luciaguida

Au Feminin Thinking and Writing and Not Only

Categoria: di scrittura e scritture

Fotografie

Cari amici, 

per voi oggi un mio racconto breve pubblicato il 10 ottobre 2020 nella rubrica letteraria “Il sabato del racconto” di Parma Repubblica.
Poche righe che parlano di memoria e di affetti e di storie familiari inalienabili nel tempo che hanno ancora molto da raccontare.
Un ringraziamento speciale a Tito Pioli, curatore della rubrica, e a Lucia de Ioanna che mi hanno scelta e ospitata sulla loro pagina
A voi buona lettura

 

FOTOGRAFIE

Erano quattro scatole di cartone di misura e dimensione diversa. In origine avevano ospitato biglietti da visita, cioccolatini, calze da donna velate, una vestaglia da camera maschile di cui si era persa traccia. Ora contenevano semplicemente fotografie scattate nell’arco di più di un secolo.

Luana le impilò l’una sull’altra, poi si sedette sul letto matrimoniale della camera dei suoi genitori e iniziò a perlustrarne il contenuto.

Non erano state conservate secondo un criterio oggettivo di classificazione perché nella stessa scatola era possibile trovare immagini di diversa cronologia: risalivano ai primi del 900 quelle dei suoi bisnonni piccole, scure e austere, accanto a quelle di sua madre ritratta da ragazza in montagna o al mare, delle scolaresche rette con doverosa autorevolezza dai suoi nonni, entrambi insegnanti, e di loro tre, Luana, Marta e Vincenzo, da neonati ad adolescenti attraverso compleanni, celebrazioni di varia natura e gite scolastiche.

Qualcuna di quelle foto aveva mantenuto intatto il suo splendore iniziale e se non fosse stato per la patina giallognola che ne adombrava il retro si sarebbe potuto pensare che fossero state fatte in tempi certamente non recenti ma nemmeno troppo remoti.

Erano gli angoli fratti, rugosi e solcati da sottili venature biancastre a denunciarne la provenienza antica e le frasi a commento vergate con una grafia svolazzante dalla bellezza obsoleta ma persistente: pensieri d’amore, commenti estemporanei sui personaggi che li avevano suscitati, semplici date trascritte in modo criptico destinate a nomi di sconosciuti che a lei non dicevano nulla.

Un flusso potente di sguardi adulti e bambini, di paesaggi vacanzieri o cittadini, di interni casalinghi o di studi fotografici rappresentati attraverso fondali sontuosi, fatti di giardini lussureggianti uguali per tutti in cui l’unico segno distintivo era quello di ospitare l’immagine di una zia che non c’era più con la sua feluca goliardica in testa e il volto sognante rivolto verso un invisibile interlocutore o l’atteggiamento attento di suo nonno bambino vestito alla marinara il visetto pensoso immortalato dal fotografo per regalare a figli, nipoti e pronipoti l’idea di un giorno speciale trascorso con l’abito buono costato denaro e sacrificio a una madre che l’aveva cucito da sé o commissionato a un’altra donna madre anch’essa.

C’erano persino foto divise a metà da una sforbiciata netta a separare affetti importanti che a un certo punto avevano cessato di esserlo testimoniati da avambracci intrecciati l’uno all’altro e moine di sconosciuti uniti da sguardi reciproci e risate fragorose di cui nessuno avrebbe saputo raccontare più niente.

Luana esaminò con pazienza tutti quei pezzi di cuore altrui conservati con cura certosina perché potessero sopravvivere indenni a traslochi, abbandoni precipitosi di case, lutti e separazioni, trasferimenti da un cassetto all’altro per arrivare sino a lei e poter essere accarezzati ancora con un tocco gentile, rispettoso.

La paziente raccoglitrice di tutti quei frammenti di vita non aveva reputato di ingabbiarli in album fotografici regolamentari stabilendo di mostrarli senza filtro a chi avesse deciso di interessarsi a quei pezzi inediti di storia familiare, immortalati con generosità in fotogrammi eloquenti ma talvolta ripetitivi.

Le piacque pensare che il fotografo avesse comunque deciso di regalare quegli scatti extra al suo committente a corredo di fotografie più rappresentative che, invece, erano finite in cornici d’argento o nel portafoglio di persone care come pegno d’amore o d’amicizia per poi perdersi per strada. In quei contenitori di cartone mal assortiti, scelti per la loro capienza più che per una questione di pregio, c’era un mondo di situazioni che mancava alle narrazioni ascoltate da chi l’aveva preceduta.

