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Au Feminin Thinking and Writing

Thinking and Writing as an English Teacher – 6th Lesson

“Media and real life overexposing is like taking a photo by using a too strong flash: the only thing we get is a blurry picture”

 

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ph.credit: it.pinterest.com

 

 

Translating into Italian:

“Sovraesporsi mediaticamente e nella vita reale è come farsi fotografare usando un flash troppo forte; ottenendo, come unica conseguenza, un’immagine sfocata.”

Splendida, splendida København – cronaca minimal di pancia di un lungo weekend danese

Quando a febbraio ho dovuto rinunciare al breve viaggio a Lisbona per un problema legato a orari di volo che non collimavano con le esigenze mie e di mia figlia, l’ho fatto con un sottile dispiacere. Avevamo già individuato il periodo che poteva andare bene a entrambe, a ridosso del  ponte del 25 aprile, per visitare un paese dell’Europa del Sud, ma la compagnia aerea aveva deciso in corso d’opera di cambiare le carte in tavola riservandoci orari scomodissimi. Ecco allora prospettarsi la possibilità di usufruire di un volo in partenza dalla mia città di residenza, da poco istituito per Copenaghen; un’occasione unica, che s’incastrava alla perfezione nei pochi giorni a disposizione. Anche la prenotazione dell’hotel, un meraviglioso ostello della Generator, era andata a buon fine, permettendomi di scegliere la tipologia della camera che cercavo.

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Generator Copenhagen, ph. credits EVASION

Un insieme di tasselli che combaciavano alla perfezione come a indicarmi qualcosa.
Raccontando a un’amica di ciò che mi era capitato, e partendo dal presupposto che nulla, nella vita, capita mai per caso, sono partita con la sensazione che questo viaggio sarebbe stato epifania di qualcosa che è dentro di me e che ha voglia di emergere in superficie.

Il giorno d’arrivo è stato caratterizzato da un cielo grigio screziato d’azzurro. Una sorta di benvenuto culminato con la comparsa del sole che ci ha accompagnate fino a sera inoltrata, permettendoci di visitare tutte le cose che ci eravamo prefisse di andare a vedere.

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La visita alla Rundetårn, in Købmagergade, ha contenuto per me in nuce l’intero viaggio. Cerco di spiegarmi attraverso tre  opere d’arte contemporanee ospitate nella sala della biblioteca della torre, per me estremamente evocative.

Un pannello di legno con scritte in metallo su cui, tra l’altro, spiccava il lemma ‘parola’ in un’infinità di lingue diverse. Quasi a suggerire come, a volte, la parola sia una semplice dimensione tra tante. E forse la meno esaustiva.

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Un’opera intitolata ‘The Transformation of Everything’, a firma dell’artista visuale  Kaspar Bonnén estremamente rappresentativa del percorso di tutti noi

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Pannelli di seta stampata messi assieme su una parete a formare ‘Prepare for the worst’, opera di Lise Harlev

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Potrei sintetizzare in cinque idee le mie impressioni nel nostro breve giro da turiste in questa capitale: Luce,  Fiori, Gente, Cibo, Colori

 

La Luce

A Copenaghen come del resto in molti paesi del nord europeo, l’illuminazione assume un’importanza topica. Dappertutto, a cominciare dalle finestre e a terminare dai tavolini nei bar, trovi candele, tea lights, semplici abat-jour schierati a indicare come, alla fine, sia facile sconfiggere il buio e la notte. Una sensazione piacevole e confortante che ti accompagna durante il giorno sino a sera inoltrata, guardando la cura con cui la gente espone sui davanzali delle finestre, quasi a mo’ di offerta,  lampade di varie fogge e dimensioni.

 

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Autumn evening by Anna Nikitina su Hygge, pinterest.com

I Fiori

Abbondano nei giardini, nelle aiuole, fuori dai supermercati in un tripudio di bouquet multicolori ma anche al centro dei tavolini delle caffetterie.O in fioriere messe in bella mostra al di fuori dei portoni d’entrata delle case danesi . E sono tulipani e narcisi ma anche rose e garofani.

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E con stupore scopri che quella rosa perfetta in un piccolo portafiori su un tavolino di un bar, accompagnata da una piccola lampada, non è di plastica o di stoffa ma è vera e dà l’impressione di essere stata appena colta per te.

 

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La mia idea è che quest’usanza, diffusissima, serva in certo qual modo a esorcizzare il lungo inverno nordico. Richiamando a gran voce la primavera che stenta a decollare.

 

La Gente

A noi è apparsa molto ospitale. Un esempio tra i tanti: un signore anziano a passeggio con sua moglie, vedendo me e mia figlia che consultavamo una cartina della città ci ha chiesto se ci eravamo perse con la palese intenzione di aiutarci nel caso gli avessimo risposto in senso affermativo.  Al ristorante i camerieri si sono prestati a darci tutte le informazioni sul migliore Danish Way of Life soddisfacendo le nostre tante curiosità. Insomma, ci è sembrato che la tipizzazione della gente del nord Europa, distaccata e poco aperta, naufragasse miseramente di fronte a una disponibilità che non era meramente di tipo utilitaristico.

