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Au Feminin Thinking and Writing

Azzurro

Cari amici, una giornata particolare come quella di oggi per farmi risentire e parlare di violenza di genere attraverso gli occhi bambini di Marina.
Buona lettura a tutti
A presto
Lucia

 

 

Azzurro

 

Marina continuò a guardare attraverso le fessure dell’avvolgibile di legno, contandone gli spazi luminosi senza arrivare a una fine certa, per poi ricominciare da capo. Quel pomeriggio il suo giochino solito le sembrava un esercizio troppo difficile da portare a compimento. Al di là della porta sottile, troppo sottile per le sue orecchie, sentiva la voce alterata di suo padre e quella concitata di sua madre. Stavano parlando ad alta voce. Parlavano spesso, ultimamente, ad altissima voce e a lei questo non piaceva. Provò a nascondere la testa sotto il cuscino, inutilmente. Quella strategia non funzionava affatto. Troppo alti i toni di quella conversazione per poter essere smorzati da pochi grammi di gommapiuma. Non le restava che fare una cosa, la solita.

Con sveltezza e abilità s’infilò dalla testa il vestitino a giromanica di cotone profilato di edelweiss e, stando attenta a non fare più rumore del dovuto, aprì la porta e si trovò nel corridoio, lungo e in penombra, che piegava in fondo a sinistra prima di condurla all’ingresso di casa. Con le ciabattine di stoffa sfiorò appena le mattonelle di pietra, trattenendo il fiato mentre arrivava in prossimità della cucina. La porta di quella stanza era accostata, abbastanza aderente allo stipite per permetterle di oltrepassarla inosservata. E fu quello che fece, non senza prima essere bombardata da brandelli di conversazione concitata, astiosa.

– Me ne vado, capito? Faccio la valigia e vado via, hai sentito? Mi hai rotto, mi avete rotto tutti …  – recitava la voce maschile, quella di suo padre, in preda ad un attacco d’ira incontenibile, irrazionale.

– Aspetta, non fare così … – era la risposta smorzata di una donna, sua madre, affannosamente intenta a smussare i toni di quella che era oramai diventata una contesa senza fine. Era così da giorni, da mesi. La stessa, identica storia; lui che minacciava di partire e lei che, dolente, cercava di calmarlo, di farlo ragionare, di trattenerlo con tutte le sue energie. E loro tre, Aldo, Marina e la piccola Betta nello stesso letto, stretti l’un l’altro a confortarsi a vicenda e a sperare che quel fiume in piena di parole amare, inconcepibili, tristissime finisse presto di tracimare e raggiungere, impregnandole di dispiacere, le loro anime di bambini smarriti.

Quel pomeriggio i suoi fratelli erano però stati graziati ed erano andati al mare con gli zii. Unica beneficiaria di tanta gratuita veemenza verbale era stata lei e soltanto lei. Che, adesso, sperando che la porta di casa non cigolasse troppo, era ben determinata a conquistarsi una piccola oasi di pace in cui potersi rifugiare almeno per un po’. Prima di tornare in quella lotta senza quartiere che stava purtroppo connotando la sua quotidianità.

Erano solo due rampe di scale, fatte due gradini alla volta. Pochi metri di cemento e marmo che diventavano il suo ponte verso la libertà.

Sapeva che erano svegli dopo la siesta che li impegnava in qualsiasi stagione dell’anno. E che l’aspettavano. Per lei la loro casa era sempre aperta. Si chiese se anche loro avessero avvertito tutto quell’ inutile e forsennato clamore. Di quei litigi in sua presenza non se n’era mai fatto cenno. Non un commento, non una parola di biasimo per un genero così irascibile, né una domanda per quello che succedeva ad appena un piano di distanza. Forse era meglio così. Era già troppo mortificante incontrare lo sguardo degli altri abitanti del palazzo. Compassionevole e terribilmente curioso. Di gente che sa ma che fa finta di niente a cui basterebbe ben poco per provare ad approfondire la questione, anche con una bimba di otto anni come lei. Marina non voleva affatto essere compatita. Voleva essere uguale a tutti i bambini del quartiere. Voleva essere amata e accettata. In un caldo e confortevole bozzolo d’ affetto come soltanto i suoi nonni materni avevano il potere di avvolgerla.