Luana le prese in blocco e le infilò in una sacca in cui aveva già messo da parte uno scialle di seta della bisnonna e una borsina ricamata da teatro di una prozia materna accogliendo virtualmente dentro di sé i volti di tutti i suoi antenati di cui aveva memoria e anche di quelli che non era riuscita a individuare pur conoscendone per filo e per segno le vicissitudini. Di quei bebè sorridenti che non erano arrivati a un anno di vita e di chi, invece, aveva concluso in tarda età la propria esistenza.

Soltanto in quell’istante avvertì la compiutezza di quel gesto necessario e gentile.

Con calma spianò le grinze sul copriletto di piquet bianco del letto dei suoi, poi si alzò in piedi e, sacca in spalla, raggiunse i traslocatori in soggiorno per annunciare che in quella casa il suo lavoro era terminato.

Lucia Guida 

 

Il racconto in edizione originale lo trovate qui

 

 

 

 

                                                        Ph.credit: Artribunedotcom

 

Curpa ro cauru

Ogni tanto torno alla mia antica passione di andar per premi letterari, cercando di aderire solo a quelli di qualità.
Il racconto che posto ora è un piccolo divertissement letterario incentrato sulla vicenda tragicomica di Linuzza  e sull’imprevedibile scambio e uso di pozioni di varia natura, arrivato in finale nell’estate 2020 nel Concorso Letterario Nazionale “Socc’mel che sfiga” bandito dalle Edizioni del Loggione di Modena.
“Curpa ro cauro” è parte dell’antologia di A.A.V.V. dedicata all’evento.
Buona lettura

 

Curpa ro cauru

D’afa e d’amore si poteva anche morire. Se lo disse Linuzza davanti alla finestra della camera da letto, le persiane accostate, mentre pensava con languore a Tonio che quel giorno non si era fatto vedere, le tende di trina leggera sollevate dal suo ansimare colmo di rimpianto.

E dire che a preparare quel pranzo succulento ci aveva messo tutta sé stessa dal momento che per lui l’adagio “l’amore passa per la gola” rispecchiava fedelmente la realtà. Certa che in un bacio e in un amplesso sensuale, profondo, Tonio avrebbe impiegato lo stesso ardore che impiegava nel gustare una fetta di arrosto o una generosa porzione di lasagna. L’ora di pranzo era ormai trascorsa e di lui non c’era traccia. Si aggiustò con calma la cinta della vestaglietta di raso staccandosi con riluttanza dal davanzale alla percezione di un ciabattare inconfondibile oltre la porta chiusa.

Zzia Malù, ancora sveglia siete? Su, andate a riposare un po’.

La vecchina la guardò sorniona, poi le sorrise con candore allusivo. Lina sbuffò rassegnata.

-Ancora? Ma se stamattina ve ne ho già data una …

L’altra si strinse nelle spalle dondolandosi vezzosa come una monella.

– E va bene. Ma che sia l’ultima, intesi? E poi a nanna, di filato – sospirò lei, porgendole rassegnata una geleè alla frutta. L’anziana la carpì con avidità mettendosela fulminea in bocca, passandosela da guancia a guancia per centellinarla pian piano. Poi accettò docilmente di essere messa a letto, le lenzuola di lino ben tirate e le imposte socchiuse per trattenere fuori quell’estate torrida. Chiudendosi la porta alle spalle Lina sospirò piano. Zia Malù era parte dell’eredità della buonanima di suo marito Rocco assieme a quella casa padronale, un antico negozio di tessuti e una montagna di debiti. E dire che tutti l’avevano guardata con invidia palpabile all’uscita del Duomo in abito bianco, giovanissima, al braccio di quell’attempato e piacente scapolone che in soli tre mesi aveva finalmente deciso di maritarsi. Un vero peccato che quel matrimonio fosse stato di breve durata e che lo sposo avesse d’improvviso deciso di passare a miglior vita alla fine di una serata dedicata al vino novello e ai festeggiamenti in onore di San Martino con amici di vecchia data. Una vera fortuna che Tonio, compagno d’infanzia di Rocco, ci avesse messo tutto sé stesso a consolarla tanto da scatenare le ire funeste dell’anziana madre presso cui viveva, assai prevenuta verso quella vedovella intraprendente che pareva non perder tempo. Sbocconcellando un pezzo di crostata fragrante lavorata con amore per colui che aveva disertato il loro rendez-vous e ancora calda di forno, Lina aggrottò le sopracciglia al pensiero che altre donne potessero ambire all’amato bene. Quella maestrina settentrionale ad esempio, bionda, snella e certamente più giovane di lei, che faceva voltare più di un uomo con i suoi colori nordici a quelle latitudini difficili da incontrare. Convinta che stesse mirando con un certo interesse al suo Tonio aveva deciso di correre ai ripari, recandosi svelta da Assunta, la magàra del paese, dispensatrice di filtri magici, erbe curative e sortilegi contro la malaventura.

