luciaguida

Au Feminin Thinking and Writing

Mese: settembre, 2012

Come crochi tra la neve

La Biblioteca Civica Popolare “L. Ricca ” di Codogno (LO) ha sede nell’ex Ospedale Soavi di via Gandolfi, un pregevole edificio risalente alla fine del 700 fulcro delle iniziative culturali promosse localmente. Da ben dieci anni ospita l’edizione del premio nazionale di narrativa intitolato alla scrittrice Anna Vertua Gentile. Una delle finalità del premio, è quella, condivisibilissima, di promuovere ad ampio spettro la lettura di pari passo con la scrittura attraverso un contest che sin dalle prime edizioni è stato di richiamo forte per autori esordienti e affermati.

“Come crochi tra la neve” è un mio racconto breve presentato alla IX edizione dell’ “Anna Vertua Gentile”, classificatosi al II posto per la categoria adulti. La vicenda, ambientata nel secondo dopoguerra, è la storia di un bambino, Luigi, e del suo desiderio forte di “ (…) ricomporre una normalità perduta “ in seguito alla morte di suo padre e allo stravolgimento del proprio microcosmo familiare originatosi da questa perdita affettiva.

 

 

COME CROCHI TRA LA NEVE

 

Luigi aprì gli occhi piano, ancora frastornato e caldo di sonno. Era sicuro di non aver immaginato quel dondolio leggero e la voce di sua madre che gli raccomandava, prima di recarsi al lavoro, di badare a Nina. Fuori il cielo era uniformemente grigio, tanto da non far presagire niente di buono. Sarebbe stata un’altra giornata d’inverno uggiosa e fredda cui far fronte, a cavallo tra Capodanno ed Epifania. Una giornata senza scuola ma anche senza gioia e allegria. Erano tempi difficili, quelli. Duri soprattutto per un bambino di dieci anni come lui. Ripensò velocemente all’emozione del film che lui e Peppe erano riusciti a vedere, intrufolandosi con uno stratagemma nella sala del cinematografo del paese, senza che la maschera, un omone con tanto di baffi neri a forma di manubrio, riuscisse a scorgerli e ad impedire che il misfatto fosse perpetrato. Il difficile era stato, comunque, guadagnare l’uscita e lì avevano dovuto giocare nuovamente d’astuzia e mescolarsi al flusso degli spettatori paganti, sperando che lui non badasse a loro, come poi fortunatamente era stato. Il film parlava di cowboys e pistoleri e di inseguimenti in praterie rigogliose e sterminate; di ladri di cavalli prontamente acciuffati da sceriffi ardimentosi che riuscivano a ristabilire ordine e giustizia con azioni avventurose ed eroico coraggio. Luigi vi si era immedesimato così tanto da evitare per un pelo, e grazie alla provvidenziale gomitata di Peppe, nascondendosi solo all’ ultimo momento sotto la fila di sedili di legno, il controllo incrociato del proprietario della sala, insospettito da quella straordinaria affluenza non giustificata da un incasso decisamente contenuto.

Sospirò piano e con estremo sacrificio decise che era ora di alzarsi sul serio, spinto anche dal languorino che cominciava a solleticargli lo stomaco. La cucina era fredda e poco illuminata dalla portafinestra di vetro schermata da pesanti tendine di filo. La mamma aveva lasciato nella madia per lui e per Nina del pane e del formaggio, il loro pranzo per oggi, e per prima colazione un pentolino di latte incoperchiato sul tavolo di legno lucido. Luigi lo toccò cautamente per verificare se era ancora tiepido ma arricciò il naso quando si accorse dello spesso strato di panna che lo ricopriva. La panna era una cosa che davvero non sopportava, viscida e molle in bocca, decisamente disgustosa. Sospirando nuovamente e con infinita pazienza cominciò con poca fortuna a pescarla col cucchiaio, sicuro che Nina avrebbe, come al solito, fatto storie. La mamma non gli permetteva di mettere in funzione la cucina a legna quando lei non c’era. “Non sei grande abbastanza,“ aveva sentenziato il giorno in cui lui, stanco di dover consumare cibo troppo caldo o viceversa troppo freddo, le aveva espresso quel desiderio. Per loro avrebbe potuto essere troppo pericoloso, aveva aggiunto, soffocando sul nascere qualsiasi altra sua rimostranza e da allora non se n’era più parlato. Troppo piccolo, si era ripetuto lui dispiaciuto. Non si occupava, forse, quotidianamente di sua sorella Nina di sette anni quando la mamma era a servizio in casa del dottore dal mattino presto a sera inoltrata, suo orario solito di rientro? Accompagnandola a scuola o facendole compagnia tutto il giorno a casa tranne che per le rare volte in cui qualche vicina dall’animo sensibile non decideva di tenerla con sé concedendogli pochi attimi di spensieratezza? A volte i grandi erano davvero ingiusti, ingiusti e incoerenti.