– Marina, entra cara

La nonna aveva capelli striati di grigio e occhi che un tempo erano stati verdazzurro ma che adesso avevano assunto la colorazione del mare al tramonto. Lei spesso la chiamava la sua fata Turchina, come quella di Pinocchio. Tutti dicevano che da giovane era stata una gran bellezza e lei ci credeva e pendeva dalle sue labbra quando l’altra le raccontava storie di tempi passati, rendendogliele vive e presenti con la sua mimica e la sua abilità a descriverle. Poi c’era il nonno, baffi e capelli bianchissimi e occhi brillanti color cioccolato dal portamento fiero. Anche questa volta era intento a centellinare a piccoli sorsi una tazzina di caffè con tantissimo zucchero, troppo per i gusti di Marina. Un assaggio per lei, però, c’era sempre; e lei, grata, lo accettava, evitando di porre l’accento su quel particolare insignificante, immensamente felice per la sacralità di quel rituale a cui era stata ammessa senza riserva che cercava di stemperare di serenità  il suo ordinario ultimamente così tormentato e burrascoso. Una routine che le dava pensiero e le toglieva il sonno e l’appetito, lei già così magrolina e sottile, conferendo ai suoi occhioni castani un’ombra di maturità precoce e intempestiva come una nevicata di aprile su germogli verdi e teneri appena spuntati.

Se avesse potuto si sarebbe trasferita lì, in pianta stabile da loro. Ma non si poteva. Suo padre non vedeva di buon occhio che lei trascorresse troppo tempo dai nonni. E lei stentava a capirne il perché, percependo soltanto l’ingiustizia di quella proibizione che riteneva insensata e immeritata.

Una volta aveva chiesto ai nonni di comprarle una scatola di pennarelli colorati. Ricordava di aver toccato il cielo con un dito. Per lei disegnare era una delle cose che preferiva e che la riconciliava con le tante incongruenze che la circondavano, una delle sue passioni segrete, quasi quanto leggere libri. Le erano venute le lacrime agli occhi quando suo padre glieli aveva tolti con la scusa che servivano soltanto a sporcare. I pastelli a matita che lei possedeva andavano benissimo per lo scopo. A nulla era valsa anche la mediazione della mamma che, ripetutamente ma inutilmente, aveva cercato di farlo ritornare sui suoi passi. Lei si era tappata le orecchie ed era corsa in cameretta disperata e quella sera la solita manfrina aveva fatto da sottofondo anche alla cena. Poi, di nascosto, aveva scritto un biglietto che, sempre furtivamente, aveva imbucato nella cassetta delle lettere dei nonni in cui si scusava: non sapeva se il giorno successivo sarebbe potuta andare da loro come al solito oppure no.

Gli occhi del nonno, nel mostrarglielo un paio di giorni dopo, erano stati fermi ma forse un po’ più lucidi del solito. Lui le aveva detto che quel biglietto li aveva dispiaciuti e tanto e Marina, se possibile, si era sentita ancora più piccola, stretta tra l’urgenza e il bisogno di dare e ricevere da loro quell’ affetto che per lei era aria  sole e pioggia e il senso del dovere che la legava all’altro uomo della sua vita, suo padre.

Quel pomeriggio, però, aveva deciso di fare a modo suo. Era pronta a subirne le conseguenze, di qualsiasi portata esse fossero. Aveva troppa necessità di una boccata d’ ossigeno leggera e fresca.

Il suo palmizio preferito era una vecchia dondolo di paglia di vienna, foderata di un materassino un po’ acciaccato che attutiva poco la durezza dei lati e altrettanto poco serviva a colmare gli avvallamenti della zona centrale dovuti ad un uso frequente di adulti e piccini. Ma a lei non importava. Per lei quella vecchia sedia impersonava la compiutezza e la perfezione di un pezzetto di paradiso in cui poter sprofondare nel suo passatempo preferito, la lettura, attingendo a piene mani dalla libreria del nonno ricca di libri per ragazzi ordinatamente foderati di carta cerata, lucidissima, bianca a strisce blu, posizionati accanto ad altri volumi dall’aspetto serioso, imponente. Letture per grandi, da sbirciare con reverenzialità e da lontano. Tutto sommato per lei al momento di scarso interesse. Le pareva un pozzo senza fondo, quella libreria. Pieno di tesori inesplorati.

E poi c’erano i wafer alla vaniglia o i cioccolatini della nonna, con cui, sapeva, avrebbe potuto inframmezzare gioiosamente il suo svago, lasciando qualche piccola impronta marrone sulle pagine sfogliate con impazienza. Certa che nessuno l’avrebbe rimproverata per quello, né le avrebbe inferto punizioni tanto esemplari quanto incomprensibili.

