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Categoria: POVs Points of View

Tre Storie: “Due occhi azzurri” di Thomas Hardy

Terzo e ultimo appuntamento della triade hardiana da me prescelta per la recensione d’Autore con il romanzo “Sotto gli alberi”, letto nella edizione Fazi del 2017 con traduzione a cura di Maria Felicita Melchiorri.
Buona lettura

 

DUE OCCHI AZZURRI

Elfride Swancourt, ragazza le cui emozioni risiedevano vicinissime alla superficie, è giovane e bella, innamorata dell’amore e ansiosa di vivere una storia affettiva con un uomo che la aiuti a svincolarsi dall’entourage della parrocchia situata nei sobborghi spazzati del Wessex inferiore, diretta da suo padre,  poco propenso a dedicarsi con devozione all’ingrato compito di crescere una figlia in età da marito. L’occasione arriva provvida grazie alla necessità di ristrutturare la torre e la navata laterale della chiesa di Endelstow   da lui retta affidata da Lord Luxellian, notabile del luogo, a un giovane architetto, Stephen Smith, in rappresentanza di un famoso studio londinese interpellato a tale scopo. Su di lui si concentrano le fantasie romantiche di Elfride, rafforzate dall’idea paterna che il giovane appartenga a un casato nobiliare locale. Il sogno d’amore sfuma nel momento in cui, a fronte di ricerche maggiormente approfondite, Mr. Swancourt scopre che Stephen è in realtà di umili natali. Trasferitosi in giovane età a Londra è grazie alla generosità e all’appoggio di alcune personalità, tra cui il gentiluomo Henry Knight, che ha potuto studiare e procacciarsi un rispettabile impiego. La ragazza continua tuttavia a frequentarlo promettendosi a lui grazie ad alcune rocambolesche vicissitudini che costellano la sua contrastata storia d’amore.  L’idillio è destinato, tuttavia, a naufragare con la comparsa all’orizzonte di Knight, scapolo impenitente fino alla misoginia ma suo malgrado attratto dall’avvenenza e dall’ingenuità della ragazza di cui si crea un’immagine ideale del tutto personale collimante con gli stereotipi femminili posseduti:  per sua stessa ammissione, infatti, non sarebbe in grado di legarsi a nessuna donna con trascorsi amorosi importanti. Durante l’assenza di Stephen, trasferitosi nel frattempo in India alla ricerca di fortuna maggiore per riproporsi al padre dell’amata e guadagnarne finalmente il favore, Elfride decide all’improvviso di concedere le proprie attenzioni a Knight con la complicità di Mrs. Swancourt, nuova moglie del parroco, con cui Henry è alla lontana imparentato. Ma né Stephen, messo da parte dalla volubilità di Elfride, ora attratta dalla forte personalità del mentore del suo antico fidanzato, né lo stesso Knight, prigioniero della propria ristrettezza mentale in stridente contrasto con la cultura posseduta, riusciranno ad avere la bella ragazza dagli occhi azzurri che, messe da parte le iniziali idee romantiche, accetterà di convolare a nozze con Lord Luxellian, divenuto nel frattempo vedovo, l’unico ad averle saputo offrire quella protezione  e quell’amore da lei lungamente ricercati in una figura maschile.

Il romanzo, pubblicato nel 1873, si articola in 40 capitoli titolati com’è spesso usanza dell’autore, di una prefazione di quest’ultimo e di sue notazioni sui nomi dei luoghi da lui conferiti ai reali toponimi. 
Il personaggio di Elfride è tracciato con la consueta ricchezza di particolari e si conquista presto il favore del lettore intenerendolo con le sue gesta impulsive. La ragazza è tutta impeto ed assalto, profondamente intrisa dello spirito romantico del suo tempo e cresciuta nella mitizzazione di amori tormentati e avvincenti, vissuti a sprezzo anche della propria vita e  a dispetto delle convenzioni. Con la presunzione ingenua di poter essere trattata paritariamente dagli uomini che vorrebbe accanto che, però, mal si concilia con la pruderie vittoriana dell’epoca. Quest’ultima caratteristica fa di Elfride una Tess dei d’Urberville  eroina successiva hardiana in nuce, conferendole una parvenza di quell’intraprendenza e quella magnifica voglia di vivere e di adeguarsi appieno ai cicli naturali stagionali stravolgendo completamente la morale tardo-vittoriana contemporanea. La tirannia amorosa esercitata da Elfride su Stephen trova karmicamente una compensazione nell’esagerata accondiscendenza verso Henry macchiandosi di non detti fatali verso il nuovo fidanzato da cui lei vorrebbe essere accettata incondizionatamente mantenendo un barlume di autonomia personale. Ma i tempi non sono maturi per un atteggiamento tout court da suffragetta. Sarà la sua sincerità finale, tirata in ballo per stemperare l’errore di avergli taciuto sin all’inizio particolari trascurabili ma comunque importanti dei suoi pregressi affettivo-relazionali, a determinare la brusca fine della loro relazione: Henry ha infatti dell’amore un concetto assai tradizionale e molto poco elastico in cui non è contemplata la possibilità anche minima di errore della controparte femminile. Vorrebbe realmente che la sua donna ideale fosse un libro intonso ancora tutto da sfogliare racchiuso in un involucro esteriore seducente ed esteticamente accattivante. Quello di Elfride, certamente, ma sfrondato del temperamento passionale di quest’ultima considerato poco opportuno e addirittura moralmente riprovevole. Il Fato non concederà a nessuno dei due antichi pretendenti benevole chance verso la ragazza: quando entrambi, sia pure per motivi diversi, cercheranno di riabilitarsi agli occhi di Elfride troveranno ad attenderli da parte di quest’ultima una sorpresa amara ma assolutamente coerente dal punto di vista narrativo.