“ Luigi, ho fame … “, esordì Nina raggiungendolo a piedi nudi e arrampicandosi una sedia impagliata, aspettando fiduciosa la sua parte. E lui l’accontentò, bravo tanto da non versare neanche un goccio di quel liquido prezioso, spingendo verso di lei due fettine di pane ammassato in casa. Tutto filò liscio come l’olio perché la bimba quel giorno non protestò come al solito, ma terminò senza indugio quella semplicissima colazione per poi dedicarsi alle pulizie personali. Da una brocca di ceramica fiorata versò con infinita precisione un po’ d’ acqua nel bacile lavandosi scrupolosamente con un pezzo di sapone di marsiglia. Non era come le saponette al profumo di rosa che Rita, figlia del sarto e sua compagna di scuola, le aveva mostrato permettendole di annusarle voluttuosamente, ma tanto bastava.

“ Ahi “, si lasciò scappare infastidita, quando Luigi le pettinò con forza eccessiva una ciocca di capelli, annunciandogli con sussiego che avrebbe terminato da sé. E così fu. Entrambi perfettamente vestiti, la cameretta e la camera opportunamente riordinate, le poche stoviglie rigovernate con cura e l’ acqua utilizzata per tali scopi riversata in un secchio sotto l’ acquaio; sarebbe servita per l’orto o per altro. Il pavimento spazzato con diligenza estrema per eliminare inesistenti granelli di polvere. La mamma voleva facessero così. Finalmente ciascuno dei due era libero di dedicarsi a ciò che più gli aggradava.

Nina afferrò la sua bambola di pezza e si buttò addosso una giacchetta di lana fatta ai ferri recipitandosi in cortile dove Giulia e Francesca erano già da tempo impegnate a saltare su una campana tracciata con un pezzetto di gesso. A Luigi non restò che seguirla; aveva avuto tassativo ordine di non perderla mai di vista e così fece, accontentandosi di veder sfilare per la viuzza del centro cittadino frotte di ragazzini liberi da impegni e ben felici di scorrazzare per il borgo mettendo a repentaglio la vetrina di qualche negozietto con un calcio al pallone più poderoso degli altri. Sospirò nuovamente, poi si disse che non aveva senso essere troppo tristi e si guardò intorno alla ricerca di qualcosa da fare. Intanto Nina aveva cambiato occupazione, e dopo aver impegnato le altre a fare scuola con le pupe e a giocare a “mamma e figlia” si era seduta accanto ad un’anziana vicina, sull’uscio della casa di quest’ ultima, intenta a confezionare col tombolo preziose trine per qualche nipote in procinto di sposarsi, seguendone affascinata il rapido movimento delle mani. La bimba, interessata, chiese timidamente se era una cosa troppo difficile, accaparrandosi un sorriso della vecchina che le promise di insegnarle presto qualcosa.

“ Luigi !”, il bambino si volse di scatto, riconoscendo la voce del suo amico più caro e smettendo di levigare col coltellino quel rametto che nel suo intento avrebbe dovuto trasformarsi in bastone o canna da pesca.

“ Com’è che non vai a giocare anche tu?”, gli chiese curioso e segretamente contento di quel mal comune che in quell’ occasione prometteva di diventare per lui mezzo gaudio. L’altro lo guardò corrucciato.