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Il Cibo

Per quanto possibile abbiamo cercato di adeguarci e assaggiare pietanze locali, molte delle quali a base di pescato, aromatizzate con ingredienti come lo zenzero, le bacche di ginepro o la cannella, in un mix di sapori agrodolci davvero particolari. Ottime anche le torte e i dolci in generale.

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il buffet di aringhe da Nyhavns Færgekro, nel centro storico di Copenaghen, lungo il canale di Nyhavns

I Colori

Dalle pareti esterne di alcuni angoli caratteristici della zona portuale, alle pietanze, ai fiori che abbondano nei parchi e nei giardini pubblici e nei parchi a tema come i Giardini di Tivoli, dal look  sgargiante,o i quartieri non omologati e alternativi come Christania dal gusto un po’ fané e malinconico.
A ogni modo ai danesi piace il bello. Le vetrine sono sobrie e ricercate nella varietà merceologica che offrono. Una menzione a parte meritano le porcellane e il design di oggetti di uso comune, dalle linee pulite ed essenziali, che conquistano per la capacità di non essere mai eccessivi ben coniugando funzionalità ed eleganza.

 

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Bilancio finale

Credo di aver lasciato a Copenaghen un pezzetto del  mio cuore. Oltre a ricevere la riprova che puntare sulla luminosità, dentro e fuori, paga sempre ed è comunque una scelta possibile, sia che la Luce tu ce l’abbia dentro o che te la vada a cercare con tenacia all’esterno.

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Sakura blossom, Langelinie Park a Copenaghen

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Presentazione d’autore: “Grazie di te” di Francesco Pomponio

Zeb e Anna e sono i protagonisti di ‘Grazie di te’, edito da Amarganta  a settembre del 2016 a firma di Francesco Pomponio, autore al suo terzo romanzo, il primo per questa casa editrice.
Il libro narra una storia d’amore, dai suoi timidissimi prodromi sino alla fine. Una storia di sentimenti e di persone in cui confluiscono le esperienze di vita dei suoi protagonisti, costretti loro malgrado a un’espiazione lenta di colpe mai commesse e a dover fare  i conti con un bel fardello esistenziale e con avvenimenti che tendono a metterli a dura prova nel corso dell’intera narrazione.

Zeb è un autotrasportatore che si è fatto da sé e che può gestire la sua vita, anche professionale, senza rendere conto a nessuno se non a se stesso; un cane sciolto che a un certo punto del cammino incontra Anna, all’apparenza personaggio etereo, una cameriera di uno dei tanti hotel che lui è costretto a bazzicare per motivi di lavoro. Con estrema pazienza, ma anche con la determinazione che lo ha contraddistinto nelle tante vicissitudini della sua vita, costruita pezzo dopo pezzo da solo, dopo un’infanzia durissima che lo ha segnato ma che non gli ha fatto perdere il senso d’orientamento, ( come, invece, è accaduto per molti dei suoi ex compagni di borgata), Zeb decide di rivoluzionare le sue giornate cambiando dimora e lavoro pur di poter restare al fianco della donna di cui si è innamorato, prendendosi totalmente carico dei sospesi che la affliggono e accettando di condividerli in toto, nella buona e nella cattiva sorte, nonostante le fasi altalenanti della loro relazione.

L’uomo si costringe ad acconsentire anche al fatto che Anna, a un certo punto, stabilisca di allontanarlo dalla propria vita; lo fa consapevole che il loro destino sarà sempre legato a doppio filo. Una dedizione totale che alla fine darà il giusto frutto con gli interessi, facendo comprendere alla donna tutta l’importanza rivestita dalla presenza costante e mai ingombrante di lui.

La narrazione è condotta in terza persona toccando momenti corali costellati dai numerosi personaggi di secondo piano ma assolutamente funzionali alla storia, che hanno il pregio di enfatizzare le caratteristiche dei due protagonisti, fornendo ottimi ganci scrittorii per il prosieguo della vicenda.  Ottimamente curati ed estremamente verosimili, come del resto è d’abitudine per Pomponio, i dialoghi, venati dall’ironia di Zebedeo che non perde occasione per fornire al lettore perle di buonsenso e saggezza, e dall’essenzialità della sua compagna, meno propensa a fornire ricette di vita forse perché più pronta ad agire anche a costo lasciare troppo spazio alla propria impulsività.

