscaldarle cuore e mente come ore di passione sfrenata, coinvolgente, ricercata non erano più in grado di fare. Katarzyna sorrise ma non con gli occhi, non ne aveva più la forza, prima di prendere slancio e raggiungerli. Era pur sempre una professionista e lo show doveva iniziare senza intralci ed eccessiva emotività.

Maybe I shall meet him Sunday,
Maybe Monday, maybe not
Still I’m sure to meet him one day
Maybe Tuesday will be my good news day

Il pubblico rumoreggiava con discrezione attendendo con calma che i teli rosso cupo del sipario fossero tratti da parte, alternando brandelli di conversazione reale a frasi smozzicate pronunciate virtualmente al cellulare. Assieme ai suoi compagni lei aspettò paziente che la platea si riempisse a dovere per permettere a una mano invisibile di aprire le scene dando inizio al concerto di musica jazz.

He’ll build a little home, That’s meant for two
From which I’ll never roam, Who would, would you

 

Katarzyna scostò per l’ultima volta un lembo della stoffa polverosa che la separava dagli spettatori e il suo cuore perse un battito mentre avvertiva con desolante chiarezza la presenza di due persone, una a lei nota accanto a un’altra a presidio e testimonianza inconfutabile della sua sconfitta palese, tra le prime file di quel teatro di provincia in cui lei aveva accettato di ritornare per un gesto di scaramanzia di cui si era già pentita. Sentì con urgenza il bisogno di bere un altro sorso di vino e maledisse la sua poca lungimiranza per aver lasciato in camerino la costosa bottiglia d’annata di Montepulciano, dono di un suo fan, stappata d’impulso in quel pomeriggio di malinconia per stemperare l’ansia che l’aveva assalita all’idea della fatica fisica e mentale che l’attendeva.

Nulla di nuovo sotto il suo personale cielo oltre a quella ferita che non aveva la forza necessaria di richiudere una volta per sempre con la perizia e l’asetticità di un chirurgo abile a fare a quel lavoro da una vita.

Guardandosi in uno specchio rimediatole da qualcuno all’ultimo momento si appuntò tra i capelli una gardenia bianca attenta a non toccarla troppo per non farla sfiorire prima del tempo, spianando le labbra generose e scarlatte in un sorriso prevedibile, volutamente ostentato. Poi fece un cenno col capo al pianista, comunicandogli di essere pronta. La musica avrebbe fatto il resto, contribuendo ad anestetizzare quello che rimaneva della sua tristezza, aiutandola a pagare un tributo dal prezzo esoso che sarebbe, comunque, stato apprezzato e consacrato da applausi genuini, quelli della gente che era lì per ascoltare lei e il suo ensemble.

And so all else above

I’m dreaming of the man I love

Il silenzio calò in sala nell’attimo in cui il precario ondeggio delle quinte trovò compiutezza nella loro apertura lenta, dissimulata. Molti decisero di immortalare in foto estemporanee di tablet e cellulari il prologo di quel concerto con i suoi protagonisti, stagliati contro lo sfondo minimal del palcoscenico come statue di marmo in un giardino antico pronte ad animarsi e prender vita al minimo cenno.

Nessuno pensò al mondo di fragilità ben nascosto in quella figura di donna esile, vestita di nero mitigato da una sciarpa coloratissima avvolta attorno al collo sottile e una gardenia bianca appuntata tra i capelli corti e lucenti, desiderosa di dare il meglio di sé.

A lei non rimase che stare al gioco e accontentarli.

Decise di dedicare la propria ammissione di impotenza a un destino che aveva bisogno di andare avanti senza che qualcuno potesse fermarlo con una semplice alzata di mano.

Poi sorrise all’immagine lontana e sfocata di Billie Holiday e iniziò a cantare.

 

Lucia Guida

 

                                                                                             20_vettriano

‘Only the Deepest Red’, Jack Vettriano

Racconto di Natale

Un piccolo cadeau di Natale per tutti i naviganti che passano di qui.
Un racconto scritto tempo fa in punta di penna e di cuore.