-Mi devi preparare un filtro d’amore potente, potentissimo – aveva esordito, ben decisa a liberarsi di chiunque fosse di ostacolo al suo bel sogno con ogni mezzo, lecito e non. L’altra l’aveva guardata, poi aveva fissato ispirata la foto di Tonio, mormorando a occhi chiusi litanie propiziatorie dal tono lugubre di cui lei aveva voluto saper poco. Magia nera o bianca poco importava, quella faccenda andava risolta.

-Mi raccomando la costanza- le aveva detto Assunta perentoria, porgendole un intrico di fili di cotone annodati che andavano immersi in acqua benedetta e poi cuciti in un panno rosso da conservare nell’imbottitura del cuscino. E lei aveva seguito alla lettera la sua prescrizione, intingendo, quella stessa sera, la manina sottile nell’acquasantiera. Poi aveva versato un bel po’ di pozione nella brocca del vino in occasione del successivo pranzetto ben attenta che lui se ne servisse a volontà, facendo dapprima onore ai manicaretti e alle libagioni e poi faville in camera da letto; lasciandola sazia d’amore tra le lenzuola intrise di sudore e dell’odore dei loro corpi avvinti in un interminabile amplesso. Passata una settimana la storia si era ripetuta. Complice, quella volta, una cenetta al lume di candela consumata in sala da pranzo e culminata con un dessert speciale, una notte di passione senza precedenti, unica. Baciandolo all’alba con trasporto prima di salutarlo Lina aveva benedetto quell’elisir portentoso che così accortamente proteggeva e dava consistenza al suo legame con Tonio, restando per tutto il giorno in uno stato di beatitudine pura sino a quando Manuela, la ragazza che l’aiutava nelle faccende, non le aveva narrato con tono malizioso dell’incontro a mezzogiorno tra il suo spasimante e la maestrina al Caffè Centrale in piazza. Lina si era sentita morire vedendo crollare d’un tratto tutte le sue più rosee aspettative. E dire che la sera prima aveva versato una dose generosa di filtro nel caffè e nel bicchierino di ratafìa servitigli a fine pasto. Si era crogiolata nella malinconia di quel pensiero sino a quando non era dovuta correre in strada per riacciuffare la zzia, sfuggita al suo controllo e a quello di Manuela; l’avevano ritrovata imbellettata di tutto punto, cappellino con veletta in testa, in estatica contemplazione della vetrina del macellaio. Un po’ con le buone e un po’ con le cattive erano riuscite a ricondurre a casa la fuggitiva seppur con notevole ritrosia e brontolii, punendola con una cena a base di verdure e frutta cotta senza il conforto finale delle sue amate geleè; del resto il medico condotto aveva raccomandato di tenerla a regime per evitare spiacevoli complicanze prescrivendole un blando lassativo che la potesse all’uopo aiutare. Tenerla d’occhio le costava una buona dose di energie; bastava che lei voltasse lo sguardo ed ecco che l’anziana sembrava volatilizzarsi, abbondantemente cosparsa di cipria e profumo e un accenno di eleganza dato da un colletto di merletto ingiallito o vecchie collane dalle perle sgranate e opacizzate, in indolente passeggio per il corso principale del paese accompagnata dall’ironia dei compaesani che incrociava.

Uno scampanellio discreto riaccese la sua speranza. Con circospezione aprì nella calura estiva e soffocante il pesante portoncino di legno intagliato quel tanto che bastava per far entrare il suo uomo. Quel pomeriggio il pranzo fu messo da parte per passare senza troppi preamboli ad altro, l’atmosfera bollente esterna solo di poco superata dalla calorosità di quella della camera da letto padronale.

Con intima soddisfazione Lina poggiò il vassoio con le tazzine fumanti sul comodino, porgendo a Tonio il suo caffè e apprestandosi anch’ella a berlo in sua compagnia.

L’uomo la prese con prepotenza per un fianco tirandosela contro.

-Allora, Linuzza, che ne dici di conoscere mammà questa domenica pomeriggio?

Lei si strozzò quasi alla disinvoltura di quell’annuncio che oramai disperava di sentire in concreto oltre che nella seraficità dei suoi sogni più audaci.

-Vita mia, dici davvero?

Tonio aspirò una boccata della sua sigaretta e annuì solennemente.

-E quando mai, bocconcino, ti ho raccontato una faccenda per un’altra? Cosa fatta è.

La vedovella l’abbracciò con foga quasi a soffocarlo rischiando di bruciarsi seriamente con la brace del mozzicone acceso che gli penzolava ancora tra le labbra, coprendogli grata di baci radi il viso, il collo e finanche i baffi. Con quel caffè aveva voluto tentare il tutto e per tutto, versandovi dentro ciò che rimaneva dell’intruglio misterioso di Assunta. Ma il suo trionfo durò davvero poco; dopo qualche attimo Tonio era davanti a lei, piegato in due, a contorcersi per i forti dolori addominali che avvertiva, annunciandole a gran voce di aver necessità di andare in bagno, madido di sudore e pallidissimo in volto.