 

L’autore

 

Francesco Pomponio, nato in Abruzzo, ha vissuto a Roma per tutta la vita. Attualmente vive fra le montagne, anche se comincia a odiare la neve. Scrive da quando aveva 18 anni, ha cominciato con racconti per poi arrivare ai romanzi. Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “La macchina del tempo esiste già” e due romanzi: “La lavagna di Amerigo” e “Soave sia il vento”. Ha tre romanzi inediti e ne sta scrivendo un altro. Considera il lettore il vero protagonista di ogni storia e cerca di raccontarne di interessanti, dove succede qualcosa, popolate da personaggi unici, come uniche sono le persone. Attualmente si occupa di tecnologia e organizzazione di eventi per aziende. Scrive nei ritagli di tempo, ogni giorno una sola pagina alla volta, quando va bene due. Non aspetta l’ispirazione, scrive per sapere come la storia andrà a finire. Corregge molto, ma spera di avere la capacità di capire quando molto diventa troppo.

Francesco Pomponio, Grazie di te, ISBN 978-153724146-3  € 13,00

 

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Thinking and Writing as an English Teacher – 5th Lesson

   “Although artistic, seductive and attractive, a mask is always a mask”

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photo by Lucia Guida

Translating into Italian:

“Una maschera per quanto artistica, seduttiva e piacente, è sempre una maschera.”

Storie di città – Tra cielo, mare e fiume

Tratteggiare in poche righe un angolo della città in cui riesci a riconoscerti può sembrare cosa apparentemente facile ma non lo è. Non sempre. Soprattutto se la città di cui vuoi descrivere una sfumatura non ti ha vista nascere ma si è comunque premurata di accoglierti con disponibilità.
In questo breve racconto provo a parlare ancora di Pescara, mio attuale luogo di residenza. Lo faccio nell’unico modo di cui sono capace. E la mia veloce sosta sul ‘Ponte del mare’ finisce col diventare un bel pretesto per ragionare, com’è di solito per me, in punta di cuore.
Buona lettura

A presto

Lucia

Tra cielo, mare e fiume*

Sono sospesa tra cielo e fiume.

Davanti a me la città che pulsa con le sue mille contraddizioni, le sue belle vetrine e i luoghi nascosti che faticano a svelarsi a chi non ha occhi attenti per coglierli.

Alle mie spalle c’è il mare, ora colto in un momento di quiete, dall’aspetto rasserenante come i colori che a quest’ora del crepuscolo lo caratterizzano.

La brezza scompiglia i miei capelli per ricordarmi che anche in un attimo di tranquillità siamo tutti soggetti alle leggi del mondo e alle sue bizzarrie.

Sono al centro di un universo che, al momento, non ha confini se non la mia capacità di dare libero sfogo ai miei pensieri.

Eppure non ho voglia di impegnare la mia mente in cose complicate. Il mio desiderio è quello di perdere il mio sguardo in questa immensità di acqua che cerca di abbracciare il cielo.
Poggiata al parapetto con entrambi i gomiti come da bambina quando, con attenzione, cercavo di cogliere ogni sillaba delle storie narrate da mia nonna, scruto l’acqua di fiume che lentamente scorre verso il mare, riflettendo la luce e i colori di questo tramonto miracoloso, felice epilogo di una giornata di sole incastonata tra giornate di pioggia silente, rassegnata, ottobrina.

Il fiume porta con sé rami spezzati rubati alla vegetazione e alle sponde che lo contengono. Lo fa con autorevolezza e con una pacatezza disarmante per riaffermare il suo pieno diritto a esistere, sia pure tra  le mille contraddizioni e i limiti a lui imposti dall’uomo.
Si trascina verso il mare a voler sottolineare che tutto va come deve andare, portando, però, sulla sua superficie un pezzo di cielo riflesso per segnalare che una possibilità di salvezza c’è sempre, basta saperla cogliere.
Il mare è lì ad attendere l’acqua di fiume che avanza senza sosta per un ultimo  abbraccio totale, coinvolgente.

Non esisterà più differenza tra dolce e salato, colore e consistenza si uniformeranno nella buona e nella cattiva sorte in un’unica grande onda grigio-azzurra verso l’indefinito.

I passanti si avvicendano l’un l’altro per scendere o salire, incrociandosi a poca distanza dal mio punto di osservazione. Lo fanno in silenzio, solcando a passi composti questo Ponte del Mare che è punto di unione tra due rive differenti. Rappresenta con sapienza il futuro con la sua voglia di fare e le sue grandi incognite, le delusioni sottili e la sorpresa gioiosa fatta di piccoli gesti di generosità e gentilezza gratuite.
Non ci sono ombre capaci di fugare la dolcezza di questo momento di sospensione temporale.
C’è solo la consapevolezza di appartenere al qui e all’ora, con l’entusiasmo di vivere ogni singolo soffio di vita come istante irripetibile e prezioso.

Qualsiasi cosa accada.

Oggi e per sempre.

Lucia Guida

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Pescara, Ponte del mare. Foto di Guerino Di Francesco

*L’articolo originale lo trovi qui

N.B. Storie di città è un progetto di scrittura in web. Visita la pagina per saperne di più.

Perché non sarò mai una brava beta reader

Essere o no beta reader?
Le mie considerazioni in punta di penna e di cuore sull’argomento.