C’è chi ha ravvisato particolari autobiografici in questo romanzo collegandoli alla moglie di Hardy, Emma Gifford, soprattutto nelle pagine del romanzo dedicate alla ristrutturazione di parte di Endelstow  Parrish e al rapporto costellato da alti e bassi che legò lo scrittore alla sua prima moglie. A ogni modo le vicende umane di questi personaggi rappresentano un fantastico espediente per dare voce ai paesaggi e all’ambientazione nel maestoso Wessex, protagonista indiscusso anche stavolta e voce potente capace di trasformare in flebile lamento le sia pur giuste e coerenti rivendicazioni degli esseri umani a cui ha concesso asilo temporaneo presso di sé.

Collana:
Le strade
Numero Collana:
323
Pagine:
428
Codice isbn:
9788893252249
Prezzo in libreria:
€ 18
Codice isbn Epub:
9788876251771
Prezzo E-Book:
€ 9.99
Data Pubblicazione:
13-07-2017
 
 
 
ph.credit: fazieditoredotit

Tre Storie: “Sotto gli alberi” di Thomas Hardy

Secondo appuntamento per la recensione d’Autore con il romanzo hardiano “Sotto gli alberi”, letto nella edizione Fazi del 2018 con traduzione a cura di Marco Pettenello.
Buona lettura

 

SOTTO GLI ALBERI

“Sotto gli alberi”, scritto nel 1872, è un romanzo di transizione tra il fortunato “Estremi rimedi” e “Due occhi azzurri”, pubblicato l’anno successivo.

Ha al suo attivo una trama accattivante, briosa e sottilmente ironica, tutta giocata sui tentennamenti amorosi di Fancy Day, maestra di campagna da poco parte della comunità rurale di Mellstock riguardo al fatto se sia più opportuno scegliersi un marito basandosi meramente sul senso della convenienza che ne potrebbe derivare o, invece, privilegiare il sentimento e orientarsi verso una persona che ci attragga realmente. È palese da parte della ragazza, molto attenta a fare esercizio di bon ton anche nella scelta dell’abito più  appropriato da sfoggiare nelle varie circostanze in cui si percepisce protagonista, considerare l’istituzione matrimoniale come mezzo di ascesa sociale; ed è in base a questo parametro che, pur avendo già scelto col cuore Dick Dewy, appartenente a una generazione di carrettieri e abile violinista, si lasci tentare dalla maggior ampiezza di sostanze di Mr. Maybold, il nuovo vicario della parrocchia, elegante nei modi e nell’aspetto, ma anche da Mr. Shiner, proprietario terriero locale desideroso anch’esso di prender moglie e affascinato dall’intraprendenza e dal senso di protagonismo della ragazza. La coralità dell’opera è rappresentata di nome e di fatto dal gruppo dei musicisti di Mellock a cui è affidato il compito di discettare di piccole e grandi cose esistenziali in maniera assolutamente naturale e fatalistica in cui poco è lo spazio attribuito a filosofeggiamenti che non risentano della naturalità della Vita stessa. Il gruppo di cantori di cui fa parte Dick stesso e buona parte della sua famiglia è tutto teso alla riaffermazione del proprio principio di sopravvivenza a fronte dell’esigenza di smantellarlo da parte di terzi (non si sa bene se incarnata dal personale desiderio di Mr. Maybold di liberarsene per svecchiare la cerchia dei collaboratori della parrocchia che gli è stata affidata oppure, molto più concretamente, segno di rispetto verso Mr. Shiner che è tra i suoi maggiori benefattori e che da sempre è acerrimo nemico dei musici/parrocchiani).
Il libro si articola in quattro sezioni  di tipo naturalistico e stagionale, culminando in un‘ultima parte, la quinta, costituita da due capitoli in cui Hardy, da buon narratore onnisciente, si diverte a tirare le fila della storia imbastita cercando di posizionare nel modo più coerente tutti i tasselli lasciati in sospeso nel corso della narrazione.
Anche in questo romanzo vi è un’ampia componente di tipo descrittivo in cui la magistralità dello scrittore si mostra in tutto il suo splendore anche grazie alla fruibilità che è maggiore rispetto ad altre opere forse più profonde e significative ma meno scorrevoli di questo riuscito divertissement.