Quel giorno, però, la nonna a sprezzo della calura incombente aveva pensato a qualcosa di più consistente. Nel tinello, sul tavolo quadrato lucido di legno antico ad attenderla

c’erano due fettine di pane imburrato e cosparso di zucchero. Una bontà e una gioia per gli occhi e per il palato. Marina sorrise, definitivamente rasserenata. La nonna era speciale, sempre. Fuori, nell’afa estiva che non accennava a placarsi, una radiolina trasmetteva una canzone che piaceva molto a sua madre e a lei. Masticando piano l’ultimo boccone della sua merenda Marina chiuse gli occhi per ascoltarla pian piano, prima di riprendere a leggere.
Cerco l’estate tutto l’anno

e all’improvviso eccola qua
E lei è partita per le spiagge

e sono solo quassù in citta
Sento fischiare sopra i tetti
un aeroplano che se ne va

Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro
e lungo per me

mi accorgo
di non avere più risorse
senza di te

E allora

io quasi quasi prendo il treno
e vengo, vengo da te …

 

Una vacanza con i nonni, sarebbe stato bello, si disse, sorridendo.

Un condominio di periferia in città fatto di pochi appartamenti in cui era fin troppo facile sapere tutto di tutti. Un tinello raccolto e familiare,  luce e calore esterni attutiti da una tenda scura e pesante, penzoloni oltre l’ampio balcone. Le teste di due persone anziane chine sulle rispettive occupazioni, di cucito per lei e di contabilità per lui, l’uno di fronte all’altra. Tra di loro, una figura minuta di bimba con due treccine castane infilata in un abitino estivo abbottonato in fretta e guarnito da una gala di stelle alpine al fondo. Fuori, in lontananza, rumori di umanità impazzita.

Schermata, assorbita ed esorcizzata da gesti dettati da un cuore saggio e gentile per occhi simili a laghetti di montagna riflessi di cielo pulito. E labbra bambine desiderose di vita vera cosparsa di granelli di zucchero.

Ancora pochi attimi di beatitudine.

Prima del sopraggiungere rabbioso di un’ambulanza, di una corsa concitata su per le scale, di gente che finalmente aveva deciso di aprire la porta di casa per assistere, oramai impotente, a quell’ ultimo atto di ordinaria follia.

Di uno scampanellio estraneo a quella porta di anziani, quasi impacciato nella sua connotazione di notifica. Forse per la consapevolezza estrema di sapere di dover fermare il tempo, per sempre e inesorabilmente, per quelle tre anime e per altre ancora.

– C’è stata una disgrazia, sua figlia … al secondo piano …

Per alcuni quella vicenda sarebbe rimasta solo un titolo di prima pagina alimentato da qualche commento distratto al supermercato. Avrebbe fatto notizia per qualche giorno e poi sarebbe sfumata via per confondersi nella memoria collettiva di un pomeriggio d’estate assolato e troppo breve.

Marina avrebbe ricordato a vita quella canzone ripensando al retrogusto dolceamaro di quella strofa finale:

Ma il treno dei desideri
nei miei pensieri all’incontrario va

 

Non più cieli azzurri senza nuvole. Non l’avrebbe più cantata insieme alla mamma, quella canzone; la sua voce sottile di bimba, allegra, mescolata a una voce femminile adulta, stemperata di malinconia e rimpianto.
La sua piccola mano stretta con la forza della disperazione da un’amorevole mano di donna.

Lucia Guida

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shot by Anastasiya Chernyavskay

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Thinking and Writing as an English Teacher – 7th Lesson

“Smart girls always travel with hand luggage”

 

 

 

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‘Only with hand luggage’ is a shot by Lucia Guida at Bologna Railway Station

Translating into Italian:

 

“Le ragazze con una marcia in più viaggiano sempre con bagaglio a mano”

L. Guida

Pensieri in volo –

Che io sia tra i convinti assertori dello slow writing è cosa risaputa, almeno tra le persone che fanno parte della mia quotidianità più concreta.
Da oggi parte una nuova tipologia di post su questo mio pezzetto di terra scrittoria: quello dei pensieri in volo. Inarrestabili, imprescindibili, autentici. Refoli di vento.
Perché il vento non si può mai ingabbiare.
Buona lettura

 

Ulivi

Avrei potuto innamorarmi di un salice dall’immagine netta, pulita, riflessa sull’acqua del fiume che tutto porta via, lasciando scivolare i miei pensieri sui suoi rami di un verde tenero e gentile; o di un pioppo svettante e arioso, proteso con speranza verso le nuvole di un cielo brumoso in cui si intravede comunque la luce del sole che verrà. E invece mi sono innamorata di un ulivo dal tronco nodoso e sofferto, contorto. Portatore di una storia millenaria che sa di lacrime, sudore e sangue. Di un albero che ha affrontato le intemperie ed è sopravvissuto con molte cicatrici.
Un ulivo che mostra con pudore le sue foglie aguzze e taglienti solo a chi ha occhi per vederne la tenerezza nascosta. E mani lievi e accorte per accarezzarle.