Incurante del parapiglia di sottofondo la nonnina, vestita di seta malva e ben profumata, sgattaiolò al pianterreno, precipitandosi rapida in strada per sedersi con sguardo adorante su un gradino di fronte all’entrata del negozio di Turi il macellaio in attesa che questi riaprisse i battenti per la vendita serale. Con voluttà si concesse l’ennesima geleè, conservando l’ultima che le restava per l’uomo che popolava da tempo le sue visioni oniriche femminili notturne e diurne.

Manuela sospirò piano pensando agli avvenimenti di quella giornata dall’epilogo imprevedibile e funesto: l’arrivo del dottore, accorso in fretta per visitare don Tonio colpito da una diarrea senza precedenti e la sua padrona in preda a una crisi di nervi che brandiva due boccette scure identiche completamente vuote, farneticando di purghe e di elisir. Zzia Malù avvinghiata a Turi u carnezziere su tutte le furie per essersela ritrovata ancora una volta in negozio a spasimare d’amore per lui. E poi, infine, Donna Carmela che prelevava suo figlio più morto che vivo con aria sdegnata e sprezzante, gridando a gran voce vendetta. Nuddu ci capiu chiù nenti, a schifiu finiu. Curpa ro cauru, sicuru.

La calura eccessiva, era risaputo, talvolta giocava bruttissimi scherzi.*

“Curpa ro cauru” in A.A.V.V., “Socc’mel che sfiga”, Modena, Edizioni del Loggione, 2020

Lucia Guida

 

 

Mariano Fortuny y Mandrazo, “Nudo di donna”, particolare, 1944

Scritture Aliene – Di recensioni letterarie, premi e complimenti multimediali. E di carri dei vincitori su cui è sempre facile salire al volo

“Scritture aliene” rappresenta in direzione ostinata e contraria le mie riflessioni su vita reale e mondo della scrittura. Che, a ben vedere, sono molto più intimamente connessi di quanto non si pensi.


C’è ancora chi pensa che un autore disponga illimitatamente di copie da regalare con prodigalità a chicchessia. È successo anche a me e il tanto temuto “Tanto a te non costa nulla” me lo sono sentito rivolgere anch’io. Quando è capitato non sempre ho potuto glissare: in alcune circostanze, quando era impossibile spiegare la differenza che passa tra un autore eap e un autore no eap a chi avevo di fronte ho deciso di soddisfare, seppure con un retrogusto di malincuore, la richiesta di cui sopra regalando libri miei acquistati spesso con uno sconto irrisorio dalla casa editrice che aveva deciso di investire sulla mia creatività. È ancora mio vanto non avere mai a oggi pubblicato da solista con case editrici a pagamento: non sborsando, cioè, mai un centesimo nemmeno per l’editing dei miei manoscritti prima che questi venissero dati alle stampe.
A seguire ho cercato di costruirmi un curriculum artistico in cui la “Vanity Press” non avesse accesso, fatto di buone frequentazioni letterarie per non avere scheletri nell’armadio da nascondere nel momento in cui da ‘esordiente’ fossi passata al gradino immediatamente superiore di ‘autrice emergente’. Per la stessa ragione ho sempre partecipato a premi e/o concorsi in cui contasse realmente mettersi in discussione per ottenere una valutazione genuina in territorio possibilmente neutrale invece di avvalermi della benevolenza pilotata delle conoscenze letterarie acquisite nel corso degli anni.
Insomma, ho cercato di essere me stessa anche tramite la scrittura.
Di copie cedute gratis a recensori e blogger lettori, invece, in forma virtuale o cartacea, ce ne sono state tante
La mia riconoscenza, amplissima, va a questi ultimi che, per mestiere o per passione, nel corso di questa mia quasi decennale attività mi hanno fornito, con assoluta professionalità ed esercizio di buona educazione (cosa ultima non scontata), indicazioni per potermi migliorare come affabulatrice e non semplici input per dare risonanza alle cose che scrivevo. Che in maggioranza non conoscevo de visu e che, nonostante questo, hanno accettato di leggermi per mero piacere personale, chiamiamolo così. Senza nessun’altra contropartita che non risiedesse nella mia grande e profonda considerazione dal momento che di carri dei vincitori, da me parcheggiati nelle immediate vicinanze, su cui salire in fretta non ce n’erano.





Ripartenze letterarie e non.

