luciaguida

Au Feminin Thinking and Writing and Not Only

L’amore vero per la scrittura: incontro senza filtri con la scrittrice Lucia Guida

In attesa di novità editoriali da parte mia ecco una bella intervista di quattro anni fa su WP a cura di Ilaria Grasso a un anno esatto dalla pubblicazione del mio “Romanzo Popolare” per i tipi di Amarganta.
È bello pensare come riguardo alle cose importanti della vita e della scrittura io la pensi esattamente nello stesso modo
Buona lettura a tutti
A presto

Lucia

Liberi Libri e non solo

lucia-new-2Oggi sul mio blog è venuta a trovarmi una carissima amica ed una grande scrittrice, che ho accolto con grande trepidazione ed entusiasmo: si è raccontata, come sempre, con sincerità e senza filtri.

Come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura?

In modo piuttosto comune a molti altri autori. Ho iniziato con un blog nel 2007 nella community di libero e poi, a partire dal 2008, ho tentato la strada dei concorsi letterari nazionali di scrittura. Il primo piazzamento l’ho ottenuto in un premio di narrativa organizzato dalla biblioteca di Capoterra (CA) con un racconto elaborato sul ricordo del primo giorno di scuola di un mio amico. Una storia a cui sono ancora oggi molto legata. È stato il mio esordio letterario ufficiale e mi ha spinta a continuare per questa strada. Nel 2011 ho pubblicato per la prima volta da solista per la casa editrice Nulla Die di…

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Un anno e una vita fa

Esattamente un anno fa io e mia figlia Roberta eravamo in viaggio per Sevilla desiderose di goderci un weekend lungo ritagliato con fatica tra i vari impegni di entrambe, all’epoca medico AVIS addetto ai prelievi e io docente nella scuola pubblica statale della mia provincia.
Sevilla era nella wishlist di tutte e due: per lei era la vacanza dell’estate precedente sfumata per vare ragioni e per me un desiderio coltivato a lungo dai tempi in cui lavoravo come docente di lingua italiana a Madrid.
Partimmo con un po’ di pensosità. In aeroporto e sul volo su cui ci imbarcammo a Roma c’era già chi indossava guanti e mascherine chirurgiche sull’onda delle prime notizie relative alla diffusione dell’epidemia di covid19.
Furono giornate strane e un po’ surreali.
La città ci accolse con spensieratezza. Pareva quasi che fossimo su un’altra dimensione in cui non c’era posto per una qualsiasi avvisaglia della catastrofe sanitaria a cui tutto il mondo sarebbe andato incontro di lì a poco. Da sabato 22, però, fummo tempestate da bollettini sanitari provenienti dalla Lombardia e in apprensione per Emanuele, mio figlio, studente universitario a Milano.
In quell’istante esatto ogni cosa cambiò prospettiva costringendoci a guardare, sia pure a distanza, la realtà.
Di quella vacanza ricordo il profumo dei fiori di Zagara di cui il centro storico (alloggiavamo nel quartiere di Santa Cruz) era impregnato e che ci accoglieva dall’alba al tramonto. Le serate miti e dolcissime. Le giornate soleggiate e calde di una primavera inoltrata che in seguito non avremmo mai potuto vivere in pieno.
Mi piacerebbe tornare a Sevilla con il cuore più leggero quando tutto questo sarà terminato. Con una consapevolezza in più: di quello che non ho vissuto e del tanto che ancora mi attende.

Real Alcazar de Sevilla, 22th Feb 2020, Gardens – shot by Roberta Di Nicola

Thinking and Writing as an English Teacher-15th Lesson

If you love yourself and your world even in perfect solitude

you really love yourself

 

ph.credit: adrian4universedottumblrdotcom

 

Se ami te stessa e il tuo mondo anche in perfetta solitudine

ti ami davvero

Presentazioni d’Autore: “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” di Remo Rapino

