luciaguida

Au Feminin Thinking and Writing

Mese: luglio, 2012

Another Interview

Ci ho preso gusto a essere intervistata.

Probabilmente perché conversare parlando di scrittura, lettura e aspetti della mia vita che mi fa piacere condividere con altri è un modo come un altro per trasmettere una parte di me stessa.

L’intervista, qui di seguito riportata integralmente, è stata realizzata grazie alla disponibilità di Tommaso Maria Lovati, admin del sito Libri & Scrittori, Salotto Letterario On-Line.  Per voi, alla fine di questo articolo il link per leggerla in versione originale.

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

R) La mia è una passione antica;  nata da bambina, coltivata nel periodo dell’adolescenza e poi messa da parte per lasciare il posto ad altre priorità. L’apertura di un blog nel 2007 mi ha permesso gradualmente di riprovarci, stimolata anche dagli apprezzamenti dei miei amici virtuali. Ho poi pensato di partecipare ad alcuni concorsi letterari, un po’ per provare a sperimentare nuovi approcci scrittori ma anche, forse, per chiedere qualche conferma, per mettermi alla prova. E’ andata bene e  a questo punto ho pensato di continuare per questa strada …

D) Qual è stato il suo percorso di studi?

R) Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere nel 1987 con una tesi di letteratura inglese su Thomas Hardy. All’epoca si parlava di analisi testuale. A me sembrava una cosa meravigliosa sviscerare e analizzare nel profondo un autore come il mio che ho amato tantissimo. Anche se in realtà il primo esame dato all’università è stato quello di Filosofia. Ho poi alle spalle un tipo di preparazione a indirizzo pedagogico-didattico che ha segnato i miei primi passi nel mondo del lavoro nella scuola primaria. Esperienze di studio e di lavoro all’estero hanno completato la mia formazione. Vivere in altri paesi ti apre la mente e ti fa vedere le cose certamente in una prospettiva privilegiata. Un percorso sui generis, variegato, come del resto le letture che mi concedo: anche in questo mi piace leggere di tutto,  senza remore o pregiudizi.

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?

R) A otto anni, un romanzo su un vecchio diario scolastico. Si intitolava “La fanciulla del West”. A lieto fine, chiaramente.  In tempi più recenti, invece, il mio primo racconto breve ufficiale è certamente ‘Il volo dell’aquilone’ (nel post precedente, n.d.a.), arrivato in finale al XII Concorso Letterario bandito dalla biblioteca di Poggio dei Pini di Capoterra (CA) nel 2008. Da bambina scrivevo per raccontare; oggi credo di farlo per lo stesso motivo, soltanto con una consapevolezza maggiore, più sottile: quella di vedere riflessa nel lettore la tua stessa sensibilità. Quando ciò accade per uno scrittore è il riconoscimento migliore a cui si possa aspirare

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

R) Una volta le avrei risposto parlando dell’effetto terapeutico della scrittura; adesso  aggiungo che scrivere è anche un atto di passione, di puro divertimento

D) Quali sono i suoi libri del cuore?

R) Domanda difficile …Tutti i libri della Austen. “Via dalla pazza folla” di Hardy. “Quel che resta del giorno” di Ishiguro. Ma anche i libri di Brunella Gasperini, “Tutti i nostri ieri” della Ginzburg e molti altri ancora …

D) E quelli che non leggerebbe mai?

R) Ho già detto che mi piace sperimentare e quindi provo comunque a leggere di tutto; se, tuttavia, capita che io abbandoni la lettura di un libro non me ne faccio una colpa: la lettura è un piacere e tale deve rimanere

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

R) “La ragazza con l’orecchino di perla” della Chevalier

D) E quello che meno le è piaciuto?

R) Devo proprio dirlo?

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

R) L’Abruzzo mi ha adottata a pieno titolo ed è qui che ho scelto di far nascere i miei due figli e di stabilirmi. Tralasciando il periodo dei miei studi, condotti qui a Pescara,  vi abito da 23 anni. Continuo a mantenere un filo sottile ma robusto con la Puglia, mia regione di origine, in cui vivono i miei genitori. Nei miei racconti, infine, per par condicio do voce a entrambe. In fondo, la Lucia di oggi è il prodotto finale di un mix bilanciato dell’una e dell’altra realtà

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

R) Credo sia interessante notare oggi molta più attenzione, da parte delle case editrici, verso gli autori esordienti. E ovviamente sto parlando di editoria non a pagamento e di editori lungimiranti. Ciò determina un’offerta a volte sovrabbondante, ma in questi casi ” melius abundare quam deficere”, non trova?