Buona lettura a tutti

A presto

Perché non sarò mai una brava beta reader *

Può capitare a ogni autore di venire interpellato per dare un parere sull’ultima creatura scrittoria di un collega. A me succede regolarmente. La cosa dovrebbe riempirmi d’orgoglio. Significa, cioè, che c’è chi al mio giudizio  tiene ed è comunque un’implicita asserzione sul buono di ciò che scrivo anch’io. Altrimenti, perché chiedermi di esprimermi in merito?
Confesso, però, che questo mi mette sempre in difficoltà. Se, cioè, da un lato mi fa piacere leggere quanto scritto da altri, dall’altro versante mi pone nella condizione di recensirlo in fieri, sia pure a fin di bene e dopo esplicita richiesta di qualcuno. Il disagio nasce quando mi trovo di fronte a scritti che non sono nelle mie corde. Per dirla tutta, che non mi piacciono. Un anno fa, per esempio, mi è capitato di promettere con leggerezza e a scatola chiusa ( leggi: senza aver letto nulla del manoscritto a priori) un romanzo breve di cui mi era stato chiesto di fare la prefazione.
Come riferire al suo artefice che la trama non mi convinceva, ma soprattutto che quelle pagine erano piene di errori ortografici, morfologici, stilistici … chiaro sentore del fatto che fosse stato buttato giù in fretta e furia senza un barlume di revisione? Un po’ come immaginare di uscire di casa senza guardarci allo specchio, indossando abiti trasandati, senza esserci dati una pettinata veloce o una semplice lavata di viso. È andata a finire che mi sono arrampicata sugli specchi, giustificando il fatto di aver cambiato idea e di non essere disponibile a fare la prefazione promessa per sopraggiunti  e consistenti impegni che l’altro non ha capito né accettato, provvedendo a cancellarmi dalla lista delle sue amicizie su un noto social. Non so se sia maggiormente discutibile il fatto di essere ricorsa a una pietosa bugia, suscitando le vivaci rimostranze della mia controparte, piuttosto che prendere a quattro mani il coraggio e avere l’audacia di affermare l’inconsistenza di quell’opera. Non so poi come sia finita, se cioè l’autore abbia poi deciso, prefazione o no, di dare alle stampe quanto elaborato. Da come stanno andando le cose nel mondo dell’editoria minore e maggiore, e dal grado leggerezza e fluttuazione riscontrate  in  molte cose da me di recente lette, devo ragionevolmente pensare che l’affaire sia, poi, andato in porto. Che un altro libro sia, quindi, stato comunque stampato e magari pubblicizzato e venduto in una cerchia di fedeli aficionados. Non giudicatemi una snob. Sto semplicemente dicendo che la mia principale difficoltà, nella scrittura come in altre cose della mia vita, consiste nel non saper sempre dire di ‘no’. Salvo, poi, cambiare orientamento all’ultimo minuto passando, magari, per indecisa o confusa.

Il web è pieno di decaloghi che illustrano le qualità intrinseche ed estrinseche di un bravo beta reader e che mi rafforza nell’idea di essere, probabilmente, anche capace di dare un parere positivo o negativo in cui non ci sia posto per tecnicismi  né sfoggio di virtuosismi anche per una come me, qualche pubblicazione per case editrici tutte rigorosamente non a pagamento, oltre a una bella gavetta fatta di racconti brevi in antologie di autori vari e qualche concorso letterario di buon livello superato. Sarà forse pigrizia la mia, o più banalmente la difficoltà di dire pane al pane e vino al vino, soprattutto se messa di fronte a pagine che non mi convincono, e non solo per una questione di stile o contenuto che non combaciano con i miei.

Sbaglia, tuttavia, chi pensa che io non sottoponga a nessuno le cose che scrivo per paura di giudizi negativi. Lo faccio e anche spesso; sono piuttosto intransigente con me stessa, mettendomi in discussione su tutto, con una certa tendenza a modellarmi sul contributo ricevuto se reputo che sia stato formulato con cognizione di causa.

Col permesso dei miei amici autori vorrei, quindi, bypassare la fase di beta reader e passare direttamente a quella di recensore. Tanto, a ben vedere, se le vostre opere valgono, verranno di sicuro pubblicate.
Il risvolto esistenziale di questa medaglia che qualcuno vorrebbe a tutti i costi appuntarmi in petto è che è davvero difficile, a volte, dire no. Incapacità di farlo? Non credo. Forse eccessiva sensibilità e considerazione per chi ho di fronte a me. Una morbosa forma di pudore autorale che mi proibisce di esternare ciò che penso di un’opera a chi ha faticato per scriverla. E sto, in questo caso, parlando per la stragrande maggioranza di colleghi che stimo e di cui ho un’ottima considerazione.