Lucia Guida

 

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foto di Angelo Villani

Presentazione d’autore: “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

L’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice abruzzese, è intitolato ‘L’Arminuta’ ed è stato pubblicato da Einaudi nel febbraio 2017.
Protagonista è una ragazza adolescente, a cui l’autrice non attribuirà mai un nome canonico per tutta la durata della storia, la cui colpa, se così si può dire, è quella di essere stata restituita alla sua famiglia di origine dai genitori adottivi, dopo essere stata coinvolta in una pratica assai diffusa nelle zone del centro-sud d’Italia nel  secolo scorso e nelle famiglie meno abbienti: quella di essere ‘ceduta’ come figlia acquisita a parenti o amici di famiglia benestanti incapaci, per vari motivi, di soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

Qualcosa, però, in questo meccanismo compensativo sembra, a un certo punto, incepparsi.

Come nel peggiore dei suoi incubi la ragazza si trova all’improvviso e di nuovo catapultata in un ambiente familiare che le è estraneo e, per certi versi, quasi ostile. Per i suoi fratelli di sangue lei non rappresenta altro che una bocca in più da sostentare e i suoi veri genitori  la accolgono senza fare storie probabilmente perché rassegnati con fatalismo al fluire impietoso della vita che non concede troppe chance a chi la osserva dai bordi.
Gli unici a mostrarsi accoglienti verso l’Arminuta, la ritornata, sono Adriana, che le si affeziona da subito, unica sorella in una famiglia composta esclusivamente da prole di sesso maschile, Vincenzo, primogenito e figlio prediletto, che la guarda tuttavia con occhi  diversi e il piccolo Giuseppe, segnato da un destino di stenti e di privazioni anche affettive che agirà per lui da deterrente nella sua crescita personale.

Da principio l’Arminuta tenterà di forzare la mano per riappropriarsi di spazi e tempi a lei promessi e poi negati, per poi accettare con resilienza la sua nuova condizione nel paese di nascita, monitorata a distanza da Adalgisa, la madre putativa che, vuoi per una forma residuale di affetto, vuoi per una serie di sensi di colpa, non l’abbandonerà mai del tutto. E grazie anche alla sua vita precedente la ragazza riuscirà ad affrancarsi da un futuro fatto di rinunce e mediocrità, costruendo la propria vita attraverso opportunità educative diverse rispetto a quelle concesse ai suoi fratelli.
La narrazione procede nella fabula e nell’intreccio con linearità ed eleganza, conducendo in modo agevole il lettore attraverso le vicende narrate, illustrate anche attraverso espressioni dialettali caratteristiche dei tanti paesi dell’entroterra abruzzese italianizzate ma senza forzature evidenti e quindi assai fruibili per il lettore. Mi viene da pensare che tale scelta lessicale,  condivisibile, sia stata intrapresa di comune accordo, contemplando esigenze autoriali ma anche di editing. L’ aspetto psicologico dei personaggi è curato ma mai ridondante, con un’essenzialità che sembra riflettere quella dei luoghi in cui la vicenda si snoda.

Se c’è un messaggio sotteso all’intero testo narrativo questo è probabilmente legato alla precarietà dell’esistenza umana, alla volubilità delle circostanze definibili sino a un certo punto dall’uomo, a una certa ‘liquidità’ emotivo-sentimentale ante litteram( la storia si svolge a metà degli anni settanta del secolo scorso), anticipazione di molte inquietudini della nostra epoca contemporanea.

Con un fondo di speranza autentica: la possibilità reale di risalire la china affidandosi al senso di determinazione individuale posseduto da ciascuno di noi.

 

L’autrice

Donatella Di Pietrantonio vive a Penne (PE), in Abruzzo. Ha esordito con il romanzo ‘Mia madre è un fiume’ (Elliot 2001), vincitore di numerosi premi. Con ‘Bella mia’ (Elliot 2014) ha partecipato al Premio Strega.

Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta, ISBN 9788806232108, € 17,50

 

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Thinking and Writing as an English Teacher – 6th Lesson

“Media and real life overexposing is like taking a photo by using a too strong flash: the only thing we get is a blurry picture”

 

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ph.credit: it.pinterest.com

 

 

Translating into Italian:

“Sovraesporsi mediaticamente e nella vita reale è come farsi fotografare usando un flash troppo forte; ottenendo, come unica conseguenza, un’immagine sfocata.”

