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Au Feminin Thinking and Writing

Interlinee

 

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Parlare della nascita di una nuova creatura scrittoria è sempre una cosa bella.
A settembre è nata “Interlinee”, silloge di poesie per i tipi di Amarganta, grazie alla fiducia di Cristina Lattaro, editora in Rieti. Un debutto in versi finalmente da solista e non più in antologie di autori vari.

Per una prosatrice come me è una grande emozione darne qui notizia.
Attraverso le mie liriche, raggruppate in cinque nuclei tematici ( I buoni propositi, I paradisi perduti, Le dediche in versi, Gli appunti di viaggio, Miscellanea), racconto di me, della mia visione della vita, delle notazioni di cronaca prese durante i miei voli, della semplicità complessa di una vita fatta di piccoli ma significativi particolari. In un percorso di crescita in cui sforzarsi di agire con levità è, forse, la molla propulsiva migliore per andare avanti.

Un’occasione specialissima per osservare il mondo fuori e dentro di me, in compagnia di tutti i lettori che vorranno accompagnarmi in questa nuova impresa iniziata in punta di piedi ma con la forza e la tenacia di chi tenta una strada non semplice né scontata.
Naturalmente vi terrò aggiornati sul prosieguo di quest’avventura.
Nel frattempo, se ne avete piacere, “Interlinee” potete trovarla qui e qui.

A rileggerci presto

 

Lucia

 

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Presentazioni d’autore: “Le spose sepolte” di Marilù Oliva

Nella vita di Micol Medici, giovane ispettrice bolognese c’è più di un bandolo della matassa da dipanare.
Un’indagine complessa da portare avanti, rafforzando la stima e la considerazione del suo diretto superiore, il commissario Elio Maccagnini e un rapporto affettivo-sentimentale col suo fidanzato storico, Ludovico, che ha iniziato a mostrare importanti segni di cedimento.
Partire per Monterocca per impegni di lavoro, borgo dell’appennino bolognese tutto al femminile, dalla giunta comunale alle insegne dei negozi e i nomi delle vie, lago artificiale compreso intitolato alla divina Eleonora Duse costituisce per Micol un’occasione per crescere professionalmente e per cercare di riequilibrare la propria vita personale.
In quest’indagine, condotta dapprima informalmente intervistando gli abitanti selezionatissimi di questa utopia diventata realtà in cui buonsenso e intraprendenza femminili si coniugano felicemente, assicurando ai residenti e ai visitatori occasionali del paesino  standard di vita elevati sotto ogni punto di vista, Micol deve confrontarsi anche con la palese competitività di Antonio Iacobacci, sovrintendente e suo sottoposto, intenzionato ad adombrarla per guadagnare terreno dal punto di vista lavorativo a sue spese.

L’indagine ruota attorno al Pentothal-21, o meglio alle tracce rinvenute nei cadaveri di alcuni uomini coinvolti in femminicidi ‘bianchi’ di questa sostanza, presumibilmente usata per far loro confessare il luogo di occultamento delle ‘spose sepolte’, delle loro compagne misteriosamente scomparse dall’oggi al domani abbandonando oltre al consorte anche la prole. Quei figli di donna che nessuna madre, coscientemente, si sognerebbe di ripudiare dissolvendosi nel nulla, se non costretta forzatamente da qualcosa o da qualcuno a farlo.

Micol è giovane ma ha una visione precisa e netta del mondo, aiutata in ciò da una mentalità spiccatamente matematica completata da percezioni extrasensoriali preziose anche se non del tutto da lei accettate a livello conscio.  Questo binomio indissolubile le dà la possibilità di penetrare la realtà dopo averla sfrondata dell’inutile per arrivare al nocciolo del problema: in questo caso la soluzione di un enigma che ha radici lontane nel tempo.
Le sequenze narrative sono ben articolate attraverso episodi di analessi, narrati in prima persona in rapida progressione verso il momento di epifania finale, e sequenze narrative e dinamiche, con un ampio margine concesso alla riflessione sulle cose della vita di cui Micol si fa portavoce attraverso gli eventi a cui assiste dal punto di vista privilegiato di protagonista/testimone.
Il linguaggio è agile e procede con sveltezza tra descrizioni, esposizioni e argomentazioni ben bilanciate per fornire gli elementi essenziali  senza forzature, stimolando il lettore a guadagnare le ultime pagine per arrivare al compimento della vicenda mantenendo un climax costante sino alla fine.