La vita di Liborio Bonfiglio appare da subito segnata da quelli che Liborio medesimo, voce narrante di questo romanzo corposo vincitore del Premio Campiello 2020, chiama  “segni neri”: circostanze sfortunate, a cominciare dal temporale fragoroso che ne annuncia la nascita in una serata agostana sui generis in cui sua madre e suo nonno materno attendono medico e levatrice che tardano ad arrivare, e a terminare con l’attesa paziente del protagonista seduto in perfetta solitudine su una sedia spagliata nella sua modesta abitazione, pensando alla vita colorita in maggior parte di controversie che, si sa, “sono  come le cirasce, una tira all’altra”.
Eppure Liborio da bravo traghettatore cerca di reagire alla malasorte vivendo per ben ottantaquattro anni; attraversando il ventennio fascista, la seconda guerra mondiale, il boom economico, gli anni di crisi politica e morale del Belpaese, da lui percorso da centro-sud a nord e viceversa in lungo e in largo, alla ricerca di occasioni di vita migliore, di compagnie maschili e femminili mitizzate in cui identificarsi, come quella di  Venturi Ermes, conosciuto ai tempi del militare e mai più dimenticato assieme a Giordani Teresa, il suo primo amore e la figura del maestro Cianfarra Romeo, pietra miliare della sua infanzia e ricordo costante di ciò che avrebbe potuto essere se soltanto il destino gli avesse regalato occasioni più propizie. Liborio va avanti per la sua strada abbracciando fedi politiche e dottrine sociali in cui si riconosce, conservando in tasca la copia del romanzo deamicisiano “Cuore”, dono del buon maestro Romeo che mostra soltanto a chi sente affine al suo destino tanto da sceglierlo come depositario dei suoi racconti di vita e di strada e delle sue confidenze. Dei suoi sogni e delle sue speranze coltivati con estremo senso delle proporzioni, tipico atteggiamento di chi sa di poter osare sino a un certo punto perché ha tasche che possono contenere soltanto sassi con cui restare ancorato al suolo nelle giornate di vento forte. Un Cocciamatte savio a detta del dottor Mattolini Alvise del manicomio di Imola, luogo in cui Liborio soggiornerà a lungo a seguito di una vicissitudine tragica che lo ha visto protagonista e che ha segnato la sua fine lavorativa. Personaggio autorevole da cui l’operaio aspetterà invano in dono un camice bianco a testimonianza del pieno riconoscimento della consapevolezza e lungimiranza mostrate, certamente migliori e più profonde di quelle di tanta brava gente; un poveraccio connotato, invece,  da uno phisique du rôle ben preciso una volta di ritorno al luogo di nascita, appena tollerato dai suoi compaesani, incarnazione per qualcuno di essi dei peggiori disegni esistenziali. Eppure Liborio riuscirà a prendersi comunque la sua rivincita personale sull’Amore che a suo tempo non lo ha benedetto e su Maccarone, benestante marito di  Giordani Teresa, andando ben al di là del bacio casto di gioventù rubato in una giornata di grandi celebrazioni. Con il placet solidale dei lettori, attenti e curiosi sino all’ultima pagina di questa storia dolceamara in cui luci e ombre, sorrisi sfumati di malinconia autentica, si alternano e si fondono in spaccati di grande umanità culminando in un finale  scenografico ed evocativo ma certamente coerente. Un finale costruito da Liborio a sua immagine e somiglianza, allo stesso tempo rassicurante e intriso di pathos.

Il linguaggio con cui Remo Rapino fa parlare Liborio Bonfiglio è un mixage accurato di italiano standard e dialetto abruzzese, ricco di neologismi coniati dallo stesso Liborio per mantenere il passo e la storia all’altezza di tempi e luoghi da egli menzionati. L’opera è, infine, corredata da un piccolo glossario finale pertinente e utile a chi ha poca dimestichezza con il registro linguistico del protagonista.

Lucia Guida

 

L’autore

È stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).*

 

*minibio presa dalla quarta di copertina dell’opera edita da Minimum Fax

Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, ISBN 9788833890876, € 17

 

La recensione originale è presente su questa pagina

Ricette d’Autore: il Parrozzo

Un’occasione migliore del giorno di Natale non c’era per condividere questa seconda Ricetta d’Autore, coniugando in questo post tutta l’unicità di questa festività vissuta quest’anno senza clamore, nella sua essenza più pura, tra mura domestiche, badando all’importanza delle piccole cose che rendono autentica la nostra vita.
Un dolce tipico e rappresentativo dell’abruzzesità, tanto da spingere a suo tempo Gabriele D’Annunzio  a scrivere dei versi a esso dedicati da me preparato secondo una ricetta di famiglia trasmessa di madre in figlia.
Buona lettura e buona preparazione ma soprattutto che lo Spirito del Natale più genuino (di nome e di fatto!) sia sempre con voi.
A special thank to Maria Grazia Di Biagio, ispiratrice di questo post, poeta molto brava e altrettanto brava gourmet e cuoca.
A rileggerci presto

Lucia

Il Parrozzo

Ingredienti:

  • 150 gr di mandorle sgusciate ma non pelate
  • 250 gr di semola di grano duro
  • 6 uova intere
  • 150 gr di zucchero bianco semolato
  • la buccia grattugiata di un limone biologico
  • una fialetta di aroma di mandorla amara (o, in alternativa, pochi amaretti sbriciolati e una fiala all’aroma di mandorla)
  • 150 gr di cioccolato fondente per la copertura

Preparazione:

Sbattere i tuorli con lo zucchero, aggiungere la semola poco per volta, le mandorle tritate al mixer, la buccia di limone grattugiata e la fiala aromatica. Alla fine incorporare gli albumi montati a neve ben ferma, mescolando dal basso verso l’alto. Cuocere in forno statico a 150°/160° per un’ora e mezza circa. Lasciar raffreddare ben bene, capovolgere su una superficie piana e spalmare con una spatola sulla calotta la cioccolata fondente fusa a bagnomaria. Aspettare che solidifichi mettendolo a riposo in un luogo fresco, tagliare a fette e servire.
NB: lo stampo adatto per cuocere in forno (di forma semisferica) è reperibile anche su Amazon. Io ne ho usato uno di alluminio del diametro di  20 cm.

Il suggerimento extra: accompagnare una fettina di questo dolce con un bicchierino di Aurum, liquore aromatico al gusto di arancia tipico di queste zone, o in alternativa con del bon limoncello o arancino preparati in casa

La citazione:

“I dolci in tavola sono come i concerti barocchi nella storia della musica: un’arte sottile.”
Isabel Allende, ‘Afrodita’ (1998)

Parrozzo realizzato da Lucia, dicembre 2020.

“Tre Storie”: Gianrico Carofiglio

Cari amici,

tre proposte di lettura e/o rilettura dedicate a Gianrico Carofiglio da me pubblicate sulla mia pagina di recensioni  “Tre Storie” sul sito di  Cinema, Teatro, Libri, Arte, Musica e Viaggi culturali Cyrano Factory .
Per il mio viaggio attraverso la scrittura di quest’autore ho scelto tre romanzi, “Ad occhi chiusi”, Sellerio, 2003, “Né qui né altrove, Una notte a Bari”, Laterza (2008) e “Il silenzio dell’onda”, Rizzoli (2012).
Perché un libro salva sempre. Ed è un salvataggio che dura in eterno.
A rileggerci presto

Lucia

 

 

Fotografie

Cari amici, 

per voi oggi un mio racconto breve pubblicato il 10 ottobre 2020 nella rubrica letteraria “Il sabato del racconto” di Parma Repubblica.
Poche righe che parlano di memoria e di affetti e di storie familiari inalienabili nel tempo che hanno ancora molto da raccontare.
Un ringraziamento speciale a Tito Pioli, curatore della rubrica, e a Lucia de Ioanna che mi hanno scelta e ospitata sulla loro pagina
A voi buona lettura

 

FOTOGRAFIE

Erano quattro scatole di cartone di misura e dimensione diversa. In origine avevano ospitato biglietti da visita, cioccolatini, calze da donna velate, una vestaglia da camera maschile di cui si era persa traccia. Ora contenevano semplicemente fotografie scattate nell’arco di più di un secolo.

Luana le impilò l’una sull’altra, poi si sedette sul letto matrimoniale della camera dei suoi genitori e iniziò a perlustrarne il contenuto.

Non erano state conservate secondo un criterio oggettivo di classificazione perché nella stessa scatola era possibile trovare immagini di diversa cronologia: risalivano ai primi del 900 quelle dei suoi bisnonni piccole, scure e austere, accanto a quelle di sua madre ritratta da ragazza in montagna o al mare, delle scolaresche rette con doverosa autorevolezza dai suoi nonni, entrambi insegnanti, e di loro tre, Luana, Marta e Vincenzo, da neonati ad adolescenti attraverso compleanni, celebrazioni di varia natura e gite scolastiche.

Qualcuna di quelle foto aveva mantenuto intatto il suo splendore iniziale e se non fosse stato per la patina giallognola che ne adombrava il retro si sarebbe potuto pensare che fossero state fatte in tempi certamente non recenti ma nemmeno troppo remoti.

Erano gli angoli fratti, rugosi e solcati da sottili venature biancastre a denunciarne la provenienza antica e le frasi a commento vergate con una grafia svolazzante dalla bellezza obsoleta ma persistente: pensieri d’amore, commenti estemporanei sui personaggi che li avevano suscitati, semplici date trascritte in modo criptico destinate a nomi di sconosciuti che a lei non dicevano nulla.