Splendida, splendida København – cronaca minimal di pancia di un lungo weekend danese

Quando a febbraio ho dovuto rinunciare al breve viaggio a Lisbona per un problema legato a orari di volo che non collimavano con le esigenze mie e di mia figlia, l’ho fatto con un sottile dispiacere. Avevamo già individuato il periodo che poteva andare bene a entrambe, a ridosso del  ponte del 25 aprile, per visitare un paese dell’Europa del Sud, ma la compagnia aerea aveva deciso in corso d’opera di cambiare le carte in tavola riservandoci orari scomodissimi. Ecco allora prospettarsi la possibilità di usufruire di un volo in partenza dalla mia città di residenza, da poco istituito per Copenaghen; un’occasione unica, che s’incastrava alla perfezione nei pochi giorni a disposizione. Anche la prenotazione dell’hotel, un meraviglioso ostello della Generator, era andata a buon fine, permettendomi di scegliere la tipologia della camera che cercavo.

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Generator Copenhagen, ph. credits EVASION

Un insieme di tasselli che combaciavano alla perfezione come a indicarmi qualcosa.
Raccontando a un’amica di ciò che mi era capitato, e partendo dal presupposto che nulla, nella vita, capita mai per caso, sono partita con la sensazione che questo viaggio sarebbe stato epifania di qualcosa che è dentro di me e che ha voglia di emergere in superficie.

Il giorno d’arrivo è stato caratterizzato da un cielo grigio screziato d’azzurro. Una sorta di benvenuto culminato con la comparsa del sole che ci ha accompagnate fino a sera inoltrata, permettendoci di visitare tutte le cose che ci eravamo prefisse di andare a vedere.

                                                cielo

 

 

La visita alla Rundetårn, in Købmagergade, ha contenuto per me in nuce l’intero viaggio. Cerco di spiegarmi attraverso tre  opere d’arte contemporanee ospitate nella sala della biblioteca della torre, per me estremamente evocative.

Un pannello di legno con scritte in metallo su cui, tra l’altro, spiccava il lemma ‘parola’ in un’infinità di lingue diverse. Quasi a suggerire come, a volte, la parola sia una semplice dimensione tra tante. E forse la meno esaustiva.

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Un’opera intitolata ‘The Transformation of Everything’, a firma dell’artista visuale  Kaspar Bonnén estremamente rappresentativa del percorso di tutti noi

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Pannelli di seta stampata messi assieme su una parete a formare ‘Prepare for the worst’, opera di Lise Harlev

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Potrei sintetizzare in cinque idee le mie impressioni nel nostro breve giro da turiste in questa capitale: Luce,  Fiori, Gente, Cibo, Colori

 

La Luce

A Copenaghen come del resto in molti paesi del nord europeo, l’illuminazione assume un’importanza topica. Dappertutto, a cominciare dalle finestre e a terminare dai tavolini nei bar, trovi candele, tea lights, semplici abat-jour schierati a indicare come, alla fine, sia facile sconfiggere il buio e la notte. Una sensazione piacevole e confortante che ti accompagna durante il giorno sino a sera inoltrata, guardando la cura con cui la gente espone sui davanzali delle finestre, quasi a mo’ di offerta,  lampade di varie fogge e dimensioni.

 

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Autumn evening by Anna Nikitina su Hygge, pinterest.com

I Fiori

Abbondano nei giardini, nelle aiuole, fuori dai supermercati in un tripudio di bouquet multicolori ma anche al centro dei tavolini delle caffetterie.O in fioriere messe in bella mostra al di fuori dei portoni d’entrata delle case danesi . E sono tulipani e narcisi ma anche rose e garofani.

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E con stupore scopri che quella rosa perfetta in un piccolo portafiori su un tavolino di un bar, accompagnata da una piccola lampada, non è di plastica o di stoffa ma è vera e dà l’impressione di essere stata appena colta per te.

 

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La mia idea è che quest’usanza, diffusissima, serva in certo qual modo a esorcizzare il lungo inverno nordico. Richiamando a gran voce la primavera che stenta a decollare.

 

La Gente

A noi è apparsa molto ospitale. Un esempio tra i tanti: un signore anziano a passeggio con sua moglie, vedendo me e mia figlia che consultavamo una cartina della città ci ha chiesto se ci eravamo perse con la palese intenzione di aiutarci nel caso gli avessimo risposto in senso affermativo.  Al ristorante i camerieri si sono prestati a darci tutte le informazioni sul migliore Danish Way of Life soddisfacendo le nostre tante curiosità. Insomma, ci è sembrato che la tipizzazione della gente del nord Europa, distaccata e poco aperta, naufragasse miseramente di fronte a una disponibilità che non era meramente di tipo utilitaristico.

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Il Cibo

Per quanto possibile abbiamo cercato di adeguarci e assaggiare pietanze locali, molte delle quali a base di pescato, aromatizzate con ingredienti come lo zenzero, le bacche di ginepro o la cannella, in un mix di sapori agrodolci davvero particolari. Ottime anche le torte e i dolci in generale.