Lucia Guida

 

L’autrice

Nata a Bologna, è scrittrice e insegna lettere alle superiori. Autrice di due trilogie noir, ha vinto il Premio dei Lettori Scerbanenco con Questo libro non esiste (2016). Si occupa da sempre di questioni di genere. Ha curato le antologie Nessuna più – 40 autori contro il femminicidio e Il mestiere più antico del mondo? entrambe patrocinate da Telefono Rosa. È caporedattrice di Libroguerriero.it e cura un blog su Huffington Post.

 

Marilù Oliva, Le spose sepolte, ISBN 9788869053016, € 17,00

 

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Puoi leggere la recensione originaria qui

Thinking and Writing as an English Teacher – 9th Lesson

“A puppet streered by a clever female pupetteeer always remains a puppet.
And when his mistress disappears, he   miserably  plumps down on the stage.”

 

 

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Opera di Bruno Gianesi

“Una marionetta manovrata da un’abile pupara resta sempre una marionetta. E quando la sua padrona scompare, si affloscia miseramente sul palcoscenico.”

L. Guida

 

 

Presenting should be fun and fair – Come presentare in eventi collettivi con levità e correttezza

C’è un bon ton scrittorio e letterario da seguire nelle presentazioni di gruppo e da solisti di autori emergenti, esordienti o già noti al grande pubblico?
In questo post provo a parlarne in maniera leggera e con molto buonsenso, senza altri tipi di velleità, a fronte dell’esperienza pluriennale conquistata. Ricordando a chi si diletta di quest’arte che la buona educazione non va mai data per scontata, men che meno in ambito letterario.

 

Cose da fare (e da non fare) nelle presentazioni letterarie, con riferimento ad autori, relatori e pubblico presente

* Scegliere un buon relatore.

Credo sia una questione di importanza fondamentale, a prescindere dal grado di notorietà che un nome già conosciuto e acclamato potrebbe conferire all’evento come valore aggiunto. Una spalla ben ponderata, entusiasta di ciò che ha letto o comunque empatica è di gran lunga da preferire a un testimonial famoso ma distratto. Incapace di invogliare potenziali lettori all’acquisto e alla lettura della creatura che sta contribuendo a battezzare. Un’ultima cosa: il relatore deve aver letto l’opera che andrà a presentare; sembra un aspetto superfluo da sottolineare ma mi è capitato di assistere a presentazioni in cui era palpabile la non conoscenza di ciò che si andava a illustrare da parte del parlante. E di aver toccato, ahimè, con mano l’imbarazzo dell’autore e la pochezza di chi avrebbe dovuto rappresentarlo al meglio.

* Durata degli interventi

Io continuo a privilegiare la sostanza all’apparenza. Molto meglio una introduzione veloce ed efficace della durata di una ventina di minuti al massimo ( tale è la resistenza di un uditorio di abilità e competenze miste) di una lunga e verbosa lecture dal sapore universitario. Spesso finalizzata a porre in risalto le capacità verbali orali e la presunta conoscenza e sapienza (!) del relatore tralasciando di focalizzarsi sui pregi del libro posto sotto i riflettori. Il protagonismo per interposta persona, e opera, è la cosa a mio avviso più triste che possa accadere a un autore nell’attimo in cui è quest’ultimo a farne le spese: come dire, mi sostituisco allo sposo e con la sposa brindo, danzo e mi complimento con gli invitati nel giro dei tavoli di prammatica. Dimenticando di essere solo ed esclusivamente un partecipante, magari di riguardo, e non già il fulcro di quel piccolo microcosmo. Il che riporta inevitabilmente al punto di cui sopra; rimarcando, se ancora ce ne fosse bisogno, l’esigenza di prediligere compagni di avventura a cui siamo legati da un filo tenace e invisibile e felice di corrispondenza. Al di là dei sicuri vantaggi che potrebbero derivare dallo scegliere un padrino celeberrimo con un filino di opportunismo per l’effetto di risonanza dovuto alla sua presenza.

 

*Autori partecipanti ad eventi collettivi

A costo di sembrare bacchettona credo che sia preciso dovere di un autore partecipante a un evento collettivo (relativo al proprio libro o  a un’antologia a progetto di AA VV ) restare tra il pubblico sino alla fine possibilmente con ascolto fattivo e costruttivo.
Trovo desolante e deprecabile il  vezzo di un autore di andar via alla fine del tempo  a lui concesso per il suo intervento, abbandonando in corso d’opera i suoi compagni di cordata. E assai poco furbo: è un dato di fatto che  le presentazioni aiutino a conoscere gente, a creare nuovi legami, ad ampliare i propri orizzonti. Da qualsiasi punto di vista le si voglia inquadrate sono pura sinergia. E coadiuvano tanto anche a livello di consapevolezza personale in fieri, rappresentando un ottimo metro con cui confrontarsi in un’ottica di miglioramento.
Se ho deciso di aderire a un’iniziativa  sarò ben capace di organizzarmi di conseguenza fino alla fine. Le scuse della mamma anziana, dei pargoli da accudire, della casa che potrebbe andare a fuoco perché non ricordo se ho lasciato aperti i fornelli lasciano il tempo che trovano: se avessi davvero problemi seri, probabilmente a quell’evento avrei rinunciato sin dall’inizio. Prendere parte a un evento collettivo è frutto di libera scelta: e allora facciamolo bene. O rinunciamo a priori a farlo. Soprattutto perché non ci ha costretti nessuno in tal senso.