 

 

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ph.credit: eurekastreet.com.au

 

Che la scrittura sia una parte essenziale della mia vita a cui, ahimè, spesso non do il giusto spazio a causa delle contingenze del momento e della mia emotività spiccata (che non mi consente di scrivere se non in situazione di assoluta serenità), credo sia chiaro a chi mi conosce bene.
In questo lungo periodo di ‘riflessione narrativa’, chiamiamola così, non me ne sono stata totalmente con le mani in mano.
Ho ricevuto un paio di proposte di pubblicazione per il mio ultimo romanzo inedito su cui ho molto riflettuto (per me pubblicare bene non è semplicemente pubblicare), partecipato a un concorso letterario nazionale in cui sono arrivata in finale. Contribuito alla realizzazione di due antologie di A.A.V.V., la prima di imminente pubblicazione a cura della Lùdo Edizioni, intitolata “Abbracciamo il mondo” dal taglio positivo e costruttivo incentrata sulla progettualità di tutti noi durante il periodo di quarantena stretta. Il mio secondo contributo sarà di tipo sensoriale ad ampio spettro e verrà edito da una casa editrice abruzzese di cui per scaramanzia non dico nulla.
Un’altra mia storia apparirà a fine settembre nella rubrica “Il sabato del racconto” a cura di Tito Pioli per la Cronaca di Parma di Repubblica.it
Con le dovute accortezze e nel rispetto delle misure di contenimento era bene riprendere dimestichezza nella dimensione pubblica della scrittura. Ciò mi ha, infine, convinta a contribuire attivamente come autrice a un reading letterario nella città in cui vivo e lavoro.
Nella ‘vitadaLucia’ ho cambiato sede lavorativa per mia libera scelta
Ho,poi, ricominciato a viaggiare regalandomi una parentesi breve ma meravigliosa in Sardegna che, ne sono certa, mi offrirà tanti spunti di arricchimento personale oltre che scrittorio.
Insomma, sono consapevole che la vita continui e che sia un peccato non approfittare delle piccole e grandi gioie che offre.
Del doman non v’è certezza, forse mai come in questo periodo. C’è tuttavia la necessità di ricordarci che abbiamo il dovere di sfruttare tutte le possibilità esistenziali che ci vengono offerte. Magari stando bene attenti ad attraversare sempre sulle strisce pedonali col verde al semaforo.

Lucia

 

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Torre delle Stelle, Maracalagonis, (CA), luglio 2020, R.Di Nicola ph.

 

Untitled – Senza Titolo

A proposito di Amore e di poesia.

Buona lettura a tutti

A presto

PROMESSA

Mi avvolgerò in un raggio di sole

e ti aspetterò.

Noncurante del vento

che mi scompiglierà i capelli,

dei granelli di sabbia impalpabili

che danzeranno davanti ai miei occhi.

Dimenticando albe pallide

e notti blu oltremare

senza luce di stelle e di luna.

Ti aspetterò amandomi

e giurandomi amore eterno

per amarti

con la pienezza dei miei anni maturi,

fatti di zucchero e sale

di lacrime e sorrisi

di corse sotto la pioggia

e di arcobaleni brevi e mutevoli

consolatori.

Sarai per me mezzo pane e companatico

e frutta acerba colta innanzi tempo

mescolata a polpa matura.

L’ultimo sguardo

in cui annegare

alla sera

e il primo

in cui rinascere

al mattino.*

Lucia Guida 

*All rights reserved

 

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“Les Amants bleus”, M, Chagall

 

 

‘Bella e dolce Bologna’(cit), passeggiata emotivo-sentimentale per le strade bolognesi in un weekend di primavera

Prendi un lungo weekend primaverile post pasquale, aggiungici delle incombenze familiari da sbrigare. Mescola il tutto con molta nostalgia per ciò che è stato e per quello che sarà. Otterrai una narrazione di pancia molto ma molto personale di tre giornate per buona parte trascorse nel cuore di una città fascinosa, ammiccante e seduttiva: Bologna.

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Iniziare questo mini viaggio partendo dal giardino di tua figlia e da un ciuffo di tulipani piantati chissà da chi e in quale anno, fioriti con ingenua spudoratezza in un fazzoletto di terra in semi periferia finalmente bendisposto alla bella stagione.

 

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Forza e fragilità femminile tra passato e presente attraverso i 19 poster delle ‘Staffette Partigiane’ in grande formato realizzati sulle bacheche di Via San Giacomo, progetto curato da “Canicola” con la partecipazione di alcune scuole secondarie di I grado di Bologna. Ed è inconfutabilmente e per sempre Liberazione.

 

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Portici bolognesi e icone votive nel centro di Bologna tra sprazzi di nuvole e sole.

 

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Verso l’alto, tra intrichi e torri svettanti.
Ma il cielo ‘è sempre più blu’ (cit.)

 

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Una canzone e un amico per cui scriverla o cantarla.

 

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Prospettive diverse in un solo tramonto prima della sera.