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il buffet di aringhe da Nyhavns Færgekro, nel centro storico di Copenaghen, lungo il canale di Nyhavns

I Colori

Dalle pareti esterne di alcuni angoli caratteristici della zona portuale, alle pietanze, ai fiori che abbondano nei parchi e nei giardini pubblici e nei parchi a tema come i Giardini di Tivoli, dal look  sgargiante,o i quartieri non omologati e alternativi come Christania dal gusto un po’ fané e malinconico.
A ogni modo ai danesi piace il bello. Le vetrine sono sobrie e ricercate nella varietà merceologica che offrono. Una menzione a parte meritano le porcellane e il design di oggetti di uso comune, dalle linee pulite ed essenziali, che conquistano per la capacità di non essere mai eccessivi ben coniugando funzionalità ed eleganza.

 

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Bilancio finale

Credo di aver lasciato a Copenaghen un pezzetto del  mio cuore. Oltre a ricevere la riprova che puntare sulla luminosità, dentro e fuori, paga sempre ed è comunque una scelta possibile, sia che la Luce tu ce l’abbia dentro o che te la vada a cercare con tenacia all’esterno.

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Sakura blossom, Langelinie Park a Copenaghen

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Presentazione d’autore: “Grazie di te” di Francesco Pomponio

Zeb e Anna e sono i protagonisti di ‘Grazie di te’, edito da Amarganta  a settembre del 2016 a firma di Francesco Pomponio, autore al suo terzo romanzo, il primo per questa casa editrice.
Il libro narra una storia d’amore, dai suoi timidissimi prodromi sino alla fine. Una storia di sentimenti e di persone in cui confluiscono le esperienze di vita dei suoi protagonisti, costretti loro malgrado a un’espiazione lenta di colpe mai commesse e a dover fare  i conti con un bel fardello esistenziale e con avvenimenti che tendono a metterli a dura prova nel corso dell’intera narrazione.

Zeb è un autotrasportatore che si è fatto da sé e che può gestire la sua vita, anche professionale, senza rendere conto a nessuno se non a se stesso; un cane sciolto che a un certo punto del cammino incontra Anna, all’apparenza personaggio etereo, una cameriera di uno dei tanti hotel che lui è costretto a bazzicare per motivi di lavoro. Con estrema pazienza, ma anche con la determinazione che lo ha contraddistinto nelle tante vicissitudini della sua vita, costruita pezzo dopo pezzo da solo, dopo un’infanzia durissima che lo ha segnato ma che non gli ha fatto perdere il senso d’orientamento, ( come, invece, è accaduto per molti dei suoi ex compagni di borgata), Zeb decide di rivoluzionare le sue giornate cambiando dimora e lavoro pur di poter restare al fianco della donna di cui si è innamorato, prendendosi totalmente carico dei sospesi che la affliggono e accettando di condividerli in toto, nella buona e nella cattiva sorte, nonostante le fasi altalenanti della loro relazione.

L’uomo si costringe ad acconsentire anche al fatto che Anna, a un certo punto, stabilisca di allontanarlo dalla propria vita; lo fa consapevole che il loro destino sarà sempre legato a doppio filo. Una dedizione totale che alla fine darà il giusto frutto con gli interessi, facendo comprendere alla donna tutta l’importanza rivestita dalla presenza costante e mai ingombrante di lui.

La narrazione è condotta in terza persona toccando momenti corali costellati dai numerosi personaggi di secondo piano ma assolutamente funzionali alla storia, che hanno il pregio di enfatizzare le caratteristiche dei due protagonisti, fornendo ottimi ganci scrittorii per il prosieguo della vicenda.  Ottimamente curati ed estremamente verosimili, come del resto è d’abitudine per Pomponio, i dialoghi, venati dall’ironia di Zebedeo che non perde occasione per fornire al lettore perle di buonsenso e saggezza, e dall’essenzialità della sua compagna, meno propensa a fornire ricette di vita forse perché più pronta ad agire anche a costo lasciare troppo spazio alla propria impulsività.

 

L’autore

 

Francesco Pomponio, nato in Abruzzo, ha vissuto a Roma per tutta la vita. Attualmente vive fra le montagne, anche se comincia a odiare la neve. Scrive da quando aveva 18 anni, ha cominciato con racconti per poi arrivare ai romanzi. Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “La macchina del tempo esiste già” e due romanzi: “La lavagna di Amerigo” e “Soave sia il vento”. Ha tre romanzi inediti e ne sta scrivendo un altro. Considera il lettore il vero protagonista di ogni storia e cerca di raccontarne di interessanti, dove succede qualcosa, popolate da personaggi unici, come uniche sono le persone. Attualmente si occupa di tecnologia e organizzazione di eventi per aziende. Scrive nei ritagli di tempo, ogni giorno una sola pagina alla volta, quando va bene due. Non aspetta l’ispirazione, scrive per sapere come la storia andrà a finire. Corregge molto, ma spera di avere la capacità di capire quando molto diventa troppo.