* La tua libertà oratoria e di esposizione termina laddove inizia la mia libertà di autore successivo

Sarebbe opportuno ricordare che in un evento che prevede la partecipazione di svariati autori la tempistica è fondamentale e necessita del massimo rispetto da parte di tutti. Se ho a disposizione dieci minuti è il caso di non sforare anche se sono convinto che possano non bastare. Sarà un bene per l’idea di correttezza che voglio dare di me ( ricordiamoci che la presentazione in alcuni casi è forse l’unica possibilità che l’autore possiede per dare di sé una dimensione pubblica concreta a potenziali lettori. E quindi, se io volessi farmi conoscere e apprezzare, non cercherei di giocare con fairplay? La prepotenza anche verbale lascia sempre il tempo che trova); e parimenti per l’autore che mi segue a ruota: che ha lo stesso sacrosanto diritto di esporre le sue ragioni, le sue idee, le sue riflessioni. Se ho bisogno di un surplus di tempo sarà mia cura organizzare in altra sede una presentazione da solista in cui potrò disporre di tutto il tempo che voglio. Ricordando, magari, che la sobrietà, e la qualità, di un intervento autorale sono sempre da preferirsi per una questione di incisività all’errore di traccheggiare in un’esposizione ripetitiva o, peggio, frammentata in rivoli infiniti,spesso inutili, di sapere ostentato o preteso. Di frequente gratuito ( vedi anche punto due).

* Presenting is fun 

Parlare inglese è il mio pane quotidiano e quindi, provocatoriamente, questo suggerimento in lingua straniera lo scrivo così. La presentazione di un libro deve contenere la sua buona dose di diletto. Deve essere seduttiva senza esagerazioni, empatica, coinvolgente. Tutte cose che dovrebbero portare ogni autore a lavorare anche sul proprio piano affettivo relazionale oltre che comunicativo. Un libro è un prodotto come un altro; al di là dell’indubbia qualità che dovrebbe racchiudere, e che qui non vado a sindacare perché non è oggetto esplicito di questo articolo, necessita di essere conosciuto per il tramite di un autore e di un relatore che con la massima sincerità possibile hanno l’arduo compito di dissodare un campicello comune con il lettore su cui poter seminare curiosità ed  entusiasmo in maniera personale e personalizzata. Ecco perché a eventi di scrittura ingessati, fatti di disamine puntualissime e accurate quanto vi pare ma in egual misura noiose e spesso debordanti, io preferisco le interviste condotte con domande mirate in cui la bravura, anche dialettica di uno scrittore, troverà il suo vero banco di prova.

 

Conclusioni: bravi autori non ci si improvvisa. Mai.Esiste, però, la possibilità di crescere e migliorarsi con un pizzico di umiltà evitando di sentirsi ‘arrivati’ o di  abitare in torri d’avorio che non aiutano a dare di noi un’immagine vera al lettore, capace di percepire la ‘fuffa’ molto più di quanto non si pensi. E di vedere oltre quegli effetti speciali da qualcuno tanto amati che a volte sono comodo paravento per occultare con eleganza il nulla totale.

 

 

 

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in foto Cristina Orlandi presenta ‘Romanzo Popolare’ di Amarganta al Festival dello Scrittore di Tolè (Bo) del 15.07.18 – foto di Daniela Biagini

Die Gaben sind wie di Geber – Com’è chi dona così è il dono (proverbio tedesco)

Per farmi perdonare dalla mia latitanza in web ecco per voi un piccolo reportage quasi muto del mio recente viaggio in Germania. Per una volta tanto sarete voi a commentare gli scatti miei e di mia figlia Roberta in questa pagina di diario molto poco autorale. Foto selezionate di pancia. Con piccole sottolineature da parte mia.  Apparentemente senza nessuna connessione tra di loro. Ma anche no. Nulla capita per caso, mai. Giusto?

A rileggerci presto!

Lucia

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‘Oh che bel castello …’ 

(cit.)

 

metropolitana di berlino

Berlin Underground – Wagon Sliding Door Detail

‘Sorprendimi’, singolo degli Stadio pubblicato nel luglio 2002

 

ombelico del mondo

Alexanderplatz, Mitte, Berlin

Ci sono luoghi che, per un motivo o per l’altro, diventano ‘ombelico del mondo’.