Un flusso potente di sguardi adulti e bambini, di paesaggi vacanzieri o cittadini, di interni casalinghi o di studi fotografici rappresentati attraverso fondali sontuosi, fatti di giardini lussureggianti uguali per tutti in cui l’unico segno distintivo era quello di ospitare l’immagine di una zia che non c’era più con la sua feluca goliardica in testa e il volto sognante rivolto verso un invisibile interlocutore o l’atteggiamento attento di suo nonno bambino vestito alla marinara il visetto pensoso immortalato dal fotografo per regalare a figli, nipoti e pronipoti l’idea di un giorno speciale trascorso con l’abito buono costato denaro e sacrificio a una madre che l’aveva cucito da sé o commissionato a un’altra donna madre anch’essa.

C’erano persino foto divise a metà da una sforbiciata netta a separare affetti importanti che a un certo punto avevano cessato di esserlo testimoniati da avambracci intrecciati l’uno all’altro e moine di sconosciuti uniti da sguardi reciproci e risate fragorose di cui nessuno avrebbe saputo raccontare più niente.

Luana esaminò con pazienza tutti quei pezzi di cuore altrui conservati con cura certosina perché potessero sopravvivere indenni a traslochi, abbandoni precipitosi di case, lutti e separazioni, trasferimenti da un cassetto all’altro per arrivare sino a lei e poter essere accarezzati ancora con un tocco gentile, rispettoso.

La paziente raccoglitrice di tutti quei frammenti di vita non aveva reputato di ingabbiarli in album fotografici regolamentari stabilendo di mostrarli senza filtro a chi avesse deciso di interessarsi a quei pezzi inediti di storia familiare, immortalati con generosità in fotogrammi eloquenti ma talvolta ripetitivi.

Le piacque pensare che il fotografo avesse comunque deciso di regalare quegli scatti extra al suo committente a corredo di fotografie più rappresentative che, invece, erano finite in cornici d’argento o nel portafoglio di persone care come pegno d’amore o d’amicizia per poi perdersi per strada. In quei contenitori di cartone mal assortiti, scelti per la loro capienza più che per una questione di pregio, c’era un mondo di situazioni che mancava alle narrazioni ascoltate da chi l’aveva preceduta.

Luana le prese in blocco e le infilò in una sacca in cui aveva già messo da parte uno scialle di seta della bisnonna e una borsina ricamata da teatro di una prozia materna accogliendo virtualmente dentro di sé i volti di tutti i suoi antenati di cui aveva memoria e anche di quelli che non era riuscita a individuare pur conoscendone per filo e per segno le vicissitudini. Di quei bebè sorridenti che non erano arrivati a un anno di vita e di chi, invece, aveva concluso in tarda età la propria esistenza.

Soltanto in quell’istante avvertì la compiutezza di quel gesto necessario e gentile.

Con calma spianò le grinze sul copriletto di piquet bianco del letto dei suoi, poi si alzò in piedi e, sacca in spalla, raggiunse i traslocatori in soggiorno per annunciare che in quella casa il suo lavoro era terminato.

Lucia Guida 

 

Il racconto in edizione originale lo trovate qui

 

 

 

 

                                                        Ph.credit: Artribunedotcom

 

Bern in my pocket

In piena pandemia ogni viaggio si affronta con qualche patema in più. Ma era l’occasione di rivedere mia figlia, al momento di stanza in Svizzera dal punto di vista professionale. È diventata un’occasione rubata alle circostanze per conoscere una città, Berna, capitale di stato, dal fascino soffuso ma non di meno incantevole.
Ve la racconto grazie a qualche scatto emozionale.
Buona visione e buona lettura.

 

 

 
 
Non c’è niente di più veritiero dell’attimo colto all’istante per descrivere il centro della città in una giornata nuvole e pioggia. È lì che tutto si mostra nella sua reale essenza. E questa città, patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO,  non fa eccezione.

 

 

Alla base dei 6 chilometri di porticati che correndo tagliano il cuore di questa antica città fondata nel 1191, non è raro intravedere vecchie  cantine trasformate in localini di tendenza, negozi, enoteche e pubblici esercizi caratteristici di varia tipologia da visitare per scoprire cosa nascondano al loro interno
Il Rosengarten, Giardino delle Rose, è un bellissimo parco nella zona alta di Berna con una splendida vista sulla città. Un luogo incantevole per un appuntamento romantico, per mangiare un panino da soli o in compagnia seduti sul muretto che ne delimita la parte prospiciente il centro abitato avendo a portata di mano una vista mozzafiato. Consigliatissimo a tutti e in special modo ai romantici persi come me.