D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

R) La frattura che talvolta si viene a creare tra creatori di cultura e fruitori. Un prodotto culturale dovrebbe davvero essere alla portata di tutti ma questo non sempre accade. E’ probabile che sia questione di educazione insufficiente in tal senso, certamente. Ed è un pensiero  terribile; in fondo, come un conosciuto slogan recita, “Sapere è Libertà”, sempre

D) Come è arrivata alla pubblicazione del suo lavoro?

R) Con un’opera certosina di ricerca della casa editrice ideale. In questo ero piuttosto determinata a non incappare, per il mio primo lavoro “serio”, nell’editoria a pagamento

D) Cinema: qual è il suo film preferito?

R)  “Camera con vista “ di James Ivory di qualche anno fa e, più di recente, “Il discorso del re” di Hooper. Sono, infine, un’ammiratrice fedele di Ozpetek

D) Musica: la canzone del cuore?

R) “Fotografie”, di Claudio Baglioni, pur non essendo una sua fan. Per una serie di ragioni troppo lunghe da spiegare

approfondimento NARRATIVA

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

R) Non ne ho mai avuto la possibilità ma mi avrebbe fatto piacere farlo, tempo permettendo.

D) Ritiene siano utili?

R) Parlandone in termini teorici, potrebbero certamente aiutare a migliorare uno stile narrativo ancora allo stato embrionale

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

R) Più che buttare giù un canovaccio di una storia, il lavoro di labor limae, di editing, che lo segue. Rendere, cioè, comprensibili al lettore le tue idee, ciò che vuoi trasmettere agli altri. Spesso ciò non accade; l’autore, cioè, crede di averlo fatto anche se poi in effetti non è così. Un’opera letteraria deve essere a mio avviso fruibile per tutti, con pochi chiaroscuri. Suggerire, certamente, ma farlo con chiarezza d’intenti

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?

R) Decisamente al pc: è più comodo e mi dà la possibilità di ordinare le idee meglio che su un foglio di carta. Di giorno a mente fresca e sicuramente in solitudine, aiuta a concentrare maggiormente e a far fluire con maggior facilità il pensiero

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?

R) “Succo di melagrana” nasce dall’idea di parlare in concreto e con positività di storie di donne. Credo che oggi ce ne sia un gran bisogno, a volte in uomini e donne si percepisce chiaramente una gran confusione circa i  ruoli da  assumere da parte di entrambi nella quotidianità più spicciola. Nel nostro Paese sopravvive ancora una certa predisposizione a incapsularsi in ruoli ben definiti, incernierati; non è così che dovrebbe essere, in una società che si possa definire realmente democratica e paritaria

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?

R) E’ come incamminarsi per un sentiero che potrebbe portarti alla fine da tutt’altra parte. Sai che raggiungerai comunque la meta che ti sei prefissata ma non sei in grado di calcolare la tempistica che ti servirà per farlo né stabilire con precisione i luoghi che visiterai

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

R) A differenza di molti che considerano il racconto una forma narrativa minore io credo, invece, che possegga per il lettore una fruibilità maggiore, più immediata. Dal punto di vista tecnico, con il racconto non puoi rischiare di far cilecca, devi comunque provare a dare forma a una storia compiuta in un arco di tempo ben preciso. Nel romanzo, invece, puoi permetterti di giocare al recupero senza correre eccessivi   rischi: per quello che non hai saputo delineare con decisione sino ad ora c’è sempre tempo di farlo in seguito, nel prosieguo della storia

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?

R) Il racconto è come la scena di un film: intenso, coinvolgente, una scheggia  di esistenza. Il romanzo è il film. Ci sono scene di film che non si dimenticano e film che vorremmo non avere mai visto

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?

R) Il titolo “Succo di melagrana” si ispira al titolo della poesie  che costituisce il prologo dell’intera silloge. E’ una specie di anteprima che anticipa al lettore la sensibilità dell’autrice del libro

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

R) Se contiamo dalla stesura del primo dei sei racconti, tre anni. In realtà  le sei storie sono state elaborate in periodi diversi della mia vita ma è come se tutte fossero un tassello di quello che è il puzzle della mia avventura scrittoria

D) Ha vinto premi letterari?