 

Donna alla finestra Caspar David Friedrich Alte Nationalgalerie di Berlino

A Wonder: “Woman at a Window”, Caspar David Friedrich (1822), Alte Nationalgalerie,  Berlin, April 2018

Guardare il mondo dalla finestra è solo una delle prospettive possibili

 

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German Sunset, Lübeck

Che tramonti o sorga, prima o poi il sole fa sempre capolino all’orizzonte

 

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A Graffiti by Fulvio Pinna – East Side Gallery, Mühlenstrasse, Berlin.

Per non dimenticare

Presentazioni d’autore: “Gli opinionisti” di Mario Borghi

Nella giornata di ferragosto una piccola corte dei miracoli composta da personaggi di diversa provenienza ed estrazione culturale e sociale popola il salotto  che è luogo di lavoro di una donna delle pulizie molto sui generis, dedita a un hobby curioso e ben remunerato, per sua stessa affermazione: quello di raccogliere le opinioni e le esternazioni di chi, vuoi per un motivo vuoi per un altro, finisce per incontrarla mentre governa, ‘per scelta’ e non per imposizione, pochi e ben scelti appartamenti. La donna possiede una formale autorizzazione a divulgare, legati a un palloncino, pareri e opinioni forniti dai tanti avventori casuali che le capitano a tiro, indirizzandoli alla luna.
Pareri e opinioni che, fino a prova contraria, si rivelano messaggi in bottiglia accuratamente sigillati, lanciati nel mare magnum dell’umana incomprensione.
La donna ha anche il compito di controllare che nessuno abbia a impossessarsi di una refurtiva preziosa, una targhetta di ottone recante l’intestazione di un dottore, trafugata e finita in un mobile del soggiorno di una delle case affidate alla sua cura. I suoi modi sono seduttivi al punto tale da far leva sulla perfetta buonafede di due poliziotti in visita programmata all’appartamento a lei in carico portandoli a pensare che non sia implicata nel furto della targa e che il vero colpevole sia piuttosto il ragionier Taldeitali che, testimone del  misfatto vorrebbe, da bravo cittadino, fare il proprio dovere segnalando loro la presenza della refurtiva.

Altri personaggi de ‘Gli opinionisti’ , edito da Le Mezzelane, sono la soubrette televisiva, concentrata sul compito di organizzare le proprie esequie in modo memorabile tanto da lasciare il segno molto più che attraverso la propria carriera artistica; i due poliziotti, uno alto e l’altro basso, privi della licenza per esplicitare pubblicamente pareri, come, invece, agli altri è concesso; il  Bello di Siviglia ex Bello di Biella, alla ricerca di una rinnovata visibilità mediatica assieme allo psicologo criminologo, il sociologo  politologo e la scrittrice famosa sempre disponibili a ospitate televisive e radiofoniche purché supportate da telecamere funzionanti.

Questa è la storia senza capo né coda, cioè la coda ci sarebbe, eccome, ma è invisibile ai più. E ci siamo tutti in coda, per quella coda, di problemi, in coda uno dietro l’altro. Non è più nemmeno una fila, ché nulla più fila, battuta quasi al termine della pièce teatrale, è la summa e al tempo stesso il fil rouge di quest’opera, con i balletti estemporanei con cui i personaggi inframezzano la narrazione nei frangenti in cui occorre stemperare i toni o, forse, lenire temi scottanti, a mo’ di intermezzo pubblicitario, rifugiandosi in luoghi comuni.

L’idea di fondo è che Mario Borghi si diverta a dar voce alle numerose ansie, stereotipie e tipizzazioni della nostra contemporaneità  lasciando che i suoi personaggi si muovano nella nebulosità del tempo presente, sbracciandosi e alzando la voce, senza, tuttavia, lasciare un vero e proprio segno ai posteri. Agendo con poca convinzione nello sforzo immane di mantenersi sempre a pelo d’acqua. Ciascun personaggio è quindi condannato suo malgrado a barcamenarsi tra soliloqui, monologhi interiori e flussi di coscienza: solo all’apparenza il contrario l’uno dell’altro, ma in realtà indicativi delle diverse ottiche narrative che si incrociano e a cui danno voce.

Anche Taldeitali, che parrebbe possedere una qualche risposta quanto meno immediata ed estemporanea, non potrà essere supportato dall’appoggio reale di interlocutori attenti e obiettivi, che rendano merito alle ipotesi e ai pensieri che si è fatto di sé e dei suoi compagni di scena. Ciò perché prodigandosi nell’affermare la propria ‘correttezza’ (sic!) sortisce, in mezzo a tanta mistificazione, l’effetto contrario. Il suo modello comportamentale, lineare anche se forse un po’ bigotto, lo rende ben diverso da un cavaliere dalla corazza lucente, fascinoso e attraente. Uno specchio dei tempi opaco, condannato a pagare come capro espiatorio per la propria e altrui inconsistenza.