“Sono in punizione per l’altra sera”, spiegò. La sera prima, quella della proiezione a sbafo. Lui era riuscito a farla completamente franca perché al suo ritorno la mamma e Nina, trattenute in casa del dottor Corvelli per faccende dell’ultim’ora non erano ancora rientrate, ma l’altro non c’era riuscito, attirandosi le ire furibonde di padre e madre, già in tavola per la cena e infastiditi dal prolungarsi della sua assenza.

Luigi guardò di sfuggita l’altro sentendosi vagamente colpevole per quanto gli aveva procurato ma Peppe non era ragazzo capace di restare a lungo col broncio. Aveva un carattere aperto e socievole e una notevole capacità di sdrammatizzare anche eventi tragici come quello di una mancata escursione al fiume con gli altri compagni. Fece quindi spallucce seguite da un “Che si fa?” che la diceva lunga sulla sua personale capacità di reinventarsi nuove situazioni di gioco anche col poco a disposizione che aveva.

Luigi gettò uno sguardo su Nina, impegnata a pasticciare con ago e filo con le sue compagne accanto alla nonnina, poi tirò fuori con fare misterioso una grossa chiave di ferro brunito da una tasca.

“ Vieni con me”, lo invitò con simulata indifferenza e tutti e due imboccarono il vicoletto attiguo, quello in cui una volta si apriva la botteguccia da ciabattino di suo padre. La serratura rispose senza indugio alle sollecitazioni del bambino, segno tangibile di una cura costante che mal si spiegava con il disuso in cui il locale versava da qualche anno a seguito della morte dell’ uomo, disperso nella campagna di Russia.

L’atmosfera era la stessa di un tempo, quella in cui l’ ambiente era immerso accogliendo clienti alla ricerca di un qualcosa in più che non consistesse soltanto nell’acquisto o la riparazione di calzature consumate da un uso massiccio. Nicola era anche dispensatore di saggi consigli e ottimo scrivano per tutti quelli che, povera gente come lui, avevano all’estero o in guerra parenti lontani. Luigi sorrise al ricordo dell’intensa frequentazione che lo aveva animato, sentendosi a proprio agio nel calore e nella familiarità dei pochi e semplici arredi che lo costituivano; da quando, piccino, e muovendo i primi passi aveva spesso affiancato suo padre, basco scuro e panciotto, avvolto in un pesante grembiulone per parare macchie d’unto e di colla. Peppe rimase a bocca aperta; non sapeva di quel rifugio segreto, Luigi non gliene aveva mai parlato. Ma la cosa che lo lasciò davvero attonito fu, non appena la sua vista si adeguò alla poca luce che filtrava attraverso le pesanti imposte lasciate semichiuse per non destar troppi sospetti nei passanti, notare quello che qualcuno aveva apparecchiato su ciò che un tempo non lontanissimo era stato il bancone. Un presepio immenso, realizzato con cura e autentica dedizione, in cui sentierini segnati da breccia e bordure di muschio vero erano popolati da statuine inframmezzate da rametti di sempreverde e pezzi di roccia a simulare boschi e paesi. Toccò le montagne e con stupore si accorse che erano fatte di pezzi di morbida pelle e brandelli di cuoio, rinforzati internamente da cartone e stracci reperiti chissà come.

“ L’hai fatto tu ?” chiese, ma la sua era una domanda inutile di cui già sapeva la risposta.

Luigi annuì in silenzio profondamente orgoglioso della sua opera. Restarono ancora per qualche attimo a rimirarla, prodighi l’uno di domande e l’altro di risposte sulle modalità di realizzazione di quella singolare Natività. Poi, in silenzio e quasi con reverenzialità si chiusero piano i battenti alle spalle e, tornati nel vicino cortile, decisero di dare quattro calci a una palla tra le proteste indignate delle bambine distolte dalle loro cose dalla concitazione del loro gioco e poco propense a lasciare campo libero. La giornata passò in tal modo tra scaramucce e rivendicazioni di vario genere, pendendo vicendevolmente dall’ una o dall’ altra parte.