La perla finale è rappresentata dalla teoria amorosa hardiana, disincantata ed emblematica e, per certi versi assai attuale, espressa per bocca del sentimentale Dick e dell’accorta Fancy in un duetto memorabile alla fine della loro festa di nozze:

«Fancy», disse «se siamo tanto felici è perché tra di noi c’è una confidenza assoluta. Da quando mi hai confessato della tua piccola avventura con Shiner vicino al fiume – che in realtà non fu affatto un avventura- ho sempre pensato quanto candida e buona devi essere per raccontarmi una cosa tanto insignificante, e per esserne spaventata com’eri tu. Da allora ho deciso di raccontarti ogni mia azione e parola. Non avremo mai segreti l’uno per l’altra, non è vero? assolutamente nessun segreto».

«Nessuno a partire da oggi», disse Fancy. «Ascolta che cos’è?».

Da un vicino roveto all’improvviso una voce forte, musicale liquida pronunciò queste parole: «Tippiuit! Suicchichicchichì! Vieni qua, vieni qua, vieni qua!»

«Oh, è l’usignolo» mormorò lei, e pensò un segreto che non avrebbe mai rivelato.

Autore:

Thomas Hardy

Titolo:

Sotto gli alberi

Collana:

Le strade

Numero Collana:

352

Pagine:

238

Codice isbn:

9788893253772

Prezzo in libreria:

€ 17

Codice isbn Epub:

9788864116617

Prezzo E-Book:

€ 9.99

Data Pubblicazione:

17-05-2018

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ph.credit: fazi Editore
L’articolo originale pubblicato su Cyrano Factor è qui

Dove eravamo rimasti? – Tre Storie, quando recensire un libro non è solo questione di marketing

Più di tre mesi senza scrivere un rigo. Una pandemia ancora latente (che ha cambiato radicalmente il nostro modo di vivere e di rapportarci col prossimo) a cui prestare la giusta e dovuta attenzione continuando a vivere al meglio, più di un progetto scrittorio e non in essere. Il bisogno di riflettere ma soprattutto di agire sulle cose, imprimendo alle mie giornate un nuovo impulso.
Ricomincio qui su WordPress con una nuova rubrica intitolata “Tre Storie” da una cosa che penso di saper fare bene: leggere e poi recensire libri sul filo delle mie memorie letterarie e delle suggestioni personali. Perché la lettura è atto di consapevolezza e metascoperta ma anche libera interpretazione personale.

Buona lettura a tutti e a presto

Gentili lettori,

a partire da oggi inauguro un nuovo tipo di recensione letteraria incentrata su tre opere elaborate dal medesimo autore nell’arco della propria carriera scrittoria.
Ho deciso di rompere il ghiaccio partendo dal grande Thomas Hardy, autore a me particolarmente caro sin dai tempi dei miei studi universitari, esaminando la sua produzione meno nota per il tramite delle impressioni di lettura ricevute attraverso “Estremi rimedi”, opera del 1871, per poi proseguire a intervalli regolari con “Sotto gli alberi” (1872) e “Due occhi azzurri” (1873). Tre romanzi scritti in perfetta successione cronologica e molto evocativi, a mio giudizio, della sensibilità del loro artefice.
Per la mia analisi ho scelto di affidarmi alla traduzione di Chiara Vatteroni elaborata per la collana Le strade di Fazi Editore (2019).
Buona lettura a tutti