Lucia Guida

L’autore

Mario Borghi, segno zodiacale Cancro è nato a Sanremo (IM) nel 1964 ma vive a Sassari. Ha scritto due opere teatrali, ‘L’abbonamento alla TV’ e ‘Gli opinionisti’ ( qui recensita e pubblicata da Le Mezzelane nel 2016 )messe in scena in vari teatri off di Roma. Nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio, per la collana Bandini di Rogas Edizioni (Roma). Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Pubblica Bettola Frammenti di Cobalto – Diario di un cialtrone  , seguitissimo e dissacrante lit-blog ,si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

Mario Borghi, Gli Opinionisti, ISBN 9788833280042, € 8,90
in versione cartacea

Mario Borghi, Gli Opinionisti, ISBN 9788833280059, € 2,99

in  versione ebook

 

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Thinking and Writing as an English Teacher – 8th Lesson

“A bloomy mimosa tree doesn’t make  a spring”

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‘Bloomy Mimosa Tree’ is a shot by Lucia

” Una mimosa fiorita non fa primavera “

L. Guida

Niemand kann mir Graz aus dem Leben herausnehmen – Nessuno può togliere Graz dal mio cuore – Cronaca di un lungo weekend di gennaio a Graz, Styria

L’ultima volta che sono stata a Graz era l’estate del 1989.

Avevo 24 anni ed ero in luna di miele. Quindici giorni suddivisi tra le città che all’epoca più amavo e più solleticavano il mio immaginario romantico: Venezia, Vienna, Klagenfurt dov’ero in pianta stabile. E poi Salisburgo e la bella Graz, visitata al volo in un pomeriggio soleggiato mentre ero persa nell’atmosfera mittleuropea del suo fascino antico e signorile, molto bon ton. Ricordo che passeggiavo lenta, cullata dallo sferragliare discreto dei tram che incrociavano il mio cammino in maniera educata, pacata. E intanto ammiravo le facciate barocche, le case che recavano con eleganza l’impronta del tempo, continuando a regalare bellezza e sorrisi a chi, come me si incantava a guardarle.
Apprendere da mia figlia di aver vinto un Erasmus Placement presso il dipartimento di ematologia della Medizinische Universität Graz è stata una piacevole sorpresa rafforzata dalla richiesta di Roberta di aiutarla a trasferirsi laggiù.

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Tornare in posti visitati in gioventù riserva sempre delle sorprese.
Sono partita nel pieno dell’influenza di stagione, ingoiando paracetamolo come se niente fosse.

Ma l’aria di Graz, pungente e schietta, è riuscita a fare il miracolo; a farmi star meglio, nonostante il tour de force che ha messo entrambe, me e mia figlia, a dura prova.
Abbiamo avuto giornate splendide e soleggiate sino a quando io non sono ripartita per l’Italia domenica 7 gennaio. Un piccolo segno di benevolenza dell’universo, un gesto di grande magnanimità e beneaugurante per tutto ciò che in questo nuovo anno è in attesa per me e lei.

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Qui di seguito alcuni scatti di pancia che rappresentano questo lungo weekend in quella che sarà la casa di Roberta prima del suo trasferimento a Lübeck per proseguire con la seconda tranche del suo Erasmus. Non cercate la perfezione nelle inquadrature. Cercate solo l’amore e la curiosità che mi hanno spinta a fermare qualche momento speciale.
Buona visione e buona lettura a tutti

 

Tempo

 

Il tempo è un’illusione sottile.
Vederlo rappresentato nella monumentale Torre dell’Orologio che sovrasta una parte dell’Innere Stadt prospiciente il fiume di Graz è un potente monito per tutti i visitatori: a farne sempre buon uso. Anche perché ogni attimo trascorso non tornerà più indietro.

 

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Mur

 

È il fiume che bagna Graz, tagliandola a metà. Ma se pensate a un corso d’acqua sonnacchioso, sbagliate di grosso: la sua superficie è sempre increspata e in movimento, fino a presentare per un breve tratto delle piccole rapide, molto suggestive a vedersi. Ammirarne la superficie non è mai un’occupazione monotona.