Lucia Guida

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ph. credit: pictaram.com

l’articolo in originale è qui

Libri e Recensioni sotto l’albero – Alla fine di un anno di scrittura e pubblicazione

Cari amici, quest’anno è stato caratterizzato per me  da grandi battaglie, scrittorie e personali, ma anche da piccole e significative soddisfazioni. ‘Romanzo’ ha raccolto un discreto numero di consensi e apprezzamenti da lettori e addetti ai lavori e questo non può che farmi piacere.
Qualcuno una volta mi ha detto che le recensioni servono a rimpinguare il narcisismo di un autore. Concordo con lui solo in parte. Le recensioni, quelle fatte in modo trasparente e con assoluta obiettività, hanno a mio giudizio anche il pregio di aiutare a crescere quegli autori che le leggono con serenità e che hanno voglia di trarre nuovi stimoli a fare sempre meglio. Senza considerare l’importanza che rivestono nell’orientare il pubblico dei potenziali lettori, di continuo sballottati tra le tante e variegate proposte scrittorie oggi in commercio.
Ho, quindi, pensato di lasciare in questo articolo di dicembre i link di tutte quelle  al momento realizzate per il mio ultimo lavoro.
Se ne avete piacere, date loro uno sguardo. E poi, magari, se le trovate interessanti tanto da incuriosirvi a leggere il mio libro, mettete da parte una copia del mio ‘Romanzo’ sotto l’albero per le persone a cui tenete.

Auguri di buone feste e buona lettura a tutti

A presto

Lucia

 

Dal sito Mentinfuga, bollettino dell’associazione culturale omonima, recensione a cura di Antonio Fresa, scrittore

Il post completo lo trovate qui 

 

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Dal blog Lettrice al contrario   di Désirée Pedrinelli, ‘(…)  lettrice forte e appassionata ,che si diverte a scovare autori esordienti e piccole realtà editoriali, perché quello che conta è la storia e il talento di chi la scrive’

Qui  l’articolo

 

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Dal sito di lettura e scrittura Mangialibri a cura di David Frati

Questo il link della recensione fatta per il mio ‘Romanzo Popolare’

 

ghirigori

 

La recensione di Federica Gnomo Twins, blogger e scrittrice per Paper Blog, sito di attualità, cultura e società

Ecco la pagina in web dedicata al mio libro

 

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‘Chili di libri’ e  e le sue blogger, lettrici appassionate, recensiscono il mio ‘Romanzo’

Ecco l’articolo completo

 

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Per la rubrica libri del web magazine Sulmona Post, la recensione del mio ‘Romanzo Popolare’ di Stefano Carnicelli, scrittore

Questo il suo post

 

ghirigori

 

Elisa Occhipinti Gelsomino parla del mio libro su ‘Odor di gelsomino’, blog di lettura e scrittura

La sua recensione è qui

 

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Eva non è sola

Il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nasce nel 1981 come ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale nei confronti di questa problematica che da noi è diventata vera e propria emergenza nazionale,  facendo registrare quest’anno sino a oggi 116 femminicidi, avvenuti in contesti familiari per oltre il 75%.

Chi mi conosce quanto meno scrittoriamente sa che alla violenza di genere, e alla necessità di intravedere nella piaga del femminicidio una valenza da riequilibrare in primis dal punto di vista culturale oltre che socio-affettivo relazionale, ho dedicato alcune delle mie opere e buona parte dell’intreccio di ‘Romanzo Popolare’, mio secondo romanzo edito da Amarganta, pubblicato nel febbraio di quest’anno. C’è, poi, una battaglia personale e professionale da me da sempre condotta con le mie studentesse, finalizzata al loro pieno e consapevole riconoscimento di Persone oltre che di Donne. Nella certezza di quanto sia importante percepirsi e amarsi in ciò che abbiamo da offrire agli altri e in ciò che nella realtà siamo, pretendendo di ricevere Amore in cambio dell’Amore che con generosità doniamo a chi ci sta accanto.
Ho, quindi, accettato volentieri la proposta delle scrittrici Roberta Andres e Lorena Marcelli, quest’ultima curatrice dell’opera collettiva ‘Eva non è sola’, di inviare uno dei miei racconti a cui tenevo di più, ‘La stanza della memoria’, scritto qualche anno fa per un reading letterario a tema e poi pubblicato nella mia pagina di autrice di LiberArti, Social Reader Writer Artist, sito di Scrittura, Arte e Lettura diretto da Carmine Monaco.

Venerdì scorso si è tenuta la presentazione ufficiale di ‘Eva non è sola’, antologia di A.A.V.V., presso la Sala Consiliare del Comune di Roseto degli Abruzzi (TE) nella compagine di un incontro dibattito incentrato sui vari aspetti che caratterizzano anche a livello legale, la violenza di genere.

Il volume è costituito da 30 opere tra racconti brevi e poesie, scritte da autori professionisti e non, ed è già in vendita in ebook su Amazon. Per la versione cartacea, del prezzo di 10,00 €, è possibile rivolgersi a Lorena, contattandola a questa email: lorena.marcelli@libero.it.

Il ricavato delle vendite, tolte le spese vive, verrà devoluto a tre centri antiviolenza abruzzesi.