Rachele entrò in casa scrollandosi di dosso il ricordo delle fatiche di quella giornata interminabile. L’indomani a casa dei suoi datori di lavoro si sarebbe celebrata in pompa magna un’Epifania senza precedenti. Il dottore e sua moglie avrebbero infatti festeggiato il fidanzamento della loro figlia maggiore con il suo fidanzato storico, un giovane ingegnere miracolosamente scampato al conflitto a cui pure suo marito aveva partecipato seppure con minore fortuna. Oramai da mesi in quella casa di signori non si parlava d’altro. Ogni angolo era stato tirato a lucido con meticolosità, il menu da servire ai numerosi ospiti architettato con cura senza lasciar niente al caso né tantomeno badare a spese. Sarebbe stato l’evento della stagione, una chiusura in bellezza di festività natalizie celebrate in verità sotto tono ma pur sempre segnale tangibile di vita che riprendeva pian piano similmente allo spuntare dei crochi tra pezzi di roccia e sprazzi di neve ghiacciata in montagna a primavera. Respirò profondamente quasi a farsi forza, preparandosi a salutare con una certa serenità i suoi bambini e li trovò già pronti per andare a letto ma in attesa della cena. Le provviste che la cuoca aveva per lei messo da parte, i resti di un timballo e delle patate al forno, finirono in un baleno, onorati con solennità. Mentre, stanchissima e in camicia da notte, riattizzava il fuoco nel braciere, ascoltò paziente i loro racconti su come avevano trascorso quella giornata, guardando con tutta l’attenzione di cui era capace la piccola stella di tombolo mostratale da sua figlia, fiera di quel nuovo gingillo. Luigi, insolitamente silenzioso, fu quella sera di poca compagnia e spesso le parve assorto in pensieri in cui lei sentiva, con una piccola stretta al cuore, di non avere accesso. Si disse a mo’ di consolazione che gli sarebbe passata presto, prendendo a rimboccare come di consueto a entrambi le coperte. Poi, seduta su una sedia aspettò che si addormentassero, prima di finire anche lei quella giornata che era stata più lunga e più difficile del solito da gestire in termini di fatica fisica e mentale. A un tratto la giacca di Luigi scivolò dal letto producendo per terra un rumore che lei non riconobbe e che l’incuriosì. Con meraviglia scoprì quella chiave sul pavimento quasi ai suoi piedi e, mentre la raccoglieva, si accorse che il bordo della coperta malcelava un involto di carta accuratamente confezionato. Con crescente sgomento lo aprì tirandone fuori il contenuto: l’effigie dei tre Magi, comperati dal bimbo, ipotizzò, con qualche soldino ricevuto a Natale.

In un attimo si gettò addosso uno scialle decidendo di compiere un’operazione che sino ad allora non era stata in grado di portare a compimento. Da casa sua al vicolo il passo fu breve e ancor meno richiese l’apertura del sottano.

Con sguardo dolente socchiuso al fioco riverbero di una lampadina appannata dalla polvere di mesi e mesi accarezzò ogni frammento di quello che un tempo e sino alla sua partenza senza ritorno, era stato regno esclusivo di suo marito: il suo negozio, la sua vita; scorgendo, con un tuffo al cuore, quel presepe minuziosamente allestito con amore da mano inesperta per rinnovare una tradizione, quella del suo Nicola, che era stata in passato celebrazione festosa per tutti loro.

Ripensò anche alla richiesta accorata di Luigi di poterlo fare in casa, da lei caparbiamente negata anche per quell’anno. Serrando fermamente le palpebre non pianse una lacrima e andò via piano, muta.

Quel mattino a Luigi sembrò che la mamma lo avesse salutato prima di uscire con tenerezza particolare. Si preparò stoicamente ad un’ altra giornata in solitudine con Nina con l’unica consolazione che per quel giorno avrebbero avuto compagnia in anticipo, non appena la donna avesse terminato di servire il pranzo, per gentile concessione dei suoi datori di lavoro.

Il cielo, per il tramite di un raggio di luce incolore, gli trasmise la stessa indecisione del giorno precedente ma lui non vi badò e si tirò su come di consueto, pronto a recarsi di là per assolvere ai suoi doveri di fratello e figlio maggiore.