Buona lettura e Buone Feste a tutti

A presto

 

Racconto di Natale

– Signor Enio, tu sveglia per favore … – Scuotendolo gentilmente ma con decisione Lupe lo spinse ad aprire finalmente gli occhi nella luce soffusa di quel soggiorno minimal chic giocato tutto sui toni del bianco e del nero. Lui si passò stanco una mano sul volto mettendo la donna a fuoco. Lupe gli sorrise tirando in silenzio un sospiro di sollievo; quello di chi, in una giornata speciale come la vigilia di Natale, non vede l’ora di poter tornare ai propri affetti. Rapidamente lo ragguagliò su quanto aveva per lui predisposto: aveva riempito il frigo in previsione degli imminenti giorni di festa e cucinato qualcosa che ora lo aspettava in caldo nel forno. Riordinato accuratamente la casa per intero. Portati in lavanderia abiti e biancheria da rinfrescare; riposto nei cassetti cambi e indumenti puliti. Dato acqua alle piante in veranda.  Ritirata la posta in portineria. Tutto questo mentre lui aveva innaturalmente continuato a sonnecchiare stravaccato sul divano, la TV accesa di sottofondo da chissà quanto tempo. La ringraziò con un sorriso appena accennato porgendole una busta. Lupe si inchinò contenta e, stringendosi nel piumino rosa, afferrò la borsetta chiudendosi piano la porta di casa alle spalle. Adesso poteva ben definirsi solo. Sentì la gola bruciargli innaturalmente, tormentato dal cerchio alla testa a testimonianza di parecchie ore trascorse a ingurgitare brandy di primissima scelta invecchiato a lungo in botti di rovere. Si alzò con difficoltà, portò in cucina quel che era rimasto in un bicchiere svuotandolo nel lavello mentre provava per se stesso compassione mista a insofferenza.     Cinquantadue    anni ben   portati,  fisico asciutto e longilineo, capelli brizzolati. Il prototipo dell’uomo di successo, realizzato e rampante. Arrivato. A un traguardo a oggi percepito come terra desolata, infinitamente triste. C’era stato un tempo in cui con orgoglio aveva pensato a quello che era riuscito, con abili colpi di mano, a evitare: le responsabilità di una famiglia, un amore di donna certo e sicuro. Un’esistenza scandita da quotidianità giudicata banale e indegna della sua intelligenza, della sua sete di vivere. Avere una figlia di venticinque anni e non sapere niente di lei: il colore degli occhi, il tipo di camminata, i suoi gusti a tavola. A un certo punto, però, la vita gli aveva presentato il conto per il tramite di Elle. Lei lo aveva stregato facendolo, nell’arco di pochissimo tempo, innamorare follemente. E lui le aveva ceduto mettendosi finalmente in gioco come uomo.  A chi gli aveva chiesto una volta quante donne potesse aver conosciuto e portato a letto, aveva con noncuranza risposto “Mai  quante ne avrei volute“, continuando a nuotare a pelo d’acqua con disinvoltura senza timore di andare a fondo. Ma quell’ immortalità sentimentale guadagnata con sfrontatezza si era sciolta come neve al sole davanti a Elle rendendolo vulnerabile, umano. Pronto a bruciarsi le ali svolazzando come una falena attratta da un lampione luminoso. Poi era successo che lei era sparita dall’oggi al domani senza una spiegazione. Dileguandosi in fretta così come era comparsa. Portandolo allo stremo, lui che si era sempre fatto beffe della sofferenza amorosa altrui. Ed eccolo lì, con un retrogusto amaro in bocca, a osservare da mero spettatore la vita da lontano, attraverso l’immensa vetrata del suo bell’appartamento in centro. All’improvviso si sentì soffocare. Aveva bisogno di aria fresca e di sgranchirsi le gambe. In pochi minuti fu all’aperto tra i passanti dediti alle ultime spese e il traffico impazzito delle serate di festa, sospinto suo malgrado dal vortice concitato di chi aveva qualcosa o qualcuno a cui tornare. Fu con autentica sorpresa che sentì un passante aggrapparsi al suo braccio destro e dopo alcuni istanti accasciarsi davanti a lui. Era una lei. Giovanissima e avvolta in un vivacissimo poncho di lana lavorato a mano,  caduta letteralmente ai suoi piedi con la lievità di un mucchio di foglie autunnali sparpagliate da un’improvvisa folata di vento.