L’iniziativa è patrocinata dalla Provincia di Teramo, dal Comitato Pari opportunità della Provincia e del Comune di Giulianova. Partner ufficiale il Comune di Roseto degli Abruzzi. Tra le associazioni coinvolte troviamo il Circolo culturale ‘Il nome della rosa’ di Giulianova, l’associazione ‘Il faro’ di Cologna spiaggia,  ‘Artis – Scuola di teatro’ di Pescara.

Qui di seguito alcuni scatti miei e di Cristian Palmieri, fotografo ufficiale dell’evento, a ben documentare alcuni momenti di questa serata incentrata sulla solidarietà al femminile e non solo.

Buona lettura e buona visione a tutti

 

A presto

 

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Sala Consiliare del Comune di Roseto degli Abruzzi, incontro dibattito del 25.11.16, intervento di Stefania Pezzopane – foto di Lucia

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Lettura di Lucia di uno stralcio de ‘La stanza della memoria’, foto di Cristian Palmieri

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‘Eva non è sola’, antologia di A.A.V.V. è stata realizzata attraverso  crowdfunding con il libero contributo di autori e simpatizzanti del progetto – foto di Lucia

‘Romanzo Popolare’ al FLA 2016

Ci ho messo una settimana per fermare in questo blog in un articolo  le emozioni e le sensazioni che hanno accompagnato questa mia seconda partecipazione al FLA, il Festival delle Letterature dell’Adriatico di Pescara, città in cui vivo e lavoro, quest’anno alla sua quattordicesima edizione.

Saranno le foto di quattro amici fotografi a narrare, per chi volesse dar loro uno sguardo, un pomeriggio per me molto intenso, connotato da un’emotività a cui spesso non so dare un freno. Sono abituata a parlare in pubblico ma ogni presentazione di una mia creatura è sempre un salto nel vuoto. A tendere con disponibilità un telone pronto ad accogliermi con morbidezza ci sono stati gli amici di sempre, nuovi amici  e persone che di me non avevano mai sentito parlare e che mi hanno regalato un po’ della loro attenzione e del loro tempo.
Buona visione e buona lettura
Lucia

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Il principio di ogni cosa è fatto sempre di una sottile linea da travalicare. Eccomi qui con Arianna Di Tomasso, meravigliosa ‘madrina’ dell’evento, ad ascoltare l’introduzione di una delle tante volontarie del FLA prima di spiccare il volo.

Foto di Cristian Palmieri

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Per vincere l’emotività occorre concentrazione, tanta. Stringere tra le mani il mio libro mi ha aiutata a fare mente locale. Parlare vestita a festa mi ha dato la spinta giusta per celebrare questo terzo ‘figlietto’ che tanto mi ha fatta penare prima di venire al mondo

Foto di Guerino Di Francesco

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Buttarsi nella mischia con un sorriso interagendo con tutta me stessa alle domande belle e impegnative dell’intervista di Arianna è stata una bella sfida. Soprattutto con me stessa.

Foto di Ninoska Valente

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Ringraziare il mio pubblico un atto piacevole e dovuto di gratitudine per il tempo che tante persone hanno deciso di regalarmi in un pomeriggio domenicale soleggiato e lento.

Foto di Luciano Onza

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Il firmacopie, momento di relax per ogni autore, per me rappresenta la possibilità concreta di personalizzare il mio grazie più sincero

Foto di Valeria Maddalena

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La curiosità del festival: farmi prestare da una volontaria il ‘laccio’ per il mio pass. E poi restituirglielo in tempo dopo averne recuperato un altro a casa: la penitenza da pagare per essermi accreditata quest’anno in ritardo.

Foto di Lucia

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“Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni”.                                                               F.S. Fitzgerald                                            

La mia speranza di autrice è che qualche pezzetto del mio ‘Romanzo’ possa davvero conquistare la sensibilità dei suoi lettori anche grazie a begli eventi come questo.

Foto di Lucia

Nena delle torte

Una donna d’altri tempi, professionista nel mestiere più antico del mondo. Un paesino in cui tutti sono pronti a contare le foglie di ogni albero che cadono in autunno. Un destino che pare segnato sin dall’inizio. La libertà, tutta femminile, di andare comunque per le vie del mondo a testa alta. Questo e molto altro è la ‘Nena delle torte’, un mio racconto breve scritto qualche tempo fa per gli amici di LiberArti che ho il piacere di proporre anche qui da me.
Buona lettura e a presto.

Nena delle torte

La chiamavano la Nena delle torte.

Abitava in una delle ultime casupole del paese, una costruzione dal tetto basso e i muri bianchi tinti a calce come usava una volta, protetta da tegole fermate da massi di pietra, per evitare che folate gelide di vento invernale le facessero volare via come petali sfioriti di rosa canina di cui era disseminata la campagna. Viveva da sola con un gatto nero guercio dal pelo rado che amava accompagnarsi a una gatta tigrata. Di ritorno dalle loro scorribande feline era lui a entrare per primo in casa, seguito dall’altra con cipiglio sfrontato. Alla padrona di casa non restava che farli accomodare servendo gli avanzi messi da parte durante la loro assenza.
La Nena delle torte era sulla quarantina o poco più. I suoi anni li portava bene e con una certa fierezza. Del resto erano il suo biglietto da visita, la sua propaganda a buon mercato. Le procacciavano i clienti che selezionava dalla fauna maschile locale con scrupolosa severità.