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Christmas Spirit

 

Pervade nel periodo natalizio con grande generosità questa città, dalla Stub’n più esclusiva alla birreria tipica, alle vie eleganti del centro sino ai ponti sul Mur addobbati a festa. Un gran belvedere, in cui tutto è curato nei minimi particolari, a partire dagli angoli più impensati di locali e strade.
Da provare i dolci al cucchiaio con cui abbiamo concluso più di un pasto: favolosi, con un inconfondibile sentore di cannella che soddisferà anche i palati più esigenti

 

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Ferro e fuoco

 

Molte le decorazioni di ferro battuto.

Dalla bellezza austera senza tempo, essenziale ma incisiva quanto basta. In foto mi sono divertita a ritrarree la decorazione di un pozzo del 1594 nel cortile principale del Grazer Landhaus.

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Baby Boom

Non ho mai incontrato tanti bimbi piccini e neonati come a Graz. E i Martin Auer Café di Graz hanno saputo ben coniugare un ambiente confortevole a misura di bambino e di adulto in cui entrambi possano trovare la giusta e piacevole dimensione

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City Lights

Adoro tutti i posti in cui le decorazioni luminose contribuiscono a esaltare la bellezza di ciò che caratterizzano. Con un impatto ambientale accettabile ed essenziale, non sovrabbondante. Questa è la facciata del ristorante  Glöckl Brau in Glockenspielplatz , nella parte storica della città

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Io e te ci siamo donate reciprocamente un pezzo del nostro cuore, Graz.
E questa è, forse, la cosa più importante.

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Azzurro

Cari amici, una giornata particolare come quella di oggi per farmi risentire e parlare di violenza di genere attraverso gli occhi bambini di Marina.
Buona lettura a tutti
A presto
Lucia

 

 

Azzurro

 

Marina continuò a guardare attraverso le fessure dell’avvolgibile di legno, contandone gli spazi luminosi senza arrivare a una fine certa, per poi ricominciare da capo. Quel pomeriggio il suo giochino solito le sembrava un esercizio troppo difficile da portare a compimento. Al di là della porta sottile, troppo sottile per le sue orecchie, sentiva la voce alterata di suo padre e quella concitata di sua madre. Stavano parlando ad alta voce. Parlavano spesso, ultimamente, ad altissima voce e a lei questo non piaceva. Provò a nascondere la testa sotto il cuscino, inutilmente. Quella strategia non funzionava affatto. Troppo alti i toni di quella conversazione per poter essere smorzati da pochi grammi di gommapiuma. Non le restava che fare una cosa, la solita.

Con sveltezza e abilità s’infilò dalla testa il vestitino a giromanica di cotone profilato di edelweiss e, stando attenta a non fare più rumore del dovuto, aprì la porta e si trovò nel corridoio, lungo e in penombra, che piegava in fondo a sinistra prima di condurla all’ingresso di casa. Con le ciabattine di stoffa sfiorò appena le mattonelle di pietra, trattenendo il fiato mentre arrivava in prossimità della cucina. La porta di quella stanza era accostata, abbastanza aderente allo stipite per permetterle di oltrepassarla inosservata. E fu quello che fece, non senza prima essere bombardata da brandelli di conversazione concitata, astiosa.

– Me ne vado, capito? Faccio la valigia e vado via, hai sentito? Mi hai rotto, mi avete rotto tutti …  – recitava la voce maschile, quella di suo padre, in preda ad un attacco d’ira incontenibile, irrazionale.

– Aspetta, non fare così … – era la risposta smorzata di una donna, sua madre, affannosamente intenta a smussare i toni di quella che era oramai diventata una contesa senza fine. Era così da giorni, da mesi. La stessa, identica storia; lui che minacciava di partire e lei che, dolente, cercava di calmarlo, di farlo ragionare, di trattenerlo con tutte le sue energie. E loro tre, Aldo, Marina e la piccola Betta nello stesso letto, stretti l’un l’altro a confortarsi a vicenda e a sperare che quel fiume in piena di parole amare, inconcepibili, tristissime finisse presto di tracimare e raggiungere, impregnandole di dispiacere, le loro anime di bambini smarriti.

Quel pomeriggio i suoi fratelli erano però stati graziati ed erano andati al mare con gli zii. Unica beneficiaria di tanta gratuita veemenza verbale era stata lei e soltanto lei. Che, adesso, sperando che la porta di casa non cigolasse troppo, era ben determinata a conquistarsi una piccola oasi di pace in cui potersi rifugiare almeno per un po’. Prima di tornare in quella lotta senza quartiere che stava purtroppo connotando la sua quotidianità.

Erano solo due rampe di scale, fatte due gradini alla volta. Pochi metri di cemento e marmo che diventavano il suo ponte verso la libertà.