ESTREMI RIMEDI

Quando Thomas Hardy inizia a scrivere il suo Desperate Remedies, in italiano “Estremi Rimedi” è il 1871 ed egli ha già abbandonato la professione di architetto per dedicarsi a quella di scrittore trasferendosi nel Dorset, contea da lui ribattezzata Wessex come uno dei sette regni anglosassoni.
Un ravvedimento professionale  arrivato al momento giusto, il suo.  Con una prosa intrisa di Realismo Vittoriano e di Romanticismo in questo romanzo, pubblicato in forma anonima, cercò di risollevare le sue sorti letterarie con una narrazione al passo dei migliori sensation novels dell’epoca (in origine opere forse un po’ troppo macchinose nell’intreccio) ma tuttavia permeando questo nuovo lavoro del proprio senso esistenziale  in materia di amore, religione, riconoscimenti sociali, lavoro. Tutte tematiche trattate con grande verosimiglianza attraverso uno sguardo attento e non falsamente benevolo sulle tante contraddizioni alla base di un way of living tipicamente vittoriano, fatto di chiaroscuri e profonde ingiustizie  sociali.
La trama è accattivante e ruota tutta attorno alla figura di Cytherea Gray, giovane orfana di belle speranze, ben decisa a conquistarsi un posto di autonomia e indipendenza  anche economiche nella comunità in cui vive senza per questo rinunciare ad aspirazioni tipicamente femminili caratteristiche dei  suoi tempi: amare romanticamente qualcuno reputato alla propria altezza ma non in maniera preponderatamente passionale, con giudizio e senso delle circostanze concrete.
Nelle sue vicissitudini è presente uno dei leitmotiv hardiani: la stretta interconnessione tra ambiente e personaggi che tanto ha avuto peso nella poetica di questo autore. I protagonisti dei suoi romanzi amano, soffrono, agiscono e spesso cercano di fare buon viso a cattivo gioco con un sapiente uso di resilienza nelle circostanze più avverse, mantenendosi tuttavia fedeli al ruolo che il loro creatore ha ad essi attribuito con precisione chirurgica e sottile ironia anche con riferimento alla Natura e a ciò che il Fato ha per essi in serbo.
Altri personaggi di spicco del romanzo sono Miss Adclyffe, anziana notabile che prende a occuparsi di Cytherea con l’azzardato compito di riequilibrare le sorti di un destino che non le è stato in gioventù benevolo;  Aeneas Manston, sovrintendente della gentildonna, dalla figura ambivalente e ricca di ombre, altrettanto manipolatore quanto la sua datrice di lavoro,  a questa legato da circostanze misteriose ma facilmente intuibili nel prosieguo della storia.
Edward Springrove, innamorato di Cytherea e da lei ricambiato, piccolo proprietario terriero locale convince poco con un atteggiamento non sempre incisivo, almeno a principio della storia, riscattandosi soltanto nelle ultime battute laddove riesce finalmente a contrastare in maniera accettabile Aeneas, suo antagonista.
Il romanzo, diviso in tre libri, fu ideato in tale formato per poter essere forse pubblicato a puntate corteggiando a episodi il pubblico di lettori cui era destinato. Gli amanti di Thomas Hardy troveranno assai apprezzabili le descrizioni paesaggistiche  e quelle di introspezione psicologica  a fronte di un andamento in generale di velocità variabile riscontrando, tuttavia, più di un’occasione per leggerlo sino alla fine e portare a compimento il patto narrativo all’inizio contratto con l’autore. Ricevendone un happy ending seduttivo ma di certo coerente con fabula e intreccio.

Autore:Thomas Hardy

Titolo:Estremi rimedi

Collana:Le strade

Pagine:542

Codice isbn:9788893254472

Prezzo in libreria:€ 18

Codice isbn

Epub:9788864119618

Prezzo E-Book:€ 9.99

Data Pubblicazione:26.09.2019

ph.credit: fazieditoredotit

L’articolo originale pubblicato su Cyrano Factor è qui

A Trip to Luzern

Il bello di godere di ampia autonomia personale è poter decidere all’ultimo momento di partire e farlo in fretta e furia, scegliendo di viaggiare in treno per diletto e non semplicemente sull’onda emotiva scatenata da Greta Thunberg e dalla necessità di buone pratiche ecosostenibili.

E così, in molto meno tempo di quanto non si crederebbe, nasce il mio fine settimana trascorso in Svizzera, a Lucerna nell’ottobre di quest’anno.  Per voi alcuni scatti alla Lucia’s Way of Life: brevi e intensi, assolutamente non convenzionali o programmati.
Buona visione

Lucia

 

 

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Partire al mattino presto dalla tua città scoprendo che il Frecciarossa che ti porterà a Milano per la tua prima tranche di viaggio nasce proprio da Pescara ripaga dalla levataccia e dall’ansia di dover aspettare in stazione su un binario solitario

 

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La sera sopraggiunge con morbidezza consentendo uno scatto nella Old City, cuore di Luzern, popolata come in pieno giorno e sfavillante di luci

 

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Giochi di luce riflessa sul Reuss e ancora cielo che non ha voglia di abbracciare la notte

 

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Lucerna ripresa dal Kapellbrücke, foto di Roberta Di Nicola

 

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Una visita veloce a questa città bella ed elegante val bene un giro al Sammlung Rosengart, pregevole museo che racchiude opere d’arte di Klee, Picasso e oltre 20 maestri del XIX e XX secolo. Consigliatissimo.