“ Nina!”, gridò a metà tra lo spavento e l’incredulità.

Ciabattando, la bambina lo raggiunse, sgranando, a sua volta gli occhioni neri.

Sul tavolo, in cucina, due calzette di lana grossa facevano bella mostra di sé accanto al solito pentolino. Inspiegabilmente e come da tempo più non avveniva, la Befana si era nuovamente ricordata di loro recandosi nottetempo a visitarli. Con sveltezza le rovesciarono, tirandovi fuori mandarini, qualche biscotto alla cannella e delle vere caramelle, comprate in negozio e non fatte dalla mamma in casa. Sarebbe stata una colazione con i fiocchi, ricca di prelibatezze insperate. A un tratto Luigi si ricordò di qualcosa e si precipitò in camera, frugando a lungo ma invano sotto il letto. Scoprendo, sconfortato, che quello che cercava non era più al suo posto. Allora si vestì in fretta e brandendo la sua chiave scese quattro gradini per volta la scalinata che lo portava all’ aperto, correndo verso la bottega di suo padre e aprendola con decisione. Il suo presepe era lì come sempre, composto nei minimi particolari ma arricchito, quel giorno, da qualcosa di nuovo. C’erano i suoi re Magi sui loro cammelli a ridosso della capannuccia di frasche da lui intrecciata con pazienza per offrire riparo alla Madonna, San Giuseppe e il Bambino.

“ Luigi! “, si sentì chiamare da una voce nota appena velata dall’ ansia e pensò sussultando a Nina, abbandonata così di corsa e senza un’accettabile giustificazione. Distogliendo lo sguardo dalla compiutezza finalmente e miracolosamente raggiunta da quella scena, serrò nuovamente le imposte e fece rapidamente ritorno a casa, soffocato dal rimorso. La vista di sua madre per le scale gli paralizzò il passo.

“ E il lavoro?”, chiese immaginando il peggio. Lei l’ abbracciò forte.

“ Per oggi niente lavoro. A loro, oggi, non servo più “, gli spiegò con dolcezza inusitata. Senza indugiare su quel pianto liberatorio che l’aveva colta all’ improvviso davanti alla signora, sconvolta dall’improvviso cedimento di quella vedova esile e forte e da quel fiume di parole e spiegazioni concitate che erano state la stura di un dolore infinito compresso in petto e lungamente negato. Sul solidale e affettuoso abbraccio che ne era seguito e la concessione di un permesso speciale in una giornata che non poteva essere soltanto gioia esclusiva di pochi.

E, presolo per mano, salì svelta di sopra, accolta dal profumo dei mandarini appena sbucciati e da una Nina incredibilmente contenta, felice come non mai di vederla lì, assieme a loro, in quel giorno di festa come oramai da tempi lontani e immemori in casa De Girolamo non accadeva più.

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photo by 123RF

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Mestiere o passione?

Postare a ritmi regolari non fa per tutti quelli che come me  possono a oggi considerare la scrittura soltanto un piacevolissimo passatempo, un arricchimento della propria vita, una sottile soddisfazione ma non il perno dell’universo intero. Chi mi conosce sa che la mia non è una posa ma un’effettiva necessità. E che fissare su un foglio di word i miei voli di fantasia è davvero una fatica immane, a cominciare dal reperire spazi e tempi idonei che non vadano a intaccare i miei mestieri di madre e docente. Forse è per questa ragione che ho lasciato che questa mia passione antica finisse nel dimenticatoio per moltissimo tempo, soffocata da esigenze più contingenti e immediate. Ma non è servito, perché come il fuoco che cova silenzioso sotto la cenere, il gran piacere dello scrivere è riaffiorato non appena la vita mi ha permesso di guardare con maggiore indulgenza alla vera me stessa, bisogni scrittori compresi.