– Aiutami … – farfugliò poi, prima di perdere del tutto i sensi tra le sue braccia lasciandolo attonito. Facendosi strada tra la moltitudine vociante e festosa la depose all’interno di un taxi preso al volo notando finalmente come fosse incinta e, per quello che poteva capirne, giunta al termine della gravidanza.

– Ci porti all’ospedale più vicino – intimò concitato all’autista che partì sgommando sorridendo al tono di quel neo papà impacciato, non più giovanissimo e tuttavia in ansia come miliardi di padri prima di lui per la nascita di suo figlio.

– Coraggio – commentò il tassista frenando delicatamente davanti alla porta del Pronto Soccorso – Ormai il più è fatto. La corsa è omaggio. Il mio regalo di Natale per lei e sua moglie – concluse prima di volatilizzarsi nel flusso incessante degli autoveicoli in spasmodica corsa verso casa. Enio sedette sfinito sulla panca del reparto maternità, incurante dei commenti altrui sull’afasia che sembrava averlo colpito. La sua compagna, invece si che aveva ben saputo far fronte a quanto richiestole, partorendo in quattro e quattr’otto una bellissima neonata dagli enormi  occhi scuri.

Gliel’avevano messa tra le braccia senza troppe cerimonie, accompagnandolo nella camerata in cui la madre riposava. E a lui, incredulo, non era rimasto che continuare a stare al gioco deponendola nella culletta al lato della sconosciuta. Quando questa si era finalmente svegliata l’aveva salutato con un semplice ciao accompagnato da un sorriso di scusa e di ringraziamento prima che la piccola reclamasse da loro nuova attenzione, attirando i loro sguardi verso di sé. Lui si era girato verso la finestra con occhi stranamente liquidi e aveva pensato a quella figlia che non aveva voluto e che pure era nata e viveva in chissà quale parte del mondo. Poi era tornato in sé.

– Devo andare – aveva detto a entrambe brusco.

Voltandosi aveva, però, aggiunto a voce bassa “Torno domani a trovarvi”. Lei gli aveva sorriso con naturalezza e aveva annuito.

Si era allontanato in corridoio accompagnato da quel pianto di bimba affamata di latte e calore materno sentendosi stranamente leggero.

Mezzanotte passata e già Natale.

Con forza aveva inspirato e, a passo svelto e deciso, si era incamminato nella notte verso casa.

 

Lucia Guida

 

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photo credits: diarionordico.com

Il giardino di Marinella

A volte basta poco per sentirsi partecipi della Natura. Per Marinella possedere la sua essenza attraverso i fiori del suo giardino.
Un racconto breve che parla della diversità in termini reali e autentici di valore aggiunto.
Buona lettura

A presto

 

Il giardino di Marinella

Marinella coglie un fiore e poi lo annusa; è un narciso selvatico, piccolo e delicato. In paese è usanza andare a coglierli nel bosco a Pasquetta, a frotte, per venderli agli angoli di strada a qualche forestiero arrivato lì per caso, in transito prima di raggiungere il borgo del frate cappuccino santo.

Lei non ha mai fatto parte del gruppo di ragazzotti schiamazzanti che, a piedi, s’inerpicano per la montagna, violando pascoli centenari alla ricerca dei sucamele, fiori che, a reciderne la corolla di netto, lasciano colare in bocca stille dolcissime di nettare divino. A Marinella non piace condannarli a morte repentina; preferisce coglierli con garbo nel terreno incolto della Forestale e poi metterli ordinatamente in una vecchia brocca a occhieggiare in cucina o nel tinello perché possano spandere la loro fragranza dolce per l’aria circostante.

In quella brocca antica, piena di crepe, in cui due contadinelle si contendono la scena, coi i loro canestri e i loro sorrisi persi in chissà quale universo lontano, trovano posto fiori d’ogni tipo a seconda della stagione. Le più penalizzate sono certamente le orchidee selvatiche, meraviglie della natura in miniatura. Tentano disperatamente di mantenersi a galla, annaspando tra fiori di campo forse meno rari ma di sicuro più sfrontati, in grado di sovrastarle. Il gambo esile non permette loro di emergere e questi fiori così esotici, per uno scherzo della natura sbocciati sulla terra arida di montagne avare, devono davvero a caro prezzo contendersi l’attenzione dei visitatori di quella casetta arrampicata, come tutto il resto intorno, sulla fiancata della roccia.