Se poteva evitava quelli accompagnati. Le rovinafamiglie non le erano mai piaciute sin da quando da ragazza era stata separata dal padre, scappato via con la moglie del fabbro. Dopo aver toccato con mano l’irreversibilità della situazione sua madre era impazzita dal dolore, decidendo anch’ella di fuggire ma in modo diverso. Un giorno si era alzata all’alba e aveva pensato bene di gettarsi in un pozzo abbandonato in uno dei campi del circondario. Di lei si era persa traccia fino a quando un cacciatore non ne aveva scoperti i poveri resti allertato dal suo bracco, insolitamente agitato, che non ne voleva sapere di lasciare la circolarità muschiata di quel sepolcro improvvisato.

Il fatto che preferisse i celibi agli ammogliati non la metteva, però, al riparo dall’astio e dal rancore delle giovani compaesane, impegnate e non, che si permettevano il lusso di guardarla con scherno e alterigia se capitava che s’imbattessero in lei per le vie tortuose del borgo.

La domenica era sua usanza andare a messa con il capo coperto da un fazzoletto rosa sfumato ponendosi in fondo alla navata centrale senza avere nulla a pretendere se non quello di giovarsi della parola di Dio, lei che si sentiva a pieno titolo sua creatura, ascoltandola ai confini del mondo in atteggiamento dimesso ma non rinunciatario.
Buona parte dei roccolani la snobbava ma a lei pareva importare poco. Si difendeva dai loro pregiudizi prendendo senza batter ciglio il compenso ricevuto per i favori concessi; ricambiandolo, tuttavia, sempre con un dolce cotto nel forno a legna costruito da suo padre nel cortiletto di casa prima di lasciare lei e sua madre per la bella Faustina. In genere erano torte o crostate di frutta speziate alla cannella. Nena le impastava con una tempistica perfetta rispetto agl’impegni di lavoro presi perché potessero essere pronte per quel momento. Amava essere avvisata con un certo anticipo dai suoi aficionados per i loro rendez-vous. Quando ciò accadeva preparava e cuoceva le sue prelibatezze e poi le metteva a raffreddare sulla panchina di pietra al lato della porta d’entrata, difendendole da Guercio e dalla corte degli animali randagi del luogo con le buone e con le cattive.
Ogni donna di Rocca Pizzuta storceva il naso al profumo persistente di cannella temendo il peggio se era fidanzata o aveva qualche pensiero d’amore per la testa. Sapeva che quella sorta di alchimia speziata, che raggiungeva ogni anfratto del borgo nei momenti più impensati, avrebbe potuto toccarla da vicino segnando in qualche modo il suo destino.

Nena non voleva sistemarsi anche se quella vita condotta con indolenza e naturalità, per qualcuno amorale e riprovevole che, tuttavia, non metteva a repentaglio nessuno in maniera drastica, scandalizzava. Alle paesane non era sufficiente la sua mancanza di senso di possesso: la rifuggivano come la peste, si segnavano al suo passaggio oppure se erano accompagnate preferivano rivolgere lo sguardo all’uomo che avevano di fianco, controllando che non la cercasse con gli occhi per richieste mute ed eloquenti.

Eppure a lei la solitudine non pesava, neanche nelle notti più cupe di maestrale. Reputava di gran lunga una buona scelta quella di non legarsi a nessuno per non doversene amaramente pentire in seguito. Al bottegaio i soldi guadagnati con la sua arte non dispiacevano e al medico condotto, anzianotto, che la conosceva da bambina, non procurava fastidio che gli si rivolgesse in caso di bisogno. Delle donne non aveva una grande considerazione dal momento che due di loro avevano contribuito a segnare irrimediabilmente il suo destino. Faustina l’aveva privata a vita dell’affetto di suo padre, sparito dopo averla salutata con un bacio distratto sulla fronte di cui conservava un ricordo dolceamaro. Sua madre non si era comportata meglio, voltandole le spalle e preferendo farla finita piuttosto che convertire in energia positiva il suo dolore per crescerla e aiutarla a fronteggiare la buona e la cattiva sorte.
La sua bellezza prorompente aveva fatto il resto allontanandola dalla popolazione femminile locale. Era a quel punto che Nena, con sfida e coraggio, aveva deciso di farsi delle regole proprie.