Ieri sera ho terminato la stesura di una cosa un po’ più complessa di una silloge di racconti. E’ un romanzo che ora dovrò sottoporre a una paziente opera di labor limae prima di mandarlo per le vie del mondo e provare a pubblicarlo. Per una impatiens cronica come me la fatica in questo frangente è stata doppia. Da una parte  pensare a scrivere qualcosa che potesse interessare potenziali lettori nel mare magnum delle pubblicazioni di autori esordienti e/o emergenti; dall’altra la possibilità di intravvedere sempre a breve la parola “fine” in tutto quello che faccio. Una mera utopia, lo ammetto, e uno spigolo del mio carattere difficile da smussare. La vita mi ha insegnato che ci sono attimi dalla durata eterna e periodi lunghissimi bruciati nel breve interludio di un battito di ciglia. Il difficile sta nel ricordarsene al momento giusto cercando di tradurre la teoria in pratica reale.

La mia proposta di oggi per voi è una poesia scritta nel 2008 da vedere con semplicità come una finestra sulle sfumature e sulle pieghe nascoste del mio sentire

Buona lettura e a presto

 

Quaderno dell’anima

 

Se un giorno decidessi

di fermare

i miei pensieri peregrini

sceglierei un quaderno

piccolo, compìto, sottile.

Un quaderno discreto

per dare voce ai miei sogni,

del giusto formato

e nulla più.

Da conservare

sotto il cuscino

e da sfogliare spesso.

Lo riempirei di odori

e di profumi,

di colori  dalle mille

e più bizzarre

sfumature,

in un crescendo di sensazioni

visive, olfattive,

tattili.

Gli darei il gusto

forte e deciso

della speranza,

gridata a piena voce,

ma anche sussurrata

sommessamente

e poi

silenziosamente

taciuta.

Ma non per tema

di mostrarla, anzi:

per mantenerne sempre

impronta durevole

nel mio cuore,

serbandola

come

in un prezioso

tabernacolo.

E poi affiderei

la mia anima alla

brezza leggera

primaverile.

La mia anima

e i suoi guizzi infiniti,

pagine svolazzanti

di un piccolo quaderno

affidato a un soffio di vento

dispettoso, scherzoso,

in un giorno di marzo.

Odoroso di sole pioggia e nuvole

e alla fine

trionfo

di arcobaleno cristallino.

Lucia Guida

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photo by Jeannette Woitzik

Cercatrice di perle

La lunga notte,
il rumore dell’acqua,
dicono quel che penso

Gochiku

  “Cercatrice di perle” nasce nel 2008 dalla scoperta di alcune foto di Fosco Maraini (1912-2004) etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta fiorentino, di recente riproposte in una mostra retrospettiva dell’aprile di quest’anno a Firenze. Pensare a una storia da intrecciare ai bellissimi corpi sinuosi delle amah da lui ritratte è stata questione di poco. Decidere di ambientarla a Broome, nell’Australia Occidentale, una mia scelta emotiva. Per quanto mi è stato possibile ho cercato di documentarmi in merito per conferire alla storia d’amore di Nami e Frank la maggior verosimiglianza possibile. Il racconto  appartiene al mio periodo di esordio in web nel blog “Springfreesia” di Libero Community.

Cercatrice di perle

Mi chiamo Nami e sono una pescatrice di perle.

Vivo a Broome, nel Kimberley, da quando avevo sei anni. Mia madre era una amah giapponese pescatrice di awabi. Non so chi fosse mio padre. Forse un semplice pescatore o forse anch’egli un  tuffatore. Non l’ho mai conosciuto. Mia madre me ne ha parlato pochissimo e sempre con occhi fieri, combattivi. Occhi di donna che ha amato e perso irrimediabilmente la sua battaglia con l’ amore.

Della mia infanzia ricordo  poche cose. La festa della Luna Piena di Settembre, con le sue offerte di frutta e fiori  alle finestre della nostra casa  inondata dai suoi raggi, è ancora nel mio cuore e nella mia mente. L’abbiamo continuata a celebrare fin quando non siamo partite per l’Australia alla ricerca di nuova compiutezza, di vita da vivere con trasporto rinnovato, di aria indulgente e mite, di acqua rassicurante e prodiga.