La primavera è anche il tempo degli iris azzurri e gialli dai petali setosi. Un delitto accarezzarli troppo. Si rischia di infastidirli e di condannarli a un veloce oblio. Marinella si è chiesta più volte se sia davvero il caso di cogliere tutta quest’opulenza fiorita o se, invece, sia preferibile lasciarla a dimora nella terra umida e bruna quando è la pioggia a irrigarla e a renderla soffice al passo.  Ne ha concluso che, forse, ai fiori piace essere coccolati dal suo sguardo amorevole piuttosto che affievolirsi lentamente sotto aria, sole, vento implacabili e rudi come i luoghi che li accolgono.

Un altro fiore che adora è il croco, violetto col suo cuore di fuoco. E’ una gioia leggera vederlo spuntare dal terreno ancora ricoperto di neve. Segna con brio e un pizzico di voluttà il passaggio dall’attimo di transizione invernale, fatto di silenzio, uniformità e riflessione, a quello di ripresa lenta ma efficace verso la bella stagione, i giorni luminosi e l’aria più mite. Il croco ha vita brevissima che lei cerca di procrastinare poggiandolo, appena divelto con amorevolezza, sul palmo di una mano. Poi lo lascia navigare sulla superficie ridotta di una tazza da tè scompagnata, poggiata sul comò della sua camera da ragazza di un tempo, tra una spazzola dall’impugnatura di osso, una boccetta di profumo con lo spruzzatore a pompetta e una madonnina sottile vestita di azzurro dallo sguardo mesto rivolto verso il basso.

Marinella non ama discriminare i suoi fiori.

Anche un comune bocciolo di tarassaco o un anemone selvatico giallo o celestino possono entrare a far parte dei suoi ricchi bottini floreali colorando le stanze della sua quotidianità. A volte il suo entusiasmo si manifesta colmando di natura odorosa anche le tasche del grembiulone confezionatole da sua madre, ora informe e di uno sbiadito rosa, sempre pronto a coprire la maglietta e la gonna regolamentari che le fanno assumere l’aria un po’ buffa e fané di una bimba d’epoca camuffata da donna, i capelli castani inframezzati da fili argentati e tagliati corti, alla spalla, lisci come fili d’erba in attesa di essere piegati da un refolo di vento indulgente.

Il grembiule le serve per non sporcarsi di terra, cosa che capita in realtà assai di rado; procurandole, per contro, la soddisfazione di sapere sempre di aria buona e pulita, di campagna e di sole, fiore tra i fiori ricercati con certosina pazienza e poi collezionati in ogni contenitore possano essere infilati. Rimpiazzati di continuo, al minimo segno di tempo che scorre, da altra natura fresca, viva, vitale. Come la luce che le fluisce dallo sguardo color ambra, da tigre ridotta in cattività e tuttavia mai irreggimentata in uno stile di vita scontato: quello dei clienti dell’unico bar del borgo, attratti lì dalla frescura estiva ma pronti a ripartire alle prime foglie d’autunno, al vento implacabile e alle rigide temperature invernali.

Qualcuno sorride nel vederla passare ma soltanto perché vuol vedere ciò che ha deciso di vedere. A lui Marinella non regalerà mai un fiore, né prenderà con impeto la mano per chiedergli silenziosamente di accarezzare una corolla di velluto dal mazzolino che conserva gelosa in tasca. I suoi pensieri migliori, le sue primizie in fiore sono tutte per la bimba che le ha offerto una caramella all’anice, succosa e dolcissima, e che non ha avuto paura di cogliere il suo invito muto per affondare la manina nei tesori frutto del suo duro lavoro di raccolta giornaliera.

Oggi il cielo è grigio e l’aria sa di pioggia.