Sapeva che erano svegli dopo la siesta che li impegnava in qualsiasi stagione dell’anno. E che l’aspettavano. Per lei la loro casa era sempre aperta. Si chiese se anche loro avessero avvertito tutto quell’ inutile e forsennato clamore. Di quei litigi in sua presenza non se n’era mai fatto cenno. Non un commento, non una parola di biasimo per un genero così irascibile, né una domanda per quello che succedeva ad appena un piano di distanza. Forse era meglio così. Era già troppo mortificante incontrare lo sguardo degli altri abitanti del palazzo. Compassionevole e terribilmente curioso. Di gente che sa ma che fa finta di niente a cui basterebbe ben poco per provare ad approfondire la questione, anche con una bimba di otto anni come lei. Marina non voleva affatto essere compatita. Voleva essere uguale a tutti i bambini del quartiere. Voleva essere amata e accettata. In un caldo e confortevole bozzolo d’ affetto come soltanto i suoi nonni materni avevano il potere di avvolgerla.

– Marina, entra cara

La nonna aveva capelli striati di grigio e occhi che un tempo erano stati verdazzurro ma che adesso avevano assunto la colorazione del mare al tramonto. Lei spesso la chiamava la sua fata Turchina, come quella di Pinocchio. Tutti dicevano che da giovane era stata una gran bellezza e lei ci credeva e pendeva dalle sue labbra quando l’altra le raccontava storie di tempi passati, rendendogliele vive e presenti con la sua mimica e la sua abilità a descriverle. Poi c’era il nonno, baffi e capelli bianchissimi e occhi brillanti color cioccolato dal portamento fiero. Anche questa volta era intento a centellinare a piccoli sorsi una tazzina di caffè con tantissimo zucchero, troppo per i gusti di Marina. Un assaggio per lei, però, c’era sempre; e lei, grata, lo accettava, evitando di porre l’accento su quel particolare insignificante, immensamente felice per la sacralità di quel rituale a cui era stata ammessa senza riserva che cercava di stemperare di serenità  il suo ordinario ultimamente così tormentato e burrascoso. Una routine che le dava pensiero e le toglieva il sonno e l’appetito, lei già così magrolina e sottile, conferendo ai suoi occhioni castani un’ombra di maturità precoce e intempestiva come una nevicata di aprile su germogli verdi e teneri appena spuntati.

Se avesse potuto si sarebbe trasferita lì, in pianta stabile da loro. Ma non si poteva. Suo padre non vedeva di buon occhio che lei trascorresse troppo tempo dai nonni. E lei stentava a capirne il perché, percependo soltanto l’ingiustizia di quella proibizione che riteneva insensata e immeritata.

Una volta aveva chiesto ai nonni di comprarle una scatola di pennarelli colorati. Ricordava di aver toccato il cielo con un dito. Per lei disegnare era una delle cose che preferiva e che la riconciliava con le tante incongruenze che la circondavano, una delle sue passioni segrete, quasi quanto leggere libri. Le erano venute le lacrime agli occhi quando suo padre glieli aveva tolti con la scusa che servivano soltanto a sporcare. I pastelli a matita che lei possedeva andavano benissimo per lo scopo. A nulla era valsa anche la mediazione della mamma che, ripetutamente ma inutilmente, aveva cercato di farlo ritornare sui suoi passi. Lei si era tappata le orecchie ed era corsa in cameretta disperata e quella sera la solita manfrina aveva fatto da sottofondo anche alla cena. Poi, di nascosto, aveva scritto un biglietto che, sempre furtivamente, aveva imbucato nella cassetta delle lettere dei nonni in cui si scusava: non sapeva se il giorno successivo sarebbe potuta andare da loro come al solito oppure no.

Gli occhi del nonno, nel mostrarglielo un paio di giorni dopo, erano stati fermi ma forse un po’ più lucidi del solito. Lui le aveva detto che quel biglietto li aveva dispiaciuti e tanto e Marina, se possibile, si era sentita ancora più piccola, stretta tra l’urgenza e il bisogno di dare e ricevere da loro quell’ affetto che per lei era aria  sole e pioggia e il senso del dovere che la legava all’altro uomo della sua vita, suo padre.

Quel pomeriggio, però, aveva deciso di fare a modo suo. Era pronta a subirne le conseguenze, di qualsiasi portata esse fossero. Aveva troppa necessità di una boccata d’ ossigeno leggera e fresca.