Francesco Pomponio, Grazie di te, ISBN 978-153724146-3  € 13,00

 

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Thinking and Writing as an English Teacher – 5th Lesson

   “Although artistic, seductive and attractive, a mask is always a mask”

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photo by Lucia Guida

Translating into Italian:

“Una maschera per quanto artistica, seduttiva e piacente, è sempre una maschera.”

Storie di città – Tra cielo, mare e fiume

Tratteggiare in poche righe un angolo della città in cui riesci a riconoscerti può sembrare cosa apparentemente facile ma non lo è. Non sempre. Soprattutto se la città di cui vuoi descrivere una sfumatura non ti ha vista nascere ma si è comunque premurata di accoglierti con disponibilità.
In questo breve racconto provo a parlare ancora di Pescara, mio attuale luogo di residenza. Lo faccio nell’unico modo di cui sono capace. E la mia veloce sosta sul ‘Ponte del mare’ finisce col diventare un bel pretesto per ragionare, com’è di solito per me, in punta di cuore.
Buona lettura

A presto

Lucia

Tra cielo, mare e fiume*

Sono sospesa tra cielo e fiume.

Davanti a me la città che pulsa con le sue mille contraddizioni, le sue belle vetrine e i luoghi nascosti che faticano a svelarsi a chi non ha occhi attenti per coglierli.

Alle mie spalle c’è il mare, ora colto in un momento di quiete, dall’aspetto rasserenante come i colori che a quest’ora del crepuscolo lo caratterizzano.

La brezza scompiglia i miei capelli per ricordarmi che anche in un attimo di tranquillità siamo tutti soggetti alle leggi del mondo e alle sue bizzarrie.

Sono al centro di un universo che, al momento, non ha confini se non la mia capacità di dare libero sfogo ai miei pensieri.

Eppure non ho voglia di impegnare la mia mente in cose complicate. Il mio desiderio è quello di perdere il mio sguardo in questa immensità di acqua che cerca di abbracciare il cielo.
Poggiata al parapetto con entrambi i gomiti come da bambina quando, con attenzione, cercavo di cogliere ogni sillaba delle storie narrate da mia nonna, scruto l’acqua di fiume che lentamente scorre verso il mare, riflettendo la luce e i colori di questo tramonto miracoloso, felice epilogo di una giornata di sole incastonata tra giornate di pioggia silente, rassegnata, ottobrina.

Il fiume porta con sé rami spezzati rubati alla vegetazione e alle sponde che lo contengono. Lo fa con autorevolezza e con una pacatezza disarmante per riaffermare il suo pieno diritto a esistere, sia pure tra  le mille contraddizioni e i limiti a lui imposti dall’uomo.
Si trascina verso il mare a voler sottolineare che tutto va come deve andare, portando, però, sulla sua superficie un pezzo di cielo riflesso per segnalare che una possibilità di salvezza c’è sempre, basta saperla cogliere.
Il mare è lì ad attendere l’acqua di fiume che avanza senza sosta per un ultimo  abbraccio totale, coinvolgente.

Non esisterà più differenza tra dolce e salato, colore e consistenza si uniformeranno nella buona e nella cattiva sorte in un’unica grande onda grigio-azzurra verso l’indefinito.

I passanti si avvicendano l’un l’altro per scendere o salire, incrociandosi a poca distanza dal mio punto di osservazione. Lo fanno in silenzio, solcando a passi composti questo Ponte del Mare che è punto di unione tra due rive differenti. Rappresenta con sapienza il futuro con la sua voglia di fare e le sue grandi incognite, le delusioni sottili e la sorpresa gioiosa fatta di piccoli gesti di generosità e gentilezza gratuite.
Non ci sono ombre capaci di fugare la dolcezza di questo momento di sospensione temporale.
C’è solo la consapevolezza di appartenere al qui e all’ora, con l’entusiasmo di vivere ogni singolo soffio di vita come istante irripetibile e prezioso.

Qualsiasi cosa accada.

Oggi e per sempre.

Lucia Guida

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Pescara, Ponte del mare. Foto di Guerino Di Francesco

*L’articolo originale lo trovi qui

N.B. Storie di città è un progetto di scrittura in web. Visita la pagina per saperne di più.

Perché non sarò mai una brava beta reader

Essere o no beta reader?
Le mie considerazioni in punta di penna e di cuore sull’argomento.