 

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Di Re e Regine. Di antichi amori e splendori. Di vita che va.
Di Bellezza che resta.

 

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Accendo il motore, guardo nello specchietto
e vedo riflessa con un po’ di dolore
Bologna col rosso dei muri alle spalle
che poco a poco sparisce’
‘Dark Bologna’, Lucio Dalla

Und allem Weh zu Trotze bleib ich Verliebt in die verrückte Welt

Geduldig neue Blätter treib ich
Aus Ästen hundertmal zerspellt,
Und allem Weh zu Trotze bleib ich
Verliebt in die verrückte Welt*
Hermann Hesse, ‘Die Gedichte’, 1919

 

Metti una figlia che di stanziale ha poco e nulla, sempre in movimento da quando nuotava nel mio grembo.
Aggiungici un internship di Ginecologia e Ostetricia che l’ha portata nella Svizzera Ticinese e fai il quadrato con sua madre, la sottoscritta, per cui ogni richiamo a infilare quattro cose in un trolley e muoversi, non va mai inascoltato.

Otterrai come risultato finale un weekend oltralpe a zonzo tra il sud e il nord di questo paese, ricco di belle immagini e sorprese inaspettate.

Ai più pignoli ricordo che le mie esperienze di viaggio sono frutto di pancia, cuore e solo un briciolo di testa. Assaggi di vita ben lontani dal dettagliato briefing di un viaggiatore consumato.
Buona lettura

A presto

 

 

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 Locarno, distretto di Locarno, pontili, lungolago e tramonto.
‘Il tramonto è la musica di apertura della notte’, Mehmet Murat ildan

 

 

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Tempus Fugit. Locarno by Day
‘Cotidie sole novum.’
Heraclitus, ‘Fragmenta’

 

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On the way to Zürich. Deep blue, sun, greenery
‘Tutto è giustizia nella campagna; la Natura non trascura né favorisce alcuno’, Kahlil Gibran, ‘Segreti del cuore’ (1947)

 

 

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Fast and Furious. Zürich Bahnhof.
‘Cause I’m the wanderer/’Yeah, the wanderer/
I roam around, around, around’, Dion, ‘The Wanderer’ (1961)

 

 

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Opening and Closing Doors, portale della Grossmünster, Zürich

 

 

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Il mondo visto dall’alto: Karlsturm, Grossmünster, Zürich.
‘WE never know how high we are/ Till we are called to rise;/ And then, if we are true to plan,/ Our statures touch the skies’, E. Dickinson, Complete Poems, XCVII 

 

 

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Biblioteca dell’Istituto di Legge, Zurigo. Opera dell’architetto Santiago Calatrava 

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‘Ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, noi stessi diventiamo qualcosa di nuovo’ (cit.)

 

 

 

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Eidgenössische Technische Hochschule Zürich. Shadows. 
‘Life’s but a walking shadow’, W. Shakespeare, Macbeth, Act 5, Scene 5 .

 

 

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Far From The Maddind Crowd, lungolago di Zurigo, tramonto
‘Forse perché della fatal quiete / tu sei l’imago a me sì cara vieni / o sera!’
Ugo Foscolo, ‘Alla sera’, 1803

 

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Finestre. Konradstrasse, Zürich

 

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Ombrelli per gli ospiti. Walhalla Guest House, Zürich
‘Se hai una finestra aperta sul mondo e un ombrello con cui ripararti dalla pioggia, hai tutto’ 
L. Guida

 

 

*Paziente genero nuove foglie
Da rami cento volte sfrondati
e a dispetto di ogni pena
rimango innamorato
del mondo folle.
 Da ‘La quercia’ di H. Hesse, traduzione italiana di Adriana Apa

 

 

Alla fine del 2018

Il 2018 è stato per me un anno di conferme scrittorie, di nuove pubblicazioni e di buone notizie sotto l’albero di Natale.
Ho partecipato a festival nazionali e premiazioni letterarie, presentazioni librarie e ad antologie di autori vari, dando alle stampe anche come solista nel settembre scorso per Amarganta una silloge di poesie, ‘Interlinee’, frutto di un lavoro di riflessione decennale su cose, persone e situazioni.

Cose belle che mi hanno aiutata a crescere, e come autrice e come persona, di cui sono estremamente grata. Bei traguardi raggiunti passo dopo passo, senza fretta. Piccoli atti di coraggio e di impegno da parte mia.