Ci era riuscita. Un codice di comportamento che poteva, forse, non piacere ma che la metteva al riparo dalla malinconia e da molti inutili sensi di colpa.
C’erano uomini del paese che, dopo averla visitata, esibivano fieri le sue dolcezze fragranti di forno. E altrettanti che preferivano lasciarle davanti alla porta di qualche poveretto sicuro che non le disdegnasse. Alla fine c’era un margine di guadagno per tutti. E la sua dignità di donna, grazie a quel baratto lungimirante, era più che salva.
Se qualcuno avesse potuto sbirciare attraverso la vetrina della sua porta di casa, semiaperta specialmente d’estate, avrebbe assistito a una magia.
Nena amava ammassare su una tavola di legno al centro della stanza, illuminata da una lampada che pendeva dal soffitto schermata da un tondo di metallo verniciato di bianco che di sera l’avvolgeva in un confortante cono di luce.
Poneva al centro della spianatoia la farina, misurata a occhio col pugno di una mano. Seguivano lo zucchero, pesato con lo stesso sistema, il burro a pezzi, una presa di sale e bicarbonato e l’immancabile cannella. Le uova le rubava di soppiatto alle due gallinelle che allevava in un piccolo recinto dietro casa per proteggerle dalla protervia delle faine.

Quando Nena ammassava pareva una forza della natura.

Le sue braccia lavoravano gli ingredienti con vigore, forza e speranza. Ce la metteva tutta per fare in modo che la farina, refrattaria all’abbraccio di burro e uova, si amalgamasse con loro al punto giusto.

Non si fermava neanche se un soffio di vento dispettoso penetrava dalla porta e, sentendosi imprigionato, si vendicava sollevando polveri bianche di varia consistenza e sapore che lei cercava di domare e ricompattare in un composto uniforme su quella tavola antica che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna; tramandata di generazione in generazione per propiziare le qualità muliebri di famiglia.

Poteva capitare che un sottile velo di farina si poggiasse sulla credenza e sulla testata scura del letto matrimoniale, ricoprendo tutto di una patina impalpabile che se ne andava in modo definitivo soltanto dopo un’operazione di spolvero accurato. Farina e zucchero volteggiavano per la stanza con leggerezza e lei non si dispiaceva per tutto quel ben di Dio che andava irrimediabilmente perso. In quegli istanti si sentiva una sorta di magàra, di strega buona, e continuava a lavorare il composto che, quella sera, acquistava un sapore diverso, più etereo.

Come per incanto l’incontro in programma andava sempre a buon fine, lo si sarebbe quasi potuto definire un appuntamento d’amore. Il cliente apprezzava la sua pelle setosa profumata di aromi e appena zuccherina. Si divertiva a togliere dal suo corpo morbido e invitante ogni eccesso degli ingredienti di cui lo scirocco l’aveva cosparsa indugiando con la punta di un dito prima di portarsela alla bocca. Con una deferenza che lei gradiva e premiava concedendosi fino a quando lui decideva di assaporarla.

Nena poggiò sul centro di filet della madia la sua crostata, preparata per il barbiere, suo cliente abituale, che stavolta l’avrebbe raggiunta a un orario inusuale, alle prime luci dell’alba del giorno successivo.

Quella sera il Guercio e la Rossa avevano fatto ritorno da lei all’improvviso.

Lei si era sentita come una madre che accoglie il figliol prodigo e li aveva fatti subito entrare. Poi si era stretta nel suo scialletto di mussola di lana, quello usato in estate sulla biancheria intima leggera, e li aveva osservati con tenerezza dividere il loro magro pasto prima di riprendere la via verso il fulcro del paesello, il fianco scarno di lui accanto a quello sinuoso di lei.
I grilli frinivano con intenzione e lei li ascoltò per un po’, fissando la luminosità di un quarto di luna crescente attraverso una finestrella non schermata dalle persiane come di consueto.

Si sentiva libera come solo le creature abituate a sopravvivere grazie alla generosità della natura sanno essere.

Il pensiero della bella stagione che stava per finire la sfiorò appena lasciandole in corpo un retrogusto di tristezza. Si rasserenò pensando all’oro rosso della faggeta che avrebbe sostituito il verde intenso della vallata con discrezione ripromettendosi di frugare quanto prima con insistenza i cespugli di more nella boscaglia per raccoglierne i frutti maturi.
La sua ultima torta estiva andava preparata con i tesori più preziosi, fortunato l’uomo che se la sarebbe portata via con sé assieme al miele dolce della sua sensualità.
Il vento di scirocco continuò a soffiare e i rami d’acacia a muoversi contro il buio per aiutarlo a stemperare la luce del lampione di strada, mentre gli ultimi sentori di cannella si spandevano impudentemente per quel pugno di case in collina.
Nena sapeva che quel vento carezzevole avrebbe portato la pioggia e giornate grigie dall’andamento lento ma decise di concentrarsi su quell’istante magico e sulla sensazione perfetta di essere stata vestita dal destino con un abito difficile da indossare che, tuttavia, le andava a pennello. Mentre continuava a stupirsi dell’aria tiepida e della notte chiara e calma, stanca ma appagata dalla giornata appena trascorsa, quella notte stabilì di concedersi a Morfeo senza troppe storie e con un sorriso, sicura del fatto che lui, da gran signore qual era, non ne avrebbe approfittato.

 

Lucia Guida

 

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