 

Tornare verso il centro percorrendo l’imponente ponte di metallo che congiunge due rive del fiume Aar è la possibilità aggiunta di scattare foto suggestive.
 
 

 

Un altro giro veloce sotto la pioggia e poi il regalo di una pausa confortevole in una caffetteria assaggiando alcune tipicità dolci.

 

Il tempo di una buonissima tisana calda accompagnata da un’ottima torta al cioccolato e fuori il tempo è già cambiato: c’è un po’ di sole e il cielo si è rimesso al bello. Una possibilità fantastica in più per salutare questa città raffinata col sorriso sulle labbra.
Good bye, Bern. A pleasure to visit you!  
 

 

 

 

Curpa ro cauru

Ogni tanto torno alla mia antica passione di andar per premi letterari, cercando di aderire solo a quelli di qualità.
Il racconto che posto ora è un piccolo divertissement letterario incentrato sulla vicenda tragicomica di Linuzza  e sull’imprevedibile scambio e uso di pozioni di varia natura, arrivato in finale nell’estate 2020 nel Concorso Letterario Nazionale “Socc’mel che sfiga” bandito dalle Edizioni del Loggione di Modena.
“Curpa ro cauro” è parte dell’antologia di A.A.V.V. dedicata all’evento.
Buona lettura

 

Curpa ro cauru

D’afa e d’amore si poteva anche morire. Se lo disse Linuzza davanti alla finestra della camera da letto, le persiane accostate, mentre pensava con languore a Tonio che quel giorno non si era fatto vedere, le tende di trina leggera sollevate dal suo ansimare colmo di rimpianto.

E dire che a preparare quel pranzo succulento ci aveva messo tutta sé stessa dal momento che per lui l’adagio “l’amore passa per la gola” rispecchiava fedelmente la realtà. Certa che in un bacio e in un amplesso sensuale, profondo, Tonio avrebbe impiegato lo stesso ardore che impiegava nel gustare una fetta di arrosto o una generosa porzione di lasagna. L’ora di pranzo era ormai trascorsa e di lui non c’era traccia. Si aggiustò con calma la cinta della vestaglietta di raso staccandosi con riluttanza dal davanzale alla percezione di un ciabattare inconfondibile oltre la porta chiusa.

Zzia Malù, ancora sveglia siete? Su, andate a riposare un po’.

La vecchina la guardò sorniona, poi le sorrise con candore allusivo. Lina sbuffò rassegnata.

-Ancora? Ma se stamattina ve ne ho già data una …

L’altra si strinse nelle spalle dondolandosi vezzosa come una monella.

– E va bene. Ma che sia l’ultima, intesi? E poi a nanna, di filato – sospirò lei, porgendole rassegnata una geleè alla frutta. L’anziana la carpì con avidità mettendosela fulminea in bocca, passandosela da guancia a guancia per centellinarla pian piano. Poi accettò docilmente di essere messa a letto, le lenzuola di lino ben tirate e le imposte socchiuse per trattenere fuori quell’estate torrida. Chiudendosi la porta alle spalle Lina sospirò piano. Zia Malù era parte dell’eredità della buonanima di suo marito Rocco assieme a quella casa padronale, un antico negozio di tessuti e una montagna di debiti. E dire che tutti l’avevano guardata con invidia palpabile all’uscita del Duomo in abito bianco, giovanissima, al braccio di quell’attempato e piacente scapolone che in soli tre mesi aveva finalmente deciso di maritarsi. Un vero peccato che quel matrimonio fosse stato di breve durata e che lo sposo avesse d’improvviso deciso di passare a miglior vita alla fine di una serata dedicata al vino novello e ai festeggiamenti in onore di San Martino con amici di vecchia data. Una vera fortuna che Tonio, compagno d’infanzia di Rocco, ci avesse messo tutto sé stesso a consolarla tanto da scatenare le ire funeste dell’anziana madre presso cui viveva, assai prevenuta verso quella vedovella intraprendente che pareva non perder tempo. Sbocconcellando un pezzo di crostata fragrante lavorata con amore per colui che aveva disertato il loro rendez-vous e ancora calda di forno, Lina aggrottò le sopracciglia al pensiero che altre donne potessero ambire all’amato bene. Quella maestrina settentrionale ad esempio, bionda, snella e certamente più giovane di lei, che faceva voltare più di un uomo con i suoi colori nordici a quelle latitudini difficili da incontrare. Convinta che stesse mirando con un certo interesse al suo Tonio aveva deciso di correre ai ripari, recandosi svelta da Assunta, la magàra del paese, dispensatrice di filtri magici, erbe curative e sortilegi contro la malaventura.