Il suo palmizio preferito era una vecchia dondolo di paglia di vienna, foderata di un materassino un po’ acciaccato che attutiva poco la durezza dei lati e altrettanto poco serviva a colmare gli avvallamenti della zona centrale dovuti ad un uso frequente di adulti e piccini. Ma a lei non importava. Per lei quella vecchia sedia impersonava la compiutezza e la perfezione di un pezzetto di paradiso in cui poter sprofondare nel suo passatempo preferito, la lettura, attingendo a piene mani dalla libreria del nonno ricca di libri per ragazzi ordinatamente foderati di carta cerata, lucidissima, bianca a strisce blu, posizionati accanto ad altri volumi dall’aspetto serioso, imponente. Letture per grandi, da sbirciare con reverenzialità e da lontano. Tutto sommato per lei al momento di scarso interesse. Le pareva un pozzo senza fondo, quella libreria. Pieno di tesori inesplorati.

E poi c’erano i wafer alla vaniglia o i cioccolatini della nonna, con cui, sapeva, avrebbe potuto inframmezzare gioiosamente il suo svago, lasciando qualche piccola impronta marrone sulle pagine sfogliate con impazienza. Certa che nessuno l’avrebbe rimproverata per quello, né le avrebbe inferto punizioni tanto esemplari quanto incomprensibili.

Quel giorno, però, la nonna a sprezzo della calura incombente aveva pensato a qualcosa di più consistente. Nel tinello, sul tavolo quadrato lucido di legno antico ad attenderla

c’erano due fettine di pane imburrato e cosparso di zucchero. Una bontà e una gioia per gli occhi e per il palato. Marina sorrise, definitivamente rasserenata. La nonna era speciale, sempre. Fuori, nell’afa estiva che non accennava a placarsi, una radiolina trasmetteva una canzone che piaceva molto a sua madre e a lei. Masticando piano l’ultimo boccone della sua merenda Marina chiuse gli occhi per ascoltarla pian piano, prima di riprendere a leggere.
Cerco l’estate tutto l’anno

e all’improvviso eccola qua
E lei è partita per le spiagge

e sono solo quassù in citta
Sento fischiare sopra i tetti
un aeroplano che se ne va

Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro
e lungo per me

mi accorgo
di non avere più risorse
senza di te

E allora

io quasi quasi prendo il treno
e vengo, vengo da te …

 

Una vacanza con i nonni, sarebbe stato bello, si disse, sorridendo.

Un condominio di periferia in città fatto di pochi appartamenti in cui era fin troppo facile sapere tutto di tutti. Un tinello raccolto e familiare,  luce e calore esterni attutiti da una tenda scura e pesante, penzoloni oltre l’ampio balcone. Le teste di due persone anziane chine sulle rispettive occupazioni, di cucito per lei e di contabilità per lui, l’uno di fronte all’altra. Tra di loro, una figura minuta di bimba con due treccine castane infilata in un abitino estivo abbottonato in fretta e guarnito da una gala di stelle alpine al fondo. Fuori, in lontananza, rumori di umanità impazzita.

Schermata, assorbita ed esorcizzata da gesti dettati da un cuore saggio e gentile per occhi simili a laghetti di montagna riflessi di cielo pulito. E labbra bambine desiderose di vita vera cosparsa di granelli di zucchero.

Ancora pochi attimi di beatitudine.

Prima del sopraggiungere rabbioso di un’ambulanza, di una corsa concitata su per le scale, di gente che finalmente aveva deciso di aprire la porta di casa per assistere, oramai impotente, a quell’ ultimo atto di ordinaria follia.

Di uno scampanellio estraneo a quella porta di anziani, quasi impacciato nella sua connotazione di notifica. Forse per la consapevolezza estrema di sapere di dover fermare il tempo, per sempre e inesorabilmente, per quelle tre anime e per altre ancora.

– C’è stata una disgrazia, sua figlia … al secondo piano …

Per alcuni quella vicenda sarebbe rimasta solo un titolo di prima pagina alimentato da qualche commento distratto al supermercato. Avrebbe fatto notizia per qualche giorno e poi sarebbe sfumata via per confondersi nella memoria collettiva di un pomeriggio d’estate assolato e troppo breve.

Marina avrebbe ricordato a vita quella canzone ripensando al retrogusto dolceamaro di quella strofa finale:

Ma il treno dei desideri
nei miei pensieri all’incontrario va

 

Non più cieli azzurri senza nuvole. Non l’avrebbe più cantata insieme alla mamma, quella canzone; la sua voce sottile di bimba, allegra, mescolata a una voce femminile adulta, stemperata di malinconia e rimpianto.
La sua piccola mano stretta con la forza della disperazione da un’amorevole mano di donna.

Lucia Guida

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shot by Anastasiya Chernyavskay

Thinking and Writing as an English Teacher – 7th Lesson

“Smart girls always travel with hand luggage”

 

 

 

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‘Only with hand luggage’ is a shot by Lucia Guida at Bologna Railway Station

Translating into Italian:

 

“Le ragazze con una marcia in più viaggiano sempre con bagaglio a mano”

L. Guida