R) Il secondo posto alla IX edizione del premio letterario Anna Vertua Gentile nel maggio del 2011;  per il resto sono stata segnalata o finalista in svariati premi letterari. Se, tuttavia, chiede al mio editore se ciò ha influito sulla sua decisione di pubblicarmi, le risponderà di no

D) Crede nei premi letterari?

R)  Ce ne sono di molto validi e di estremamente inconsistenti; personalmente diffido di quei concorsi letterari che chiedono, in cambio della partecipazione, l’esborso di onerose “tasse di lettura” o “spese di segreteria” non bene identificate e chiaramente a fondo perduto

Ha altri progetti in cantiere?

R) Un progetto importante che sto portando avanti pian piano. La fretta di terminare a volte può consigliarci davvero male. E poi non dimentichi che la scrittura per me al momento è un passatempo felicissimo, nella mia vita accanto ad altre cose altrettanto meritorie e importanti

Questo articolo è stato scritto da Tommaso Maria Lovato il 22 luglio 2012
Link dell’intervista:
http://www.libriescrittori.com/intervista-alla-scrittrice-lucia-guida/

” Conversation Avec le Jardinier “, P.A. Renoir

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Prime volte: ” Il volo dell’aquilone “

Nei ricordi di un autore c’è sempre posto per una prima volta importante.

La mia risale all’autunno 2008, periodo in cui decido di inviare un mio racconto breve al XII  Concorso letterario Nazionale della Biblioteca di Poggio dei Pini di Capoterra (CA). Come buona parte delle mie storie il racconto nasce di getto prendendo spunto dalla rielaborazione di ricordi d’infanzia di una persona amica. Questo mio secondo tentativo “concorsuale” va a buon fine: a fine novembre ricevo una mail in cui mi si comunica che sono tra i finalisti del contest letterario e vengo invitata alla premiazione. Non parteciperò mai a quell’evento ma lo stimolo ad andare avanti per questa strada è troppo invitante perché io non sia tentata di coglierlo e di farlo mio.

Per voi, oggi, questa storia legata al filo sottilissimo ma robusto di un aquilone: quello di Valerio e del suo primo giorno di scuola.

 

 

Il volo dell’ aquilone 

Valerio era il terzo di quattro figli. Era arrivato in sordina all’ alba di  un mattino di dicembre, terzogenito di una tipica famiglia di una città di provincia come tante. Una famiglia in cui spiccavano il rigore di un padre che si era fatto da sé  e la docilità di una madre che si era sposata per sistemazione e forse con poco amore. Valerio era stato accolto con la naturalezza con cui si accoglievano tutti i figli nati sotto la solidità di un tetto coniugale; sua madre gli si era dedicata con la dovuta devozione, quella che ci si aspetta da una brava madre, crescendolo con affetto contenuto alternato a momenti di tenerezza estrema in cui lui diventava centro del suo fragile universo femminile e fulcro verso cui pareva si accentrassero  tutte le aspettative di moglie palesemente insoddisfatta. Quindi, inaspettatamente, a distanza di circa quattro anni era nato Tancredi, spodestandolo del privilegio di piccolo di casa e portando con sé altri elementi destabilizzanti nella serenità e nelle certezze, poche, di quella “ donna del dovere “.

Valerio aveva gestito con apparente piena accettazione la nascita di quel bimbo. A lui era subito sembrato troppo piccolo e un po’ bruttino, inspiegabilmente circondato dalle cure continue della zia paterna, ufficialmente giunta in quella casa per dare una mano ma in realtà anche per aggiungere  il peso della propria autorità a quella paterna, appesantendo l’animo di quella mamma già greve di stanchezza non solo fisica. I suoi fratelli maggiori, invece, avevano preso l’intera faccenda con disposizione diversa; Alberto con la leggerezza che stemperava in tutte le cose che faceva e le iniziative che intraprendeva,  Maria Paola  con il giudizio e la saggezza che la caratterizzavano da sempre e la rendevano figlia prediletta in modo indiscusso del papà. Al bimbo non era rimasto altro che dissimulare un profondo e antico dolore con l’ apparente pacatezza che pareva tutti si aspettassero da lui. In quella famiglia, simile ad una compagnia di guitti, a ciascuno era richiesto di ricoprire un ruolo ben preciso e costante nel tempo; e il suo, appunto, era quello di figliolo incredibilmente disponibile e buono, pronto a modellarsi al canovaccio necessario al momento riproponendo comportamenti pregressi già con successo sperimentati senza improvvisazioni di sorta.