-Mi devi preparare un filtro d’amore potente, potentissimo – aveva esordito, ben decisa a liberarsi di chiunque fosse di ostacolo al suo bel sogno con ogni mezzo, lecito e non. L’altra l’aveva guardata, poi aveva fissato ispirata la foto di Tonio, mormorando a occhi chiusi litanie propiziatorie dal tono lugubre di cui lei aveva voluto saper poco. Magia nera o bianca poco importava, quella faccenda andava risolta.

-Mi raccomando la costanza- le aveva detto Assunta perentoria, porgendole un intrico di fili di cotone annodati che andavano immersi in acqua benedetta e poi cuciti in un panno rosso da conservare nell’imbottitura del cuscino. E lei aveva seguito alla lettera la sua prescrizione, intingendo, quella stessa sera, la manina sottile nell’acquasantiera. Poi aveva versato un bel po’ di pozione nella brocca del vino in occasione del successivo pranzetto ben attenta che lui se ne servisse a volontà, facendo dapprima onore ai manicaretti e alle libagioni e poi faville in camera da letto; lasciandola sazia d’amore tra le lenzuola intrise di sudore e dell’odore dei loro corpi avvinti in un interminabile amplesso. Passata una settimana la storia si era ripetuta. Complice, quella volta, una cenetta al lume di candela consumata in sala da pranzo e culminata con un dessert speciale, una notte di passione senza precedenti, unica. Baciandolo all’alba con trasporto prima di salutarlo Lina aveva benedetto quell’elisir portentoso che così accortamente proteggeva e dava consistenza al suo legame con Tonio, restando per tutto il giorno in uno stato di beatitudine pura sino a quando Manuela, la ragazza che l’aiutava nelle faccende, non le aveva narrato con tono malizioso dell’incontro a mezzogiorno tra il suo spasimante e la maestrina al Caffè Centrale in piazza. Lina si era sentita morire vedendo crollare d’un tratto tutte le sue più rosee aspettative. E dire che la sera prima aveva versato una dose generosa di filtro nel caffè e nel bicchierino di ratafìa servitigli a fine pasto. Si era crogiolata nella malinconia di quel pensiero sino a quando non era dovuta correre in strada per riacciuffare la zzia, sfuggita al suo controllo e a quello di Manuela; l’avevano ritrovata imbellettata di tutto punto, cappellino con veletta in testa, in estatica contemplazione della vetrina del macellaio. Un po’ con le buone e un po’ con le cattive erano riuscite a ricondurre a casa la fuggitiva seppur con notevole ritrosia e brontolii, punendola con una cena a base di verdure e frutta cotta senza il conforto finale delle sue amate geleè; del resto il medico condotto aveva raccomandato di tenerla a regime per evitare spiacevoli complicanze prescrivendole un blando lassativo che la potesse all’uopo aiutare. Tenerla d’occhio le costava una buona dose di energie; bastava che lei voltasse lo sguardo ed ecco che l’anziana sembrava volatilizzarsi, abbondantemente cosparsa di cipria e profumo e un accenno di eleganza dato da un colletto di merletto ingiallito o vecchie collane dalle perle sgranate e opacizzate, in indolente passeggio per il corso principale del paese accompagnata dall’ironia dei compaesani che incrociava.

Uno scampanellio discreto riaccese la sua speranza. Con circospezione aprì nella calura estiva e soffocante il pesante portoncino di legno intagliato quel tanto che bastava per far entrare il suo uomo. Quel pomeriggio il pranzo fu messo da parte per passare senza troppi preamboli ad altro, l’atmosfera bollente esterna solo di poco superata dalla calorosità di quella della camera da letto padronale.

Con intima soddisfazione Lina poggiò il vassoio con le tazzine fumanti sul comodino, porgendo a Tonio il suo caffè e apprestandosi anch’ella a berlo in sua compagnia.

L’uomo la prese con prepotenza per un fianco tirandosela contro.

-Allora, Linuzza, che ne dici di conoscere mammà questa domenica pomeriggio?

Lei si strozzò quasi alla disinvoltura di quell’annuncio che oramai disperava di sentire in concreto oltre che nella seraficità dei suoi sogni più audaci.

-Vita mia, dici davvero?

Tonio aspirò una boccata della sua sigaretta e annuì solennemente.

-E quando mai, bocconcino, ti ho raccontato una faccenda per un’altra? Cosa fatta è.