 

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Amo da sempre i ponti e l’idea di congiunzione di rive opposte che veicolano attraverso la loro concretezza. Affacciarmi da un parapetto di ferro battuto come questo, decorato e vaporoso, ha dato leggerezza e brio ai miei pensieri.

 

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L’autunno è meraviglioso anche in riva al fiume, specialmente se è benedetto da un raggio di sole inaspettato

 

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Ruote panoramiche e riflessi di luce colorati sul lago, foto di Roberta Di Nicola

 

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I congedi e i viaggi di rientro sono più accettabili se addolciti dalla musica  di un pianoforte verticale nella Luzern Bahnhof

 

POVs, Points of View: Vivere è ‘sporcarsi le mani’ (cit.)

VIVERE È SPORCARSI LE MANI.

A volte mi chiedo se trincerarsi in una torre eburnea, chiudendosi occhi, orecchie e bocca, potrebbe servire ad accettare l’inaccettabile che quotidianamente ci viene propinato.
L’utopia di chi procede per strada sotto un acquazzone, cercando inutilmente di non infangarsi la suola delle scarpe.
Poi mi rispondo che, tanto, non ne sarei capace.
Non potrei starmene zitta e subire con la noncuranza di chi crede di poter guardare a distanza il mondo. Semplicemente perché di quella folla, che mi piaccia o no, seppure in maniera infinitesimale io faccio parte. E posso fare la differenza, se soltanto lo voglio. Se soltanto permetto a me stessa di provarci.
‘Sporcarsi le mani’ serve molto di più di quanto non si pensi. E se, magari, non avrà sortito l’effetto sperato, aiuterà il pensiero di averci provato. Magari districandosi tra prove ed errori, ma in qualche modo agendo.

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ph.credit: thinkdonnadotit

 

 

 

POVs, Points of View: Di armadi reali e armadi mentali

Cari amici,
qualcuno a me assai vicino mi ha fatto notare che le riflessioni che dedico e rivolgo ai miei contatti su un famoso social potrebbero benissimo essere postate anche qui. Da oggi, con cadenza (spero!) regolare proverò a farlo.
Dipanerò un fil rouge sottile ma robusto per accompagnare i miei aforismi, le mie recensioni d’autore, i miei weekend e dintorni e le notizie di quanti vorranno seguire Lucia tra l’uscita di un suo libro e l’altro.
Siete tutti i benvenuti

DI ARMADI REALI E ARMADI MENTALI

Ieri ho fatto una cosa che mi costa molta fatica: ho provato a esplorare i recessi più nascosti dei miei armadi, a rimettere un po’ d’ordine e a scartare capi di abbigliamento e accessori che da tempo non uso più.
Ho cercato di non farmi dissuadere da considerazioni come ‘questo lo tengo, potrebbe sempre servirmi’, impilando non senza sforzo capi di vestiario e borse l’uno sull’altro fino a riempire tre bustoni medi che al momento sono parcheggiati sul pianerottolo della zona notte di casa mia in attesa che io li depositi da qualche parte per liberarmene.
Quest’operazione non è stata indolore né semplice da fare. La mia emotività ha colorato molti di quegli oggetti, riportandomi indietro nel tempo in cui, indossandoli, ho contribuito a legarli all’unicità di momenti che non si possono liquidare con facilità.
Quando mettiamo da parte qualcosa, mettiamo via con essa emozioni, detti e non detti, sensazioni che l’hanno comunque connotata in maniera più o meno felice. Almeno questo è ciò che io provo.
Eppure, sono convinta che colmando le mie tre sporte da boutique io non abbia solo rinunciato a qualcosa ma abbia, contestualmente, riacquistato spazio da impiegare in maniera ottimale non rimpiazzandolo semplicemente con nuovi abiti frutto di futuri acquisti.
Se ci pensate questa cosa può applicarsi a tanti campi della nostra vita. Con i dovuti distinguo, certamente.
Il nuovo chiama inevocabilmente altro nuovo. Pensiero che, a ben vedere, non è così drammatico o sconvolgente come potrebbe, d’emblée, sembrare.

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