Buona lettura a tutti

A presto

Perché non sarò mai una brava beta reader *

Può capitare a ogni autore di venire interpellato per dare un parere sull’ultima creatura scrittoria di un collega. A me succede regolarmente. La cosa dovrebbe riempirmi d’orgoglio. Significa, cioè, che c’è chi al mio giudizio  tiene ed è comunque un’implicita asserzione sul buono di ciò che scrivo anch’io. Altrimenti, perché chiedermi di esprimermi in merito?
Confesso, però, che questo mi mette sempre in difficoltà. Se, cioè, da un lato mi fa piacere leggere quanto scritto da altri, dall’altro versante mi pone nella condizione di recensirlo in fieri, sia pure a fin di bene e dopo esplicita richiesta di qualcuno. Il disagio nasce quando mi trovo di fronte a scritti che non sono nelle mie corde. Per dirla tutta, che non mi piacciono. Un anno fa, per esempio, mi è capitato di promettere con leggerezza e a scatola chiusa ( leggi: senza aver letto nulla del manoscritto a priori) un romanzo breve di cui mi era stato chiesto di fare la prefazione.
Come riferire al suo artefice che la trama non mi convinceva, ma soprattutto che quelle pagine erano piene di errori ortografici, morfologici, stilistici … chiaro sentore del fatto che fosse stato buttato giù in fretta e furia senza un barlume di revisione? Un po’ come immaginare di uscire di casa senza guardarci allo specchio, indossando abiti trasandati, senza esserci dati una pettinata veloce o una semplice lavata di viso. È andata a finire che mi sono arrampicata sugli specchi, giustificando il fatto di aver cambiato idea e di non essere disponibile a fare la prefazione promessa per sopraggiunti  e consistenti impegni che l’altro non ha capito né accettato, provvedendo a cancellarmi dalla lista delle sue amicizie su un noto social. Non so se sia maggiormente discutibile il fatto di essere ricorsa a una pietosa bugia, suscitando le vivaci rimostranze della mia controparte, piuttosto che prendere a quattro mani il coraggio e avere l’audacia di affermare l’inconsistenza di quell’opera. Non so poi come sia finita, se cioè l’autore abbia poi deciso, prefazione o no, di dare alle stampe quanto elaborato. Da come stanno andando le cose nel mondo dell’editoria minore e maggiore, e dal grado leggerezza e fluttuazione riscontrate  in  molte cose da me di recente lette, devo ragionevolmente pensare che l’affaire sia, poi, andato in porto. Che un altro libro sia, quindi, stato comunque stampato e magari pubblicizzato e venduto in una cerchia di fedeli aficionados. Non giudicatemi una snob. Sto semplicemente dicendo che la mia principale difficoltà, nella scrittura come in altre cose della mia vita, consiste nel non saper sempre dire di ‘no’. Salvo, poi, cambiare orientamento all’ultimo minuto passando, magari, per indecisa o confusa.

Il web è pieno di decaloghi che illustrano le qualità intrinseche ed estrinseche di un bravo beta reader e che mi rafforza nell’idea di essere, probabilmente, anche capace di dare un parere positivo o negativo in cui non ci sia posto per tecnicismi  né sfoggio di virtuosismi anche per una come me, qualche pubblicazione per case editrici tutte rigorosamente non a pagamento, oltre a una bella gavetta fatta di racconti brevi in antologie di autori vari e qualche concorso letterario di buon livello superato. Sarà forse pigrizia la mia, o più banalmente la difficoltà di dire pane al pane e vino al vino, soprattutto se messa di fronte a pagine che non mi convincono, e non solo per una questione di stile o contenuto che non combaciano con i miei.

Sbaglia, tuttavia, chi pensa che io non sottoponga a nessuno le cose che scrivo per paura di giudizi negativi. Lo faccio e anche spesso; sono piuttosto intransigente con me stessa, mettendomi in discussione su tutto, con una certa tendenza a modellarmi sul contributo ricevuto se reputo che sia stato formulato con cognizione di causa.

Col permesso dei miei amici autori vorrei, quindi, bypassare la fase di beta reader e passare direttamente a quella di recensore. Tanto, a ben vedere, se le vostre opere valgono, verranno di sicuro pubblicate.
Il risvolto esistenziale di questa medaglia che qualcuno vorrebbe a tutti i costi appuntarmi in petto è che è davvero difficile, a volte, dire no. Incapacità di farlo? Non credo. Forse eccessiva sensibilità e considerazione per chi ho di fronte a me. Una morbosa forma di pudore autorale che mi proibisce di esternare ciò che penso di un’opera a chi ha faticato per scriverla. E sto, in questo caso, parlando per la stragrande maggioranza di colleghi che stimo e di cui ho un’ottima considerazione.

Lucia Guida

beta-reader

ph. credit: pictaram.com

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