A tutti coloro che hanno avuto la pazienza e la bontà di seguirmi durante questi sei anni di pubblicazioni dedico ‘Di scrittura’, riflessione in versi contenuta nella sezione ‘Miscellanea’ parte di ‘Interlinee’. Pensieri scritti con emozione genuina per un mestiere, quello di penna, in cui il posto per i ripensamenti, le brusche frenate, le partenze in sordina e le risalite fanno parte del gioco e ci aiutano a conservare il nostro valore di esseri umani, punti di forza e punti di debolezza. Un cammino in cui di scontato non v’è mai nulla. Nasciamo, cresciamo, ci evolviamo in primis come persone e poi come affabulatori. E le cose che fissiamo nero su bianco o su un file di word sono specchio fedele di noi stessi, nella buona e nella cattiva sorte. In una continua spinta in avanti fatta anche di prove ed errori.

Auguri di cuore a tutti e a rileggerci presto

Lucia

 

Di Scrittura
Quando comprendi
che affabulare
non è tout court
esercizio di bella scrittura
ma riflesso
di vita
concreta e agìta,
ti fermi a pensare.
Per valutare
-con serietà estrema –
se sia giusto o saggio
continuare a mostrare
al mondo intero
quello che ti balla in petto.
Se quella gioia
o quel dolore
valgano la pena
-e la trepidazione –
di essere esposti en plein air
agli occhi di tutti,
come un lenzuolo nuziale d’altri tempi
all’indomani della prima notte.
Ci rifletti con attenzione
e con il pudore nuovo
che non pensavi di possedere
ben diversi
dall’ingenua sfrontatezza
d’inizio.
Quel desiderio
di mostrarti agli altri
con civetteria naïve
che ti faceva mescolare
rena e polvere d’oro
in attesa di conferme
sulla ricchezza
che già possedevi
pur non sapendo di averla.
Un’abbondanza,
di terra scura e grassa,
che stringevi a te
timorosa
di perderla
ma che nessuno
ti avrebbe mai
potuto togliere
perché sostanza tua,
piega nascosta,
ma presente, e fonda,
della tua anima.

Lucia Guida

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Rossana Lamanna photographer.

A special thank to Lido 186 Village, Pescara, for the shooting location

Presenting should be fun and fair – Come presentare in eventi collettivi con levità e correttezza

C’è un bon ton scrittorio e letterario da seguire nelle presentazioni di gruppo e da solisti di autori emergenti, esordienti o già noti al grande pubblico?
In questo post provo a parlarne in maniera leggera e con molto buonsenso, senza altri tipi di velleità, a fronte dell’esperienza pluriennale conquistata. Ricordando a chi si diletta di quest’arte che la buona educazione non va mai data per scontata, men che meno in ambito letterario.

 

Cose da fare (e da non fare) nelle presentazioni letterarie, con riferimento ad autori, relatori e pubblico presente

* Scegliere un buon relatore.

Credo sia una questione di importanza fondamentale, a prescindere dal grado di notorietà che un nome già conosciuto e acclamato potrebbe conferire all’evento come valore aggiunto. Una spalla ben ponderata, entusiasta di ciò che ha letto o comunque empatica è di gran lunga da preferire a un testimonial famoso ma distratto. Incapace di invogliare potenziali lettori all’acquisto e alla lettura della creatura che sta contribuendo a battezzare. Un’ultima cosa: il relatore deve aver letto l’opera che andrà a presentare; sembra un aspetto superfluo da sottolineare ma mi è capitato di assistere a presentazioni in cui era palpabile la non conoscenza di ciò che si andava a illustrare da parte del parlante. E di aver toccato, ahimè, con mano l’imbarazzo dell’autore e la pochezza di chi avrebbe dovuto rappresentarlo al meglio.

* Durata degli interventi

Io continuo a privilegiare la sostanza all’apparenza. Molto meglio una introduzione veloce ed efficace della durata di una ventina di minuti al massimo ( tale è la resistenza di un uditorio di abilità e competenze miste) di una lunga e verbosa lecture dal sapore universitario. Spesso finalizzata a porre in risalto le capacità verbali orali e la presunta conoscenza e sapienza (!) del relatore tralasciando di focalizzarsi sui pregi del libro posto sotto i riflettori. Il protagonismo per interposta persona, e opera, è la cosa a mio avviso più triste che possa accadere a un autore nell’attimo in cui è quest’ultimo a farne le spese: come dire, mi sostituisco allo sposo e con la sposa brindo, danzo e mi complimento con gli invitati nel giro dei tavoli di prammatica. Dimenticando di essere solo ed esclusivamente un partecipante, magari di riguardo, e non già il fulcro di quel piccolo microcosmo. Il che riporta inevitabilmente al punto di cui sopra; rimarcando, se ancora ce ne fosse bisogno, l’esigenza di prediligere compagni di avventura a cui siamo legati da un filo tenace e invisibile e felice di corrispondenza. Al di là dei sicuri vantaggi che potrebbero derivare dallo scegliere un padrino celeberrimo con un filino di opportunismo per l’effetto di risonanza dovuto alla sua presenza.