Marinella guarda seria il paesaggio uniforme che ha davanti ma non è triste al pensiero che dovrà fare a meno della sua passeggiata nei campi perché sua madre non vuole che si bagni, potrebbe anche ammalarsi. Sa che nella sua vita ci saranno tante altre giornate colorate di vento e di sole nell’aria frizzantina di aprile. Tanto le basta.

Sorride piano mentre accudisce tenera i fiori colti il giorno prima. Sa che il suo amore e un po’ d’acqua fresca faranno il resto, aiutandoli a sopravvivere e a farle da contrappunto per un altro po’. Fino al prossimo volo nella natura, fino al prossimo amorevole e paziente viaggio.

Poi guarda con stupore rinnovato le gocce argentine di pioggia che rigano i vetri, battendo sulle tegole del tetto per tenerle compagnia come amiche sincere, presenti al bisogno ma pronte ad andar via alla prima schiarita, ritmando la sua felicità dell’oggi con semplicità e sincerità.

Lucia Guida

 

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Silvia Martignago, ‘Fiori selvatici’

Briciole di precaria e ordinaria felicità

Un lavoro che sfuma via e un figlio inatteso che preme per nascere sono le novità piombate all’improvviso nella routine di Giulio e Maura, sconvolgendo la loro vita di coppia consolidata. Dopo un periodo di comprensibile disorientamento entrambi sapranno trasformare questo terremoto esistenziale in una concreta opportunità di crescita. Assieme a una felicità da centellinare poco a poco e, forse, per questo, molto più intensa da assaporare.

Buona lettura e buon ferragosto

A presto

Briciole di precaria e ordinaria felicità

Giulio respirò a fondo nell’aria frizzantina di primo mattino guardando gli altri pendolari sparpagliati sotto la pensilina che li accoglieva. Incrociare ogni giorno le loro occhiate, durante l’attesa di quella corsa bis extraurbana che li avrebbe portati al lavoro, lo faceva sentire stranamente in compagnia e pervaso da una forza maggiore.

Immerso in una sorta di amarcord dal sapore agrodolce rammentò come appena un anno fa avesse concesso un’attenzione davvero marginale alle indiscrezioni delle segretarie di direzione, tiratissime in pausa caffè, su possibili tagli in ditta. Una trascuratezza, la sua, ampiamente giustificata dalla notizia di un figlio in arrivo.

Maura, la sua compagna, gli aveva detto del lieto evento una sera come tante mentre erano davanti alla portafinestra della loro mansarda, aperta su un cielo illuminato da una luna ruffiana che gli era rimasta impressa dentro. Prima di sussurrargli la novità con voce sbarazzina l’aveva guardato con occhi brillanti ma ciò non aveva impedito che gli mancasse un battito. Scoprire che a breve sarebbe diventato padre, prospettiva sino a quell’istante considerata  piuttosto remota, l’aveva del tutto e irrimediabilmente spiazzato. Stretto a lei aveva contrabbandato vigliaccamente lo smarrimento della propria voce per genuina commozione passando il resto della notte ad ascoltare il respiro regolare della sua donna, già madre conclamata di quel bimbo in viaggio, per lui, invece, immagine ancora così indefinita.

Poi le cose erano precipitate in un attimo.

La sua azienda, apparentemente in ottima salute, si era decisa a delocalizzare, trasferendo la produzione oltremare e smantellando anche gli uffici amministrativi in cui Giulio lavorava dai tempi del diploma. L’aveva riferito di getto a Maura non appena aveva saputo, interrompendola nella vivace descrizione del suo primo sopralluogo in un negozio di articoli di prima infanzia. Lei aveva socchiuso gli occhi, come per proteggerli da una folata traditrice di vento, poi li aveva riaperti sorridendogli incoraggiante. Quella notte avevano fatto l’amore con fantasia e generosità, lo sguardo dell’una avvinghiato a quello dell’altro come ai primi tempi della loro storia. Addormentandosi quasi all’unisono, stremati dalla passione.