Le sue giornate di bimbo sensibile e creativo procedevano sempre nello stesso modo, segnate dal carattere burbero di quel padre dalla personalità ingombrante e dall’apparente duttilità di quella donna  affannosamente presa dalle mille incombenze proprie del ruolo che le era stato chiesto di impersonare; in un sottofondo dai colori tendenti al cupo, delineato dall’irruenza dei modi paterni, fatto di tempeste vere o presunte e mai mitigato dalla vivacità di un arcobaleno femminile che potesse addolcirlo.

A un certo punto della sua giovanissima vita aveva scoperto le infinite potenzialità racchiuse in una matita e una manciata di colori,  prendendo a dare sfogo, attraverso disegni complicatissimi e ricchi di particolari minuziosamente tratteggiati, a quel groviglio di sentimenti inespressi presente nel suo cuore infantile che mai nessuno aveva pensato di portare in superficie con parole amorevolmente invitanti al dialogo. Immagini vivaci e coloratissime avevano assunto infinite forme nello spazio quadrettato di un foglio, contribuendo a rasserenare i suoi momenti più critici e sublimando energie vitali che altrimenti sarebbero andate a sfociare in frustrazione, impotenza e rabbia. Sua madre aveva notato questo cambiamento, soffermandosi per un po’ sulle cause che lo avevano prodotto. Concludendo, infine, velocemente le sue riflessioni con una carezza lieve e distrattamente conciliante. Un’ abitudine, quella di pasticciare con le matite, che portava talvolta Valerio al punto di dimenticare perfino di mangiare per dedicarsi a quel nuovo passatempo da lei giudicato oltre modo singolare con stupore e meraviglia e assecondato con materna indulgenza. Assai diverse, naturalmente, le conclusioni cui era giunto suo padre; il disegno era da quest’ ultimo sempre stato giudicato un’arte minore, superflua, minimale. Ben altro rispetto alla letteratura, alla matematica o alla storia. Forme d’espressione o discipline di maggior spessore, assolutamente non paragonabili per consistenza a pittoreschi ghirigori colorati. Ma stavolta Valerio aveva tenuto duro, riaffermando silenziosamente la sua volontà di esternazione e all’ austero genitore non era rimasto che brontolare per un periodo limitato di tempo circa l’ inutilità di coltivare precocemente simili passioni, per poi terminare con l’allinearsi, sia pure partendo da diversi presupposti, alla tollerante posizione materna. E si era giunti a quella fatidica data, a quel primo ottobre che avrebbe sancito il suo ingresso ufficiale nel mondo degli adulti con la sua entrata nella scuola elementare. Il padre l’ aveva accompagnato in silenzio in quell’ aula gremita di banchi con la pedana e segnata dai singhiozzi di qualche bambino incapace di contenere la propria paura del nuovo, lasciando che quel maestro dall’ aspetto severo, da lui conosciuto e stimato personalmente come persona integerrima e di autorità,  attribuisse a quel nuovo scolaro il posto che gli sarebbe toccato per tutto l’anno scolastico. Per un istante, un solo istante, Valerio aveva chiuso gli occhi trattenendo il fiato per evitare di indulgere in  quelle che sarebbero state considerate, ne era certo, esagerate manifestazioni emotive. Un solo istante che, però, racchiudeva un mondo di pensieri, primo tra tutti quello dell’ aquilone di carta di seta da lui confezionato il giorno precedente e che non aveva potuto far volare per la pioggia, piangendo silenziosamente e di nascosto nella rimessa per liberarsi della frustrazione di quel piccolo piacere negatogli dalle circostanze della vita.

Ci aveva lavorato con lena per ben due giorni, cercando di addolcire in tal modo il pensiero dei doveri scolastici prossimi a venire. In un cassetto del tavolino da cucito della madre aveva scovato diversi fogli di carta da modello chiedendole il permesso di utilizzarli per quella nuova impresa ed ottenutolo vi aveva riversato con impeto e passione tutta la sua energia creativa, decorandolo pazientemente e amorevolmente con le sue matite e facendo ampio uso di colla di farina e acqua. Al contadino che curava l’ orticello di casa aveva sottratto delle asticelle sottili di bambù destinate alla coltivazione degli ortaggi, incrociandole con precisione ingegneristica e legandole con lo stesso spago con cui  aveva assicurato l’ aquilone ad un rocchetto di legno.

E poi aveva atteso che una giornata di sole e tepore annunciasse il mattino successivo.