 

*Autori partecipanti ad eventi collettivi

A costo di sembrare bacchettona credo che sia preciso dovere di un autore partecipante a un evento collettivo (relativo al proprio libro o  a un’antologia a progetto di AA VV ) restare tra il pubblico sino alla fine possibilmente con ascolto fattivo e costruttivo.
Trovo desolante e deprecabile il  vezzo di un autore di andar via alla fine del tempo  a lui concesso per il suo intervento, abbandonando in corso d’opera i suoi compagni di cordata. E assai poco furbo: è un dato di fatto che  le presentazioni aiutino a conoscere gente, a creare nuovi legami, ad ampliare i propri orizzonti. Da qualsiasi punto di vista le si voglia inquadrate sono pura sinergia. E coadiuvano tanto anche a livello di consapevolezza personale in fieri, rappresentando un ottimo metro con cui confrontarsi in un’ottica di miglioramento.
Se ho deciso di aderire a un’iniziativa  sarò ben capace di organizzarmi di conseguenza fino alla fine. Le scuse della mamma anziana, dei pargoli da accudire, della casa che potrebbe andare a fuoco perché non ricordo se ho lasciato aperti i fornelli lasciano il tempo che trovano: se avessi davvero problemi seri, probabilmente a quell’evento avrei rinunciato sin dall’inizio. Prendere parte a un evento collettivo è frutto di libera scelta: e allora facciamolo bene. O rinunciamo a priori a farlo. Soprattutto perché non ci ha costretti nessuno in tal senso.

* La tua libertà oratoria e di esposizione termina laddove inizia la mia libertà di autore successivo

Sarebbe opportuno ricordare che in un evento che prevede la partecipazione di svariati autori la tempistica è fondamentale e necessita del massimo rispetto da parte di tutti. Se ho a disposizione dieci minuti è il caso di non sforare anche se sono convinto che possano non bastare. Sarà un bene per l’idea di correttezza che voglio dare di me ( ricordiamoci che la presentazione in alcuni casi è forse l’unica possibilità che l’autore possiede per dare di sé una dimensione pubblica concreta a potenziali lettori. E quindi, se io volessi farmi conoscere e apprezzare, non cercherei di giocare con fairplay? La prepotenza anche verbale lascia sempre il tempo che trova); e parimenti per l’autore che mi segue a ruota: che ha lo stesso sacrosanto diritto di esporre le sue ragioni, le sue idee, le sue riflessioni. Se ho bisogno di un surplus di tempo sarà mia cura organizzare in altra sede una presentazione da solista in cui potrò disporre di tutto il tempo che voglio. Ricordando, magari, che la sobrietà, e la qualità, di un intervento autorale sono sempre da preferirsi per una questione di incisività all’errore di traccheggiare in un’esposizione ripetitiva o, peggio, frammentata in rivoli infiniti,spesso inutili, di sapere ostentato o preteso. Di frequente gratuito ( vedi anche punto due).

* Presenting is fun 

Parlare inglese è il mio pane quotidiano e quindi, provocatoriamente, questo suggerimento in lingua straniera lo scrivo così. La presentazione di un libro deve contenere la sua buona dose di diletto. Deve essere seduttiva senza esagerazioni, empatica, coinvolgente. Tutte cose che dovrebbero portare ogni autore a lavorare anche sul proprio piano affettivo relazionale oltre che comunicativo. Un libro è un prodotto come un altro; al di là dell’indubbia qualità che dovrebbe racchiudere, e che qui non vado a sindacare perché non è oggetto esplicito di questo articolo, necessita di essere conosciuto per il tramite di un autore e di un relatore che con la massima sincerità possibile hanno l’arduo compito di dissodare un campicello comune con il lettore su cui poter seminare curiosità ed  entusiasmo in maniera personale e personalizzata. Ecco perché a eventi di scrittura ingessati, fatti di disamine puntualissime e accurate quanto vi pare ma in egual misura noiose e spesso debordanti, io preferisco le interviste condotte con domande mirate in cui la bravura, anche dialettica di uno scrittore, troverà il suo vero banco di prova.

 

Conclusioni: bravi autori non ci si improvvisa. Mai.Esiste, però, la possibilità di crescere e migliorarsi con un pizzico di umiltà evitando di sentirsi ‘arrivati’ o di  abitare in torri d’avorio che non aiutano a dare di noi un’immagine vera al lettore, capace di percepire la ‘fuffa’ molto più di quanto non si pensi. E di vedere oltre quegli effetti speciali da qualcuno tanto amati che a volte sono comodo paravento per occultare con eleganza il nulla totale.

 

 

 

cristina orlandi lucia

in foto Cristina Orlandi presenta ‘Romanzo Popolare’ di Amarganta al Festival dello Scrittore di Tolè (Bo) del 15.07.18 – foto di Daniela Biagini