La vedovella l’abbracciò con foga quasi a soffocarlo rischiando di bruciarsi seriamente con la brace del mozzicone acceso che gli penzolava ancora tra le labbra, coprendogli grata di baci radi il viso, il collo e finanche i baffi. Con quel caffè aveva voluto tentare il tutto e per tutto, versandovi dentro ciò che rimaneva dell’intruglio misterioso di Assunta. Ma il suo trionfo durò davvero poco; dopo qualche attimo Tonio era davanti a lei, piegato in due, a contorcersi per i forti dolori addominali che avvertiva, annunciandole a gran voce di aver necessità di andare in bagno, madido di sudore e pallidissimo in volto.

Incurante del parapiglia di sottofondo la nonnina, vestita di seta malva e ben profumata, sgattaiolò al pianterreno, precipitandosi rapida in strada per sedersi con sguardo adorante su un gradino di fronte all’entrata del negozio di Turi il macellaio in attesa che questi riaprisse i battenti per la vendita serale. Con voluttà si concesse l’ennesima geleè, conservando l’ultima che le restava per l’uomo che popolava da tempo le sue visioni oniriche femminili notturne e diurne.

Manuela sospirò piano pensando agli avvenimenti di quella giornata dall’epilogo imprevedibile e funesto: l’arrivo del dottore, accorso in fretta per visitare don Tonio colpito da una diarrea senza precedenti e la sua padrona in preda a una crisi di nervi che brandiva due boccette scure identiche completamente vuote, farneticando di purghe e di elisir. Zzia Malù avvinghiata a Turi u carnezziere su tutte le furie per essersela ritrovata ancora una volta in negozio a spasimare d’amore per lui. E poi, infine, Donna Carmela che prelevava suo figlio più morto che vivo con aria sdegnata e sprezzante, gridando a gran voce vendetta. Nuddu ci capiu chiù nenti, a schifiu finiu. Curpa ro cauru, sicuru.

La calura eccessiva, era risaputo, talvolta giocava bruttissimi scherzi.*

“Curpa ro cauru” in A.A.V.V., “Socc’mel che sfiga”, Modena, Edizioni del Loggione, 2020

Lucia Guida

 

 

Mariano Fortuny y Mandrazo, “Nudo di donna”, particolare, 1944

Tre Storie: “Due occhi azzurri” di Thomas Hardy

Terzo e ultimo appuntamento della triade hardiana da me prescelta per la recensione d’Autore con il romanzo “Sotto gli alberi”, letto nella edizione Fazi del 2017 con traduzione a cura di Maria Felicita Melchiorri.
Buona lettura

 

DUE OCCHI AZZURRI

Elfride Swancourt, ragazza le cui emozioni risiedevano vicinissime alla superficie, è giovane e bella, innamorata dell’amore e ansiosa di vivere una storia affettiva con un uomo che la aiuti a svincolarsi dall’entourage della parrocchia situata nei sobborghi spazzati del Wessex inferiore, diretta da suo padre,  poco propenso a dedicarsi con devozione all’ingrato compito di crescere una figlia in età da marito. L’occasione arriva provvida grazie alla necessità di ristrutturare la torre e la navata laterale della chiesa di Endelstow   da lui retta affidata da Lord Luxellian, notabile del luogo, a un giovane architetto, Stephen Smith, in rappresentanza di un famoso studio londinese interpellato a tale scopo. Su di lui si concentrano le fantasie romantiche di Elfride, rafforzate dall’idea paterna che il giovane appartenga a un casato nobiliare locale. Il sogno d’amore sfuma nel momento in cui, a fronte di ricerche maggiormente approfondite, Mr. Swancourt scopre che Stephen è in realtà di umili natali. Trasferitosi in giovane età a Londra è grazie alla generosità e all’appoggio di alcune personalità, tra cui il gentiluomo Henry Knight, che ha potuto studiare e procacciarsi un rispettabile impiego. La ragazza continua tuttavia a frequentarlo promettendosi a lui grazie ad alcune rocambolesche vicissitudini che costellano la sua contrastata storia d’amore.  L’idillio è destinato, tuttavia, a naufragare con la comparsa all’orizzonte di Knight, scapolo impenitente fino alla misoginia ma suo malgrado attratto dall’avvenenza e dall’ingenuità della ragazza di cui si crea un’immagine ideale del tutto personale collimante con gli stereotipi femminili posseduti:  per sua stessa ammissione, infatti, non sarebbe in grado di legarsi a nessuna donna con trascorsi amorosi importanti. Durante l’assenza di Stephen, trasferitosi nel frattempo in India alla ricerca di fortuna maggiore per riproporsi al padre dell’amata e guadagnarne finalmente il favore, Elfride decide all’improvviso di concedere le proprie attenzioni a Knight con la complicità di Mrs. Swancourt, nuova moglie del parroco, con cui Henry è alla lontana imparentato. Ma né Stephen, messo da parte dalla volubilità di Elfride, ora attratta dalla forte personalità del mentore del suo antico fidanzato, né lo stesso Knight, prigioniero della propria ristrettezza mentale in stridente contrasto con la cultura posseduta, riusciranno ad avere la bella ragazza dagli occhi azzurri che, messe da parte le iniziali idee romantiche, accetterà di convolare a nozze con Lord Luxellian, divenuto nel frattempo vedovo, l’unico ad averle saputo offrire quella protezione  e quell’amore da lei lungamente ricercati in una figura maschile.