Conosco il mare e al mare sono legata anche dal mio nome. Mia madre ha continuato a immergersi con me in grembo con la stessa abilità di sempre fino a poco prima di partorirmi. E da sempre ho respirato aria salmastra. I miei giocattoli conchiglie delle forme più disparate:  pezzetti di legno levigato e contorto portati dalle onde e collane verdissime e lucenti d’alga. Dal mare sono nata e di mare vivo traendone il mio sostentamento. Ho imparato ad immergermi mentre muovevo i primi passi sotto la guida attenta e amorevole di mia madre. Da sola ho appreso, invece, a trarre la mia forza e la mia serenità dal  movimento ritmico e rassicurante dei flutti.

Dal mare è arrivato l’amore con Frank e con il mare è andato via. Lui fa il marinaio e non è mai stato l’uomo di una sola donna. Ha capelli ricci e occhi nocciola. L’ha portato da me un veliero, uno dei tanti che attraccano al porto. E’ capitato l’estate in cui ho perso mia madre che di lui non ha mai saputo.

Non so se ne avrei ricevuto la benedizione.

Lei ha conservato sempre una tenace avversione per gli uomini di mare portandosi questo segreto che è insieme sottile maledizione con sé nel cimitero giapponese di Broome.

Frank mi ha notata tra la mia gente, pescatrici di perle come me e tuffatori abili e audaci. Ha seguito affascinato i movimenti lenti ed aggraziati del mio corpo snello e seminudo dal ponte del battello su cui depositavo le ostriche pescate. Si è divertito a intrecciare per gioco, dopo l’amore, fiori profumati nei miei capelli neri setosi portandomi spesso di notte sulla spiaggia di  Cable Beach, due corpi in uno sdraiati sulla sabbia fina e bianca morbida e invitante.

Non mi ha mai parlato di sentimenti né mi ha mai fatto promesse. Mi ha soltanto amata per il tempo di un’estate tiepida come solo le nostre estati sanno essere. Poi un giorno mi ha detto con semplicità che sarebbe andato via.

All’alba, nascosta tra le barche ormeggiate, ho assistito alla sua partenza stringendo forte la mia perla azzurra portafortuna. Nella mia gola un urlo silente, nel palmo della mia mano le unghie conficcate a sangue per non cedere alla tentazione di chiamarlo e supplicarlo di non partire, di restare qui con me ancora per poco, in quest’oasi lussureggiante all’ improvviso diventata per me landa deserta e arida senza più respiro.

Quel giorno non mi sono tuffata per pescare le mie ostriche; l’ho fatto per sfogare la mia rabbia e il mio dolore. Immergendomi più rapidamente del solito per mescolare le mie lacrime al sapore salato dell’acqua di questo oceano trasparente fino ad allora sempre estremamente generoso con me. Poi all’ improvviso mi sono calmata e, tornando in superficie, sono rimasta a pelo d’acqua; lasciandomi cullare a lungo da onde carezzevoli e pietose per trarne conforto come da piccola quando la mie giornate si tingevano di blu cupo e odoravano di burrasca. Ricevendo un lungo abbraccio rassicurante dall’origine delle mie albe e dei miei tramonti. Il mare mio principio e mia fine. Mia rinascita.

Anche stasera sono qui, sulla spiaggia di Cable Beach.

Ho assistito al calare del sole accarezzata dalla brezza profumata e discreta e ora celebro con stupore rinnovato il sorgere della luna piena che, luminosamente riflessa sulla superficie scura dell’ oceano, traccia la sua scalinata verso il paradiso  approfittando della benevolenza della bassa marea per congiungervisi.

Ora non ho più offerte da fare.

Sono tuttavia qui in silenziosa e fiduciosa attesa di un qualcosa che non saprei definire ma che so verrà da me, che forse è già qui con me. Con la mia perla lucente beneaugurante al collo, i capelli sciolti come fili scuri d’alga a lambire le spalle nude e un fiore scarlatto,  grande e profumato, dietro un orecchio. Un fiore che è sorriso silente nelle ombre della notte che avanzano piano.

Blandita dal suono melodioso della risacca,  riposta indulgente dell’Oceano Mio Padre alle mie tante domande inespresse e alla mia sete d’ amore.

Nami,  ottobre 1900,  Broome.

Donne del Mare, Fosco Maraini

foto di Fosco Maraini