L’ultimo mese di lavoro di Giulio era passato in fretta ed erano arrivati alla prima ecografia del bambino. Vedere quel puntino luminoso pulsare già con tanta vitalità gli aveva fatto lo stesso effetto di un giro sulle montagne russe da ragazzo. Aveva ascoltato con attenzione le parole dell’ecografista prestandosi, più tardi, a casa dei genitori di lei, agli sguardi emozionati e alle congratulazioni di tutti, alle pacche di approvazione di suo cognato e alla pianificazione complice del loro matrimonio da parte delle donne di famiglia. Rientrato a casa aveva deciso di concedersi in solitudine l’ultima sigaretta della giornata sul minuscolo terrazzo, incurante del freddo penetrante di quella città di mare così umida e gelida d’inverno.

«Ce la faremo», erano state le uniche parole di lei prima di abbracciarlo e baciarlo su una guancia, piombando poi velocemente nel sonno e lasciandolo ai suoi tanti pensieri.

Il pomeriggio successivo l’aveva trovata a contemplare assorta la sottile striscia di mare grigiazzurro dalla finestra.

«Tutto bene?». Alla sua voce lei era trasalita come una bimba nel pieno di una marachella, annuendo subito dopo con un sorriso senza guardarlo. A poca distanza, in uno scatolone, c’era un bel po’ di roba che aveva tutta l’aria di essere stata cestinata da poco. Maura l’aveva trascinato sul divano chiedendogli con nonchalance di quel rientro anticipato. Si era stretto nelle spalle e aveva risposto che oramai in ufficio non c’era più molto da fare. Allora lei l’aveva finalmente fissato, gli occhi castani appena coperti da un velo in cui lui era riuscito a scorgere fragilità e forza assieme che gli avevano smosso qualcosa dentro. Con tono allegro le aveva proposto una camminata sulla battigia, il viso di entrambi sferzato dalla brezza marina, avvolti dal calore mite dei raggi di sole di novembre.

A casa, mentre lei era sotto la doccia, si era ricordato del cestino cedendo alla tentazione di ispezionarlo velocemente, scoprendovi, accartocciati, campioni di partecipazioni nuziali, un menu del ristorante in cui l’aveva portata al loro primo appuntamento e il modello di un abito da sposa molto romantico che aveva tutta l’aria di essere troppo costoso. Mentre cenavano davanti alla TV, dividendosi tranci di pizza e facendo zapping tra un telefilm e un talk show, lei aveva ricevuto la telefonata di sua madre e, con una smorfia, s’era portata in bagno il cordless per risponderle. In principio lui l’aveva sentita discutere a lungo con foga; poi, silenzio assoluto. Con occhi fiammeggianti e appena un cenno di insofferenza   gli si era nuovamente accoccolata accanto e lui aveva, per quella sera, deciso di glissare sui tanti perché che gli ronzavano dentro, simulando un’indifferenza che non provava e che gli aveva lasciato in bocca un retrogusto fatto d’inquietudine.

L’indomani a pranzo sua suocera l’aveva squadrato in tralice ma non aveva osato dire nulla. Ci aveva pensato suo cognato a illuminarlo col suo solito fare sbrigativo e schietto.

«Allora, un brindisi al Caffé Excelsior e una cerimonia in Comune per pochi intimi mi pare ‘na figata …», aveva esordito tra un caffè e una sigaretta in punta di dita.

«… e chi se lo dimentica il nostro pranzo di nozze, cinque ore di durata, scambio di convenevoli e danze incluse. ‘Na maratona»

Giulio l’aveva ascoltato con ostentata noncuranza senza tentare di replicare, decidendo di stare al gioco.

«Cosa confabulate voi due?» aveva voluto sapere Maura, intromettendosi; e, senza attendere risposta, l’aveva preso per mano e portato via con sé.

In auto lui aveva ripreso l’argomento mentre lei si osservava critica in uno specchio da borsetta.

«Allora, pare che ci sposiamo in Comune e non più in chiesa».

Lei aveva richiuso di scatto lo specchietto.

«Geniale, vero? Pensa a quanto stress ci eviteremo».

«E tua madre che ne dice?» l’aveva solleticata lui con una punta di malizia.