Il romanzo, pubblicato nel 1873, si articola in 40 capitoli titolati com’è spesso usanza dell’autore, di una prefazione di quest’ultimo e di sue notazioni sui nomi dei luoghi da lui conferiti ai reali toponimi. 
Il personaggio di Elfride è tracciato con la consueta ricchezza di particolari e si conquista presto il favore del lettore intenerendolo con le sue gesta impulsive. La ragazza è tutta impeto ed assalto, profondamente intrisa dello spirito romantico del suo tempo e cresciuta nella mitizzazione di amori tormentati e avvincenti, vissuti a sprezzo anche della propria vita e  a dispetto delle convenzioni. Con la presunzione ingenua di poter essere trattata paritariamente dagli uomini che vorrebbe accanto che, però, mal si concilia con la pruderie vittoriana dell’epoca. Quest’ultima caratteristica fa di Elfride una Tess dei d’Urberville  eroina successiva hardiana in nuce, conferendole una parvenza di quell’intraprendenza e quella magnifica voglia di vivere e di adeguarsi appieno ai cicli naturali stagionali stravolgendo completamente la morale tardo-vittoriana contemporanea. La tirannia amorosa esercitata da Elfride su Stephen trova karmicamente una compensazione nell’esagerata accondiscendenza verso Henry macchiandosi di non detti fatali verso il nuovo fidanzato da cui lei vorrebbe essere accettata incondizionatamente mantenendo un barlume di autonomia personale. Ma i tempi non sono maturi per un atteggiamento tout court da suffragetta. Sarà la sua sincerità finale, tirata in ballo per stemperare l’errore di avergli taciuto sin all’inizio particolari trascurabili ma comunque importanti dei suoi pregressi affettivo-relazionali, a determinare la brusca fine della loro relazione: Henry ha infatti dell’amore un concetto assai tradizionale e molto poco elastico in cui non è contemplata la possibilità anche minima di errore della controparte femminile. Vorrebbe realmente che la sua donna ideale fosse un libro intonso ancora tutto da sfogliare racchiuso in un involucro esteriore seducente ed esteticamente accattivante. Quello di Elfride, certamente, ma sfrondato del temperamento passionale di quest’ultima considerato poco opportuno e addirittura moralmente riprovevole. Il Fato non concederà a nessuno dei due antichi pretendenti benevole chance verso la ragazza: quando entrambi, sia pure per motivi diversi, cercheranno di riabilitarsi agli occhi di Elfride troveranno ad attenderli da parte di quest’ultima una sorpresa amara ma assolutamente coerente dal punto di vista narrativo.

C’è chi ha ravvisato particolari autobiografici in questo romanzo collegandoli alla moglie di Hardy, Emma Gifford, soprattutto nelle pagine del romanzo dedicate alla ristrutturazione di parte di Endelstow  Parrish e al rapporto costellato da alti e bassi che legò lo scrittore alla sua prima moglie. A ogni modo le vicende umane di questi personaggi rappresentano un fantastico espediente per dare voce ai paesaggi e all’ambientazione nel maestoso Wessex, protagonista indiscusso anche stavolta e voce potente capace di trasformare in flebile lamento le sia pur giuste e coerenti rivendicazioni degli esseri umani a cui ha concesso asilo temporaneo presso di sé.

Collana:
Le strade
Numero Collana:
323
Pagine:
428
Codice isbn:
9788893252249
Prezzo in libreria:
€ 18
Codice isbn Epub:
9788876251771
Prezzo E-Book:
€ 9.99
Data Pubblicazione:
13-07-2017
 
 
 
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