Ma così non era stato, ed un imprevisto maltempo aveva segnato il suo risveglio assieme alla proibizione assoluta di recarsi nei campi ormai fangosi e pieni di pozze d’ acqua piovana.

A lui non era rimasto che sperare inutilmente che  il tempo si rimettesse al bello, col visetto appiccicato al vetro della portafinestra del tinello. Il miracolo non si era però compiuto.

Con incredibile forza d’ animo aveva terminato di pranzare spiluzzicando distrattamente e attirandosi i commenti poco piacevoli del fratello maggiore. Ma a pasto ultimato e non appena tutti  avevano smesso di dedicargli un’ attenzione in quel frangente davvero indesiderata e scomoda, era scappato in cortile e corso via nel suo rifugio segreto. Per dare finalmente libero sfogo al suo dolore immenso.

Consapevolmente privo del conforto lieve e dell’ empatia gentile di una voce adulta qualsiasi che gli spiegasse come quella domenica era soltanto principio di autunno e non castigo divino per improbabili colpe precedentemente commesse.

Eppure ad un tratto era stato proprio il pensiero di quel mancato divertimento a tirarlo su di morale e a rendere sopportabile quella giornata di pura sofferenza.  Come un viandante assetato in un deserto inospitale  cerca di scorgere in lontananza l’immagine rarefatta dell’ oasi per rinfrescare il proprio spirito affranto, l’ idea di quell’ aquilone in paziente attesa e tuttavia pronto a  spiccare il volo in qualsiasi momento, condotto dalla sua manina e da un vento gentile e favorevole, aveva avuto il potere di rasserenarlo e di dargli speranza nuova. Portandolo con sé ed in alto, con benevolenza,  verso una concreta e possibile via di fuga, a distanza di anni luce da quel presente di così poche soddisfazioni e di molti affanni.

Lucia Guida

” Un volo di aquiloni “, Pietro Lerda

Messages in a Bottle – Messaggi in bottiglia

“ Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E’ scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque,  e tagliavano come lame. “

A. Baricco, “ Oceano Mare ”

Si scrive sempre per una qualche ragione. Per mero “compiacimento del proprio ego” (cit.) o, all’opposto, per comunicare messaggi di varia tipologia, a livelli di partecipazione diversi dettati dalla mission (se è presente! ) dell’autore. Per la valenza terapeutica spesso contenuta nel mettere nero su bianco idee e situazioni ma anche per l’esigenza di condividere con altri stati d’animo, pensieri, riflessioni sulla vita sperando di poter raggiungere lo strato più profondo della sensibilità del lettore. Una sorta di atto estremo di egoismo o di pura generosità, a seconda della prospettiva da cui lo scrittore si pone attingendo dalla propria versatilità.

Per me è soprattutto la possibilità di provare a parlare di uomini e donne cogliendoli nella loro interiorità. Con un’attenzione particolare per una prospettiva au feminin, dovuta, forse, al fatto di trattare con maggior consapevolezza argomenti conosciuti.

Ci sono poi ragioni  inespresse, e cioè motivazioni più o meno consapevoli, che provengono dal vissuto e da tutto ciò che chi scrive ha avuto possibilità di esperienziare nell’immediato e nel tempo. Come ho già sostenuto, non credete mai  a un autore che vi racconti di aver concepito un’opera di pura fantasia. L’autobiografico c’è sempre, volenti o nolenti, costituendo il sostrato da cui partire prima di prendere il volo. Un aggancio realistico indispensabile, a mo’ di trampolino di lancio, per proseguire con scioltezza  e autonomia maggiori nell’intreccio narrativo.

Per il I Concorso Letterario “Donne che fanno testo” bandito dal Messaggero ho deciso di scrivere un racconto breve intitolato “Il mare dalla finestra” in cui le mie riflessioni scrittorie si fondono con idee, voci, immagini attinte dal quotidiano altrui e proprio, partendo dall’incipit proposto dalla giuria. Delinenando un’immagine femminile pronta a spezzare le catene prendendo le distanze da una storia affettivo-sentimentale insoddisfacente per riappropriarsi della sua vita con fragilità e insieme determinazione come spesso può accadere. Con una rinata consapevolezza personale a cui il destino ha deciso di dare una mano.

http://www.donnechefannotesto.it/pdf/Il%20mare%20dalla%20finestra%20.doc%20finale.pdf

“Viaggio in Jugoslavia. Zagabria: giovane donna in costume da bagno seduta su una delle terrazze che costeggiano gli argini del fiume Sava”, F. Patellani