«… proprio nulla. E’ il nostro matrimonio o sbaglio? »

Lui aveva silenziosamente annuito. A quanto pareva la decisione era stata presa e, a mente fredda, gli pareva l’unica possibile, viste le circostanze. Un neonato in viaggio e il lavoro part-time di lei, al momento loro unica fonte di sussistenza, non erano uno scherzo. Quella notte, tuttavia, l’aveva sentita agitarsi parecchio, trattenendosi a stento dallo svegliarla per riportarla a una realtà più benevola. A un certo punto gli era addirittura parso di sentire mormorare il proprio nome e ciò gli aveva procurato una botta d’insonnia senza precedenti che l’aveva condotto insofferente alle prime luci dell’alba. Aiutandolo, tuttavia, a partorire un’idea nuova.

«Buondì!»

Maura aveva atteso pazientemente che lui aprisse gli occhi. Quel giorno per lei c’era l’allettante prospettiva di una mattinata libera con riapertura nel pomeriggio della caffetteria in cui lavorava. Per lui, invece, tanta libertà era conquista amara e recente a seguito della perdita del lavoro. Con dolcezza gli aveva accarezzato con le dita quell’ombra di barba traditrice che gli era spuntata nottetempo e che le piaceva sempre da matti.

Appagato, Giulio aveva poggiato nuovamente la testa sul cuscino prima di rialzarla di scatto, colto da un moto repentino. C’erano un paio di cose da sistemare che non potevano essere rimandate.

Vestito di tutto punto aveva finito in un attimo il suo caffè, pescato un biscotto al cioccolato da una scatola di latta, prima di baciarla e infilare la porta di casa.

«A dopo», l’aveva salutata laconico, strizzando un occhio.

Maura l’aveva guardato perplessa, riflettendo sugli sbalzi d’umore dei futuri padri, che nulla avevano da invidiare a quelli delle loro compagne.

Ringraziando mentalmente di cuore un amico che gli aveva fatto sapere di quell’offerta di lavoro da magazziniere appena accettata, Giulio si era toccato la tasca interna della giacca per assicurarsi che conteneva ancora l’assegno con l’anticipo richiesto al suo nuovo datore di lavoro con una formidabile faccia tosta. Quasi uno stipendio. Poi si era fermato davanti a una gioielleria scrutandone con serietà la vetrina, prima di entrare e uscirne dopo parecchio con un pacchetto minuscolo tra le dita.

Il Caffè delle rose era ancora chiuso al pubblico ma lui era passato dal retro com’era consuetudine per lo staff. Maura era nell’ufficetto di fianco al laboratorio intenta a visionare un file di contabilità, l’uniforme a righine che le tirava sul seno e sulla pancia arrotondata, già pronta a montare di servizio in cassa.

«Ma cosa …»

Lui l’aveva guardata con espressione strana, poi le aveva spinto sulla tastiera la scatolina confezionata con cura.

«Per te. Forse questa è l’unica cosa di valore che ti regalerò. Niente rispetto a quello che tu, che voi, significate per me»

Una perla minuscola, luminosa, incastonata in un cerchietto dorato sottile.

Maura l’aveva tenuta sul palmo della mano senza avere il coraggio di infilarla al dito. Ci aveva pensato a farlo lui con determinazione, con una sorta di amore rabbioso.

«Ti amo. E voglio te e il bambino» le aveva poi detto, con altrettanta foga e un accenno impercettibile e autentico di tenerezza. Allora lei gli aveva afferrato il viso d’impulso, baciandolo con avidità, quasi con sfida. Di quelle briciole di felicità precaria aveva voglia di gustare anche la più infinitesimale a partire da quell’istante unico e perfetto, stabilì.

Dio solo sapeva per quanto tempo ancora avrebbero vissuto in quel paradiso in bilico che era la loro vita dell’oggi. E tuttavia le boccate d’ossigeno di quell’amore sincero sarebbero state per loro sacrosante per vivere e persino per sognare, come l’aria pura del vento di tramontana respirata ogni mattina sul terrazzo della loro casetta di periferia. Sarebbe stata quella voglia d’infinito che li legava così stretti il loro personale tetto del mondo. Un trampolino di lancio da cui spiccare il volo verso l’alto, in un cielo terso e azzurro senza sorprese,  incredibilmente pieno di speranza, oltre le nuvole.

Lucia Guida

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               “Separazione”, dipinto di E. Munch